Riesling L’AMAN 2015 Anna Maria Abbona


Colore Giallo Paglierino con riflessi verdolini.
Intenso al naso e con un ventaglio di profumi che vanno dalla frutta fresca come la nespola, al floreale, tarassaco e camomilla. Il caleidoscopio si conclude con una bella nota minerele di selce e piccoli sbuffi di idrocarburo.
In bocca è pieno ed equilibrato. La nota calorica viene elegantemente mitigata dalla splendida freschezza e sapidità.
Il finale è avvolgente con ritorni di erbe armatiche.
Noi lo abbiamo abbinato ad un caprino a pasta semidura.

Moscatello di Taggia: un nuovo antico vino.


Il moscatello di Taggia è un vitigno a bacca bianca originario della riviera ligure di ponente, entrato a far parte della DOC Riviera Ligure di Ponente, con l’istituzione della sottozona Taggia, nel 2011.

Proprio la zona di Taggia, nel basso medioevo, era associata alla produzione di uno storico vino, il moscatello, vino che veniva descritto come “un nettare dolcissimo”. La coltivazione di questo vitigno persiste nella zona compresa tra la Valle Armea, la bassa Valle Argentina e il tratto di costa compreso tra Santo Stefano al mare e Ospedaletti; la distintiva denominazione “di Taggia” parrebbe suggellare una specie di DOC ante litteram.

Taggia nel medioevo era un centro vinicolo di rilevanza internazionale, commercializzando sia vini comuni sia vini di qualità superiore, proprio come il moscatello; questa zona della Liguria si era infatti specializzata nella produzione di vini dolci e liquorosi, che fino al Duecento era prerogativa delle regioni dell’Oriente Mediterraneo. Nel medioevo il vino era considerato come un alimento a consumo locale per la popolazione, ma il moscatello e la vernaccia, avendo un contenuto zuccherino e una gradazione alcolica maggiori, si dimostrarono più adatti ad essere trasportati per lunghi viaggi e quindi più facilmente commercializzabili. Nel 1400 il vino di Taggia veniva imbarcato dai mercantili che da Savona e Genova raggiungevano il Nord Europa, l’Inghilterra e le Fiandre, spinto anche dalla fama imprenditoriale di alcuni mercanti genovesi; il carico di vino trasportato era talmente prezioso che nel 1434 venne proibito alle navi che trasportavano moscatello di caricare altro vino lungo la rotta, se non quello da destinarsi al consumo dell’equipaggio. Durante il XVI secolo, a seguito di un cambiamento della destinazione colturale dei terreni, la produzione di moscatello si ridusse, diventando una nicchia di mercato riservata ad una cerchia ristretta tra cui papi (Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III), dogi e altri nobili. Tra il XVI e il XIX secolo nel sanremese avvenne una importante modificazione del panorama agricolo a favore dell’olivicoltura: in un documento risalente al 1689 i terreni destinati alla coltivazione di olive erano il 50% mentre quelli vitati occupavano solo il 17%. Tra il ‘700 e l’800 una serie di eventi climatici ridussero ulteriormente la coltivazione di moscatello, così come l’amministrazione francese seguita all’occupazione napoleonica permise di mescolare uve molto diverse tra loro per produrre i “nostralini”, vini a basso tenore alcolico e di scarsa commerciabilità. Ma il vero colpo di grazia al moscatello venne inferto intorno al 1880 dalla fillossera.

E’ invece nel 2000 che rinasce il moscatello, grazie all’intervento di Eros Mammoliti e Gianpiero Gerbi, enologo ma all’epoca giovane laureando in viticoltura ed enologia. Insieme decisero di rintracciare le viti di moscatello sparse tra gli agricoltori del sanremese per ritrovare il vero moscatello: isolarono 67 piante. Grazie all’aiuto della professoressa Schneider dell’Università di Torino e a moderne tecniche di biologia molecolare, fu possibile isolare dagli iniziali 67 campioni la pianta che poteva essere considerata puro moscatello. Proprio da quell’unica vite risorse il moscatello che grazie alla tecnica dell’innesto ha reso possibile ad oggi la propagazione di oltre 15.000 barbatelle.

Encomiabile lo sforzo di Eros Mammoliti che, mosso dalla passione di ridare nuova luce ad un vitigno scomparso, decise di intraprendere una strada difficile. Ci racconta che la curiosità per il moscatello nacque durante una cena: “Una nostra amica stava leggendo «L’Ambrosia degli Dei» (di Alessandro Carassale, Atene Edizioni, ndr), per la prima volta sentivamo parlare del moscatello e la sua storia ci affascinò”. Passeggiando tra le sue vigne site in Valle Armea, sulla strada che porta a Ceriana, lungo la ciclistica Milano-Sanremo, si respira l’aria della passione che questo produttore infonde nel suo lavoro, del rispetto che ha per le sue viti e per la storia dei vitigni autoctoni del ponente ligure; ci mostra il suo “Jurassik Park” dove sono coltivati alcuni vitigni autoctoni antichi, a scopo di studio (cruairora, russetta, barabarossa, luglienca, malaga, moscatellun, tabaca, spina, ecc), ed una vite di moscatello con un piede di alberello di più di 40 cm di diametro. Nel 2014 ha fondato l’Associazione dei Produttori, raggruppandone 10, alcuni volti noti come Calvini, Podere Grecale, Da Parodi, altri in fase di crescita; ad oggi si contano 14 produttori e tutti contribuiscono, in diversi modi, al rilancio del moscatello. L’azienda di Mammoliti non produce solo moscatello, riservando sempre un occhio di riguardo a produzioni di nicchia autoctone: un clone più aromatico e più colorato di Vermentino chiamato “du sciancu” ossia dello “strappo” il cui grappolo presenta una appendice da strappare; un Ciliegiolo dal grappolo più compatto; il Rossese.

I suoi prodotti godono della certificazione di vino prodotto a basso impatto ambientale, come recitato dalla retroetichetta, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo in vigna; è inoltre membro della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti dal 2010, di cui sfoggia con orgoglio il logo.

Abbiamo degustato per voi:

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2016, 13% alc. variante secca: fermentazione in acciaio con pressatura sofficie ad 1 atmosfera a temperatura controllata. Nel calice si veste di un giallo paglierino dai riflessi dorati, al naso di apprezza un bouquet di erbe aromatiche, agrumi, limoncella. Al palato spiccano, piacevoli ed accantivanti, frescezza e sapidità. Assolutamente da provare con il brandacujun, un piatto tipico della cucina ligure a base di patate e stoccafisso.

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2015, 14,5% alc. variante passito. I grappoli raccolti nei mesi di agosto-settembre, vengono fatti appassire in cassette per circa 2 mesi, girati ed analizzati per scartare quegli acini che rischierebbero di danneggiare il prodotto finale. Una microproduzione di 416 bottiglie. Un residuo zuccherino di 109 gr/l è il preludio di un vino che sa di storia. Signorile, si distingue per un raffinato giallo dorato; appena stappato riempie l’aria di sentori che ci portano in pasticceria, al momento in cui scartiamo un panettone, ricco di mandarini canditi. Al palato dolce ma non stucchevole, morbido, incredibilmente fresco. Proposto ad una serata promossa dall’istituto Aberghiero di Arma di Taggia in accompagnamento ad una bavarese di ricotta di pecora con arance candite, ma Eros ci raccomanda anche formaggi di media stagionatura ed erborinati.

Degni di nota sono anche Epicuro, un vermentino, e Democrito, un blend di rossese e ciliegiolo. Tutti i vini portano nomi altisonanti della letteratura greca e romana, come a ricordare sontuose origini antiche; le etichette sono opera di un pittore locale Diego Fossarello.

Ci piace pensare ad Eros come a Mario Calvino, padre di Italo Calvino, che diede un grande contributo alla viticoltura del ponente ligure, reintroducendo varianti andate quasi perdute. E’ orgoglioso di questo territorio mentre cammina tra i filari di moscatello, fiero del percorso che insieme a pochi ha intrapreso, affinchè la storia del Moscatello di Taggia non venga dimenticata.

Bianchetta genovese in purezza


La Bianchetta genovese è un vitigno autoctono ligure a bacca bianca, prodotto nel Genovesato e in particolare nella Val Polcevera, ma lo possiamo trovare anche nel Carrarese.

Registrato tra le varietà autorizzate dalla Regione Liguria dal 1970, prodotto in purezza, fa parte della DOC Golfo del Tigullio Portofino, sottozona Costa dei Fieschi. La Bianchetta genovese fa, però, parte di molte denominazioni liguri, tra le quali Colli di Luni, Colli di Levante, il Val Polcevera. Chiamato semplicemente Bianchetta nel Cinque Terre, lo possiamo trovare anche nello Sciacchetrà. Studi ampelografici hanno dimostrato che la Bianchetta genovese presenta molti tratti di DNA in comune con l’Albarola, tanto da poter essere considerata la stessa uva.

Il nome è da ricondurre al colore molto chiaro degli acini in maturazione, così chiari da essere quasi trasparenti; altri nomi sono “Nostralino”, nella tradizione un vino bianco semplice, attualmente prodotto in assemblaggio insieme al Vermentino, oppure “Gianchetta” ossia Bianchetta in dialetto genovese.

Vitigno dal nerbo tenace, predilige terreni costituiti da rocce friabili (come il tarso), una buona esposizione e ventilazione; grazie alla resistenza al freddo e quindi a una maturazione più tardiva, la Bianchetta genovese risulta essere particolarmente adatta al clima delle vallate liguri. Presenta grappoli compatti, conici, con acini piccoli dalla buccia sottile.

Veniva coltivato già da tempi molto antichi in Toscana, ma alcuni storici farebbero risalire le sue origini in Veneto, dove veniva utilizzato per ammorbidire il prosecco delle annate più fredde. Venne descritta per la prima volta da Gallesio agli inizi dell’Ottocento, sostenendo un legame di parentela tra l’Albarola delle Cinque Terre e la Bianchetta genovese, tesi confermata solo nel 1993 da Schneider. Venne citata anche da Gerolamo Guidoni, geologo e naturalista, corrispondente ligure di Giuseppe Acerbi (autore di importanti opere di viticoltura ed enologia nell’Ottocento), e chiamata “Albarola trebbiana”. In passato, vista la sua ampia diffusione e coltivazione parcellare, veniva utilizzato in assemblaggio con altri uvaggi locali. E’ stato Pierluigi Lugano, dell’azienda Bisson, a rilanciare la produzione di vini liguri locali in purezza, smussando quegli angoli troppo vivi dei vini autoctoni liguri.

A caratterizzare la Bianchetta sono un colore giallo paglierino tenue, dai riflessi vivaci, dall’olfazione fine e delicata, con sentori di biancospino, nespola e mela verde; fresco e sapido, un corpo non molto strutturato, ma di piacevole beva.

A oggi sono pochi i produttori di Bianchetta genovese in purezza, tutti localizzati nella zona di Chiavari e Sestri Levante, tra i più importanti ricordiamo l’Azienda vitivinicola Bisson, l’Azienda agricola PinoGino, le Cantine Bregante. Siamo però andati a trovare un giovane produttore che si sta facendo conoscere nell’ambiente vitivinicolo del Levante ligure per vini e prodotti di qualità. Si tratta della Società Agricola Casa del Diavolo a Castiglione Chiavarese, in località Montà: a gestirla è Valerio Sala, un ragazzo di 33 anni originario della Brianza. Giunti a Castiglione Chiavarese, una piccola strada immersa nella vegetazione ci porta al fondo della Val Petronio, dove scorre l’omonimo fiume. Le vigne sono disposte a Sud-Ovest, come a tappezzare un emiciclo, sfruttando la migliore esposizione, a 270 metri slm. Nel 2010 ha deciso di abbandonare l’attività famigliare e di rilevare l’azienda vitivinicola esordendo sul mercato con il raccolto del 2014: “conoscevo già il territorio, venivo in vacanza a Moneglia da circa 15 anni; non volevo passare tutta la mia vita in un capannone e così, in accordo con i miei genitori, decisi di rilevare l’azienda Casa del Diavolo”. Ci racconta che ha passato il primo anno di addestramento, imparando i trucchi del mestiere dal precedente proprietario, seguendone consigli e cercando di carpirne i segreti. Ha deciso di mantenere il nome della precedente azienda: “in paese si racconta che la casa del diavolo fosse un capanno a fondo valle, costruito da un signorotto locale per rinchiudervi la figlia, oggetto di insistenti attenzioni”. Lentamente ha acquisito altri terreni, raggiungendo l’ettaro di superficie vitata: la produzione è complessivamente di 5.000 bottiglie, prevalentemente Bianchetta genovese (50%), ma anche Ciliegiolo e Dolcetto. Da qualche anno è presidente della Coldiretti di Genova e obiettivo del suo mandato è quello di rafforzare e unire le piccole realtà agricole e vitivinicole del genovese. La chiacchierata con Valerio Sala è piacevolmente accompagnata dalla compagnia del suo cane e dal chiocciare delle galline nel pollaio; parallelamente alla produzione vitivinicola si snoda tutta l’attività dell’azienda, costituita da allevamento e coltivazione di ulivi ed ortaggi.

Produce una Bianchetta che lui stesso definisce come “particolare”, lasciando il mosto a contatto con le bucce e successivamente in acciaio per il completamento della fermentazione. Ci racconta le difficoltà che incontra la Bianchetta nel ritagliarsi un piccolo spazio nel panorama ligure, sgomitando tra le decisamente più ampie produzioni di Vermentino: “povera la mia Bianchetta, soppiantata dal Vermentino!”. Ci accomodiamo al tavolo e in mano i calici ci prepariamo a degustare due annate consecutive di Bianchetta genovese:

  • 2015, 13% alc: dal colore giallo paglierino, di una spiccata lucentezza; al naso si avvertono note erbacee, fiori di limoni e sambuco, uno spunto di riduzione a rapida dissoluzione. In bocca ci appare freschissimo e sapido, stimola una piacevole salivazione che ci invoglia a portare nuovamente alla bocca il bicchiere. Intenso, persistente e di qualità fine, ci appare giovane, ma ai limiti del pronto.
  • 2014, 12,5% alc: viste le premesse derivanti dall’assaggio del 2015, siamo impazienti di degustarlo e le nostre aspettative non vengono tradite. Nel bicchiere si presenta vestito di una elegante livrea gialla paglierina, con riflessi dorati, cristallino. Al naso prevalgono sentori terziari che richiamano gli idrocarburi e lo smalto, fruttati (mela e nespola), floreali. Un anno in più in bottiglia conferisce una maggiore complessità, equilibrando maggiormente le durezze con un’aggraziata morbidezza. Anch’esso intenso e persistente di qualità fine; pronto, a tutto pasto.

Due vini “differenti”, da bere nell’arco di un massimo di due anni, con un terroir che si esprime con una piacevole freschezza ed una sapidità non così incisiva ed invadente. Il primo più leggero e adatto a un aperitivo, accompagnando una chiacchierata, magari proprio ad un piatto di bianchetti. Il secondo più complesso ed equilibrato, si accompagna bene a pesci più grassi oppure alla torta pasqualina genovese, esaltandone profumi e aromi vegetali. Siamo impazienti di assaggiare il 2016.

In etichetta compare una mela rossa che ci ricorda un po’ il frutto proibito di antiche scritture; il frutto del lavoro di un ragazzo che ha deciso di mettersi in gioco, a contatto con la natura, cercando di valorizzare il territorio che lo ha adottato.

Le Domaine des Planes – Roquebrune s/ Argens


Come prima cosa c’è da dire che i Francesi sono davvero bravi a preparare le location, quando si imbocca la stradina privata per arrivare al Domaine ci si immerge in un paesaggio quasi fatato con delle vigne ben tenute con i cartelli che indicano il vitigno e anche i fili d’erba sembrano sistemati a dovere.

Azienda certificata bio con circa 30 ettari vitati dove convivono varietà tipiche francesi come Mourvèdre, Syrah, Grenache, Cabernet Sauvignon, Clairette e Semillon; anche il Rollo ligure e una varietà autoctona che è stata ripresa: il Tibouren (che tra l’altro pare sia geneticamente affine al Rossese di Dolceacqua).

All’assaggio i rosati si prendono la scena e si distinguono per una bellissima freschezza e per i sentori fruttati e floreali delicati, ma intensi. I colori sono di grande effetto, eleganti, dati da un contatto breve e rigoroso con le bucce per rilasciare la giusta quantità di colore e far sì che sia l’acidità a farli brillare alla luce della sala di degustazione accogliente e confortevole. Si esprime molto bene il Tibouren con un bel brio e grande piacevelezza, il Cinsault e il Grenache con il Mourvèdre rendono le cuvée degli altri rosé interessanti dal punto di vista aromatico aumentando i gradi di complessità e intensità.

I bianchi sono giocati sugli aromi, il Sémillon dona al vino aroma e una bella rotondità che, assieme all’acidità, rendono i vini di corpo, piacevoli e di buona beva durante pasti soprattutto a base di pesce.

I rossi sono un po’ in ombra rispetto all’eleganza dei rosati, vengono affinati in botti di rovere da 51 hl per 9-18 mesi per rifinire l’aroma e ingentilire i tannini. La triade Mourvèdre, Syrah, e Cabernet Sauvignon si fondono in varie cuvée aiutati dal Grenache, senza spiccare, rendendo la spezia del Mourvèdre e del Syrah, sfruttando il corpo del Cabernet.

Concludono la batteria della cantina un Vin de Pays des Maures con Moscato d’Alessandria vinificato secco di gran profumo e un rosato giovane di Grenache e Carignan. Per le bollicine vengono presentati un brut di Rolle e Ugni blanc e un rosé di Carignan.

La Costa Azzurra si conferma terra di rosati, un luogo dove questo vino trova la sua patria di elezione e dove è piacevole andare in giro a scoprire eccellenze come questa cantina che dal 2009 colleziona medaglie d’oro e d’argento al Concours Général Agricol di Parigi. Merita una visita il Domaine, ma, soprattutto, meritano un assaggio i vini del Domaine, per capire che cosa sia un rosé ottimamente fatto.