Moscatello di Taggia: un nuovo antico vino.


Il moscatello di Taggia è un vitigno a bacca bianca originario della riviera ligure di ponente, entrato a far parte della DOC Riviera Ligure di Ponente, con l’istituzione della sottozona Taggia, nel 2011.

Proprio la zona di Taggia, nel basso medioevo, era associata alla produzione di uno storico vino, il moscatello, vino che veniva descritto come “un nettare dolcissimo”. La coltivazione di questo vitigno persiste nella zona compresa tra la Valle Armea, la bassa Valle Argentina e il tratto di costa compreso tra Santo Stefano al mare e Ospedaletti; la distintiva denominazione “di Taggia” parrebbe suggellare una specie di DOC ante litteram.

Taggia nel medioevo era un centro vinicolo di rilevanza internazionale, commercializzando sia vini comuni sia vini di qualità superiore, proprio come il moscatello; questa zona della Liguria si era infatti specializzata nella produzione di vini dolci e liquorosi, che fino al Duecento era prerogativa delle regioni dell’Oriente Mediterraneo. Nel medioevo il vino era considerato come un alimento a consumo locale per la popolazione, ma il moscatello e la vernaccia, avendo un contenuto zuccherino e una gradazione alcolica maggiori, si dimostrarono più adatti ad essere trasportati per lunghi viaggi e quindi più facilmente commercializzabili. Nel 1400 il vino di Taggia veniva imbarcato dai mercantili che da Savona e Genova raggiungevano il Nord Europa, l’Inghilterra e le Fiandre, spinto anche dalla fama imprenditoriale di alcuni mercanti genovesi; il carico di vino trasportato era talmente prezioso che nel 1434 venne proibito alle navi che trasportavano moscatello di caricare altro vino lungo la rotta, se non quello da destinarsi al consumo dell’equipaggio. Durante il XVI secolo, a seguito di un cambiamento della destinazione colturale dei terreni, la produzione di moscatello si ridusse, diventando una nicchia di mercato riservata ad una cerchia ristretta tra cui papi (Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III), dogi e altri nobili. Tra il XVI e il XIX secolo nel sanremese avvenne una importante modificazione del panorama agricolo a favore dell’olivicoltura: in un documento risalente al 1689 i terreni destinati alla coltivazione di olive erano il 50% mentre quelli vitati occupavano solo il 17%. Tra il ‘700 e l’800 una serie di eventi climatici ridussero ulteriormente la coltivazione di moscatello, così come l’amministrazione francese seguita all’occupazione napoleonica permise di mescolare uve molto diverse tra loro per produrre i “nostralini”, vini a basso tenore alcolico e di scarsa commerciabilità. Ma il vero colpo di grazia al moscatello venne inferto intorno al 1880 dalla fillossera.

E’ invece nel 2000 che rinasce il moscatello, grazie all’intervento di Eros Mammoliti e Gianpiero Gerbi, enologo ma all’epoca giovane laureando in viticoltura ed enologia. Insieme decisero di rintracciare le viti di moscatello sparse tra gli agricoltori del sanremese per ritrovare il vero moscatello: isolarono 67 piante. Grazie all’aiuto della professoressa Schneider dell’Università di Torino e a moderne tecniche di biologia molecolare, fu possibile isolare dagli iniziali 67 campioni la pianta che poteva essere considerata puro moscatello. Proprio da quell’unica vite risorse il moscatello che grazie alla tecnica dell’innesto ha reso possibile ad oggi la propagazione di oltre 15.000 barbatelle.

Encomiabile lo sforzo di Eros Mammoliti che, mosso dalla passione di ridare nuova luce ad un vitigno scomparso, decise di intraprendere una strada difficile. Ci racconta che la curiosità per il moscatello nacque durante una cena: “Una nostra amica stava leggendo «L’Ambrosia degli Dei» (di Alessandro Carassale, Atene Edizioni, ndr), per la prima volta sentivamo parlare del moscatello e la sua storia ci affascinò”. Passeggiando tra le sue vigne site in Valle Armea, sulla strada che porta a Ceriana, lungo la ciclistica Milano-Sanremo, si respira l’aria della passione che questo produttore infonde nel suo lavoro, del rispetto che ha per le sue viti e per la storia dei vitigni autoctoni del ponente ligure; ci mostra il suo “Jurassik Park” dove sono coltivati alcuni vitigni autoctoni antichi, a scopo di studio (cruairora, russetta, barabarossa, luglienca, malaga, moscatellun, tabaca, spina, ecc), ed una vite di moscatello con un piede di alberello di più di 40 cm di diametro. Nel 2014 ha fondato l’Associazione dei Produttori, raggruppandone 10, alcuni volti noti come Calvini, Podere Grecale, Da Parodi, altri in fase di crescita; ad oggi si contano 14 produttori e tutti contribuiscono, in diversi modi, al rilancio del moscatello. L’azienda di Mammoliti non produce solo moscatello, riservando sempre un occhio di riguardo a produzioni di nicchia autoctone: un clone più aromatico e più colorato di Vermentino chiamato “du sciancu” ossia dello “strappo” il cui grappolo presenta una appendice da strappare; un Ciliegiolo dal grappolo più compatto; il Rossese.

I suoi prodotti godono della certificazione di vino prodotto a basso impatto ambientale, come recitato dalla retroetichetta, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo in vigna; è inoltre membro della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti dal 2010, di cui sfoggia con orgoglio il logo.

Abbiamo degustato per voi:

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2016, 13% alc. variante secca: fermentazione in acciaio con pressatura sofficie ad 1 atmosfera a temperatura controllata. Nel calice si veste di un giallo paglierino dai riflessi dorati, al naso di apprezza un bouquet di erbe aromatiche, agrumi, limoncella. Al palato spiccano, piacevoli ed accantivanti, frescezza e sapidità. Assolutamente da provare con il brandacujun, un piatto tipico della cucina ligure a base di patate e stoccafisso.

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2015, 14,5% alc. variante passito. I grappoli raccolti nei mesi di agosto-settembre, vengono fatti appassire in cassette per circa 2 mesi, girati ed analizzati per scartare quegli acini che rischierebbero di danneggiare il prodotto finale. Una microproduzione di 416 bottiglie. Un residuo zuccherino di 109 gr/l è il preludio di un vino che sa di storia. Signorile, si distingue per un raffinato giallo dorato; appena stappato riempie l’aria di sentori che ci portano in pasticceria, al momento in cui scartiamo un panettone, ricco di mandarini canditi. Al palato dolce ma non stucchevole, morbido, incredibilmente fresco. Proposto ad una serata promossa dall’istituto Aberghiero di Arma di Taggia in accompagnamento ad una bavarese di ricotta di pecora con arance candite, ma Eros ci raccomanda anche formaggi di media stagionatura ed erborinati.

Degni di nota sono anche Epicuro, un vermentino, e Democrito, un blend di rossese e ciliegiolo. Tutti i vini portano nomi altisonanti della letteratura greca e romana, come a ricordare sontuose origini antiche; le etichette sono opera di un pittore locale Diego Fossarello.

Ci piace pensare ad Eros come a Mario Calvino, padre di Italo Calvino, che diede un grande contributo alla viticoltura del ponente ligure, reintroducendo varianti andate quasi perdute. E’ orgoglioso di questo territorio mentre cammina tra i filari di moscatello, fiero del percorso che insieme a pochi ha intrapreso, affinchè la storia del Moscatello di Taggia non venga dimenticata.

Una terrazza sul mare di Bordighera


Anche oggi ci troviamo in Liguria e anche questa volta vi racconterò di una produzione di nicchia: parliamo di Vermentino, Pigato e Rossese. Vi chiederete perché parli di alcuni dei vitigni più coltivati in liguria definendoli come nicchia del territorio. Continuate a leggere e vi prometto che non ne rimarrete delusi.

Bordighera, a pochi chilometri da Sanremo, negli anni Settanta ed Ottanta, era tra le patrie della floricoltura italiana, con aziende che esportavano fiori in tutto il mondo. Una produzione che ha modificato negli anni il panorama di questa parte di costa ligure con serre e vivai visibili dal bagnasciuga.

L’azienda Biancardi di Bordighera, gestita dal signor Aristide, esportava i propri fiori fino in Russia; ma la crisi del mercato floreale spinse la famiglia Biancardi a scelte radicali. E qui inizia la storia di Aris, nipote di Aristide; veterinario di cavalli allergico al pelo del cavallo, Aris, astemio, era incuriosito dal piccolo vigneto di famiglia, qualche filare sulla collina di Selvadolce, che suo padre affitava ad un commerciante del posto. Decise quindi di approfondire questo interesse e di studiare viticoltura e per farlo nel 2004 si recò nelle Langhe dove conobbe due importanti personaggi del panorama vitivinicolo biodinamico internazionale: Xavier Florin e Nicolas Joly. Fu proprio questo primo incontro che gli cambiò la vita: “Tornai a casa con la certezza che avrei prodotto vino biodinamico; avevo paura della reazione di mio padre ma fu proprio lui a trasmetteremi l’entusiasmo”. Decise quindi di condurre personalmente la piccola vigna di famiglia ed è proprio con qualche filare di vermentino che iniziarono le prime esperienze di biodinamica e vinificazione naturale: “Siccome dovevo iniziare decisi di farlo con il biodinamico, ero affascinato da una coltivazione che rispettava la vita in tutte le sue forme, proteggendo le biodiversità E mantenendo l’equilibio del nostro pianeta”. L’attrezzatura era minimalista, vinificando in un’unica barrique di seconda mano (in cui era stato vinificato del vino rosso), qualche damigiana ed una piccola vasca di acciaio; le prime bottiglie riportavano solo una sigla che indicava il tipo di vino, il contenitore della vinificazione e il numero del contenitore. VB1 era la sigla presente sulle bottiglie vermentino provenienti da quell’unica barrique; fu proprio quel vino ad emozionare Nicolas Joly e far nascere in Aris la voglia di vinificare in legno.

Dal 2004 l’azienda Biancardi cambiò volto, vennero dismesse le serre in cui un tempo si coltivavano garofani, ampliando fino agli attuali 7 ettari la superficie totale dell’azienda. Nacque quindi l’azienda vitivinicola Selvadolce: “Il terreno, dopo anni di coltivazione intensiva, sembrava morto, duro, compatto, ma solo dopo due anni di lavorazione biodinamica la vigna è rinata”. A filari alterni, nel periodo autunnale, pianta il sovescio grazie al quale il terreno viene arricchito di humus, garantendo quell’umidità indispensabile per far fronte ai lunghi periodi di siccità che caratterizzano queste zone. Nel 2005 decise inoltre di ampliare la propria produzione acquistando alcuni terrenti terrazzati a 600 m s.l.m. nel comune di Perinaldo, all’interno della storica DOC Rossese di Dolceacqua. Decise però di uscire dalla DOC quando il suo Rossese venne rimandato all’esame di ammissione a causa una ridotta acidià: “Decisi quindi di declassarlo a vino da tavola nonostante i consigli dell’impiegato, convinto che fosse più importante mantenere l’indentità e quindi l’acidità che la natura gli aveva conferito”. Da qui il nome Rosso se… «se… deluso, straziato e infuriato a plebeo vino rosso non l’avessi umiliato, di blasonato Rossese… si sarebbe fregiato». E proprio quell’anno il suo rossese raggiunse la finale dei 3 bicchieri del Gambero Rosso. Dalla sua azienda si gode di una vista mozzafiato sul mare e su ville ed alberghi che incorniciano questo scorcio di Liguria.

Abbiamo degustato per voi:

VB1 da uve vermentino 100% di vigne vecchie risalenti agli anni Settanta del vigneto di Brodighera, a 170 m s.l.m. 2015, 14% alc. Macerazione, fermentazione alcolica spontanea con lieviti autoctoni ed affinamento su fecce fini in piccole botti di legno per 8 mesi, successivo affinamento in bottiglia. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati, cristallino (non esegue filtrazioni né chiarifiche, come tutti i suoi vini). Al naso non si avverte la volatile, permettendo al vino di mostrare con eleganza sentori di timo, salvia, un tocco di salmastro. La fermentazione in piccole barriques dona al vermentino una maggiore struttura affiancandone le sue più caratteristiche durezze. La persistenza e la buona acidità ne fanno un vino che ad ogni sorso richiama la mano allo stelo del calice.

Rucantù da uve pigato 100%, annata 2015, 14% alc; anche questo vitigno trovandosi sulle colline di Bordighera viene sferzato dalla brezza marina nelle giornate di maestrale. Rucantù è una parola Mapuche, una tribù di indios della Patagonia, e significa “Casa del Sole”, come la casa di sua nonna Marita (che egli stesso definisce una “simpatica burlona”). Stessa procedura del vermentino, viene affinato sulle fecce fini per 8 mesi. Giallo paglierino, cristallino, al naso smalto, resine ed un bouquet di erbe aromatiche sovrastano gli altri sentori. Al palato esprime vibranti note sapide ed acide ma ben amalgamate ed equilibrate. Tutto fa pensare ad una grande longevità, quasi a ricordare un Riesling.

Rosso se… da uve rossese 100%, 2015, 14% alc.; fermentazione alcolica e malolattica spontanee con lieviti autoctoni. Affinamento su fecce fini per 10 mesi e successivamente in bottiglia per un anno. Di un bel rosso rubino con riflessi violacei. Un’olfazione elegantissima, speziata, con sentori di resine boschive. Al palato esprime una vena calda, continua, tannini vellutati e piacevoli, un vino sornione che regala una bella persistenza.

Aris ci fa degustare una sorprendente preview di granaccia e ci racconta di una collaborazione con un importante produttore sardo i cui frutti saranno disponibili dall’anno prossimo e noi non mancheremo all’appuntamento.

Come vi accennavo in precedenza, questa azienda è una chicca del territorio perché sono pochissimi i produttori di vino biodinamico in Liguria, tanti da poterli contare sulle dita di una sola mano. Aris ci racconta della difficoltà nel far emergere i vini biodinamici, soprattutto in Liguria: “I giovani sembrano avvicinarsi con curiosità a questo tipo di viticoltura, in particolar modo gli stranieri, più attenti a produzioni naturali, senza l’uso di diserbanti”.

Chiudo come di consueto la recensione parlandovi delle etichette presenti sulle bottiglie: nascono dalla collaborazione con un artista locale, Sergio Lazzaretti. Nessuna scritta, nessun simbolo. Solo colori, i colori che ricordano proprio la terra, il mare e il cielo di queste terre. Il logo di Selvadolce nacque per caso quando Aris, alla ricerca di un simbolo per la propria azienda, vide un bozzetto preparato da Lazzaretti: “un uomo, a braccia aperte, che guarda la propria terra in un momento di estasi… E’ proprio così che mi sento guardando le mie vigne”.

Guardando il mare da Selvadolce ci siamo sentiti proprio come Monet che da Bordighera ha dipinto panorami meravigliosi. Folgorati, come il pino che, sovrastando le vigne, porta il segno di un fulmine sul suo tronco.

Bianchetta genovese in purezza


La Bianchetta genovese è un vitigno autoctono ligure a bacca bianca, prodotto nel Genovesato e in particolare nella Val Polcevera, ma lo possiamo trovare anche nel Carrarese.

Registrato tra le varietà autorizzate dalla Regione Liguria dal 1970, prodotto in purezza, fa parte della DOC Golfo del Tigullio Portofino, sottozona Costa dei Fieschi. La Bianchetta genovese fa, però, parte di molte denominazioni liguri, tra le quali Colli di Luni, Colli di Levante, il Val Polcevera. Chiamato semplicemente Bianchetta nel Cinque Terre, lo possiamo trovare anche nello Sciacchetrà. Studi ampelografici hanno dimostrato che la Bianchetta genovese presenta molti tratti di DNA in comune con l’Albarola, tanto da poter essere considerata la stessa uva.

Il nome è da ricondurre al colore molto chiaro degli acini in maturazione, così chiari da essere quasi trasparenti; altri nomi sono “Nostralino”, nella tradizione un vino bianco semplice, attualmente prodotto in assemblaggio insieme al Vermentino, oppure “Gianchetta” ossia Bianchetta in dialetto genovese.

Vitigno dal nerbo tenace, predilige terreni costituiti da rocce friabili (come il tarso), una buona esposizione e ventilazione; grazie alla resistenza al freddo e quindi a una maturazione più tardiva, la Bianchetta genovese risulta essere particolarmente adatta al clima delle vallate liguri. Presenta grappoli compatti, conici, con acini piccoli dalla buccia sottile.

Veniva coltivato già da tempi molto antichi in Toscana, ma alcuni storici farebbero risalire le sue origini in Veneto, dove veniva utilizzato per ammorbidire il prosecco delle annate più fredde. Venne descritta per la prima volta da Gallesio agli inizi dell’Ottocento, sostenendo un legame di parentela tra l’Albarola delle Cinque Terre e la Bianchetta genovese, tesi confermata solo nel 1993 da Schneider. Venne citata anche da Gerolamo Guidoni, geologo e naturalista, corrispondente ligure di Giuseppe Acerbi (autore di importanti opere di viticoltura ed enologia nell’Ottocento), e chiamata “Albarola trebbiana”. In passato, vista la sua ampia diffusione e coltivazione parcellare, veniva utilizzato in assemblaggio con altri uvaggi locali. E’ stato Pierluigi Lugano, dell’azienda Bisson, a rilanciare la produzione di vini liguri locali in purezza, smussando quegli angoli troppo vivi dei vini autoctoni liguri.

A caratterizzare la Bianchetta sono un colore giallo paglierino tenue, dai riflessi vivaci, dall’olfazione fine e delicata, con sentori di biancospino, nespola e mela verde; fresco e sapido, un corpo non molto strutturato, ma di piacevole beva.

A oggi sono pochi i produttori di Bianchetta genovese in purezza, tutti localizzati nella zona di Chiavari e Sestri Levante, tra i più importanti ricordiamo l’Azienda vitivinicola Bisson, l’Azienda agricola PinoGino, le Cantine Bregante. Siamo però andati a trovare un giovane produttore che si sta facendo conoscere nell’ambiente vitivinicolo del Levante ligure per vini e prodotti di qualità. Si tratta della Società Agricola Casa del Diavolo a Castiglione Chiavarese, in località Montà: a gestirla è Valerio Sala, un ragazzo di 33 anni originario della Brianza. Giunti a Castiglione Chiavarese, una piccola strada immersa nella vegetazione ci porta al fondo della Val Petronio, dove scorre l’omonimo fiume. Le vigne sono disposte a Sud-Ovest, come a tappezzare un emiciclo, sfruttando la migliore esposizione, a 270 metri slm. Nel 2010 ha deciso di abbandonare l’attività famigliare e di rilevare l’azienda vitivinicola esordendo sul mercato con il raccolto del 2014: “conoscevo già il territorio, venivo in vacanza a Moneglia da circa 15 anni; non volevo passare tutta la mia vita in un capannone e così, in accordo con i miei genitori, decisi di rilevare l’azienda Casa del Diavolo”. Ci racconta che ha passato il primo anno di addestramento, imparando i trucchi del mestiere dal precedente proprietario, seguendone consigli e cercando di carpirne i segreti. Ha deciso di mantenere il nome della precedente azienda: “in paese si racconta che la casa del diavolo fosse un capanno a fondo valle, costruito da un signorotto locale per rinchiudervi la figlia, oggetto di insistenti attenzioni”. Lentamente ha acquisito altri terreni, raggiungendo l’ettaro di superficie vitata: la produzione è complessivamente di 5.000 bottiglie, prevalentemente Bianchetta genovese (50%), ma anche Ciliegiolo e Dolcetto. Da qualche anno è presidente della Coldiretti di Genova e obiettivo del suo mandato è quello di rafforzare e unire le piccole realtà agricole e vitivinicole del genovese. La chiacchierata con Valerio Sala è piacevolmente accompagnata dalla compagnia del suo cane e dal chiocciare delle galline nel pollaio; parallelamente alla produzione vitivinicola si snoda tutta l’attività dell’azienda, costituita da allevamento e coltivazione di ulivi ed ortaggi.

Produce una Bianchetta che lui stesso definisce come “particolare”, lasciando il mosto a contatto con le bucce e successivamente in acciaio per il completamento della fermentazione. Ci racconta le difficoltà che incontra la Bianchetta nel ritagliarsi un piccolo spazio nel panorama ligure, sgomitando tra le decisamente più ampie produzioni di Vermentino: “povera la mia Bianchetta, soppiantata dal Vermentino!”. Ci accomodiamo al tavolo e in mano i calici ci prepariamo a degustare due annate consecutive di Bianchetta genovese:

  • 2015, 13% alc: dal colore giallo paglierino, di una spiccata lucentezza; al naso si avvertono note erbacee, fiori di limoni e sambuco, uno spunto di riduzione a rapida dissoluzione. In bocca ci appare freschissimo e sapido, stimola una piacevole salivazione che ci invoglia a portare nuovamente alla bocca il bicchiere. Intenso, persistente e di qualità fine, ci appare giovane, ma ai limiti del pronto.
  • 2014, 12,5% alc: viste le premesse derivanti dall’assaggio del 2015, siamo impazienti di degustarlo e le nostre aspettative non vengono tradite. Nel bicchiere si presenta vestito di una elegante livrea gialla paglierina, con riflessi dorati, cristallino. Al naso prevalgono sentori terziari che richiamano gli idrocarburi e lo smalto, fruttati (mela e nespola), floreali. Un anno in più in bottiglia conferisce una maggiore complessità, equilibrando maggiormente le durezze con un’aggraziata morbidezza. Anch’esso intenso e persistente di qualità fine; pronto, a tutto pasto.

Due vini “differenti”, da bere nell’arco di un massimo di due anni, con un terroir che si esprime con una piacevole freschezza ed una sapidità non così incisiva ed invadente. Il primo più leggero e adatto a un aperitivo, accompagnando una chiacchierata, magari proprio ad un piatto di bianchetti. Il secondo più complesso ed equilibrato, si accompagna bene a pesci più grassi oppure alla torta pasqualina genovese, esaltandone profumi e aromi vegetali. Siamo impazienti di assaggiare il 2016.

In etichetta compare una mela rossa che ci ricorda un po’ il frutto proibito di antiche scritture; il frutto del lavoro di un ragazzo che ha deciso di mettersi in gioco, a contatto con la natura, cercando di valorizzare il territorio che lo ha adottato.

Alla scoperta dello Scimiscià (Simixà, Cimixà, Çimixâ)


Sembra uno scioglilingua, ma lo Scimiscià è un vitigno autoctono del genovesato, a bacca bianca, presente prevalentemente nella Val Fontanabuona, registrato tra le varietà raccomandate ed autorizzate dalla Regione Liguria nel 2003. Inizialmente vino da tavola, successivamente IGT ed infine Golfo del Tigullio Portofino DOC.

Il nome è di origine dialettale e significa “cimiciato”, puntinato, come dal segno lasciato dalle cimici quando incidono la frutta. Vinificato in purezza, di resa molto bassa e con acini zuccherini, ne sono prodotte varianti secche ed interessanti passiti.

La sua storia è antica: coltivato nell’entroterra chiavarese da almeno quattro secoli, le prime testimonianze scritte risalgono solo a metà dell’Ottocento. Lo storico Arata ne descriveva la coltivazione tra le colline del Chiavarese chiamandolo “Cimiciato” e un proprietario terriero, C. Garibaldi lo descriveva con queste parole: “e non ti scordar il Cimixiaro che (l’uva) la fan migliore”. Per molti anni è stato poco considerato, è un vitigno non molto produttivo, ma migliorativo per altri vini locali.

Da allora se ne sono perse le tracce fino ai primi anni Novanta, quando fu indetto un progetto di recupero. Grazie all’aiuto di Marco Bacigalupo, chiamato in paese “u pastisé” (il pasticcere) per anni portabandiera dello Scimiscià, la cooperativa Agricola San Colombano per mezzo dell’agronoma Silvia Dellepiane, e il dottor L. Corino, decisero di rilanciare e far conoscere al mondo dell’enologia questo antico vitigno (in collaborazione con l’istituto agricolo della Valle d’Aosta che eseguì delle microvinificazioni).

A seguito di studi, sperimentazioni e duro lavoro in vigna, nel 2003 è stato possibile iscrivere la Scimiscià (o Simixà) al Registro nazionale dei vitigni. Da allora il vitigno ha subito un progressivo percorso di crescita, sostenuto anche dalla Provincia di Genova, per mano di alcuni viticoltori locali, tra i quali la cooperativa agricola San Colombano, gli agriturismi u Cantin e Valle Chiappella e l’azienda agricola Nervo di Coreglia Ligure. Negli anni ’70 Veronelli scriveva “è un vitigno storico in pieno rilancio, pare dia risultati eccellenti”. Fin dalle prime degustazioni degli inizi degli anni Duemila, si delineava il profilo di un vino dall’importante, struttura e dall’olfazione complessa, a suggerire potenzialità di invecchiamento.

Ad oggi sono pochi i produttori di Scimiscià; siamo andati a trovare uno dei capisaldi della produzione di questo vino, Domenico Cuneo Castillo, dell’agriturismo u Cantin a San Colombano Certenoli; ci troviamo nell’entroterra ligure, in Val Fontanabuona, a circa 300 metri slm. Piccolo produttore di 2.500 bottiglie, per 6.000 mq vitati a conduzione famigliare, in attività da circa 17 anni. Il vitigno è circondato da ulivi ed alberi da frutto, altre produzioni dell’azienda agricola.

Ci accoglie Domenico che ci mostra orgoglioso la sua vigna. E’ stato uno dei pionieri del rilancio dello Scimiscià e ci racconta dell’innesto delle prime barbatelle e dei primi raccolti, dell’importante contributo e dell’amicizia che lo lega alla dottoressa Silvia Dellepiane. Per lui questo progetto è stato motivo di orgoglio, di rivalsa, di campanilismo: “mi sono impegnato per recuperare e valorizzare questo vitigno che é un grande valore per questa valle già nota per l’ardesia”. Passeggiando tra le vigne ci racconta di come ha conosciuto l’ambiente vitivinicolo locale: “da ragazzo mi sono trovato a litigare con mio zio che non accettava suggerimenti per correggere una spiccata acidità (ride)”. Proseguita l’attività dello zio, Domenico è stato fin da subito coinvolto nel progetto di recupero dello Scimiscià: “abbiamo iniziato con qualche centinaio di barbatelle”; ottenendo dei buoni risultati. Ci mostra qualche grappolo, spargolo, di grandezza media, a volte alato, con acini dalla cuticola sottile: “la Simixà è come me, si alza presto e va a dormire tardi”, infatti è tra le prime a germogliare ma tra le ultime da vendemmiare. Spesso viene definito come un viticoltore “eroico” non solo per il territorio caratterizzato dalle ripide pendenze delle vigne, ma anche per le caratteristiche intrinseche del vitigno, una pianta “avara”, facilmente soggetta a muffe.

Abbiamo assaggiato le sue tre varianti di scimiscià:

• Sentè, 100% Scimiscià, un anno di acciaio e almeno 10 mesi in bottiglia prima di essere messo in vendita. Il nome, Sentè, deriva da sentiero, di difficile percorrenza, a ricordare le difficoltà nella produzione. Degustiamo un 2015, alc. 13%: cristallino, giallo paglierino con riflessi verdolini, al naso intenso e persistente, di qualità fine, sentori di fiori di bordo di campo, di frutta a polpa bianca poco matura, spiccata nota minerale, di ardesia (già proprio quell’ardesia della valle Fontanabuona); in bocca si distingue per una grande sapidità, fresco, secco, abbastanza caldo e morbido. Intenso, persistente e di qualità fine seppur giovane, lascia intravedere almeno un altro anno di affinamento in bottiglia prima di regalare una complessità maggiore. Un “timorasso ligure”.

• Giamin, 100% Scimiscià, un vino macerato, 28 giorni a contatto con le bucce, successivamente 1 anno e 3 mesi in acciaio. Il nome in gergo dialettale significa fatica. E’ curioso trovare un orange tra le valli del Levante ligure e proprio Domenico ci spiega che questo vino è nato dal consiglio di un amico, che l’ha invogliato a sperimentare. Degustiamo un 2015, alc. 13,5%: cristallino, arancione intenso, all’olfazione intenso, persistente e fine, elegante. Note di frutta a polpa bianca, matura, accompagnate da sentori di miele di castagno, di idrocarburi e smalto. Intenso e persistente, lungo in bocca, regala una spiccata sapidità e freschezza, secco, morbido e caldo. A differenza della variante non macerata, lo troviamo pronto, che si accompagna bene all’arrosto alle nocciole della Val Fontanabuona che la moglie di Domenico ha sapientemente cucinato.

• Maccaia, 100% Scimiscià, versione passita da grappoli selezionati, alcune botritizzati, appassito in cassetta fino a tre mesi e, successivamente, fermentazione in acciaio. “Il mio vino è il Maccaia”, significa calura, e a chi intravede una nota di tristezza nel nome, Domenico ci tiene a specificare che “il mio vino non è triste!”. Versato nel calice, si presenta grandioso in tutto il suo colore ambrato con venature mogano. Al naso manifesta tutta la sua eleganza, snocciolando delicati sentori di frutta secca come datteri e fichi, confettura di mele cotogne, miele di castagno. Al palato è dolce, ma non stucchevole, lascia trasparire una nota acidula che ne invoglia la beva. Sicuramente intenso, persistente e di qualità fine, la punta di diamante dell’intera produzione. Prorompente.

Sulle nuove etichette compare una fenice, come ad indicare la recente rinascita dello Scimiscià dopo anni di dimenticatoio; un augurio ad un produttore che crede nel progetto di valorizzazione di un vitigno per troppi anni sottovalutato, ma già frutto di grandi soddisfazioni.