Giornata in Langa da Giacomo Fenocchio


E’ una giornata di settembre, tiepida, leggermente ventosa, il cielo è un po’ coperto e gli spiragli di sole rendono più vivi i colori del paesaggio langarolo che, provato da questa lunga estate calda, mi regala sempre un gran senso di pace.

Siamo ospiti dell’azienda Giacomo Fenocchio in località Bussia Zanassi: la frazione è nel territorio del comune di Monforte d’Alba, anche se in linea d’aria ci troviamo più vicini a Barolo.

La cantina dell’azienda e la casa della famiglia Fenocchio sono adiacenti, all’interno della sottozona Bussia, una delle menzioni geografiche aggiuntive più estese e storiche di Barolo che, partendo dal comune di Monforte, si incunea a Nord verso il comune di Castiglione Falletto.

L’ampio terrazzo di casa Fenocchio si affaccia su uno stupendo anfiteatro naturale quasi interamente coltivato a nebbiolo: una volta di più ho la conferma che spesso i grandi vini si fanno in luoghi di incredibile bellezza, dove uomo e natura trovano un equilibrio duraturo.

Ci ospita Nicoletta, moglie di Claudio, molto loquace e simpatica ci racconta senza sosta delle vigne, dei terreni e del lavoro in cantina mentre i vini, quelli, si raccontano da sé.

I vini rossi d’entrata sono il Dolcetto e la Freisa, ma la nostra degustazione inizia dal Nebbiolo e dalla Barbera d’Alba che ci danno subito una chiaro esempio dello stile del produttore, alla ricerca di vini puliti e territoriali.

La Barbera, prodotta da vigneti fuori dalla Bussia, presenta un ottimo equilibrio tra morbidezze ed acidità risultato di prove ed esperienza; secondo Nicoletta infatti la peculiarità di questo vitigno non deve essere troppo sacrificata, per questo la scelta di usare poco legno. È un Barbera che molti amano definire “nebbioleggiante”, forse perché condivide con il Nebbiolo base gli stessi terreni e la stessa metodologia di vinificazione e di invecchiamento: fermentazione in acciaio con 10 giorni di macerazione, riposo in acciaio per i primi 6 mesi ed i successivi 6 in botti grandi di rovere.

Le versioni di Barolo prodotte dall’azienda sono quelle corrispondenti alle quattro MGA in cui possiede le vigne: la maggior produzione è in Bussia dove, da cinque ettari di vigna, si producono annualmente all’incirca 25000 bottiglie, poi vengono il Villero e il Castellero di un ettaro ciascuna, con qualche migliaio di bottiglie prodotte, ed infine il Cannubi che con solo mezzo ettaro di proprietà costituisce l’appezzamento più piccolo dell’azienda per una produzione di circa 3000 bottiglie.

La viticoltura è convenzionale e il barolo è assolutamente classico nei modi di vinificazione e invecchiamento che sono gli stessi per tutte e 4 le etichette: fermentazione con lieviti indigeni ad una temperatura controllata mai superiore ai 31 gradi, 40 giorni di macerazione in acciaio, per la massima estrazione, e dopo un primo riposo di 6 mesi in acciaio l’invecchiamento continua per 30 mesi in botti grandi di Slavonia e qualche tonneau.

Si tratta di una vitivinicoltura senza particolari segreti, dove gli elementi fondanti sono il vitigno, il territorio e l’esperienza nella coltivazione e vinificazione del Nebbiolo tramandata dalle precedenti generazioni: questa caratteristica la si riscontra in tutti i grandi produttori di Barolo.

Assaggiamo l’annata attualmente in commercio, la 2013: tutti i Barolo sono molto puliti ed espressivi e si distinguono tra di loro per sfumature da attribuire a fattori naturali quali la composizione dei terreni, l’esposizione e l’età delle vigne. Per esempio il Villero e il Bussia, che si trovano in terreni di origine elveziana sono più strutturati e duri ma, nonostante le stesse altimetrie ed esposizioni, si distinguono per il fatto che le vigne del Villero sono molto più vecchie (circa 65 anni) ed hanno una resa minore, donando al vino un colore rubino intenso ed al naso note fruttate di prugna, mentre il Bussia vira su sfumature granate e profumi di rosa e liquirizia. Il Barolo Cannubi e Castellero, entrambi da terreni tortoniani geologicamente affini, si presentano eleganti ed intensi nei profumi, con tannini più smussati.

E’ sempre più difficile per noi semplici appassionati assaggiare vecchie annate di Barolo che il mercato, sempre più globale ed esigente, richiede e consuma in brevissimo tempo; Nicoletta ci racconta che dopo la crisi del 2008 sono cresciute moltissimo le esportazioni verso gli Stati Uniti, oggi primo importatore, e si sono rafforzati anche i legami commerciali verso paesi europei come Svizzera, Germania e i paesi Scandinavi: oggi circa l’80% del Barolo prodotto è esportato all’estero.

Concludo menzionando il Barolo riserva Bussia 90 dì del 2011, che come da disciplinare fa un anno in più di botte grande e uno in più di sosta di bottiglia. E’ il top della produzione di Giacomo Fenocchio e certamente quello che più ci ha più emozionato. Al naso è più intenso e caleidoscopico della versione non riserva, con profumi floreali, di sottobosco,  tartufo e torrefazione ed effluvi balsamici. Il tannino è ben presente, assolutamente equilibrato e piacevole, dovuto certamente allo stile di vinificazione, che prevede una lunghissima macerazione sulle bucce di ben 90 giorni, usanza che è stata ripresa dalla tradizione. Al gusto è pieno, armonioso, perfetto nello sviluppo e con una persistenza lunghissima.

 

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Castagnole Lanze: Tra Langa e Monferrato


È giunta ormai alla trentanovesima edizione la Festa della Barbera a Castagnole delle Lanze, piccolo Comune astigiano di poco meno di 4.000 anime, che sorge tra colline vitate che guardano verso il Monferrato, a pochi passi dalle Langhe.

Si tratta di una delle prime manifestazioni di questo tipo in Piemonte, una vera festa per celebrare la Barbera e suoi viticoltori, il tutto condito da prelibatezze che, di cortile in cortile, è possibile assaggiare. Quindi ci si mette in fila nelle piazze e nei cortili, tra la parrocchiale barocca di San Pietro in Vincoli e le chiese di San Rocco e della confraternita dei Battuti Bianchi. Si possono assaggiare piatti di carne cruda di fassona, robiole con cognà, risotto al barbera, fonduta al tartufo nero e tante altre cose buone. Naturalmente a ogni punto di ristoro c’è un produttore che presenta i propri vini.

La Barbera, giustamente, la fa da padrona, ogni produttore propone le proprie versioni in degustazione assieme agli altri vini della propria cantina, sia per promozione, sia per accompagnare i buoni piatti in degustazione.

Nel piacevole giro fatto la domenica a pranzo ho cercato soprattutto le particolarità oltre alla Barbera, scoprendo interessanti proposte.

Partiamo con Cascina Carlot, che propone il MoSec, interessante blend di Moscato bianco 70% e Traminer 30% vinificato secco. L’aromaticità dei due vitigni si fonde e il Traminer rende la trama alcolica più intensa donando corpo e intensità gustativa.

Cascina Galarin propone un Monferrato Rosso Bricco Rorisso, ottenuto da Barbera 75% e Cabernet Sauvignon 25% elegante e intrigante; la Barbera rende una bella spalla acida e il Cabernet ne dà il corpo e l’intensità. Al naso intenso, complesso, in bocca risente dell’annata 2012 e risulta un po’ erbaceo, ma dà l’idea del carattere che viene fuori dall’affinamento in piccole botti di rovere di Slavonia per almeno 18 mesi.

Da Gianni Doglia non si può non assaggiare la sua Barbera Bosco Donne. In questa eccezione alla ricerca della particolarità oltre alla Barbera, si trova nel bicchiere un vino di rosso rubino intenso, riflessi violacei. Al naso una ciliegia tipica e topica che colpisce per intensità, per poi sfumare nella mora, oltre alla rosa e alla peonia. Il tutto esaltando le caratteristiche del vitigno al massimo, senza cercare vie facili attraverso il legno, come da filosofia del produttore.

Con il dolce si arriva da Dogliotti 1870 e, con il bunet, si abbina fantasticamente il loro Vermouth 18/70 a base moscato. Nel bicchiere colore dorato dei toni del moscato, al naso le note intriganti ed espressive delle botaniche aggiunte in infusione per la creazione del vino aromatizzato. Un grande omaggio a questa tradizione piemontese, il risultato è di grande eleganza, che in bocca esplode con grande armonia coniugando la dolcezza del moscato e il finale leggermente amaro delle spezie ed erbe in infusione.

Ad accompagnare un buon gelato perché non un buon Metodo Classico? Erpacrife ne fa di due tipi, un bianco e un rosé. Parlare con loro è sempre un piacere, ti rendi conto del fatto che lo facciano principalmente per passione. Allora il bianco di Erbaluce, Cortese, Timorasso e Moscato bianco, 24 mesi sui lieviti a dosaggio zero stupisce per il blend e per la freschezza e per il bouquet al naso insolito. Il rosé di Nebbiolo ha un bellissimo colore e al naso si apre una buona fragranza di crosta di pane e burro di cascina, fiore e frutta che rimandano più al rosso che al bianco, nella precisa intenzione di ERickPAoloCRIstianFEderico di far esaltare il Nebbiolo anche in questo Metodo Classico 24 mesi sui lieviti.

In conclusione di questo giro ho voluto festeggiare la Barbera bevendo un vino di un produttore a me molto vicino, mio figlio di 4 mesi. Infatti per la sua nascita, a dicembre, gli ho regalato l’adozione di due filari nel comune di Castagnole. Dal 2010 l’Amministrazione, ha lanciato l’iniziativa “Adotta un filare“, che consente di adottare venti metri di filari di Barbera, ricevendo in cambio 12 bottiglie di vino “Lanze”. Al bicchiere il vino è di un rosso rubino vivace con intense tonalità violacee, al naso è tipicamente fruttato e floreale con una bellissimo bocciolo di rosa e una ciliegia croccante. In bocca è intenso e persistente, di gran freschezza e molto piacevole. Insomma una bellissima iniziativa che merita il più grande spazio possibile per la bellezza del messaggio che manda e la qualità del prodotto che regala.

 

Vita low cost?


Serralunga d'Alba, Piemonte, Italia

Image via Wikipedia

E’ possibile vivere low cost? Che cosa significa? E’ equo, solidale, sostenibile? Cosa può essere low cost e cosa no? Dove è consentito rinunciare alla qualità per abbattere i costi?

Queste – e non solo queste – sono le domande che mi pongo come utente appartenente a quella classe “ex media”, quelle persone che non vogliono eccedere, nella consapevolezza che il consumismo è probabilmente il male maggiore del nostro secolo – e ce ne porteremo dietro a lungo pesanti strascichi.

Allo stesso tempo però non riesco a “rinunciare a tutto” come ho già avuto modo di raccontare, anche per il tipo di lavoro che storicamente svolgo, la consulenza tecnica all’interno delle aziende, che presuppone competenza, o per lo meno conoscenza, dei temi tecnologici più attuali.

Con la mia famiglia abbiamo fatto una serie di scelte low cost: prima di tutto i mobili che hanno integrato quanto preesistente nella nostra casa torinese sono Ikea (cos’altro per chi si sposta periodicamente, come noi?) ed ora anche l’auto è un low cost Dacia.

Sul discorso dell’automobile c’è anche però un intento di equità e spero in parte anche di solidarietà, in quanto Dacia è la casa automobilistica romena e, benché sia di proprietà Renault, continua la produzione a Mioveni, in Arges, Romania (da dove viene un ramo della nostra famiglia).

La Romania è un paese in via di sviluppo che ha bisogno assai più di noi di trovare stabilità. E’ anche un paese dal patrimonio industriale importante: un patrimonio che è stato in gran parte abbandonato o addirittura distrutto dopo la fine del regime, con conseguente impoverimento della popolazione che vive, oggi più che mai, una situazione di disoccupazione totale, soprattutto nelle zone rurali ed ex industriali.

Lo stesso discorso, a grandi linee, vale per la mia predilezione per la Grecia come meta di vacanza, soprattutto nella situazione attuale, proprio perché la Grecia vive molto grazie al turismo, anche quello non di massa che io amo. Naturalmente, anche l’eventuale volo per arrivarci può essere low cost, perché la nazionalità delle cosiddette compagnie di bandiera è, allo stato attuale, un concetto se non altro dubbio…

Sul cibo invece la questione è molto più complessa.

In primo luogo ci sono due strade eticamente sensate, credo, ed una che non lo è: quella del consumo inutile, dell’acquisto di cibo spazzatura (merendine, snack, dolciumi, alimenti precotti ecc.).

Le altre due strade, però, sono in totale contraddizione: la prima è quella della filosofia “Km 0”, quella della produzione solo locale, dello slow food certificato, quella, insomma “no global”. L’altra è quella della produzione equa e solidale, in vendita in appositi spazi – recentemente anche all’interno di alcune catene di supermercati della grande distribuzione francese.

Nonostante l’antinomia di queste strade, tuttavia, non mi sento di non dover percorrere l’una perché percorro l’altra. Ci sono cose come il cacao che in Piemonte non esistono e cose come il vino di cui qui si è produttori straordinari. Certo, allora, che vado dal produttore locale per il vino, in Monferrato o nelle Langhe, mentre per le cose “esotiche” ripiego necessariamente su Altromercato e simili.

Infine, anche la solidarietà può essere global o no global. E così, a latere della partecipazione, talvolta attiva, ai programmi solidali delle comunità locali ho scoperto l’esistenza di strutture globali come Kiwa, un’organizzazione che permette di “prestare” piccole somme “worldwide” sul modello originariamente immaginato dal premio Nobel Yunnus.

Alla fine di questo post, credo che emerga un modello misto che io, personalmente considero adeguato a quest’epoca di cambiamenti sociali. E’ il modello che applico, non è il migliore. Ha contraddizioni profonde, come ho chiarito ma si fonda su una base – io dico – filantropica.