La Grande Transilvania


Un tedesco è il nuovo Presidente della Repubblica di Romania. Non è un ossimoro, solo il sofferto riconoscimento di una scelta realmente democratica. Klaus Iohannis, evidentemente, tedesco è solo di nome. Egli è romeno come lo sono i cittadini romeni di etnia magiara, i tartari, i lipoveni e gli zingari. E come lo sono quelli di etnia, lingua e cultura romena.

In un’epoca di antagonismi e sfascismi, la Romania si presenta come un caso raro, anzi pressoché unico, di rivoluzione conservatrice. Un controsenso, questo, dettato dallo stato di prostrazione sociale totale di un paese europeo dove la corruzione e le oligarchie sono di gran lunga maggiori di qualsiasi altro membro dell’Unione.

La politica non ha soltanto rubato ma – quel che è peggio – ha avallato un sistema capillare di bustarelle che ha bloccato tutto, dalla macroeconomia fino a un bisogno elementare dei cittadini come la sanità.

A questo si aggiunge il problema complessissimo della diaspora, la fuga di massa della popolazione. Un quarto dei romeni non vive in Romania. Sono partiti a diverse ondate, ciascuna delle quali è stata caratterizzata da motivazioni profonde e molto specifiche.

Ieri notte, in tutta la Romania, si è scesi nelle piazze a festeggiare, come se la vittoria elettorale di un candidato di minoranza oppositore del blindatissimo primo ministro socialdemocratico Ponta fosse davvero una rivoluzione epocale.

Personalmente avevo sperato che la larghissima maggioranza parlamentare di Ponta avrebbe portato in tre anni di governo ad un ribaltamento della situazione sociale interna ed internazionale dei romeni. Non è stato così, perché è prevalsa la cupidigia di una miriade di politicanti senza scrupoli che hanno fatto esclusivamente gli interessi delle loro tasche.

Come in Italia, mi direte. No, vi rispondo. L’Italia ha problemi molto diversi da quelli della Romania e anche una prospettiva politica assai diversa (benché incerta).

La mia grande speranza è, ora, che dopo le ansie e i liberatori festeggiamenti di stanotte, tutti i romeni e non soltanto i quattrocentomila che si sono messi in coda per tutta la giornata di ieri per votare nelle ambasciate all’estero, ritrovino i germi di un senso costruttivo di unità e solidarietà, ciò che prima il regime e poi la corruzione postcapitalistica hanno concorso a distruggere.

Riparta, dunque, la Romania dalla Transilvania del tedesco Iohannis e dia un segno che l’Europa è dei popoli e non di burocrati, banche e corrotti.

 

La grande Romania


Due giorni fa è stata la festa nazionale romena.
Per televisione (qui a Torino ritrasmettono in digitale terrestre alcuni canali d’oltre Carpazi) davano la sfilata militare di Bucarest.
Sono rimasto subito molto perplesso nel vedere i fasti della sfilata. Ho pensato che le nostre sono assai sobrie, con o senza spending review.
Poi, seguendo la trasmissione, scopro che, a lato del presidente romeno Basescu, c’è il collega moldavo, cioè il presidente della repubblica (ex sovietica) di Moldova.
Ah. Ecco. Un nuovo tentativo di unione, quindi… Proprio come avvenne il 1 dicembre 1918. Solo che, allora si usciva da una guerra che aveva piegato l’impero russo, mentre ora siamo nella situazione opposta: Russia potente ed Europa allo sbando.
Almeno, così appare a me, italiano, forse troppo italiano da non osservare che le dinamiche globali non sono ancora definite e che, probabilmente, la guerra tra i blocchi non è mai cessata.
Abbiamo solo fatto

finta

di essere in pace.
Per quanto non ci siano state dichiarazioni di prossime unioni tra Romania e Moldova, c’è stato uno schieramento palese. Segno che, alla fine, questa Europa non è poi un sistema così statico e immobile come gli euroscettici vogliono farci credere.
Ci sono equilibri importanti da stabilire (quelli tra occidente e oriente si sono sempre giocati nei Balcani) e l’Europa, apparentemente silente, se ne sta invece facendo interprete.

E se l’impresa incontrasse la cooperazione?


Sara Turetta (Save the Dogs)

Sara Turetta (Save the Dogs) (Photo credit: harvest breeding)

La cooperazione vorrebbe incontrare l’impresa e, tuttavia, spesso questo non avviene, anche se la realtà cooperativa è virtuosa e le aziende che insistono sul territorio sono molte, come nel caso della Romania.

La motivazione che mi spinge a scrivere questo post è il commento, su questo blog, di Sara Turetta, presidente di savethedogs.ro, una realtà presente da moltissimi anni nel paese carpatico, impegnata in prima linea nel difficile compito di sensibilizzazione al problema del randagismo, una delle piaghe più incredibili presenti nei paesi dell’est europeo.

Da amante del genere canino (a volte più di quello umano) mi sono spesso scontrato, durante la mia lunga permanenza in Romania, con una mentalità quantomeno non preparata alla gestione del problema, in modo terribilmente analogo a quanto in molti casi avviene anche con gli orfani (de iure o de facto).

Ed ecco che Sara Turetta mi racconta brevemente dell’evoluzione del loro progetto, ove la cooperazione spazia dall’attività di salvaguardia dei cani di strada, iniziata nello storico centro di Cernavoda, sul Danubio, fino alle iniziative umanitarie condivise con il CIAO, Comitato Italiano Associazioni e ONG in Romania.

Diciamolo ancora una volta, la Romania non è esattamente il terzo mondo, è una nazione europea, dell’Unione Europea, con standard e obbiettivi europei ma, soprattutto nelle aree rurali è ancora particolarmente arretrata.

La mia visione del problema, come ho spesso avuto modo di spiegare, è che il quarantennio di regime ha scavato un solco profondo nelle attitudini di questi nostri cugini balcanici, asservendoli ad un sistema garantista e deresponsabilizzante.

Ed ecco che l’impresa italiana potrebbe, tuttora, a oltre vent’anni dall’apertura delle frontiere, trovare in organizzazioni non governative impegnate sul territoriio, sinergie di grande interesse per una evoluzione solidale, costruttiva e sostenibile. Sono finiti, d’altronde, i tempi in cui la Romania era semplicemente la patria della manodopera a basso costo.

Grigio cemento


Bucureşti Blocuri

Bucureşti Blocuri (Photo credit: swarve)

Ripensando al mio lungo legame con la Romania e ai frequenti viaggi intrapresi oltre i Carpazi, mi viene da ripensare a molte cose viste e vissute e, stranamente, mi vengono innanzi tutto in mente i cinquantenni sugli autobus di Bucarest, nei loro consunti abiti cachi, con una busta di plastica in mano ed un’espressione spenta: sono la prova dei danni tremendi che fa un regime, un qualsiasi regime, agli uomini che lo hanno voluto o dovuto condividere.

Sono uonini spenti, privi di sorriso, privi di prospettive, grigi come il cemento dei casermoni ceausisti che hanno privato di colore le città.

Strano, se si pensa che dalla Rivoluzione romena sono passati oltre ventitré anni: è proprio vero che le conseguenze di un trauma sociale sono pesantemente pagate anche a quasi cinque lustri di distanza.

Orribile.

Chiese fortificate di #Transilvania


Prejmer (Tartlau), Romania

Prejmer (Tartlau), Romania (Photo credit: Wikipedia)

Sperdute nell’immensa Depressione Carpatica, spesso in posizione dominante su fiumi e valli, ma altrettanto spesso isolate in mezzo alla campagna o al centro di un villaggio, le chiese fortificate rappresentano l’esempio più sorprendente di architettura civile e allo stesso tempo religiosa e militare della Transilvania.

Quella che mi è sempre parsa l’emblema vero e proprio di questa tipologia di costruzioni è indubbiamente la chiesa fortificata di Prejmer, non lontana da Brasov, caratterizzata da un anello circolare di camminamenti contenenti la chiesa vera e propria e le costruzioni annesse, tutta stridente dei suoi intonaci di calce.

Nello stesso stile, la non lontana chiesa fortificata di Harman, più grande e, paradossalmente meno straordinaria forse proprio per il colore più consueto.

Simile anche quella di Cisnadie, presso Sibiu. E poi le più imponenti chiese gotiche fortificate di Sebes, Alba Iulia, Fagaras, Cristian.

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transy...

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transylvania, Romania (Photo credit: Wikipedia)

Spesso sono oggi chiese evangeliche – più raramente ortodosse o cattoliche – riformate nel cinquecento insieme alla spopolazione sassone e sveva di lingua altotedesca, immigrata in queste terre fin dall’XI secolo.

Un patrimonio straordinario, di grande interesse artistico e soprattutto storico, perché rivelano la vocazione dei transilvani a curare e difendere la propria terra, cosa rara nella penisola balcanica, soprattutto nel medioevo, quando la prassi comune era quella della “terra bruciata”.

Di tutta la Romania, solo in Transilvania si possono rintracciare, infatti, le cittadine e i paesini così comuni nel resto d’Europa, mentre, altrove, è comune trovare solo villaggi strutturati longitudinalmente su una strada unica, senza una vera piazza o un edificio di riferimento.

In fondo, la Transilvania è un’eccezione romena in Romania, anomala già a cominciare dalla ricchezza etnica e dai non rari conflitti che essa comporta.

Dacica, poi romana, divenne tedesca nell’Alto Medioevo per poi conoscere il Regno d’Ungheria, l’Impero asburgico e, solo con l’Unione del 1° dicembre 1918 alla Romania, conserva il trilinguismo dei toponimi e una marcata varietà di strutture architettoniche e armature urbane.

Ecco perciò che queste chiese fortificate possono rappresentare una proposta di itinerario di viaggio tra arte e storia, in una terra in parte selvaggia e vergine, nonostante gli strascichi del post-industrialismo.

Sterile polemica


Carpatair Saab 2000

Carpatair Saab 2000 (Photo credit: Carpatair)

Lo spunto, stavolta, mi è dato da un articolo letto stamattina sull’edizione nazionale di La Repubblica, in cui si evidenzia come l’attuale Alitalia faccia uso in sub-sub-appalto degli aeromobili di un vettore romeno, Carpatair.

Polemica inutile, dannosa, fuori luogo, perché non si capisce bene cosa si intenda ottenere: denigrare oltre misura Alitalia? La Romania? Il sistema?

L’autore  elenca, in effetti, tutta una serie di incidenti registrati negli ultimi mesi su voli operati dalla piccola compagnia romena, senza ricordarci che Carpatair vola con un Saab 2000, prodotto nella civilissima Scandinavia.

Mi domando se l’autore abbia mai avuto il piacere di volare in turboelica… Probabilmente no, altrimenti forse non si sarebbe allarmato per i sinistri rumori che si odono durante il volo, per l’instabilità in decollo e atterraggio e per tanti altri piccoli fastidi (dovuti, essenzialmente, alla quota molto più bassa a cui questi aerei volano rispetto ai jet).

Concordo che non sia una bella pratica, questa del subappalto. Non lo è in nessun contesto, anche al di fuori del mondo dell’aviazione civile. Va però detto che anche l’augusta Lufthansa subappalta la rotta Torino – Muenchen ad AirDolomiti, che opera, tanto per cambiare, con ATR72, un altro turboelica vanto, stavolta, proprio della nostra industria aeronautica.

Tutto il mondo, quindi, è paese.

Personalmente, non ho molto da dire sulle piccole compagnie aeree. A volte sono belle sorprese, a volte pessime. Cercherei però di fare un po’ più attenzione al rischio di generalizzare.

Quanto al discorso Romania, come ben sa chi legge questo blog, non ho sempre pareri “ottimi” e spesso mi sono scagliato pesantemente contro alcune decisioni e alcuni costumi di questa gente (peraltro, spesso tanto simile a noi).

Eviterei però obliqui sottintesi populistici del tipo Romania=non qualità/non professionalità: ricordiamoci che milioni di romeni lavorano onestamente (e pagano le tasse) nel nostro illustre paese.

Jar


Brace

Brace (Photo credit: Conanil)

Antica tradizione, questa, di conservare il fuoco, quello delle vecchie stufe di ceramica che adornano le camerette delle case di campagna della Valacchia. La brace rossa è custodita e portata, a mezzo di una scodellina metallica d’altri tempi, dalla grande stufa della cucina alle altre, sparse nella casa. ‘Jar’ si chiama, nella lingua locale la brace. Rito domestico destinato a sparire, forse, in questo mondo che sempre meno spazio lascia alla sacralità del focolare domestico.

Ricordo di un uomo di Dio


Interior, Biserica Sfantul Silvestru, Bucuresti

Interior, Biserica Sfantul Silvestru, Bucuresti (Photo credit: Wikipedia)

Leggo, oggi, su una rivista romena, il ricordo del padre Constantin Galeriu, scomparso ormai da diversi anni.

 

Personaggio fuori dall’ordinario, una grande cultura e, soprattutto, una insolita capacità comunicativa. Io ho avuto l’onore di conoscerlo – è stato il celebrante del mio matrimonio – e il piacere di ascoltarlo.

 

Nell’articolo di cui sopra, si ricorda come egli fosse un lettore instancabile, anche in tarda età, considerando sempre necessario confrontarsi con l’attualità pur restando nella Tradizione.

 

Un’ipoteca per il futuro dalle elezioni romene?


Coat of arms of the Union of Soviet Socialist ...

Coat of arms of the Union of Soviet Socialist Republics from 1958 to 1991 (Photo credit: Wikipedia)

Un esito prevedibile, quello delle elezioni romene di ieri.

C’è chi parla di risovietizzazione, soprattutto gli americani che, forse, non hanno ancora esorcizzato abbastanza gli spettri della Cortina di Ferro o, magari, non vedono l’ora di riaccendere quelle fiammelle sopite buttando benzina sul fuoco.

Personalmente, non credo che ci sia questo rischio, prima di tutto perché i Soviet non esistono più e poi, anche perché la Russia è per la Romania un ricordo lontano e spiacevole.

Ciò che, invece, mi preme sottolineare è il fatto che, con un risultato plebiscitario come questo (l’USL, Unione Social Liberale supera, al Senato, il 60%) bisogna avere un programma articolato e, soprattutto, durevole.

Difficile dire se, in un contesto così particolare come quello della Romania post-comunista e post-consumista, ci sarà un’attività parlamentare davvero all’altezza di percentuali così eloquenti (il precedente nostrano dell’attuale legislatura non mi sembra abbia dato i risultati ipotizzati).

Certo, mi viene sempre da sorridere sotto i baffi quando leggo l’aggettivo “liberale” come attributo dei partiti carpatici. Cosa vuol dire “liberale” nel 2012? Vuol dire forse liberista? Libertario? Liberale come a inizio Novecento?

D’altra parte, curioso a dirsi, “liberali”, in Romania sono “tutti”, sia destra che sinistra.

Stavolta la palla è alla sinistra. Staremo a vedere.