La stazione

transiberiana[…] Sfilano immagini di basse colline sulle quali campeggiano le pompe e le torri dei pozzi di petrolio e il treno entra nella più grande stazione di Samara. Non solo la stazione, ma l’intera città è grande. Una banda militare esegue l’Internazionale all’arrivo del convoglio mentre, poco oltre, un venditore di sherbet versa abilmente da un bricco di peltro la fruttata bevanda, un carretto mette in mostra, fragranti, i triangolari echpochmak ripieni di carne e cipolla e un altro ambulante vende mielosi chack chack e tè nero afgano presso un grosso samovàr argentato. Igor, avvolto in una vestaglia di seta che è di Sveta, apre il finestrino e ne chiede due tazze. Ne porge una all’amante. È di vetro soffiato, con un sottile bordo dorato. Bevono, sorbendo a tratti il liquido rossastro e bollente che profuma di ignoto delle terre del sud. Si sporge ancora un istante a rendere al venditore le tazze vuote. Ma è l’ennesimo attimo d’eterno che fugge nel viaggio della vita e, senza apparente preavviso, quelle figure fuori dal tempo spariscono in uno sbuffo bigio di vapore che inonda il marciapiede e si dissolve e già intorno è un deserto bianchissimo di neve e solitudine.

(da Transiberiana, 2014)

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