Aspettando il Beaujolais Nouveau


Fenomeno ormai quasi solo francese. L’idea del novello è tramontata, qui da noi, pare. E invece, in Francia, c’è ancora un certo interesse. Sarà per via della qualità che, nonostante la brevità della macerazione carbonica, continua ad essere soddisfacente, sarà forse anche l’uso esclusivo del Gamay, il vitigno che più si presta, probabilmente, a rilasciare quegli aromi così pregnanti di frutta che hanno fatto la fortuna di questo vino allegro, conviviale, facile e tipicamente senza pretese.

Giovedì 17 novembre 2017 è la data ufficiale per la commercializzazione, in Francia: la “Soirée du Beaujolais Nouveau”.

Personalmente proverò volentieri, anche quest’anno, il vino di qualità che privilegia l’agricoltura pulita e senza l’aggiunta di solfiti “per non far venire il mal di testa”, come recitano le recensioni del Donaine de Nugues, già testato lo scorso anno.

Abbinamento? Ovviamente charcouterie francesce e nostrana e le immancabili castagne!

Giornata in Langa da Giacomo Fenocchio


E’ una giornata di settembre, tiepida, leggermente ventosa, il cielo è un po’ coperto e gli spiragli di sole rendono più vivi i colori del paesaggio langarolo che, provato da questa lunga estate calda, mi regala sempre un gran senso di pace.

Siamo ospiti dell’azienda Giacomo Fenocchio in località Bussia Zanassi: la frazione è nel territorio del comune di Monforte d’Alba, anche se in linea d’aria ci troviamo più vicini a Barolo.

La cantina dell’azienda e la casa della famiglia Fenocchio sono adiacenti, all’interno della sottozona Bussia, una delle menzioni geografiche aggiuntive più estese e storiche di Barolo che, partendo dal comune di Monforte, si incunea a Nord verso il comune di Castiglione Falletto.

L’ampio terrazzo di casa Fenocchio si affaccia su uno stupendo anfiteatro naturale quasi interamente coltivato a nebbiolo: una volta di più ho la conferma che spesso i grandi vini si fanno in luoghi di incredibile bellezza, dove uomo e natura trovano un equilibrio duraturo.

Ci ospita Nicoletta, moglie di Claudio, molto loquace e simpatica ci racconta senza sosta delle vigne, dei terreni e del lavoro in cantina mentre i vini, quelli, si raccontano da sé.

I vini rossi d’entrata sono il Dolcetto e la Freisa, ma la nostra degustazione inizia dal Nebbiolo e dalla Barbera d’Alba che ci danno subito una chiaro esempio dello stile del produttore, alla ricerca di vini puliti e territoriali.

La Barbera, prodotta da vigneti fuori dalla Bussia, presenta un ottimo equilibrio tra morbidezze ed acidità risultato di prove ed esperienza; secondo Nicoletta infatti la peculiarità di questo vitigno non deve essere troppo sacrificata, per questo la scelta di usare poco legno. È un Barbera che molti amano definire “nebbioleggiante”, forse perché condivide con il Nebbiolo base gli stessi terreni e la stessa metodologia di vinificazione e di invecchiamento: fermentazione in acciaio con 10 giorni di macerazione, riposo in acciaio per i primi 6 mesi ed i successivi 6 in botti grandi di rovere.

Le versioni di Barolo prodotte dall’azienda sono quelle corrispondenti alle quattro MGA in cui possiede le vigne: la maggior produzione è in Bussia dove, da cinque ettari di vigna, si producono annualmente all’incirca 25000 bottiglie, poi vengono il Villero e il Castellero di un ettaro ciascuna, con qualche migliaio di bottiglie prodotte, ed infine il Cannubi che con solo mezzo ettaro di proprietà costituisce l’appezzamento più piccolo dell’azienda per una produzione di circa 3000 bottiglie.

La viticoltura è convenzionale e il barolo è assolutamente classico nei modi di vinificazione e invecchiamento che sono gli stessi per tutte e 4 le etichette: fermentazione con lieviti indigeni ad una temperatura controllata mai superiore ai 31 gradi, 40 giorni di macerazione in acciaio, per la massima estrazione, e dopo un primo riposo di 6 mesi in acciaio l’invecchiamento continua per 30 mesi in botti grandi di Slavonia e qualche tonneau.

Si tratta di una vitivinicoltura senza particolari segreti, dove gli elementi fondanti sono il vitigno, il territorio e l’esperienza nella coltivazione e vinificazione del Nebbiolo tramandata dalle precedenti generazioni: questa caratteristica la si riscontra in tutti i grandi produttori di Barolo.

Assaggiamo l’annata attualmente in commercio, la 2013: tutti i Barolo sono molto puliti ed espressivi e si distinguono tra di loro per sfumature da attribuire a fattori naturali quali la composizione dei terreni, l’esposizione e l’età delle vigne. Per esempio il Villero e il Bussia, che si trovano in terreni di origine elveziana sono più strutturati e duri ma, nonostante le stesse altimetrie ed esposizioni, si distinguono per il fatto che le vigne del Villero sono molto più vecchie (circa 65 anni) ed hanno una resa minore, donando al vino un colore rubino intenso ed al naso note fruttate di prugna, mentre il Bussia vira su sfumature granate e profumi di rosa e liquirizia. Il Barolo Cannubi e Castellero, entrambi da terreni tortoniani geologicamente affini, si presentano eleganti ed intensi nei profumi, con tannini più smussati.

E’ sempre più difficile per noi semplici appassionati assaggiare vecchie annate di Barolo che il mercato, sempre più globale ed esigente, richiede e consuma in brevissimo tempo; Nicoletta ci racconta che dopo la crisi del 2008 sono cresciute moltissimo le esportazioni verso gli Stati Uniti, oggi primo importatore, e si sono rafforzati anche i legami commerciali verso paesi europei come Svizzera, Germania e i paesi Scandinavi: oggi circa l’80% del Barolo prodotto è esportato all’estero.

Concludo menzionando il Barolo riserva Bussia 90 dì del 2011, che come da disciplinare fa un anno in più di botte grande e uno in più di sosta di bottiglia. E’ il top della produzione di Giacomo Fenocchio e certamente quello che più ci ha più emozionato. Al naso è più intenso e caleidoscopico della versione non riserva, con profumi floreali, di sottobosco,  tartufo e torrefazione ed effluvi balsamici. Il tannino è ben presente, assolutamente equilibrato e piacevole, dovuto certamente allo stile di vinificazione, che prevede una lunghissima macerazione sulle bucce di ben 90 giorni, usanza che è stata ripresa dalla tradizione. Al gusto è pieno, armonioso, perfetto nello sviluppo e con una persistenza lunghissima.

 

Al Gin Day di Milano con Bruno Vanzan


Sento la sveglia ruggire, guardo il telefono e vedo “domenica 10 settembre”; mi alzo con un balzo, stile servizio militare, poi inizia la ricerca del caffè. Mi preparo. Oggi sarà una lunga giornata. Victor Vicquery dell’AIBES Valle d’Aosta ha organizzato la trasferta al Gin Day di Milano; non potevo mancare. Le mie conoscenze in questo campo sono “amatoriali”: è quindi l’occasione giusta per capire, perché il Gin è così di moda.

Alle 13:00 siamo in via Giacomo Watt 15 a Milano. Strappato il biglietto d’ingresso (10€), entriamo ed iniziamo un primo tour tra gli stand. La fiera è separata in due parti: I Gin italiani e i Gin Esteri.

Durante la fase di ricognizione abbiamo la fortuna di conoscere Marco Bertoncini e Giacomo P. Camerano. Iniziamo la conversazione e capiamo subito che abbiamo davanti due esperti, in seguito scopriremo che curano il sito “ilgin.it”.

Ci parlano della storia del Gin e della stampa di William Hogarth del 1751 intitolata “Beer Street and Gin Lane”. Lascio agli interessanti l’approfondimento dell’aspetto storico, molto affascinate, ma troppo articolato in questa sede. Poi arriva il momento di congedarci, li salutiamo, ma conserviamo gelosamente i loro consigli sui gin d’assaggiare.

Iniziamo la degustazione negli stand che offrono prodotti nazionali:

  • Z44 Gin : nasce nelle Distillerie Roner di Termano in provincia di Bolzano. È aromatizzato con diverse botaniche, ma sono le pigne del Pino Cembro che dominano il distillato. Il risultato è un Gin mentolato e fresco, ideale nel periodo estivo.
  • Solo Wild Gin : la tappa successiva è l’azienda Pure Sardinia che realizza questo Gin con una sola botanica: le bacche di ginepro. Ha un sapore verticale – paragonabile ad uno spumante di Pinot Nero in purezza – con un retrogusto di macchia mediterranea. La scritta “Wild” in etichetta non è stata data a caso.
  • Gin Marconi 46 : la Poli Distillerie, azienda veneta che include nelle botaniche classiche l’uva moscato. In bocca è rotondo e delicato, un prodotto che strizza l’occhio al mondo femminile.

Arriviamo ai Gin esteri e il rappresentante della Bombay ci presenta tutta la loro gamma:

  • Bombay London Dry Gin : entry level dell’azienda
    Bombay Sapphire : successo mondiale negli anni 80, fiore all’occhiello dell’azienda.
    Bombay Sapphire East : è una rivisitazione del Bombay Sapphire, ma con l’aggiunta di 2 botaniche: il pepe thailandese e il lemongrass (citronella)
    Star of Bombay : è stato creato nel 2015 con 47,5% di alcool. Per una valutazione oggettiva consiglio di allungarlo con acqua o una tonica!
  • Silent Pool : è prodotto nella contea di Surrey, a 100 km da Londra. È composto da 24 botaniche, il risultato è sorprendente, è un gin ricercato. Si presenta molto floreale e delicato, con una punta di camomilla.
  • Monkey 47 : arriva dalla Germania, il numero 47 si riferisce alle botaniche utilizzate per aromatizzarlo. La sua peculiarità è che viene usato alcool di melassa (usando la canna da zucchero) e non l’alcool di cereali come negli altri gin. Il risultato è complesso, qui ci vuole tempo per apprezzare le sfumature. Un gin da meditazione.
  • Thomas Darkin Gin : creato dal master distiller Joanne Moore, è pura seta. Sembra la condensazione della “part des anges”!
  • Hendrick’s : al loro stand ti accoglie un’hostess che prende i tuoi dati e ti fa accomodare in un salotto, ti trattano come se stessi volando con la loro compagnia aerea. Ti propongono 4 cocktails con il loro Gin. Poi ti ritrovi a 10.000 metri di quota, e chiedi allo stewart a che ora è previsto l’atterraggio.

La nostra esperienza milanese volge al termine, ma qui le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Vediamo in lontananza Bruno Vanzan che sale sul palco per raccontare la genesi del “Sushi Martini” premiato a Tokyo come miglior cocktail al mondo 2016. Seduti in platea veniamo investiti dall’energia di questo ragazzo classe 1986. Sono 50 minuti di fuoco, dove ripercorre le fasi della sua vita, ricorda le prime gare per bartender, spiega dove nasce l’idea di un cocktail vincente…

Poi prepara il Sushi Martini per tutta la sala ed esclama:

“quello che dico ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere è che le gare sono importanti, è fondamentale trovare gli ingredienti giusti per impressionare i giudici di gara, ma alla fine quando si LAVORA e devi preparare un aperitivo per un congresso con 1000 persone, le mani le devi MUOVERE!”

E qui scatta la “standing ovation”, per un evento organizzato benissimo che ti fa prendere coscienza che dietro questo liquido trasparente c’è un lavoro immenso.

Il tartufo che non c’è


Alba è, per me, da oltre dieci anni, sinonimo di tartufo. Bianco, certo. La fiera internazionale che si tiene ogni autunno è una galleria di prelibatezze del territorio affacciata sull’affascinante palcoscenico dei tartufai e delle aste. Quest’anno, tuttavia, nonostante la buona volontà della rodata organizzazione, di tartufo ce n’è davvero poco. In asta oggi (14 ottobre) il prezzo è 500 euro per 100 grammi e i cercatori giurano che andrà a salire. La terra di Langa è secca, i cani non riescono a scavare. Quand’anche piovesse, mi spiegano, i tuberi si formano già durante l’estate, quindi, ora c’è ben poco da sperare. E poi ci sono altri spettri, legati soprattutto all’ingresso in Italia di tartufi importati dall’est e perfino dalla Cina, raccolti in terreni ad alto rischio di contaminazione da metalli pesanti. Pochi, piccoli, cari ma pur sempre profumatissimi. Una delizia per il naso prima ancora che per il palato. Per questa volta mi accontento di un tartufino da venti euro, giusto per godere con mia figlia di quei cinque minuti di aromi straordinari che arricchiranno i nostri tajarin domenicali. Per fortuna c’è tutto il contorno che va dai formaggi, ai salumi, alle nocciole (straordinaria la torta fatta senza farina), alle paste fresche e, naturalmente, al vino. Mi soffermo all’enoteca, un po’ caotica, per poi ripiegare sui produttori. Incontro, in particolare, i ragazzi dell’Istituto Enologico Statale Umberto I di Alba, che hanno vigne e cantine proprio in città. Ben riuscito il Barolo Castello 2009, dal territorio di Grinzane. Proseguendo incontro una nostra vecchia conoscenza, Gabriele Baldi, che mi racconta di una vendemmia parca ma di qualità e mi offre il loro sempre piacevole Moscato d’Asti 2016 e la sua versione passita Orocolato.
Soddisfazione parziale, insomma e anche una certa preoccupazione per questo clima impazzito. La qualità e le eccellenze del nostro territorio sopravviveranno, non ho dubbi, ma a quale prezzo?

Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Le Bandol e l‘espressionismo del Mourvèdre


‘Ho presunto siccome è la tua ultima sera qui che fosse appropriato aprire una bottiglia extraspeciale, a te la scelta, ‘Bandol’, ‘scelta eccellente, AOC Bandol ’69, un vino che ubriacherebbe anche il più robusto degli uomini, una volta ho visto un castigliano pugile professionista, crollare come un sacco..dopo averne bevuto un solo bicchiere’ (Zio Henry al nipotino Max. Un’ottima annata, Ridley Scott)
Da poco tempo ho deciso di smetterla di preoccuparmi a priori dei dettagli per trovare la giusta ispirazione, d’altronde l’affacciarsi a porte aperte su nuovi sentieri, lasciandocisi trasportare, funziona a meraviglia. Per ultimo ho deciso di percorrerne uno sinuoso, allegro e luminoso, in cui l’aria é la carezza profumata di un cuscino su cui riposare ed osservare i cieli variare nelle tonalità del celeste e della lavanda, svegliandosi languidi e profondi nei toni dell’arancio e dell’indaco. Questo sentiero passa per la Provenza.
Non bastano sicuramente alcune righe per descrivere le tante storie di questi luoghi, ma proverò a raccontarvene una, cercando di darle un’aria un po’ retrò.
Siamo nella metà dell’800 quando un uomo d’affari, tale Marius Michel, ammiraglio di Sanary-sur-mer, scelse le terre paludose della baia du Lazaret, nei pressi di Seyne-sur-Mer, fra Toulon e Marseille, per creare un luogo magico. Il nome non lasciava intendere nulla di buono, ma questa zona collinare circondata da marécages, aveva un grossissimo pregio: era un luogo nascosto, e dove il sole quando sorgeva da dietro il monte di Hyères lasciava i pescatori ‘senza parole’. Qui si parlava poco, il provenzale, e si faticava molto, per coltivare l’ulivo e la vite.
Quest’uomo, che aveva dal canto suo del genio, insignito del titolo di Pascha dal sultano Abdulmecid Primo, ricevette per le sue opere di costruzione sulle coste del mar mediterraneo e del mar nero, una percentuale per ogni imbarcazione di ogni porto dell’impero orientale, compresa Istanbul; accumulò capitali immensi e fra i suoi investimenti decise di comprare tutta la baia in questione, lebbra e malaria comprese, ed iniziarvi un grandioso progetto. Con schiere di ingegneri ed architetti paesaggisti, vennero bonificate le aree paludose, venne creato dal nulla un’itsmo di sabbia per unire la baia del lazzaretto all’isolotto di Sain Mandrier, iniziarono a sorgere ville nei migliori stili allora in voga: moresco, toscano, sorse addirittura un centro di ricerca di biologia marina in una villa araba affacciata sul mare, tutto rigorosamente immerso in un verde tropicale lussureggiante. Il sogno di Michel Pacha era quello di ricreare le atmosfere esotiche del bosforo, le acque della baia lambivano ora la nuova spiaggia, calme e pulite, ed i vascelli vi dormivano pigramente dopo aver condotto turisti da ogni confine, qui non esistevano strade carrozzabili ma collegamenti su piccoli battelli fra una villa e l’altra, fra un party ed una cena, fra Tamaris (il nuovo nome della baia del lazzaretto) e Sablette (la baia creata dal nulla), dove sorgeva il nuovo Casinò.
Divenne uno dei luoghi di svago più chic e stravaganti dell’epoca, un must per gli investitori stranieri, soprattutto Inglesi. Tamaris fu per un po’ il corrispettivo di Long Island nel New York degli anni 20: vi passarono Hugo, Eiffel, i fratelli Lumiere, Renoir, D’annunzio, Jean Cocteau, schiere di paesaggisti ed espressionisti, e molti altri. Un petit endroit, dove gli appassionati potevano godere inoltre delle note rustiche dell’entroterra, della caccia, delle bocce, della pétanque e della presenza di molti buoni vini.
Vennero acquistate le terre, costruite vie di comunicazione approfittando dei nuovi collegamenti ferroviari. I porticcioli vicini, da semplici villaggi di pescatori riuscirono ad attirare l’attenzione verso le loro bellezze e le loro tradizioni, la cucina provenzale veniva apprezzata, e richiesta. Ed è qui, fra queste realtà enogastronomiche, che ne scopriamo una speciale, dove un antico vitigno, il Mourvèdre, trovava una delle sue massime espressioni godendosi l’arsura e il mistral di agosto. Questo terroir é il Bandol, territorio comprendente diversi comuni che oggi regala l’omonima AOC. Qui le colline puntellate di alberelli di vite avanzano verso gli strati carbonatici della Vaucluse ed i paesini nell’intorno perdono la loro storia indietro nel tempo.
La Provenza, spesso accostata al Rosè, qui ritrova la sua antica ricetta! Se provaste a convincere alcuni produttori storici che dire Bandol equivalga a dire Rosè, vi inviterebbero ‘gentilmente’ fuori dalla cantina, per non parlare dei bianchi, che la maggior parte si rifiuta di produrre. Il Bandol è indiscutibilmente la terra del Mourvèdre e di un rosso potente, caldo, adatto alla selvaggina, dai tannini feroci se non addomesticati, dalla lunghissima persistenza e dalla lunghissima vita.
Ma, nonostante la visione conservatrice dei produttori, non me ne vogliano, i Rosè nel Bandol vengono benissimo. Sono carnosi, sensuali e longevi. Si arriva ad apprezzare il 2004, ci si può spingere per determinati casi fino agli anni ‘90.
Fu su queste terre che, attirato dai fasti dell’epoca, un investitore alsaziano, Marcel Ott, Ingénieur diplômé de l’Institut National Agronomique de Paris, approdò nei primi del novecento. Ott era proprietario di un domaine (Château de Selle) a Taradeau, dietro Saint Tropez, dove produceva Syrah e Cabernet Sauvignon per raggiungere il suo intento: produrre ‘il vero rosé’, ed il suo Coeur de Grain fu uno dei primi grandi rosé sul mercato, Ott riuscì con lui a portare il sole di Provenza sulle tavole d’Europa. Incuriosito dalla zona del Bandol e dalle capacità del vitigno Mourvèdre acquistò un domaine presso le Castellet, per i rossi. Qui reimpiantò quanto purtroppo era stato lesionato dall’invasione della peronospera. Riportò in vita uno dei più bei casali con annessa cantina della vallata: Château Romassan, nella valle del Mourvèdre, di proprietà della chiesa fino a quel momento, vi piantarono anche Syrah, Cinsault e Grenache, e iniziarono a produrvi diverse cuvées.
Oggi presso Château Romassan, luogo incantevole, si producono tre cuvées: Rouge, Rosé e Rosé Cuvée Marcel Ott. Le percentuali degli uvaggi variano con il millesimo, ma la prevalenza è sempre per il protagonista, il Mourvèdre: nella Cuvée Rouge 2014 è all’80% e nel Rosé Marcel Ott 2015 al 70%, il resto prevalentemente Cinsault per i rosé, Grenache e Syrah per il Rouge. Il vitigno, quando la percentuale supera il 60%, non permette una veloce messa in commercio, anche per i rosati. Il Rouge necessita di almeno 18 mesi in botte ed un anno di bottiglia in cantina.
Presso la salle de dégustation mi vengono proposte le tre cuvées Bandol attualmente in commercio e una cuvée del domaine de Selle per Cotes de Provence. Su richiesta le annate precedenti.

La prima cuvée: il Rosé 2016. 60% Mourvedre, 26% Cinsault, 11% Grenache, 3% Syrah. Il colore é rosa pallido, satinato. Il naso è delicato dalle note d’agrumi ma soprattutto pesca bianca. Evolve nel bicchiere. In bocca bella freschezza, sapidità, ottima persistenza. Da abbinarsi con la cucina esotica o tradizionale aromatica.
La seconda cuvée: Rosé Marcel 2015, 70% Mourvèdre, 30% Cinsault. Da spendere una nota per il colore, che è rosa oro, di una pelle abbronzata. Mourvèdre al 70%, è un rosato speciale. Al naso prevalenza d’agrumi, complesso dalla buona evoluzione nel bicchiere. In bocca subito la freschezza, rimane la morbidezza in un ottimo equilibrio, satinato ma sostenuto dal sapore nettamente agrumato, è sapido e molto persistente. Pronto, ma da custodirsi in cantina ancora qualche anno per gustarlo al suo meglio. Consigliato per foie gras, piatti di ingresso complessi, pollame.
Il Rouge 2014. Mourvedre 80% Grenache 10% Syrah 10%. Il colore è rosso granato brillante dai riflessi violacei. Il naso è intenso e complesso. Note di frutti rossi e spezie, il Mourvèdre si rivela portando note di cassis macerato, timo e pepe. La bocca è piena, molto fresca, abbastanza morbida, leggermente mentolata. I tannini sono ancora potenti. L’annata degustata è ancora troppo giovane. Non è ancora pronto. La tipologia è ottima, vista l’annata in corso, ci sarà da aspettare il 2017, che si prospetta eccellente. Da tenere in cantina almeno dieci anni. Gli abbinamenti consigliati: carni, piatti ai gusti della tradizione mediterranea.
Il Rouge 2013 Côtes de Provence proveniente dal Domaine de la Salle è Syrah e Cabernet Sauvignon. Colore rubino intenso. Il naso intenso e complesso è forte. Ciliegia sotto spirito, mirtilli, spezie e cioccolato. In bocca rivela una spiccata freschezza, i tannini sono abbastanza smussati. Persistente e setoso. Abbastanza pronto. Anch’esso da lasciare in cantina. Abbinamenti: carni alla brace, formaggi forti a crosta fiorita.
Ott produce le due appellations presso i Domaines: Château de Selle, a Taradeau e Clos Mireille, a La Londe les Maures per Côtes de Provence (assolutamente da provare il Bianco a base di Rolle e Sauvignon), Château Romassan a Castellet, per Bandol. I prezzi variano per tipologie e domaine dai 20 ai 40 euro. Oggi gestiti da Jean-Francois e Christian Ott, la società vinicola, che aveva sede ad Antibes, nel 2004 si congiunge alla Maison de Champagne Louis Roederer. In Italia li distribuisce Sagna, a Revigliasco (Torino), raffinato intenditore.
Un’ultima nota della scrivente riguarda la bottiglia, è sinuosa come il corpo di una sirena.

 

Crotonese, terra di grandi imprese


Crotone, (KR)….. KR? Si, KR. Crotone, provincia greca in terra calabra, Kroton. Terra ricca di storia, ma oggi terra disagiata… ma non del tutto; e se pensate al calcio, in effetti…. Rossoblu in serie A, evento storico, tutti i balconi l’anno scorso erano imbandierati a colorare case dall’intonaco bianco o giallo ocra, spesso scrostato: una grande impresa!
Cirò Marina (KR), mare turchese, lunghe spiagge bianche circondate da colline da cui i saraceni controllavano il territorio e dove commerciavano in un mercato in pietra restituito a noi grazie ad un ottimo intervento di restauro: grande impresa!
Rimaniamo nel comune, perché ė ora di parlare anche di vino… sennò snaturiamo i contenuti del blog. La famiglia Librandi, azienda vitivinicola che produce 2,2 milioni di bottiglie, tutte di buona qualità con alcune eccellenze come il Magno Megonio o il Gravello, ė una impresa grande: ha istituito tre aziende, una per la parte agricola , una per la parte vinicola e una per la distribuzione. Oltre 100 dipendenti, primo merito per una zona dove la disoccupazione è a livelli preoccupanti. Ma l’azienda non ė una industria: ho visto uno dei ragazzi Librandi imbottigliare di persona il metodo charmat in produzione limitata. Il Fondatore ha avuto il merito di rilanciare il vino di qualità in terra non solo Crotonese, ma in tutta la Calabria. E ha istituito, insieme all’università, una zona in cui coltivare e catalogare i vitigni autoctoni calabresi: gaglioppo, magliocco, mantonico, greco, pecorello, arvino … grande impresa!
E, sempre a Cirò, c’è Sergio Arcuri, un piccolo produttore che produce vini biologici di ottima qualità a base gaglioppo: il cirò rosso Aris, gaglioppo di struttura, profumi di fiori secchi e frutta matura, tannini molto presenti che garantiscono longevità; e poi il Marinetto, cirò rosato – sempre a base gaglioppo -, una chicca; profumi intensi di fiori freschi e frutta, in bocca ė equilibrato e persistente. Sergio lavorava a Milano, fidanzata milanese, una vita destinata a stare lontano dalla sua amata terra. E così Sergio ha scelto di lasciare il nord – e la fidanzata milanese – per tornare nella sua amata Cirò e cercare moglie. Il destino ha voluto che la moglie calabrese, insegnante, vincesse un concorso (e già questa è una grande impresa)… a Milano! Ma la passione di Sergio per la viticoltura e l’amore per la moglie e la figlia fanno si che lui riesca a gestire bene la situazione con viaggi frequenti e una grande determinazione. E così piano piano ha acquistato altri appezzamenti che hanno incrementato a circa 4 gli ettari di terreno vitato, a partire da quell’appezzamento in zona Marinetto che suo padre diceva produrre vino molto profumato: parole sante! E ora Sergio ė riuscito ad entrare nella scuderia ‘TripleA’ (Artigiani Agricoltori Artisti), distributore di vini biologici di qualità: una grande impresa!