La riscossa dei facchini


Wagon Lits

Wagon Lits (Photo credit: jmiguel.rodriguez)

Ve li ricordate? Affollavano un tempo le banchine delle nostre stazioni, subalterni pronti a prendere i bagagli delle signore dai finestrini dei Wagon-Lits. Una scena “interbellica”, da “anni venti”, insomma…

No, strano ma vero, Frecciarossa Roma-Torino in arrivo alle 13.50 di oggi alla Stazione Centrale di Milano (noi si tornava da Milano a Torino). Ed ecco riproporsi la scena, la stessa – o quasi – di novant’anni fa: schiere di facchini affollano il marciapiede presso il binario 10, quello delle Frecce.

Di dove compaiano è un mistero, sicuramente però arrivano dall’India, dal Maghreb, dalla Romania. Tentano disperatamente di accaparrarsi i bagagli di chi scende, frettoloso, dall’alta velocità.

Certo è che non sono “regolari”. Forse sono perfino caduti in un nuovo racket, quello dei “facchini”, dopo quello già rodato delle “rose al ristorante”.

La gente li snobba, tutti, in fondo, hanno ormai le rotelle sotto le valigie e le signore dela “Belle Epoque” non scendono più dai Wagon-Lits, che, nel frattempo, non esistono nemmeno più.

Irripetibilità dell’opera d’arte


English: Own work made in the style of Andy Warhol

English: Own work made in the style of Andy Warhol (Photo credit: Wikipedia)

Ecco una domanda curiosa, alla base di molte diatribe filosofiche, è se un’opera d’arte sia o meno ripetibile.

Mi sono imbattuto in questa tematica partendo dall’affermazione del direttore d’orchestra romeno Celibidache che le registrazioni musicali annichilano l’espressione artistica di un’esecuzione, ragion per cui preferiva non essere registrato.

Mi sono ricordato, sempre in campo musicale, del pianista Benedetti Michelangeli che non registrava a meno che non lo si potesse fare dal suo pianoforte personale (quello che, evidentemente, egli considerava la fonte unica, o giù di lì, di un suono degno d’essere immortalato nel microsolco).

Ho letto, qua e là, di come il tema dell’irripetibilità dell’opera d’arte sia stato profondamente dibattuto nel secolo scorso da movimenti come quello dell’Arte Nucleare e da artisti come Salvador Dalì.

In fondo, a pensarci bene, il problema nasce dal fatto che le copie tecnologizzate sono “migliori degli originali”, nel senso che vi si possono apportare correzioni di ogni sorta, per non parlare degli strumenti usati per la replica, ben lungi dai pantografi degli incisori antichi.

Che le prime lastre fotografiche e i primi fonografi avrebbero cambiato il mondo dell’arte, questo era stato evidente da subito e proprio per questo gli artisti guardavano con grande sospetto a questi strumenti diabolici.

Farei però una considerazione, un distinguo.

Mentre le arti figurative sono essenzialmente statiche nelle loro repliche, il discorso relativo alle esecuzioni musicali è ben diverso. Copiare un quadro, fotografarlo, riprodurlo, è qualcosa di statico, univocamente reso definitivo dall’attimo in cui chi copia esegue.

La musica, l’esecuzione musicale, è altra cosa.

Mi viene in mente un video guardato tempo fa su youtube: “Widor plays widor”. Il grande organista francese dell’inizio del novecento suona su un grandioso organo la sua celebre Toccata dalla V Sinfonia. Ora, è vero che Widor aveva novant’anni all’epoca dell’esecuzione registrata, ma è anche da considerare che essa è molto lenta, in netta contrapposizione allo stile con cui la maggior parte degli esecutori ha voluto, nei decenni successivi, interpretarla.

Insomma, chi aveva ragione? Widor o i suoi esecutori? E questi, erano davvero artisti nel momento dell’esecuzione? E se avessero copiato l’autore anche nell’esecuzione sarebbero stati “più” o “meno” artisti?

Le fotografie di un Andy Warhol, immagini scomposte della realtà contemporanea e dei suoi personaggi, sono ancora arte nelle riproduzioni che campeggiano sulle T-shirt che mettiamo d’estate?

E i personaggi che oggi chiamiamo “artisti”, che in realtà non sono che cantanti in playback imitatori di sè stessi, che valore hanno realmente?

Viviamo in un mondo di copiatori ed imitatori, al più di interpreti, che ci ostiniamo a definire artisti, mentre l’Arte non si sa bene dove sia e noi, pubblico incolto, tendiamo sempre più a sovrapporre alla figura dell’artista vero quella dei suoi “replicanti”.

C’è da domandarsi anche se tutta la tecnologia che ci circonda ci aiuti ad inquadrare correttamente l’Arte oppure no. Vittime di i-Phone e i-Pad, siamo addirittura arrivati all’assurdo di visitare i musei preferendo leggere le guide online, piuttosto che alzare lo sguardo e contemplare quella che è stata l’espressione di un’epoca, di una personalità, di un artista.

 

In viaggio con papà


Italiano: Frecciarossa ETR500 a Milano Central...

Italiano: Frecciarossa ETR500 a Milano Centrale, opera propria, 03/05/2009, l’autore sono io, copyright libero (Photo credit: Wikipedia)

Diversamente da quanto suggerisca il titolo, non racconto, qui, di un giovane Carlo Verdone figlio dei fiori in giro per l’Italia in macchina con un maturo Alberto Sordi spavaldo tombeur de femmes.

I protagonisti del viaggio siamo mia figlia, di meno di tre anni, ed io stesso, il papà.

Il tema del post è l’esperienza di viaggio di una bambina, piccola, in genere in treno, più raramente in automobile o in aereo.

Come genitore, sono sempre stato molto attento a dare a mia figlia tutti i possibili spunti per imparare e per imparare ad imparare. Per formazione personale, scolastica e familiare, sono un assetato di conoscenza e credo che questa sete sia il messaggio migliore che posso trasmettere a chi mi è intorno e, prima di tutto, a chi con me convive.

Le occasioni di viaggio sono state, oggettivamente molte, soprattutto quando si pensa che molti di noi genitori preferiscono tenere i figli a casa il più possibile, nell’illusoria convinzione che tale luogo sia il più protetto, il meno pericoloso.

Può anche darsi che sia così. Certo è che la casa è stimolante solo fino a un certo punto.

In ogni caso, per me e mia figlia, questa possibilità di starcene al calduccio delle mura domestiche, non c’è mai stata. Chi mi legge, sa che le scelte di vita fatte da noi genitori sono state di un certo tipo e che, per naturale conseguenza, il concetto di viaggio non può in nessun caso esserci estraneo.

Stazioni, aeroporti, vagoni, autobus, aerei, navi: luoghi straordinari non solo per la novità che rappresentano per il vorace desiderio di sapere dei piccoli. Soprattutto si tratta di luoghi in movimento. Significa, cioè, per come la vedo io, dare indirettamente dinamismo alla conoscenza, educando alle diversità sociali e culturali.

Quanto poi alla stanchezza dei piccoli… Beh, beati loro che hanno tutta quest’energia per viverli, questi viaggi. L’avessi ancora io! E in ogni caso, sempre meglio stancarli davanti al finestrino di un treno e ai variopinti panorami della primavera nostrana, piuttosto che davanti al tubo catodico, no?

Fluidità del mercato nell’Europa dell’Est e staticità del comparto economico italiano


Chamber of Commerce, Bucharest, Romania

Image via Wikipedia

Evidenza

Dopo molti anni passati a viaggiare tra l’Italia e i Balcani, mi propongo di scrivere questo breve articolo per cercare di mettere in evidenza la realtà del fare impresa in questi diversi mondi. Non tratterò di convenienza o meno di aprire attività all’estero e men che mai di giochini fiscali per non pagare le tasse, esportare i capitali o (non è più vero neanche questo) sfruttare la manodopera a basso costo.

Il caso “Business Hour”

Business Hour nasce a Bucarest nell’inverno del 2007. La cronistoria è di per sé interessante, in quanto mette in evidenza la fluidità del sistema economico dei paesi dell’Est ed, inferenzialmente, di gran parte dei mercati emergenti.
All’epoca, effettuavo consulenza prevalentemente in Romania e, osservando le persone che ruotavano intorno al mio lavoro, decisi di creare un gruppo sul neonato social network LinkedIn. Il gruppo si chiamava “Entrepreneurs in Romania” e raggiunse rapidamente quota 100 iscritti, senza che io dovessi dire o fare nulla. Iniziarono le discussions, automaticamente, e in poco tempo mi resi conto che il meccanismo stava funzionando.
Il numero di iscritti cresceva regolarmente e mi rivolsi ad una piccola società che operava tra le Public Relations e il web. Con questi ragazzi decidemmo di estendere il bacino di utenza del gruppo dagli imprenditori all’universo del business, quindi anche a manager e professionisti, e di organizzare incontri non più online, ma nel mondo reale. Il gruppo prese il suo attuale nome di “Business Hour” ed iniziarono i “Business Hour Meetup” mensili. Dopo circa un anno (siamo a novembre/dicembre 2010) l’organizzazione ebbe una brusca frenata per motivi diversi (le mie assenze sempre più frequenti da Bucarest e altre difficoltà intrinseche all’azienda partner).Image representing Meetup as depicted in Crunc...
Il punto è che il gruppo ha, ad oggi oltre 2200 iscritti ed è molto conosciuto e frequentato su internet, Vi sono postati quotidianamente discussions, promotions e jobs. Tutto questo, veramente senza dover faticare troppo.
Ho provato a trapiantare in Italia “Business Hour”, l’ho fatto poco dopo aver creato il gruppo romeno e, in circa 4 anni di vita non siamo che a quota 100 membri, senza parlare del fatto che il territorio italiano, a differenza di quello romeno, è molto più densamente e uniformemente popolato, la qual cosa non permette di tradurre facilmente l’esperienza virtuale in una reale.

Fare impresa in Italia e nei paesi emergenti: realtà e contraddizioni

Esistono numerose differenze tra l’Italia ed i paesi emergenti. Quella che probabilmente fa davvero la differenza tra questi due mondi è la relativa facilità National Bank of Romaniadi aprire un’impresa all’estero. Creare una srl in Romania o in Serbia (luoghi ove ho prestato consulenza e quindi sono concretamente informato su modalità, tempistiche e costi) è una cosa semplicissima.
Le città pullulano di piccoli uffici di avvocati, traduttori e notai che prestano servizi a costi assai limitati, imparagonabili rispetto ai nostri. Analogamente, la legislazione favorisce il nascere di nuove attività, cosa che in Italia è vera solo per l’apertura delle ditte individuali.
Il punto è, però: a che serve aprrire una società se non ho un business?
Il paradosso è che la cultura aziendale italiana è ancora molto più avanzata e, qui da noi, si crea una società, in generale, solo se c’è un business sotto. Insomma, una società risponde di norma alla volontà di creare qualcosa di stabile e duraturo, in crescita, in espansione costruttiva e costante. Per il resto c’è la partita iva… E in fondo, credo sia giusto così.
La facilità con cui si costituiscono le aziende nei paesi emergenti è invece molto spesso viziata dalla dispersività degli obbiettivi.
Un caso eclatante che ho visto di persona è quello di un’azienda edile romena che esponeva l’insegna “Consulenza aziendale, costruzioni, prodotti per l’edilizia. Abbiamo anche le angurie!”… D’altronde era estate, aggiungo io…
La mentalità imprenditoriale è ciò che maggiormente contraddistingue il modo di fare business in Italia e nei paesi emergenti. La realtà è abbastanza difficile da comprendere e, probabilmente, necessiterebbe di un po’ di storia dell’economia di questi diversi mondi. Personalmente non ho né cultura né esperienza sufficiente in materia per poter dare dei giudizi esaustivi, tuttavia risulta evidente che la propensione a “mettersi in proprio” è assai maggiore nei paesi emergenti dell’Est Europa, nonostante la mentalità diffusa sia ancora indiscutibilmente legata al protezionismo e all’immobilismo di regime. Il “dopo rivoluzione”, insomma, il dopo anni ’90, ha fatto sì che bisognasse in qualche modo rimettersi in discussione, e farlo da zero. Ciò ha obbligato le persone ad assumersi dei rischi, benché la classe politica, gli enti e le singole persone preposte all’istruzione siano stati tutti inadeguati formatori per quel che, di tali rischi, è la gestione.
Ne è emersa una classe imprenditoriale estremamente variegata, prodiga di speculatori e di business man d’assalto, ove non sempre la propensione al rimettersi in gioco va di pari passo con una visione organica di ciò che si costruisce.
L’immobilismo nostrano, dall’altra parte, si palesa nella diffidenza e nella poca propensione a scendere in campo, trincerandoci dietro a presunte conquiste sociali che il sistema economico non è più in grado di garantire.

Una città vivibile


Palazzo Carignano, Torino, (Italy).

Image via Wikipedia

Essendo cresciuto in metropoli immense, sconfinate e, a dirla tutta, abbastanza inefficienti, sono portato a considerare Torino una città quasi a misura d’uomo.

La realtà urbana di questa città, già di per sè regolare per quanto riguarda l’originaria pianificazione urbanistica sabauda (e forse grazie ad essa), è tale da rendere “la vita un po’ più semplice” a chi ci vive.

La scelta di abitare in centro gioca ancor di più a favore della tesi.

Quello che ci emoziona ogni volta è il fatto di poter raggiungere la vicina collina torinese o le montagne delle valli di Lanzo in tempi estremamente ragionevoli.

Perfino la scelta di spostarsi di più e andare in Provenza o a Milano per un pomeriggio diverso dall’ordinario può non risultare una follia.

A tirar le somme, siamo soddisfatti e cominciamo a sentire un certo senso di appartenenza a questa città.

Cambia il mondo intorno a me


IL Dolmen di Mores. QUESTO DOLMEN SI TROVA NEL...

Image via Wikipedia

Passano gli anni e mi rendo conto che il mondo intorno a me sta cambiando sempre più velocemente.
Mi ritrovo ad essere quantomai trasversale su tanti fronti e mi rendo conto che cova nel mio intimo un sentimento di distacco.

Alle passioni giovanili è seguito un periodo di bonaccia, alimentato da disillusioni, in parte, ma soprattutto dalla consapevolezza di essere tessera di un mosaico le cui dinamiche si complessificano progressivamente.
Se per certi aspetti immagino che ciò sia connaturato all’età, resto tuttavia perplesso – ed in parte anche preoccupato – al pensiero che possa trattarsi di una crisi epocale e globale a cui occorre opporsi con fermezza.

Non mi riesco più a collocare in questa società che vive solo in adorazione del dio denaro.