Slow Wine 2018: le chicche tra le chiocciole


Tra le varie guide in presentazione in questo mese quella edita da Slow Food si staglia per lo meno per la location che, da qualche anno, accoglie la degustazione: le Terme Tettuccio di Montecatini.

La giornata era splendida, un clima caldo autunnale che ha contribuito senz’altro ad aumentare l’atmosfera fetosa che si respirava.

La presenza dei grandi nomi dell’enologia italiana ci intriga, la voglia di assaggiare la nuova produzione di Tenuta San Guido, l’Annamaria Clementi di Ca’ del Bosco, Mosnel con la nuova annata del’EBB, i grandi Baroli di Vietti, dei vari Conterno e Mascarello Bartolo, i Barbareschi di Gaja, Sottimano e Castello di Neive; il meglio del meglio che un amante del vino di qualità potrebbe trovare tutto a disposizione nello stesso luogo.

Il nostro intento era, però, quello di andare a scoprire qualche chicca più o meno conosciuta, andando a cercare tra le novità, a scovare non per forza nel “mainstream” del vino, per trovare qualcosa che possa darci quelle emozioni che cerchiamo nel vino, quell’insieme unico di piacevolezza sensoriale, di espressione di un territorio, di un incontro con le persone che lo hanno creato. La nostra aspettativa non è stata per niente delusa e vorremmo condividere qualche bella emozioni vissuta tramite questi vini.

Ferrari Perlé Zero Cuvée Zero 10: mosaico dei millesimi 2006, 2008 e 2009 che rimane per 6 anni sui lieviti, una parte affinata in acciaio, una parte in legno e un lungo riposo in vetro. Nuova produzione che stupisce per l’espressività così potente ed elegante al tempo stesso, un perlage di grande livello, esaltato dalla morbidezza dello Chardonnay e una persistenza in bocca invidiabile. Strepitoso

Francesco Poli Naranis 2015: Solaris e Bronner vinificati in bianco e passati in acciaio per esprimere tutte le particolarità di questi due vitigni resistenti. Il vino ne risulta intenso e floreale grazie al Solaris e potente grazie al Bronner. Da provare

Francesco Poli Vin Santo 2004: Nosiola fermentata in acciaio per 2 anni, per dare il tempo alla lenta fermentazione di fare il suo corso, poi legno per tanto tempo. Il risultato è un vino di grande intensità olfattiva con tipici sentori varietali di nocciola e un insieme di profumi e aromi terziari di grandissima espressione senza essere irruenti. Eterno

Cantina Toblino Nosiola 2016: Le cantine sociali in Trentino funzionano e questa ne è un gran bell’esempio ulteriore. La Nosiola di questi 650 produttori riuniti è affinata in acciaio e il risultato sono sentori agrumati, la tipica nocciola, spezie di cardamomo e muschio. Delicato

Milič Bianco Bezga Lune 2015: Vitovska e Malvasia Istriana in un blend che colpisce per eleganza. Note di sambuco, miele, sentori decisi con note balsamiche. In bocca una bella freschezza supportata da una degna trama materica. Elegante

Damijan Podversic Nekaj 2013: tocai friulano di sostanza. Macerazione di 80 giorni e affinamento in botte per quasi due anni; il risultato è un vino vibrante, con sentori di polpa di frutta matura e candita. Pesca, albicocca, ma anche spezie, miele, note leggermente balsamiche e agrumate. Esuberante

Marjan Simčič Pinot Nero Opoka 2013: Pinot Nero da un vigneto considerato un Gran Cru, affinato per 48 mesi in barrique, delle quali il 30% nuove. Il riusultato è preciso, molto dritto e inappuntabile nei sentori di frutta di bosco, di erbe officinali con dei profumi terziari già presenti ed eleganti. Austero

D’Araprì Riserva Nobile 2013: splendida interpretazione del bombino bianco in purezza spumantizzato con sapienza e lasciato riposare 48 mesi sui lieviti. Al naso è intenso ed elegante, con note avvolgenti di pasticceria contornate da note più citriche. In bocca è intenso con un perlage di una bella finezza. Spumeggiante

Florio Aegusa Riserva 1989: Marsala Superiore semi-secco ambra di solo Grillo  fatto sostare per 19 anni anni in antichi carati da 300 litri e da luglio 2008 in bottiglia. Il risultato è un vino di uno di quei colori che non hanno scala nelle schede di degustazione, ricorda un topazio per la sua brillantezza. Senza neanche avvicinarlo al naso i sentori di frutta disidratata, di dattero, di fico, di frutta secca, assieme a note di spezie dolci, incenso e caramello, si mischiano con l’uva passa, la zagara, la buccia d’arancia candita: un mondo antico siciliano nel bicchiere. In bocca è profondo, lungo e di grande intensità, stupisce per l’equilibrio, esalta per la spinta gustativa, entusiasma per la bevibilità così facile nonostante gli anni. Senza tempo

 

Le emozioni che ci portiamo dietro dopo questa esperienza sono tante e la bellezza delle persone incontrate e dei vini assaggiati in un contorno così splendido trascende ogni attesa per gli assaggi, ogni difficoltà nella comunicazione nella calca, ogni dispiacere per essere arrivati tardi ad assaggiarne alcuni. Il mondo del vino regala emozioni dietro l’angolo solo a chi ha voglia di mettersi in marcia per scoprirle.

Modena Champagne Experience 2017


L’8 e il 9 Ottobre 2017 a Modena si è svolta una delle più grandi manifestazioni mai realizzate sulle bollicine d’Oltralpe.

Modena Champagne Experience, ha chiamato a sé tutti i più grandi importatori d’Italia, nomi del calibro di: Sagna, Velier, Pellegrini, Banfi, Rinaldi, Balan e tantissimi altri. Il tutto immerso nella cornice dell’incantevole Modena, con i suoi tesori architettonici dichiarati patrimonio UNESCO; posizione strategica ideale per poter permettere a tutti gli appassionati di bollicine del centro-nord Italia di fare un breve viaggio di qualche ora.

Al fine di poter raccontare al meglio questo evento, noi di Wonderland abbiamo scelto di partecipare a tutte e due le giornate, così da poter, per quanto possibile, gustare le nuove annate e assaggiare nuovi produttori.

Per riportare l’esperienza vissuta, abbiamo pensato di scrivere un articolo raccontando le tre bottiglie delle tre aziende che ci hanno colpito di più, seguendo la logica organizzativa dell’evento che ha suddiviso i produttori in: Maison Classiche, Côte de Blanc, Vallée de la Marne, Montagne de Reims e Aube.

Tra le Maison Classiche ci ha particolarmente colpito l’azienda Palmer & Co con il suo Amazone composto da solo vini di riserva e tenuto sui lieviti per circa tredici anni. Un vino di un enorme ventaglio olfattivo, in bocca è intenso e cremoso con una piacevole scia sapida in chiusura.
Altra bottiglia da non perdere è La Grande Année Rosé 2005 di Bollinger, un capolavoro enologico. Questa tipologia venne prodotta solo dopo la morte di Madame Bollinger che non amava i rosé. Matura otto anni sui lieviti. In bocca colpisce per la sua avvolgenza e il suo straordinario equilibrio, sicuramente un vino che meriterebbe più di un assaggio per poterlo descrivere.
L’ultima bottiglia che inseriamo in questa categoria è Princes Blanc de Blanc dell’azienda De Venoge. La bellissima bottiglia richiama la forma del decanter, l’uvaggio è solo Chardonnay che riposa sui lieviti per tre anni. In bocca è immediato, piacevole e con un bel finale agrumato-minerale.
In Côte de Blanc abbiamo potuto apprezzare Les 7 Crus di Agrapart composto con i principali Crus dell’azienda: cinque facenti parte della Côte de Blanc e due della Vallée de la Marne. Quasi tutto Chardonnay con solo un 10% di Pinot Noir. E’ uno Champagne di gusto, che lascia una bocca pulita e lo si può apprezzare come aperitivo o semplicemente da solo.
La seconda bottiglia scelta è quella di Pierre Legras con il suo Blanc de Blanc Grand Cru. Un’azienda con 10 ettari di proprietà nel comune di Chouilly. Champagne di grande finezza, colpisce per la sua eleganza già dal primo sorso e con un finale sapido di lunghissima persistenza.
L’ultima che inseriamo in questa categoria è la Cuvée Blanche de Castille di Colin. Il 60% dei vini di riserva è fatto con il metodo ‘solera’ e solo il 40% con i vini d’annata. Questo Champagne regala un assaggio di grande piacevolezza, si apre al naso con una intensa frutta esotica matura per poi regalare in bocca cremose note di pasticceria.
Per la Vallée de la Marne abbiamo assaggiato tre fuoriclasse assoluti.
Stiamo parlando degli Champagne di Dehours & Fils, in particolare ricordiamo Le Generaux che proviene da un vecchio vigneto piantato nel 1979 a sole uve Meunier e che riposa sui lieviti 72 mesi.
L’Ame de la Terre di Francois Bedel che Matura 96 mesi sui lieviti. Sorprende al naso per le delicate note speziate ed in bocca per il suo meraviglioso equilibrio.
Joseph Desruets con il Sous les Clos Premier Cru 2009; Champagne che riposa sui lieviti per 84 mesi. Grande impatto olfattivo di crosta di pane appena sfornato, al palato colpisce la notevole struttura e la nota torbata di sottofondo.
Per le Montagne de Reims abbiamo selezionato i tre migliori sorsi in: Marguet, Paul Bara e Roger Coulon.
Shaman 13 Grand Cru Extra Brut di Marguet è prodotto con le vecchie vigne provenienti dal villaggio di Ambonnay. Champagne con prevalenza Pinot Noir e con un 20% circa di Chardonnay. L’olfatto è raffinato e complesso, in bocca ha una straordinaria profondità e una ricchezza sapida nel finale.
Il Reserve Grand Cru di Paul Bara si apre con un impatto olfattivo che ricorda la crosta del parmigiano, per poi virare sulla frutta candita e bergamotto, in bocca il perlage è sottile e cremoso con una grande freschezza agrumata appagante.
Infine il Reserve de l’Hommée di Roger Coulon. Champagne incantevole il cui nome “L’Hommée” indicava l’antica misura agraria che si basava su quanta vigna un uomo riusciva a lavorare in una giornata. Elegante la dinamica gustativa, con ritorni di brioche e spezie.
Avremmo voluto dare anche i tre nomi dell’Aube, ma per questa sessione di Modena Champagne Experience non c’è stato il tempo, pertanto, sperando che questi consigli vi saranno utili, attendiamo con ansia il prossimo anno.
Santé!

 

 

 

Il tartufo che non c’è


Alba è, per me, da oltre dieci anni, sinonimo di tartufo. Bianco, certo. La fiera internazionale che si tiene ogni autunno è una galleria di prelibatezze del territorio affacciata sull’affascinante palcoscenico dei tartufai e delle aste. Quest’anno, tuttavia, nonostante la buona volontà della rodata organizzazione, di tartufo ce n’è davvero poco. In asta oggi (14 ottobre) il prezzo è 500 euro per 100 grammi e i cercatori giurano che andrà a salire. La terra di Langa è secca, i cani non riescono a scavare. Quand’anche piovesse, mi spiegano, i tuberi si formano già durante l’estate, quindi, ora c’è ben poco da sperare. E poi ci sono altri spettri, legati soprattutto all’ingresso in Italia di tartufi importati dall’est e perfino dalla Cina, raccolti in terreni ad alto rischio di contaminazione da metalli pesanti. Pochi, piccoli, cari ma pur sempre profumatissimi. Una delizia per il naso prima ancora che per il palato. Per questa volta mi accontento di un tartufino da venti euro, giusto per godere con mia figlia di quei cinque minuti di aromi straordinari che arricchiranno i nostri tajarin domenicali. Per fortuna c’è tutto il contorno che va dai formaggi, ai salumi, alle nocciole (straordinaria la torta fatta senza farina), alle paste fresche e, naturalmente, al vino. Mi soffermo all’enoteca, un po’ caotica, per poi ripiegare sui produttori. Incontro, in particolare, i ragazzi dell’Istituto Enologico Statale Umberto I di Alba, che hanno vigne e cantine proprio in città. Ben riuscito il Barolo Castello 2009, dal territorio di Grinzane. Proseguendo incontro una nostra vecchia conoscenza, Gabriele Baldi, che mi racconta di una vendemmia parca ma di qualità e mi offre il loro sempre piacevole Moscato d’Asti 2016 e la sua versione passita Orocolato.
Soddisfazione parziale, insomma e anche una certa preoccupazione per questo clima impazzito. La qualità e le eccellenze del nostro territorio sopravviveranno, non ho dubbi, ma a quale prezzo?

Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Tripel B Fest – Torino Docks Dora


Ai Docks di Torino è ormai conosciutissima e affermata la realtà del Tripel B beer shop: tre coppie di amici hanno scommesso sulla birra belga, che selezionano e importano in Italia da circa due anni.

Per la durata dell’intero weekend  Tripel B ha organizzato un evento davvero interessante, il Tripel B Fest: un festival della birra, un momento di divertimento e aggregazione sociale, che pone al centro la birra di qualità e l’abbinamento gastronomico, nel contesto post-industriale dei Docks, con la presenza di laboratori del gusto, street food e ben 13 mastri birrai dal Belgio che propongono un’ampia scelta di birre: si trovano le blanche, le blond, le stout, le tripel che storicamente sono le ale di maggiore struttura.

Noi ci siamo soffermati soprattutto sulla degustazione di alcune birre davvero interessanti, guidati anche dagli ottimi consigli di Miguel, uno degli ideatori della manifestazione nonchè belga e vero intenditore di birra.

 

 

Siamo partiti da una particolare “Berliner Framboos” prodotta dal birrificio Alvinne, una weiss fatta con frumento e segale che fa 8 mesi in vecchie botti a cui viene aggiunto un 4% di lamponi e altri 4 mesi di botte: è una birra leggera che gioca sulla spiccata freschezza accentuata dalla sensazione di frutto, ma bilanciata da un buon corpo.

 

 

Un birra che abbiamo avuto modo di apprezzare altre volte è la Bertinchamps Triple, una Triple Ale ambrata molto morbida, piena e voluttuosa in bocca con un bel contrasto tra la sensazione dolce e quella amara ed una nota caramellata. L’abbiamo gustata in abbinamento ad un grigliata di carne argentina.

 

 

 

La vera sorpresa per noi è stata la Buffalo Grand Cru dello storico birrificio Van Den Bossche: una stout invecchiata 10 mesi in vecchie barrique usate per i vini di Bordeaux: l’abbiamo trovata estremamente complessa nei profumi e al palato, di corpo e comunque fresca. Una birra da meditazione che infatti abbiamo sorseggiato sul finire della serata con molto piacere.

 

 

 

Tutto questo per dirvi che siete ancora in tempo … http://www.tripelb.com/tripelbfest2017/

Luigi Moio al Salone Internazionale del Libro di Torino


Questo weekend, non abbiamo partecipato a nessuna fiera legata al vino, ma siamo stati ad un evento che nessun Torinese dovrebbe mai perdere, il Salone Internazionale del Libro.

Questa manifestazione, da sempre legata indissolubilmente alla città di Torino, ha accarezzato per un attimo la possibilità di essere spostata a Milano, ma senza alcun successo.

Noi siamo andati domenica e abbiamo partecipato agli incontri di tanti personaggi noti del mondo della letteratura italiana come Roberto Saviano, Dacia Maraini, Concita De Gregorio, Marco Travaglio e tanti altri.

Gironzolando tra le varie sale, ci siamo imbattuti all’evento organizzato da Slow Food Editore, in cui due personaggi illustri, il Professor Luigi Moio e Fabio Pracchia, presentavano i loro libri.

Il primo, noto Docente dell’Università di Napoli Federico II e massimo esperto al mondo sui profumi del vino, il secondo, giornalista e vice curatore della guida e del sito di SlowWine.

Il libro del Professor Moio, il Respiro del Vino, è un’autentica pietra miliare, un libro immancabile per chi ama il vino perché tratta, in maniera semplice, argomenti complessissimi sulla natura dei profumi del vino. Durante l’intervista, il professore ha spiegato che un vino non può avere più di tre descrittori olfattivi e tutto il resto è suggestione, è qualcosa da non dover prendere in considerazione.

Inoltre, ha tenuto a precisare che le “puzze” del vino non sono mai pregi o espressione di un terroir ma sono difetti che tendono a coprire il territorio d’appartenenza e che i vini buoni si fanno solo grazie alla conoscenza di ogni parte del processo produttivo, partendo dalla vigna. L’enologo, ha solo il compito di assistente a tale processo, intervenendo il minimo possibile. Ha inoltre puntualizzato che la sua azienda Quintodecimo aggiunge, nei suoi vini rossi, fino ad un massimo di 18 grammi litro di SO2, che è ben al disotto del limite massimo consentito.

Purtroppo la conversazione tra i due partecipanti, moderata da Tiziano Gaia non ha consentito al professore di poter parlare in maniera approfondita del suo libro. Ad ogni modo, noi l’abbiamo acquistato e ce lo siamo letti e consigliamo di farlo anche a voi, se volete capire seriamente cosa c’è dietro il respiro del vino.

Luigi Moio, Il respiro del vino, Mondadori, 2016

Comunicazione del vino e valore della conservazione dei vitigni tradizionali


Sabato scorso, nel Castello Cavour a Santena, l’Ais ha patrocinato la VII Giornata Nazionale della cultura del vino e dell’olio, tra scienza e preservazione dei vitigni tradizionali, con un occhio al presente e al futuro.
Anna Schneider, la maggiore esperta italiana di ampelografia, ci guida alla scoperta dei vitigni e ci invita a non farci travolgere da un mondo in cui dicerie e fake news rischiano di deformare in modo ingiustificato il nostro livello di conoscenza del vino. Un intervento, il suo, di grande spessore, in cui siamo accompagnati alla comprensione ragionata del lavoro degli ampelografi come base per la scoperta e la conservazione dei vitigni, basandosi sui dati scientifici che la genetica molecolare è oggi in grado di offrirci.

L’invito è a prestare sempre maggiore attenzione alle fonti, soprattutto per chi è chiamato a fare comunicazione, noi Sommelier in primo luogo. Sfateremo così falsi miti, come quello del Syrah di Shiraz, un falso legato probabilmente solo all’esotica assonanza, o delle Malvasie di Monemvassia, fenomeno più commerciale che reale per via della notorietà del toponimo.
Un monito, infine, a chi dovrebbe finanziare la ricerca e spesso, invece, latita, alimentando per tutta risposta luoghi comuni, dicerie e finanche una legislazione disattenta e incompleta.
Ciò impatta, fra l’altro, sulla conservazione del patrimonio ampelografico minore, i cosiddetti vitigni autoctoni o, meglio, tradizionali, quelli la cui tipicità e franchezza sono più profondamente legate ai nostri luoghi del vino.
Conservare Avanà, Baratuciat, Moscato nero, Cari, Neretto, Albarossa, Gamba di Pernice, Doux d’Henrie, Ramìe, Slarina, Uvalino, Rossese bianco, Malvasia moscata, Caricalasino… questa sì, è una vera sfida. Ma necessita anche di sperimentazione e di una legislazione più elastica, che consenta di mettere in etichetta i nomi di questi e di altri vitigni.
Fuori ci attendono le bottiglie, una trentina. Vini buoni, ma, a mio avviso, non eccellenti purtroppo e ancora profondamente dipendenti dall’interpretazione che ne dà il singolo produttore.
E così, l’entusiasmo del neofita è un po’ messo a tacere dall’esperienza e mi fa supporre che, se mai si investirà davvero su queste produzioni, si otterranno grandi risultati, come è stato per il Timorasso a Tortona e la Nascetta in Langa, ma, per ora, siamo ancora all’inizio del percorso.

Senza Etichetta


Sono anni che a Torino c’è un piccolo grande evento dove pochi produttori in un clima di mera convivialità si recano e fanno degustare i loro prodotti. Questo evento si chiama Senza Etichetta ed il luogo è il Molo Di Lilith.

Ero andato a trovare Ezio Cerruti per assaggiare il suo meraviglioso Sol quando mi chiese: ”Sabato, vieni a Senza Etichetta?”. E’ così che conobbi questo evento, che prima non avevo mai sentito nominare, era il 2013.

Da quel giorno non persi mai un appuntamento.

Senza Etichetta viene organizzato due volte l’anno, in genere in Maggio e in Dicembre e il posto è sempre lo stesso, il Molo di Lilith.

Il Molo è un circolo ARCI, gestito in maniera sapiente da dei ragazzi che, con materiale di recupero, hanno saputo creare questo piccolo gioiello.

Questo evento, negli anni, ha visto produttori del calibro di Tenute Dettori, Azienda Crealto, Marino Colleoni, Ezio Cerruti, Andrea Tirelli, Giovanni Canonica e tanti altri.

Il creatore di questo evento, il talent scout di questi vignaioli incredibili, è uno: il giornalista Marco Arturi.

Appena arrivati al Molo, Marco ci consiglia di iniziare con i vini della zona del Carso così facciamo conoscenza con la prima new entry di quest’anno Matej Svara.

Matej ha mezzo ettaro nella parte slovena e produce Vitovska, Malvasia e Terrano, che è una sotto-varietà del Refosco. La sua Vitovska più vecchia, fa affinamento in una damigiana di 54 litri e va in bottiglia dopo un anno. Molto interessante il suo blend 70% Vitovska e 30% Malvasia.

Il tour prosegue con un’altra new entry, anch’essa della zona del carso, ma questa volta dalla parte italiana, l’azienda Milic.

I vini ci vengono presentati dalla figlia del produttore, una ragazza carina e ben preparata, vestita di un abito bordato di tappi di sughero. Ci spiega con grande passione la sua zona, i terreni rossi, le doline, la bora che è di grande aiuto per chi vuole produrre Bio, perché non permette il formarsi di marciumi e, infine, prima di arrivare agli assaggi, ci spiega che tutto viene fatto a mano, compreso l’imbottigliamento e l’etichettatura.

I loro vini sono assolutamente territoriali, la Malvasia 2015 è una poesia, al naso la pesca, il tiglio, ma anche il dattero invogliano alla beva fresca, equilibrata e lunga. Tra i rossi il loro ottimo Terrano 2015 è ricco e succoso e con un finale delicatamente speziato.

Finita la degustazione ci giriamo intorno in cerca di qualcuno meno impegnato al fine di poterlo stressare con le mie domande e troviamo l’azienda Garella che, in provincia di Biella, ha vigneti con più di 100 anni d’età su terreni porfidici. I vitigni coltivati sono principalmente Nebbiolo e Croatina. I loro non sono vini, sono capolavori che vengono commercializzati solo dopo molti anni di cantina. Ad esempio, il Numech, che in Piemontese significa Soltanto, è un nebbiolo in purezza e fa 1 anno di acciaio e 4 anni di barrique. Il Juan, dal nome del precedente proprietario, fa 2 anni in acciaio e 6 di legno ed è prodotto con il 50% di Nebbiolo, il 30% di Croatina e il restante Vespolina, Chatus e Negrera. Proprio quest’ultima varietà è stata ritrovata in queste vigne dall’Università di agraria di Torino dalla Prof.ssa Anna Schneider.

Dopo una prima serie di assaggi abbiamo sentito la necessità di prenderci una pausa per provare la cucina di Marta Becco. La farinata e la bruschetta con crema di piselli erano sensazionali.

Riprendiamo il giro con l’azienda Canlibero che produce in provincia di Benevento. Le loro etichette sono di una bellezza unica! Producono quattro vini, V for Vittorio, dedicato al figlio, è meraviglioso, un blend di 70% Trebbiano e 30% Fiano a cui fano fare 8 giorni di macerazione sulle bucce.

Allo stesso banchetto troviamo anche l’azienda Fattoria San Vito, azienda toscana in provincia di Pisa, il loro Santopietro 2015 è da sturbo! Il nome deriva dal torrente che si trova in mezzo alle vigne. Al palato ha un bellissimo frutto maturo di ciliegia che termina con una delicata nota tostata di cacao. Se lo trovate da qualche parte prendetelo!

Un’altra azienda molto interessante è Cantine Valpane, il proprietario Pietro Arditi è un genio! Trasforma vitigni come Grignolino, Freisa e Barbera in piccoli capolavori enologici. La sua Barbera “Superiore” 2004, Perlydia, è una bomba!

Proseguiamo gli assaggi con la Casa dei Cini. Clelia, la proprietaria, è un personaggio autentico, sincero e schietto, proprio come i suoi vini. L’azienda è sita in Umbria, a sud del lago Trasimeno. Hanno circa 3,5 ettari di vigna. Tra i tanti progetti, stanno cercando di riabilitare una varietà autoctona del perugino ormai estinta che si chiama Dolciame. I suoi vini sono beverini, a tutto pasto e le etichette delle bottiglie sono talmente belle che finita la bottiglia non riuscirei a buttarla. Il Malandrino 2015 è il mio preferito, un blend di Ciliegiolo, Aleatico, fogliatonda e Malvasia bianca che vengono raccolte e vinificate tutte assieme.

Di produttori bravi in questo evento ce n’erano molti, posso ricordare i ragazzi del SoloRoero, l’azienda Vigne dei Boschi e Podere Orto.

Senza Etichetta è un evento dove il vino fa da sfondo, è una scusa per stare insieme, per rivedersi, ridere e trascorrere una giornata diversa dalle altre, in una cornice informale che solo il Molo di Lilith può regalare.

Castagnole Lanze: Tra Langa e Monferrato


È giunta ormai alla trentanovesima edizione la Festa della Barbera a Castagnole delle Lanze, piccolo Comune astigiano di poco meno di 4.000 anime, che sorge tra colline vitate che guardano verso il Monferrato, a pochi passi dalle Langhe.

Si tratta di una delle prime manifestazioni di questo tipo in Piemonte, una vera festa per celebrare la Barbera e suoi viticoltori, il tutto condito da prelibatezze che, di cortile in cortile, è possibile assaggiare. Quindi ci si mette in fila nelle piazze e nei cortili, tra la parrocchiale barocca di San Pietro in Vincoli e le chiese di San Rocco e della confraternita dei Battuti Bianchi. Si possono assaggiare piatti di carne cruda di fassona, robiole con cognà, risotto al barbera, fonduta al tartufo nero e tante altre cose buone. Naturalmente a ogni punto di ristoro c’è un produttore che presenta i propri vini.

La Barbera, giustamente, la fa da padrona, ogni produttore propone le proprie versioni in degustazione assieme agli altri vini della propria cantina, sia per promozione, sia per accompagnare i buoni piatti in degustazione.

Nel piacevole giro fatto la domenica a pranzo ho cercato soprattutto le particolarità oltre alla Barbera, scoprendo interessanti proposte.

Partiamo con Cascina Carlot, che propone il MoSec, interessante blend di Moscato bianco 70% e Traminer 30% vinificato secco. L’aromaticità dei due vitigni si fonde e il Traminer rende la trama alcolica più intensa donando corpo e intensità gustativa.

Cascina Galarin propone un Monferrato Rosso Bricco Rorisso, ottenuto da Barbera 75% e Cabernet Sauvignon 25% elegante e intrigante; la Barbera rende una bella spalla acida e il Cabernet ne dà il corpo e l’intensità. Al naso intenso, complesso, in bocca risente dell’annata 2012 e risulta un po’ erbaceo, ma dà l’idea del carattere che viene fuori dall’affinamento in piccole botti di rovere di Slavonia per almeno 18 mesi.

Da Gianni Doglia non si può non assaggiare la sua Barbera Bosco Donne. In questa eccezione alla ricerca della particolarità oltre alla Barbera, si trova nel bicchiere un vino di rosso rubino intenso, riflessi violacei. Al naso una ciliegia tipica e topica che colpisce per intensità, per poi sfumare nella mora, oltre alla rosa e alla peonia. Il tutto esaltando le caratteristiche del vitigno al massimo, senza cercare vie facili attraverso il legno, come da filosofia del produttore.

Con il dolce si arriva da Dogliotti 1870 e, con il bunet, si abbina fantasticamente il loro Vermouth 18/70 a base moscato. Nel bicchiere colore dorato dei toni del moscato, al naso le note intriganti ed espressive delle botaniche aggiunte in infusione per la creazione del vino aromatizzato. Un grande omaggio a questa tradizione piemontese, il risultato è di grande eleganza, che in bocca esplode con grande armonia coniugando la dolcezza del moscato e il finale leggermente amaro delle spezie ed erbe in infusione.

Ad accompagnare un buon gelato perché non un buon Metodo Classico? Erpacrife ne fa di due tipi, un bianco e un rosé. Parlare con loro è sempre un piacere, ti rendi conto del fatto che lo facciano principalmente per passione. Allora il bianco di Erbaluce, Cortese, Timorasso e Moscato bianco, 24 mesi sui lieviti a dosaggio zero stupisce per il blend e per la freschezza e per il bouquet al naso insolito. Il rosé di Nebbiolo ha un bellissimo colore e al naso si apre una buona fragranza di crosta di pane e burro di cascina, fiore e frutta che rimandano più al rosso che al bianco, nella precisa intenzione di ERickPAoloCRIstianFEderico di far esaltare il Nebbiolo anche in questo Metodo Classico 24 mesi sui lieviti.

In conclusione di questo giro ho voluto festeggiare la Barbera bevendo un vino di un produttore a me molto vicino, mio figlio di 4 mesi. Infatti per la sua nascita, a dicembre, gli ho regalato l’adozione di due filari nel comune di Castagnole. Dal 2010 l’Amministrazione, ha lanciato l’iniziativa “Adotta un filare“, che consente di adottare venti metri di filari di Barbera, ricevendo in cambio 12 bottiglie di vino “Lanze”. Al bicchiere il vino è di un rosso rubino vivace con intense tonalità violacee, al naso è tipicamente fruttato e floreale con una bellissimo bocciolo di rosa e una ciliegia croccante. In bocca è intenso e persistente, di gran freschezza e molto piacevole. Insomma una bellissima iniziativa che merita il più grande spazio possibile per la bellezza del messaggio che manda e la qualità del prodotto che regala.