Riesling L’AMAN 2015 Anna Maria Abbona


Colore Giallo Paglierino con riflessi verdolini.
Intenso al naso e con un ventaglio di profumi che vanno dalla frutta fresca come la nespola, al floreale, tarassaco e camomilla. Il caleidoscopio si conclude con una bella nota minerele di selce e piccoli sbuffi di idrocarburo.
In bocca è pieno ed equilibrato. La nota calorica viene elegantemente mitigata dalla splendida freschezza e sapidità.
Il finale è avvolgente con ritorni di erbe armatiche.
Noi lo abbiamo abbinato ad un caprino a pasta semidura.

Giornata in Langa da Giacomo Fenocchio


E’ una giornata di settembre, tiepida, leggermente ventosa, il cielo è un po’ coperto e gli spiragli di sole rendono più vivi i colori del paesaggio langarolo che, provato da questa lunga estate calda, mi regala sempre un gran senso di pace.

Siamo ospiti dell’azienda Giacomo Fenocchio in località Bussia Zanassi: la frazione è nel territorio del comune di Monforte d’Alba, anche se in linea d’aria ci troviamo più vicini a Barolo.

La cantina dell’azienda e la casa della famiglia Fenocchio sono adiacenti, all’interno della sottozona Bussia, una delle menzioni geografiche aggiuntive più estese e storiche di Barolo che, partendo dal comune di Monforte, si incunea a Nord verso il comune di Castiglione Falletto.

L’ampio terrazzo di casa Fenocchio si affaccia su uno stupendo anfiteatro naturale quasi interamente coltivato a nebbiolo: una volta di più ho la conferma che spesso i grandi vini si fanno in luoghi di incredibile bellezza, dove uomo e natura trovano un equilibrio duraturo.

Ci ospita Nicoletta, moglie di Claudio, molto loquace e simpatica ci racconta senza sosta delle vigne, dei terreni e del lavoro in cantina mentre i vini, quelli, si raccontano da sé.

I vini rossi d’entrata sono il Dolcetto e la Freisa, ma la nostra degustazione inizia dal Nebbiolo e dalla Barbera d’Alba che ci danno subito una chiaro esempio dello stile del produttore, alla ricerca di vini puliti e territoriali.

La Barbera, prodotta da vigneti fuori dalla Bussia, presenta un ottimo equilibrio tra morbidezze ed acidità risultato di prove ed esperienza; secondo Nicoletta infatti la peculiarità di questo vitigno non deve essere troppo sacrificata, per questo la scelta di usare poco legno. È un Barbera che molti amano definire “nebbioleggiante”, forse perché condivide con il Nebbiolo base gli stessi terreni e la stessa metodologia di vinificazione e di invecchiamento: fermentazione in acciaio con 10 giorni di macerazione, riposo in acciaio per i primi 6 mesi ed i successivi 6 in botti grandi di rovere.

Le versioni di Barolo prodotte dall’azienda sono quelle corrispondenti alle quattro MGA in cui possiede le vigne: la maggior produzione è in Bussia dove, da cinque ettari di vigna, si producono annualmente all’incirca 25000 bottiglie, poi vengono il Villero e il Castellero di un ettaro ciascuna, con qualche migliaio di bottiglie prodotte, ed infine il Cannubi che con solo mezzo ettaro di proprietà costituisce l’appezzamento più piccolo dell’azienda per una produzione di circa 3000 bottiglie.

La viticoltura è convenzionale e il barolo è assolutamente classico nei modi di vinificazione e invecchiamento che sono gli stessi per tutte e 4 le etichette: fermentazione con lieviti indigeni ad una temperatura controllata mai superiore ai 31 gradi, 40 giorni di macerazione in acciaio, per la massima estrazione, e dopo un primo riposo di 6 mesi in acciaio l’invecchiamento continua per 30 mesi in botti grandi di Slavonia e qualche tonneau.

Si tratta di una vitivinicoltura senza particolari segreti, dove gli elementi fondanti sono il vitigno, il territorio e l’esperienza nella coltivazione e vinificazione del Nebbiolo tramandata dalle precedenti generazioni: questa caratteristica la si riscontra in tutti i grandi produttori di Barolo.

Assaggiamo l’annata attualmente in commercio, la 2013: tutti i Barolo sono molto puliti ed espressivi e si distinguono tra di loro per sfumature da attribuire a fattori naturali quali la composizione dei terreni, l’esposizione e l’età delle vigne. Per esempio il Villero e il Bussia, che si trovano in terreni di origine elveziana sono più strutturati e duri ma, nonostante le stesse altimetrie ed esposizioni, si distinguono per il fatto che le vigne del Villero sono molto più vecchie (circa 65 anni) ed hanno una resa minore, donando al vino un colore rubino intenso ed al naso note fruttate di prugna, mentre il Bussia vira su sfumature granate e profumi di rosa e liquirizia. Il Barolo Cannubi e Castellero, entrambi da terreni tortoniani geologicamente affini, si presentano eleganti ed intensi nei profumi, con tannini più smussati.

E’ sempre più difficile per noi semplici appassionati assaggiare vecchie annate di Barolo che il mercato, sempre più globale ed esigente, richiede e consuma in brevissimo tempo; Nicoletta ci racconta che dopo la crisi del 2008 sono cresciute moltissimo le esportazioni verso gli Stati Uniti, oggi primo importatore, e si sono rafforzati anche i legami commerciali verso paesi europei come Svizzera, Germania e i paesi Scandinavi: oggi circa l’80% del Barolo prodotto è esportato all’estero.

Concludo menzionando il Barolo riserva Bussia 90 dì del 2011, che come da disciplinare fa un anno in più di botte grande e uno in più di sosta di bottiglia. E’ il top della produzione di Giacomo Fenocchio e certamente quello che più ci ha più emozionato. Al naso è più intenso e caleidoscopico della versione non riserva, con profumi floreali, di sottobosco,  tartufo e torrefazione ed effluvi balsamici. Il tannino è ben presente, assolutamente equilibrato e piacevole, dovuto certamente allo stile di vinificazione, che prevede una lunghissima macerazione sulle bucce di ben 90 giorni, usanza che è stata ripresa dalla tradizione. Al gusto è pieno, armonioso, perfetto nello sviluppo e con una persistenza lunghissima.

 

Il tartufo che non c’è


Alba è, per me, da oltre dieci anni, sinonimo di tartufo. Bianco, certo. La fiera internazionale che si tiene ogni autunno è una galleria di prelibatezze del territorio affacciata sull’affascinante palcoscenico dei tartufai e delle aste. Quest’anno, tuttavia, nonostante la buona volontà della rodata organizzazione, di tartufo ce n’è davvero poco. In asta oggi (14 ottobre) il prezzo è 500 euro per 100 grammi e i cercatori giurano che andrà a salire. La terra di Langa è secca, i cani non riescono a scavare. Quand’anche piovesse, mi spiegano, i tuberi si formano già durante l’estate, quindi, ora c’è ben poco da sperare. E poi ci sono altri spettri, legati soprattutto all’ingresso in Italia di tartufi importati dall’est e perfino dalla Cina, raccolti in terreni ad alto rischio di contaminazione da metalli pesanti. Pochi, piccoli, cari ma pur sempre profumatissimi. Una delizia per il naso prima ancora che per il palato. Per questa volta mi accontento di un tartufino da venti euro, giusto per godere con mia figlia di quei cinque minuti di aromi straordinari che arricchiranno i nostri tajarin domenicali. Per fortuna c’è tutto il contorno che va dai formaggi, ai salumi, alle nocciole (straordinaria la torta fatta senza farina), alle paste fresche e, naturalmente, al vino. Mi soffermo all’enoteca, un po’ caotica, per poi ripiegare sui produttori. Incontro, in particolare, i ragazzi dell’Istituto Enologico Statale Umberto I di Alba, che hanno vigne e cantine proprio in città. Ben riuscito il Barolo Castello 2009, dal territorio di Grinzane. Proseguendo incontro una nostra vecchia conoscenza, Gabriele Baldi, che mi racconta di una vendemmia parca ma di qualità e mi offre il loro sempre piacevole Moscato d’Asti 2016 e la sua versione passita Orocolato.
Soddisfazione parziale, insomma e anche una certa preoccupazione per questo clima impazzito. La qualità e le eccellenze del nostro territorio sopravviveranno, non ho dubbi, ma a quale prezzo?

Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Baladin: oltre le solite note


È facile trovarsi d’accordo sul considerare il “Cantastorie” Teo Musso un genio dell’imprenditoria. Ha aperto il sipario su un settore nel quale noi Italiani non avevamo tante eccellenze e il suo spirito di inventiva ha dato il “la” a generazioni di giovani che hanno scoperto che si poteva fare birra buona e di qualità fuori dal coro, anche in un paese dove il consumo di questa bevanda non è tradizionale.

Non sta a noi dare giudizi sul passaggio da una produzione artigianale/industriale a una industriale/artigianale, sono ritornelli già sentiti e sono poco nelle nostre corde.

Piuttosto, vogliamo sottolineare la caparbietà e l’originalità nel panorama italiano di un personaggio che non segue il tempo, lo crea e ama sicuramente guardarsi indietro a vedere chi è in grado di seguire il suo ritmo.

In un viaggio di piacere, mi è capitato di passare per Piozzo, il paese che ha visto nascere questa avventura e, per rievocare i tempi della gioventù, volevamo riascoltare l’eco delle serate passate in quella birreria. Entrando nella piazza del paese, tutto chiuso e un solo cartello a rompere il silenzio: ci siamo trasferiti seguito da una cartina poco chiara a supporto.
Assecondando le poche indicazioni siamo riusciti ad arrivare a destinazione e ci si è aperto un nuovo mondo ottimamente orchestrato: un vecchio cascinale sistemato con grande armonia in un connubio di diversi generi, come se avessero spostato una tipica cascina piemontese nella savana africana.

E allora ci si trova in un parco africano che si apre ad libitum tra sdraio da accampamento immerse in una vegetazione da Masai Mara e finti fuochi da bivacchi con ombrelloni che sembrano usciti dal film di Pollack. La casa coloniale è, però, un antico cascinale piemontese che sembra raccontare di un tempo molto remoto con il suo forno, le stalle adattate a sala e i piani superiori che ospitano il ristorante Casa Baladin, un bar decorato in stile coloniale, una cioccolateria (sic!) , la barricata per le nuove birre invecchiate e un’acetaia in corso d’opera. Il tutto caratterizzato da uno stile che mixa modernariato ad antico, in un’armonia piacevole e che crea un andamento quasi sinfonico.

Il sistema per prendere da mangiare e da bere è lo stesso già sentito agli eventi Open di Baladin, cambi i soldi e prendi i piatti o la birra nei vari stand. Alette di pollo scoppiettanti nel josper, le ormai note fatate (patate da sacchetto fritte e condite al momento), stinchi e hamburger a chiudere la banda, il tutto accompagnato dalla selezione completa di birra Baladin e da musica che arriva dai vinili sul palco all’entrata.

E poi tanti eventi, un forno a legna e pizzaioli di grido a far pizze, serate di musica dal vivo e ogni domenica il pic-nic Baladin con griglie a disposizione per le famiglie alimentate da un grande braciere centrale; la possibilità di comprare la carne e verdure dal mercato racContadino direttamente dai produttori: “…perché la Birra è Terra e Condivisione”. Un mantra da far risuonare.

Il Ghemme e l’eleganza del nebbiolo


In un pomeriggio dal cielo brillante e illuminato, vado per l’autostrada Torino Milano, in un viaggio intervallato da bianche nuvole, alte e dense. L’autostrada è quasi deserta, sono riuscita a vedere al di là e sono contenta di scorgere piccoli borghi, che destano in me qualche curiosità. Esco, ed inizio ad attraversare risaie e centri praticamente disabitati, questo territorio si presenta con il susseguirsi di campagne praticamente sempre uguali e vecchi cascinali, molti dei quali ormai abbandonati, ne costellano l’orizzonte.

Passato il piccolo comune di Arborio mi accorgo, guardando il navigatore, che presto avrei passato il Sesia, o come scoprirò dire qui, la Sesia. Scorgo quel grande fiume, provenire dal Monte Rosa, e scorrere velocemente lungo la sua valle. Mi pare ora di riformulare i miei pensieri, osservando il paesaggio, d’improvviso più buio, forse a causa di grosse nuvole nere, mi convinco sempre di più che sembri assomigliare a qualcosa che nel tempo si è modificato, molto, diventando un territorio sfruttato, poco abitato, e sicuramente troppo poco conosciuto e valorizzato. Ma l’impetuoso fiume, mi costringe a guardare verso le montagne, dove il massiccio del Rosa è lì: imponente e fermo.

Arrivata a Ghemme, la piazza mi fa venire in mente parole di Pavese “…ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge per un viale di inutili piante si ferma.” Ferma anch’io, guardo oltre i campanili della piazza e mi incammino sui fianchi della valle, che geograficamente prende il nome di Collina di Cantalupo. Sono colline fluvio-glaciali, morene create dal lento fluire del ghiacciaio del Rosa. Sono belle, queste colline, a tratti terrazzate, verdi, rigogliose. I recenti temporali le hanno vigorite, l’erba fra i filari è alta quasi un metro e fiori e spighe crescono fra un fervente ronzio di insetti. La cantina è un luogo sulla strada, calma, pulita.

Mi fanno attendere qualche minuto sotto il portico degli attrezzi, mani in tasca guardo intorno: travi, trattori, damigiane, odore di mosto, quell’odore acre così familiare, da quando ne ricordo. Davanti all’ingresso manufatti in pietra, medievali? Penso di si, me ne convinco e mi siedo per l’attesa. La sensazione è di non essere del tutto nel presente. Il mobilio è austero, in vecchie stampe incorniciate si leggono contratti siglati fra Cluny e i gestori delle terre di proprietà del clero, intorno al 1200, qui nei colli Breclemae. A condurre si presenta delicatamente Alberto (Arlunno) che, senza difficoltà, si avvicina e saluta Carola, 5 anni, con me, chiedendole se è lei a interessarsi di vino.

Alberto sembra essere una conseguenza naturale, una fortuna per questi luoghi, ci sa fare, davvero bene. Il suo è un modo distaccato di guardare il mondo, con occhi che sembra stiano meglio fra i suoi pensieri. Senza astuzie, solo natura e testa. Le sue viti crescono tranquille, un non so che di snob ed un po’ eccentriche. Signore della nobiltà britannica.

Proprio mentre distrattamente penso a queste assonanze, mi si presenta una foto, anni ’80, la Signora Margaret Thatcher riceve qui, degusta il Ghemme, e le si dona il vino di Arlunno.

Alberto ci invita a seguirlo, verso i vigneti, più di 30 ettari vitati prevalentemente a Nebbiolo. La vigna che sormonta la cantina è Nebbiolo e ha nella pancia il luogo di conservazione e ‘l’infernot’ per l’invecchiamento delle bottiglie. Sono due ettari di vigna, dal nome Ronco San Pietro, da cui si possono ammirare le Alpi, il Rosa, e la valle, ora completamente oscurata da nuvole plumbee.

Il vigneto dell’eccellenza è il Breclema, 10 ettari da cui l’area meglio esposta, sud ovest, regala il Collis Breclemae, il vino di punta dell’azienda. Un vero ‘vin de garde’, qualità ancora molto ricercata e raramente realmente posseduta.

Durante la passeggiata parliamo, sempre difficile destare l’attenzione di Alberto, solo su alcune corde si accende. Una regola è parlare di geologia: delle sue colline, la conformazione del Rosa, un’altra la storia. Spiega che a San Pietro e a Breclema, Cluny aveva fondato un priorato di amministrazione, nell’XI secolo, i monaci vi si stabilirono e portarono molto del loro sapere. Questi territori fornirono a partire da allora quasi 1000 anni di ottimi vini, per le tavole regali ed ecclesiastiche, soprattutto nel Lombardo. Ed è proprio in questo contesto fuori dal tempo che noto incorniciate le parole di Cavour, 1849: “…rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare e contribuire a questa crociata enologica.”

Ed ecco che torniamo in cantina, per degustare quelli che secondo la guida AIS sono i migliori Ghemme mai assaggiati. Intorno a noi nuovamente foto, documenti, archeologie, testimonianze dell’orgoglio che Alberto Arlunno dimostra per questa terra, per questo regalo.

Il primo vino però è il suo bianco: il Carolus, un assemblaggio su base di “Greco”(Erbaluce), molto sapido, dall’ottima beva. Ecco passare in rivista alcuni dei suoi Nebbioli. I suoi Ghemme.

Ancora giovani paiono austeri, non facili, già il suo Ghemme 2005 regala sensazioni quasi sublimate. Alte, che parlano all’anima, da far tornare in mente il concetto di vino santo, puro.

Il Collis Breclemae è di struttura, ampio, un colore da premiare, tannini rotondi, dalla lunga vita, sia in bottiglia, sia in bocca. Estremamente soddisfacente, i paragoni con la longevità dei grandi vins de garde borgognoni sono meritati. Forse la sinergia di Alberto Arlunno con il suo terroir è davvero tale. Il suo è un vino elegante.

Interrogato su cosa pensa del suo lavoro risponde:

“Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera, appartenente ad un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto dai nostri avi questi luoghi, questo sapere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di questi luoghi mi fa sentire meno solo, dà un significato a quello che faccio, queste sono considerazioni che mi fanno abbandonare la variabile tempo… sentendo così di appartenere a una famiglia, molto grande, che ha avuto tanti padri e ha tantissimi figli, contadini come me”.

In realtà Alberto contadino è anche un eccellente enologo e laureato in Agraria, e un appassionato storico e amante delle scienze. Lui certamente contribuisce alla definizione di “crociata enologica”.

Noi dal nostro canto ci limitiamo a fare la parte degli estimatori. Di un vino che senza dubbio merita grandi abbinamenti e degustazioni.

 

Amicizie in bottiglia


Sono due anni che ci troviamo costantemente dietro a questo tavolo, nella stessa casa, in pieno centro di Torino, a ridosso di Piazza Statuto. Le solite quattro facce, più qualche comparsa che si aggiunge di tanto in tanto. Sul tavolo, cibi in abbinamento di vario genere, bicchieri e bottiglie rigorosamente avvolte da carta stagnola.

Nessuno sa quali siano i vini degli altri, eccetto il proprio.

Di solito si inizia sempre con una bolla o un bianco, per poi proseguire con vini via via più strutturati.

“Chi inizia?” chiede il padrone di casa.

“Faccio io?” risponde quello alla sua sinistra.

“E’ un vino cristallino, anzi, direi brillante per via di questa bella lucentezza… “

C’è silenzio nella stanza, tutti ascoltano attentamente l’analisi di quel vino ed è concesso intervenire solo quando si arriva alla fase del riconoscimento degli odori.

“Banana, pera, frutti tropicali… un leggero sentore di burro fuso e vaniglia, siete d’accordo?” domanda chi sta conducendo la degustazione.

Terminata l’analisi viene assegnato un punteggio al vino, ma non prima di aver motivato la scelta di quella valutazione.

“Lo premio sul colore, sulla complessità e sulla persistenza… 86”

“Che cosa può essere?” domanda il padrone di casa, proprietario di quella bottiglia coperta.

“Forse uno Chardonnay?” dico io.

“Ok, si, ma da dove può provenire?”

“Data la morbidezza, mi fa pensare ad un frutto maturo che ha preso molta luce, può essere siciliano?” insisto.

“No, vi arrendete?” chiede.

“E’ uno Chardonnay della Galilea prodotta da Golan Heights Winery”

I vini più improbabili li ho bevuti in questa casa. Tutti alla ricerca di quel raro vitigno di quella parte del mondo che va raccolto solo negli autunni di luna piena. Si fa a gara a portare la bottiglia più rara, la meno commerciale, la più sconosciuta.

Maledetti! Quante cantonate ho preso, ma, nonostante tutto, quanta voglia di conoscere e misurasi.

Quello che inizialmente era uno studio di preparazione all’esame da Sommelier è diventato, con il tempo, un laccio che ha intrecciato le nostre vite. Cosa non si dice degustando del buon vino. Questo liquido odoroso, come lo chiama Sandro Sangiorgi, è un grimaldello che apre i nostri cuori e li mette in comunicazione con gli altri, è questo quello che si intende per convivialità, ci libera delle nostre maschere almeno per un momento e, per un momento, si ritorna bambini, si vive di ricordi, ci si racconta le storie più intime, le debolezze e quei peccatucci che ognuno di noi sapientemente tiene segregati in quella parte di sé che poi, giorno dopo giorno, dimentica.

Freisa eroica


di Pierluigi Modesti e Mattia Polello

Luca Ferrero è un ragazzo giovane e di pochi sorrisi: il suo sguardo racconta di lavoro, passione e tante speranze con un un po’ di apprensione verso il futuro.
Ca’ del Prete, l’azienda agricola che ha rilevato dallo zio circa otto anni fa, ha meno di cinque ettari di vigne.

Luca ha tante idee su come fare il vino ed evidentemente un rapporto viscerale con la sua terra: è persona di grande umiltà e semplicità, testimone di un mondo contadino forse dimenticato, almeno da noi cittadini, abituati a vite frenetiche e ad un concetto consumistico del tempo.

Ci troviamo a Pino d’Asti, nell’Astigiano al confine con il Chierese: una zona collinare suggestiva dove buona parte del territorio è ancora ricoperta da zone incolte, noccioleti  e piccoli boschi, tra le quali si trovano, nelle posizioni meglio esposte, alcune vigne, quasi isolate le une dalle altre.

In questa terra il vitigno Freisa ha una sua storia di almeno 300 anni, ed è il vitigno d’elezione: occupa i vigneti con i migliori terreni ed esposizioni, come, invece, non gli capita in altre zone del Piemonte, dove è relegato nei fondo valle, quasi sempre per produrre vini da tavola frizzanti.

I terreni sono argillosi, calcarei e sabbiosi, diversi da quelli del Chierese, come diversa è la freisa che si produce, così almeno tiene a spiegarci Luca.

È l’unico produttore ad essere certificato biologico in questo comune, la sua terra gli da tutto ciò che gli serve e quindi va rispettata… nessun trattamento in vigna, solo il piretro per la flavescenza dorata… ed un uso moderato della solforosa, entro i limiti del disciplinare biologico, che dal 2012, ricordiamo, è europeo.

Utilizza solo lieviti indigeni, sapendo che il rischio e di avere un po’ meno controllo sulla fermentazione che può dare una certa volatile a causa delle cariche batteriche. Noi non troviamo assolutamente questo problema nel suo vino e immaginiamo che la pulizia e la sterilizzazione siano fattori decisivi per non alimentare fermentazioni indesiderate. Molti produttori della zona sono rimasti legati all’idea di un vino da tavola, magari in damigiana e di una viticoltura tradizionale con prodotti di sintesi che porta ad avere un’alta produttività (anche 100 quintali per ettaro) a scapito, come sempre, della qualità.

Luca è da solo, a parte un operaio che ogni tanto dà una mano e si occupa di tutto: del lavoro in vigna, della vinificazione, dell’accoglienza clienti e degli aspetti non meno importanti, commerciali, fiscali e della comunicazione… Ma concede anche spazio alla sperimentazione con molte idee e progetti, alcuni parcheggiati e in attesa di risorse economiche.

Nonostante questo non pensa di puntare alla quantità: fare agricoltura biologica significa anche produrre meno, come nella sua vigna d’elezione, da cui produce una freisa superiore, ferma e di corpo, il “Casot”.  La vigna è circondata da poche altre e dai boschi, ha un esposizione ottimale verso sud-est, in testa ai filari ci sono le rose ed alcuni cassette per la nidificazione di quegli uccelli che lo aiutano nella lotta integrata.

I filari abbastanza spaziosi l’uno dall’altro con un totale inerbimento e la produzione non supera i 40 quintali per ettaro.

La Freisa prodotta da questa vigna farà fermentazione in acciaio e poi legno…Barriques vecchie di venti e anche venticinque anni, solo per dare alla Freisa,  che già ha un suo tannino importante e non ha nulla da chiedere al legno, la dimora per un quieto riposo di circa un anno.

Luca non scende a compromessi e non produce vino bianco: sa benissimo che questa terra non ha terreni adatti e non avrebbe soddisfazione dal produrre uno Chardonnay, un Cortese o un Arneis qualunque. Quindi, ha deciso di fare uno spumante Charmat partendo da una Malvasia di Schierano, con un 20% di Freisa, vino perfetto da aperitivo, grazie anche al suo colore rosa carico molto accattivante, così come per accompagnare un dolce, grazie ad un delicato residuo zuccherino.

Per sua scelta e gusto, tende e far surmaturare le uve ed avere dei vini che anche se fanno solo acciaio devono essere soprattutto morbidi e pronti alla beva, come per la sua Barbera che mai diresti che passi solo in acciaio: l’acidità è molto smorzata per dare spazio a frutto, struttura e morbidezza.

Sta anche sperimentando un metodo classico di Freisa e Barbera; per ora le bottiglie, circa un migliaio, sono tutte chiuse con tappo a corona e accatastate. Poi si vedrà.

Degustiamo con lui il suo spumante Charmat, la Freisa vivace, la Barbera e la Freisa Superiore, nella terrazza del ristorante adiacente, la Muscandia, con una bellissima vista sull’omonima valle e sulle colline circostanti… Il ristoratore, molto cordiale, vuole raccontarci della cucina locale. Ci vengono offerte anche dei fiori di zucca freschi, in pastella. Sono ottimi e si accompagnano perfettamente con lo spumante Charmat o la Freisa vivace.

Luca si congeda da noi, dicendo che per lui è grande soddisfazione parlare con persone interessate al suo lavoro e al suo vino; noi lo salutiamo promettendogli che daremo voce a questo mondo vitivinicolo autentico, di sussistenza, ma che, in totale simbiosi e rispetto del territorio, cerca la strada per un vino di qualità.

Poi, immersi nel verde del Monferrato, ci lasciamo tentare dai piatti tradizionali e, allo stesso tempo, innovativi che ci propongono a seguire.