Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.

Chapoutier e l’etichetta per non vedenti!


La bella stagione invita al viaggio e se dentro di te brucia la passione per il Syrah… sarà normale ritrovarsi sull’autostrada francese A7 in direzione Tain – l’Hermitage con tre amici per visitare la maison Chapoutier. Appena entri ti chiedono il nome della prenotazione e ti portano nel vigneto; per scoprire questa vite “solitaria”. Ogni piede di vigna è affiancata da un bastone, ma tra di loro non c’è nessun cavo. La temperatura è torrida, siamo a fine giugno e si ritorna in sede.

Qui inizia la degustazione con 4 vini bianchi, mi servono un Saint-Joseph Blanc “les Granilites” 2015, poi il responsabile posa la bottiglia davanti a me, la prendo in mano e sento la rugosità dell’etichetta… è la scrittura Braille! In quel momento è riaffiorato un ricordo dimenticato, una lattina di birra giapponese che avevo bevuto anni prima , vicino alla linguetta dell’apertura aveva una ventina di “pallini” per informare i non vedenti del suo contenuto…

Piccoli dettagli che vanno oltre l’aspetto enologico di una Regione, perché uniscono Oriente ed Occidente. Speriamo che il Legislatore se ne occupi, prendendo spunto dal Piccolo Principe “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ai piedi dello Champagne


Vorrei provare a raccontarvi una storia di tanti perché, senza arrivare proprio vicino alle risposte, senza poter trovare la strada corretta, ma passando piuttosto attraverso il tempo cercandovi qualche curiosità.

Tantissimo tempo fa, per l’esattezza nel Mesozoico (se di esattezza si può parlare riferendosi ad un’era geologica di 150 milioni di anni), in una vasta area depressionaria, iniziò la storia di una pianura intervallata da dolci rilievi che avrebbero contribuito un giorno a rendere molto famosa la regione in cui si sarebbero trovati. Mi riferisco a quello che i geologi chiamano bacino sedimentario di Parigi, ou bien Bassin Sédimentaire Parisien.

Circa 3500 metri di sedimenti deposti grazie alla presenza dell’oceano durante la totalità del Mesozoico e al susseguirsi di momenti di trasgressione e di regressione marina durante il Cenozoico, che portarono la presenza del mare o piuttosto di lagune o di bacini chiusi, in forte evaporazione (i cosiddetti laghi salati). Una deposizione a momenti parossistica, in cui i rilievi al contorno si sgretolavano letteralmente, e torrenti impetuosi ne portavano i sedimenti a valle. Gli strati risultanti venivano schiacciati sotto il loro stesso peso e piegati, soprattutto a partire dal Neogene, dalla potente forza creatrice della tettonica Alpina e Pirenaica, una forza talmente possente da sollevare ancora oggi il mondo di centimetri all’anno.

L’era Mesozoica vide la presenza dell’oceano e determinò una deposizione potente anche 600 metri di calcare molto puro, la cui componente terrigena era per lo più apportata dall’erosione dei massicci isolati inglesi e dei vosgi. In seguito per regressione marina dovuta all’isolamento ormai compiuto del bacino Parigino, durante il Cenozoico si deposero sul potente strato calcareo depositi unici, molto fossiliferi, di natura variegata e dipendenti dal momento e dall’ambiente di formazione.

Il risultato è una serie sedimentaria di rocce di origine marina, lacustre, lagunare, fluviale. Dove i sedimenti oltre ad essere di diversa natura hanno diversa forma e composizione: detritica (i pezzi grossi o trovanti), marnosa (sedimenti calcarei e terrigeni di deposizione marina), argillosa (di origine soprattutto lacustre e lagunare) e calcareo gessosa o evaporitica (che come si può intendere dal termine restano come risultato di un’evaporazione spinta).

La porzione Nord Orientale del bacino di sedimentazione fu caratterizzata nel Neogene da prolungate crisi di salinità ed i depositi risultanti furono gli strati gessiferi intercalati a marne e sabbie, dovuti agli ambienti lagunari i del bacino, che oggi affiorano presso Reims.

Qui in seguito a modificazioni dovute alla tettonica e alla dinamica fluviale recente, il paesaggio si presenta composto da pianure, ma soprattutto da valli e colline (o cuestas). Questa porzione di territorio venne scelta nelle epoche più prossime ai nostri tempi come area agricola da adibire alle coltivazioni cerealicole e per l’implantazione della vite, per produrre il vino per le celebrazioni religiose.

Qui fu dove per cento anni Inglesi e Francesi si diederero battaglia aperta, fu dove Giovanna d’Arco condusse Carlo VII ad essere incoronato, fu un’area pressoché dimenticata nel secolo della rivoluzione, fu dove un Dom Pierre fu inviato a gestire l’abbazia di Hautvillers, e dove mise a frutto la sua arte, così vicina alla poesia da profumare con fiori di pesco i suoi esperimenti, già così eccezionali.

I suoi risultati, da considerarsi una scoperta a tutti gli effetti, che cosa sarebbero stati però se non si fossero accompagnati alle caratteristiche geologiche, morfologiche e climatiche del ventre in cui furono concepiti? Sarebbero un nobel nel campo enologico e oggi berremmo un vino effervescente, ma non potremmo del tutto definirlo l’estasiante, chiaro e sinuoso Champagne.

La presenza di terreni calcareo marnosi peculiari di questo terroir e i potenti livelli evaporitici rendono la coltivazione dei cépages principali un po’ meno estrema, le caratteristiche chimiche del gesso e della calcite sono qui indispensabili nei rilasci idrici e termici lenti, e nella regolazione dell’apporto nutritivo alla pianta.

La bellezza e la peculiarità di questo luogo è commovente, come nell’ascolto di un brano al violoncello, ti tocca nelle viscere, te le rimesta letteralmente; poter osservare le cattedrali che la natura ha riserbato nel sotterraneo, ai piedi di quelle piccole piante, creando vuoti e vortici protettivi delle loro profonde ed eleganti radici, e nascondendovi tesori sommersi quasi come a voler regalare i suoi gioielli, riesce per me a svelare molti interrogativi e a convincermi una volta in più che non si tratta solamente di un metodo di vinificazione.

Qui una realtà, la Legrand-Latour, ha fatto della sua cave, denominata La Cave Aux Coquillages, un itinerario di immedesimazioni scenografiche per celebrare al meglio le caratteristiche del loro lavoro e dei loro possedimenti; Monsiour Legrand è un appassionato paleontologo da quando era bambino, forse oggi lo fa anche con la prospettiva di interessare le famiglie con bambini, o solo perché spesso in Francia si fa così. Io dal mio conto penso che siano iniziative lodevoli ed il vedere la propria bambina con il pennellino a caccia di Campanile Giganteum lutetiane nelle viscere di Fleury-la-Riviere, è senza dubbio affascinante, così come poter scendere nel museale sottosuolo di questo luogo e vivere nel suo sacro silenzio.

Il potere in un bicchiere


Non credevo che un bicchiere potesse far risplendere a tal punto un colore, eppure quel calice si era illuminato, ed il mondo attraverso di esso. Non si trattava solamente di un colore, era un emozione che lenta si sprigionava intorno a quella ampolla, si proiettava solitaria e spregiudicata, stagliandosi ad un livello nettamente superiore.

Il mio atteggiamento era diventato istantaneamente di deferenza, quasi come in chiesa davanti ad un oggetto sacro: non osavo toccarlo, figuriamoci berlo. Ma quello era pur sempre un vino: era il succo di un frutto, di una pianta, della terra, si trattava di un prodotto agricolo.

Scelsi di impadronirmene, non sarebbe importato il giudizio che avrei dovuto produrre, ne se ne sarei stata in grado, quello doveva essere senza dubbio un vino eccezionale, e cosa altrimenti? provai lo stesso ad avvicinare il bicchiere al volto.

Tralasciando tutti i dubbi che assalirono la mia mente riguardo alle mie competenze di degustatrice, mi fissai sul fatto che mi fidavo di lui, mi avrebbe attirato a se, confermando la capacità che spesso vorrei possedere di riconoscere le essenze uniche, la bellezza semplice.

E con stupore, al naso, eccolo, si presentava deciso ma indubbiamente semplice. Profumava di sentimenti: tranquillità, dolcezza, paternità e di una grande fermezza. Io sono, diceva, con una voce decisamente maschile. Io ho vissuto, ho allietato animi altrove, ho comandato, ho accompagnato.

La viola di un’acqua di colonia, mischiata al gusto del sangue, muschio e miele caramellato, il sentore di tabacco rimasto in una tabacchiera d’argento, che sa di ossidato a sua volta, il cuoio di una sella lucida e secca, la terra umida che sporca gli stivali, il profumo alcoolico di una lozione per la pelle.

Matta, pensai, non può ricordarti la pelle, eppure si, quello era il dolce, fragrante e caldo profumo della pelle di un uomo. Ed un frutto rosso e pieno era il suo bacio, che si espande tenero in bocca, rendendo la lingua vellutata e sprigionando una enorme freschezza.

Si trattava dunque di un vino dall’ego spropositato, sì perché era stato lui che, nonostante la sua parvenza eleganza e sobrietà mi aveva attirato a sé! Era stato lui a parlare di sé. Era stato lui a dirmi:

..io non ho paura di colui che mi assaggia! Al più gli stolti non mi noteranno neppure, con quelle loro papille bruciacchiate, diranno che sono un tipo strano, troppo difficile, scambieranno la mia austerità per mediocrità addirittura, ma la verità e che non ne capiscono niente, e che quando bocche altrui porteranno alle loro orecchie i miei fasti, le mie vittorie, essi mi temeranno, invidieranno la mia forza, la mia lunghezza infinita, la mia naturale eleganza. Essi sono gelosi soprattutto dei miei soldati, che mi vezzeggiano dal momento del loro concepimento, in seno a famiglie a me devote da generazioni. E così dei miei generali: essi si battono come minatori esausti per me! Ma io, io li ripago con grandi decorazioni e fama e prestigio. La frivolezza non mi appartiene, e le donne? Loro ne sono sedotte, e io? Io resto il numero uno, mi allieto di compagni d’arme, solo uomini, s’intende! Parce-que je suis le Pinot Noir, je m’appelle Latricières Chambertin et si tu veux tu viens, mais tu viens derrièr !.

Il Latricieres Chambertin grand cru in questione è di Luis Remy (o forse è più corretto dire M.me Chantal Remy?), vendange 1997; ed è, a mio avviso, un vino dal carattere eccezionale, in grado di parlarti al cuore in maniera diretta e restarti nei pensieri per molto tempo, difficile trovarvi alternative.

In Borgogna, alla ricerca dell’emozione


Quando ero ragazzo ed entravo nei supermercati francesi, guardavo stupito gli scaffali e leggevo incantato le sobrie etichette attaccate a quelle bottiglie verdi, tutte miracolosamente uguali. Bourgogne… E mio padre che raccontava come un vero francese, quando va al ristorante, chiede sempre un Bourgogne.

Eppure, curiosità della vita, quando passai per la prima volta dalla Borgogna, ed ero già grande, non ero affatto interessato al vino, quanto piuttosto all’arte.

Poi fu la volta dello Chablis, servitomi al matrimonio di amici francesi, nell’indimenticabile cornice di un castello della valle della Loira. L’abbinamento era, forse, un po’ forzato, dato che lo si accostava al foie gras dell’aperitivo. Fatto sta che mi piacque immensamente (per quanto non ricordo di averlo associato, all’epoca, all’idea della Borgogna).

Poi è seguito lo studio, i master, le degustazioni, i viaggi e, soprattutto, la totalmente trasformata percezione del vino e del suo terroir.

Sia chiaro, ignorante ero e ignorante sono rimasto, soprattutto in un contesto come quello della Borgogna, però sono un ignorante costruttivo, che cerca con costanza e tenacia di sopperire alle tante lacune, che poi, sono tanto culturali quanto emozionali.

Eh sì, perché più di qualsiasi altra area vitata del pianeta, la Borgogna è emozione. Un’emozione immensa che ti fa tornare ragazzo e ti fa battere il cuore, di fronte alla vigna di Richebourg, quasi fosse un primo, adolescenziale bacio: qualcosa che desideri ma non sai cosa aspettarti e sogni donne proibite, proibite come le etichette scarne e inconfondibili della Romanée Conti, belle e irraggiungibili come la più bella della classe.

Il vino di Borgogna è, dopo tutto, pura sensualità. Lo è nella declinazione maschile dei Pommard e degli Chambertin ma lo è soprattutto nella declinazione femminile di tutte le altre denominazioni, dall’eleganza del Musigny, all’esotismo della Romanée, al profumo d’agrumi dello Charlemagne e alla burrosa opulenza del Montrachet.

Che fortuna aver potuto assaggiarli, gustarli e ricordarli come indimenticabili baci di donne che passano nella tua vita per pochi minuti e la stravolgono, ribaltando completamente i tuoi paradigmi.

E come tutte le vere grandi donne, così i grandi cru di Borgogna sono difficili, imperscrutabili, talvolta incomprensibili. Ma proprio come le grandi donne, che non hanno bisogno del trucco, così anche a loro basta la purezza di una sola uva, nelle due declinazioni del Pinot Noir e dello Chardonnay (che poi, dicono gli ampelografi, hanno una genetica molto simile).

Niente trucco, insomma, nessuna personalità baroccamente composta ad arte per piacere, al contrario di altre zone della stessa Francia. I vini, in Borgogna no, se non ti si concedono restano dei miti, come irraggiungibili e algide top model. Poi, improvvisamente, si aprono e ti svelano la loro semplicità, che è disarmante.

Impossibile non innamorarsi.

Senza Etichetta


Sono anni che a Torino c’è un piccolo grande evento dove pochi produttori in un clima di mera convivialità si recano e fanno degustare i loro prodotti. Questo evento si chiama Senza Etichetta ed il luogo è il Molo Di Lilith.

Ero andato a trovare Ezio Cerruti per assaggiare il suo meraviglioso Sol quando mi chiese: ”Sabato, vieni a Senza Etichetta?”. E’ così che conobbi questo evento, che prima non avevo mai sentito nominare, era il 2013.

Da quel giorno non persi mai un appuntamento.

Senza Etichetta viene organizzato due volte l’anno, in genere in Maggio e in Dicembre e il posto è sempre lo stesso, il Molo di Lilith.

Il Molo è un circolo ARCI, gestito in maniera sapiente da dei ragazzi che, con materiale di recupero, hanno saputo creare questo piccolo gioiello.

Questo evento, negli anni, ha visto produttori del calibro di Tenute Dettori, Azienda Crealto, Marino Colleoni, Ezio Cerruti, Andrea Tirelli, Giovanni Canonica e tanti altri.

Il creatore di questo evento, il talent scout di questi vignaioli incredibili, è uno: il giornalista Marco Arturi.

Appena arrivati al Molo, Marco ci consiglia di iniziare con i vini della zona del Carso così facciamo conoscenza con la prima new entry di quest’anno Matej Svara.

Matej ha mezzo ettaro nella parte slovena e produce Vitovska, Malvasia e Terrano, che è una sotto-varietà del Refosco. La sua Vitovska più vecchia, fa affinamento in una damigiana di 54 litri e va in bottiglia dopo un anno. Molto interessante il suo blend 70% Vitovska e 30% Malvasia.

Il tour prosegue con un’altra new entry, anch’essa della zona del carso, ma questa volta dalla parte italiana, l’azienda Milic.

I vini ci vengono presentati dalla figlia del produttore, una ragazza carina e ben preparata, vestita di un abito bordato di tappi di sughero. Ci spiega con grande passione la sua zona, i terreni rossi, le doline, la bora che è di grande aiuto per chi vuole produrre Bio, perché non permette il formarsi di marciumi e, infine, prima di arrivare agli assaggi, ci spiega che tutto viene fatto a mano, compreso l’imbottigliamento e l’etichettatura.

I loro vini sono assolutamente territoriali, la Malvasia 2015 è una poesia, al naso la pesca, il tiglio, ma anche il dattero invogliano alla beva fresca, equilibrata e lunga. Tra i rossi il loro ottimo Terrano 2015 è ricco e succoso e con un finale delicatamente speziato.

Finita la degustazione ci giriamo intorno in cerca di qualcuno meno impegnato al fine di poterlo stressare con le mie domande e troviamo l’azienda Garella che, in provincia di Biella, ha vigneti con più di 100 anni d’età su terreni porfidici. I vitigni coltivati sono principalmente Nebbiolo e Croatina. I loro non sono vini, sono capolavori che vengono commercializzati solo dopo molti anni di cantina. Ad esempio, il Numech, che in Piemontese significa Soltanto, è un nebbiolo in purezza e fa 1 anno di acciaio e 4 anni di barrique. Il Juan, dal nome del precedente proprietario, fa 2 anni in acciaio e 6 di legno ed è prodotto con il 50% di Nebbiolo, il 30% di Croatina e il restante Vespolina, Chatus e Negrera. Proprio quest’ultima varietà è stata ritrovata in queste vigne dall’Università di agraria di Torino dalla Prof.ssa Anna Schneider.

Dopo una prima serie di assaggi abbiamo sentito la necessità di prenderci una pausa per provare la cucina di Marta Becco. La farinata e la bruschetta con crema di piselli erano sensazionali.

Riprendiamo il giro con l’azienda Canlibero che produce in provincia di Benevento. Le loro etichette sono di una bellezza unica! Producono quattro vini, V for Vittorio, dedicato al figlio, è meraviglioso, un blend di 70% Trebbiano e 30% Fiano a cui fano fare 8 giorni di macerazione sulle bucce.

Allo stesso banchetto troviamo anche l’azienda Fattoria San Vito, azienda toscana in provincia di Pisa, il loro Santopietro 2015 è da sturbo! Il nome deriva dal torrente che si trova in mezzo alle vigne. Al palato ha un bellissimo frutto maturo di ciliegia che termina con una delicata nota tostata di cacao. Se lo trovate da qualche parte prendetelo!

Un’altra azienda molto interessante è Cantine Valpane, il proprietario Pietro Arditi è un genio! Trasforma vitigni come Grignolino, Freisa e Barbera in piccoli capolavori enologici. La sua Barbera “Superiore” 2004, Perlydia, è una bomba!

Proseguiamo gli assaggi con la Casa dei Cini. Clelia, la proprietaria, è un personaggio autentico, sincero e schietto, proprio come i suoi vini. L’azienda è sita in Umbria, a sud del lago Trasimeno. Hanno circa 3,5 ettari di vigna. Tra i tanti progetti, stanno cercando di riabilitare una varietà autoctona del perugino ormai estinta che si chiama Dolciame. I suoi vini sono beverini, a tutto pasto e le etichette delle bottiglie sono talmente belle che finita la bottiglia non riuscirei a buttarla. Il Malandrino 2015 è il mio preferito, un blend di Ciliegiolo, Aleatico, fogliatonda e Malvasia bianca che vengono raccolte e vinificate tutte assieme.

Di produttori bravi in questo evento ce n’erano molti, posso ricordare i ragazzi del SoloRoero, l’azienda Vigne dei Boschi e Podere Orto.

Senza Etichetta è un evento dove il vino fa da sfondo, è una scusa per stare insieme, per rivedersi, ridere e trascorrere una giornata diversa dalle altre, in una cornice informale che solo il Molo di Lilith può regalare.

Le Domaine des Planes – Roquebrune s/ Argens


Come prima cosa c’è da dire che i Francesi sono davvero bravi a preparare le location, quando si imbocca la stradina privata per arrivare al Domaine ci si immerge in un paesaggio quasi fatato con delle vigne ben tenute con i cartelli che indicano il vitigno e anche i fili d’erba sembrano sistemati a dovere.

Azienda certificata bio con circa 30 ettari vitati dove convivono varietà tipiche francesi come Mourvèdre, Syrah, Grenache, Cabernet Sauvignon, Clairette e Semillon; anche il Rollo ligure e una varietà autoctona che è stata ripresa: il Tibouren (che tra l’altro pare sia geneticamente affine al Rossese di Dolceacqua).

All’assaggio i rosati si prendono la scena e si distinguono per una bellissima freschezza e per i sentori fruttati e floreali delicati, ma intensi. I colori sono di grande effetto, eleganti, dati da un contatto breve e rigoroso con le bucce per rilasciare la giusta quantità di colore e far sì che sia l’acidità a farli brillare alla luce della sala di degustazione accogliente e confortevole. Si esprime molto bene il Tibouren con un bel brio e grande piacevelezza, il Cinsault e il Grenache con il Mourvèdre rendono le cuvée degli altri rosé interessanti dal punto di vista aromatico aumentando i gradi di complessità e intensità.

I bianchi sono giocati sugli aromi, il Sémillon dona al vino aroma e una bella rotondità che, assieme all’acidità, rendono i vini di corpo, piacevoli e di buona beva durante pasti soprattutto a base di pesce.

I rossi sono un po’ in ombra rispetto all’eleganza dei rosati, vengono affinati in botti di rovere da 51 hl per 9-18 mesi per rifinire l’aroma e ingentilire i tannini. La triade Mourvèdre, Syrah, e Cabernet Sauvignon si fondono in varie cuvée aiutati dal Grenache, senza spiccare, rendendo la spezia del Mourvèdre e del Syrah, sfruttando il corpo del Cabernet.

Concludono la batteria della cantina un Vin de Pays des Maures con Moscato d’Alessandria vinificato secco di gran profumo e un rosato giovane di Grenache e Carignan. Per le bollicine vengono presentati un brut di Rolle e Ugni blanc e un rosé di Carignan.

La Costa Azzurra si conferma terra di rosati, un luogo dove questo vino trova la sua patria di elezione e dove è piacevole andare in giro a scoprire eccellenze come questa cantina che dal 2009 colleziona medaglie d’oro e d’argento al Concours Général Agricol di Parigi. Merita una visita il Domaine, ma, soprattutto, meritano un assaggio i vini del Domaine, per capire che cosa sia un rosé ottimamente fatto.

Viaggiatore, non turista


Da un po’ di tempo a questa parte, con la “connivenza” della mia famiglia, ho accantonato l’abito del turista per mettere quello, assai più interessante, del viaggiatore.

Non è facile fare questo salto: occorre un po’ di voglia di avventura… o forse no, più che altro molta apertura, volontà costante di confronto con realtà diverse e nuove, culture che hanno sempre qualcosa da insegnarci.

Un appiglio che mi ha aiutato a compiere questi viaggi è stata la presenza di molti amici distribuiti in diverse nazioni del mondo. Molti di essi sono nati in Romania e dispersi un po’ qua un po’ là perché così ha voluto il fato, per motivi affettivi, lavorativi o di studio. Altri sono passati vicino a noi nel corso degli anni ed abbiamo mantenuto i contatti.

Poi inizia il viaggio, vissuto basandosi sul concetto della mutua ospitalità, ove tutto è contemplato nella più grande disponibilità delle parti, e con grande convincimento e coinvolgimento.

Alla fine, non resta solo il ricordo mutuato da qualche foto ai monumenti. Anzi! Bastano due o tre giorni vissuti in questo modo per darci la percezione di aver attinto a mondi diversi, esserne stati partecipi “in tutto”.

Così siamo stati in Egitto, così in Francia. E anche altrove abbiamo sempre cercato il contatto  e la condivisione con la gente del posto.