Ignoranza virale


Fibonacci

Fibonacci (Photo credit: Lallyna )

7-4+3×0+1=…?
Rispondi e metti mi piace.
Risultato? Circa 300  mi piace e oltre 1000 commenti. Il tutto da un post virale apparso su Facebook.
Risultato? Ah, no, non ve lo dico. Io,  comunque, anche se la mia laurea mi darebbe l’autorità morale per mandarli tutti a stendere, non ho commentato né messo mi piace.
Ma insomma: siamo veramente dei caproni. Metà di questi caproni sono anche brutalmente ignoranti.
Quello che però fa male è vedere come la libertà di parola stia portando, sul social network, ad uno svilimento costante della ragione, avvalorando qualsiasi opinione come ‘fonte’.
Giusto ieri leggevo un articolo su la Stampa ove una ricercatrice lamentava, disperata, l’impossibilità di scrivere per confutare scientificamente la ‘teoria cospirativa delle scie chimiche’, senza essere insultati in rete.
L’arroganza è spaventosa. Fa davvero paura. Arriveranno a formare squadre di volontari per bruciare le biblioteche come in Farenheit 451, e non dovremo stupircene.
Ah, ovviamente il risultato è 4…

Anomalie del web sociale


Se è vero che sul web siamo ciò che pubblichiamo, è allo stesso tempo vero che il nostro brand è costruito su quello che seguiamo in ambito social.
La considerazione nasce dalla mia personale recente valutazione dell’evoluzione delle reti sociali che, da cerchie di amici, conoscenti e business partner più o meno reali si sta trasformando progressivamente in una sorta di canale pubblicitario referenziato.
Da un peer to peer o, eventualmente b2b, siamo approdati ad un vero e proprio b2c.
L’ultima prova di questo fenomeno è un articolo del Sole di oggi che annuncia 710 mila followers italiani, tra twitter e facebook, degli istituti di credito.
Un numero, a mio avviso, difficilmente giustificabile quando, nella percezione diffusa delle persone, il web dovrebbe essere un irrefrenabile veicolo di democrazia.

La neve e la poesia dell’infanzia


no two alike

no two alike (Photo credit: Ed from Ohio)

La neve ha coperto la pianura del Nord, benché a Torino sia caduto a malapena un centimetro e la bianca coltre non abbia neppure avuto il tempo di depositarsi sui tetti di questa città. Oggi c’è perfino una parvenza di sole.

Ho letto, qualche minuto fa, il post un po’ melancolico di un’amica, su Facebook, che ricordava la propria infanzia e la felicità infantile di uscire nel cortile di casa, in Dobrogea, a giocare nel bianco.

Una felicità intima, rivissuta oggi nella sua bimba e contrapposta alle preoccupazioni che abbiamo noi, adulti, allarmati dal traffico, dalle gomme lisce e da tutte quelle cose che ci hanno tolto la capacità di gioire.

“Quando abbiamo perso l’entusiasmo dell’infanzia?” domanda la mia amica ai suoi amici della rete. ” L’abbiamo perso nel momento in cui – sbagliando – ci siamo convinti di non essere più bambini..” è stata la mia risposta.

A free and open world depends on a free and open web


domande (questions)

domande (questions) (Photo credit: l3m4ns)

“A free and open world depends on a free and open web” sottotitola oggi Google, mentre, da più parti, nel mondo, si legifera per uniformare la rete globale, più che altro, al modello cinese.

In realtà, dietro i giusti schermi che si andrebbero a imporre a chi truffa e delinque online, è chiaro, infatti, l’intento di mettere un bavaglio – o per lo meno un meccanismo di controllo.

Nulla di nuovo sotto il sole, come sentenziava il Qoelet circa tre millenni fa, proprio nei giorni in cui perfino il romano pontefice Benedetto XVI approda su Twitter e – ma questo terzo fatto è, in fondo, il meno significativo di tutti – il Daily, quotidiano murdochiano online, chiude i battenti per “mancanza di traffico”.

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Domande, queste, che si radicano tra gli uomini da sempre e oggi, credo io, si radicano anche nel Web.

Riusciranno i nostri eroi del web a farne un palcoscenico di libertà e di poliedricità o saremo, piuttosto, inghiottiti da nuovi populismi dal linguaggio internautico atti a reclutare ignari proseliti di nuovi futuribili regimi?

L’importanza di un nome


Image of Io taken by the Galileo spacecraft

Image of Io taken by the Galileo spacecraft (Photo credit: Wikipedia)

“Io non saprei proprio dire ch’io mi sia”, diceva, rassegnato, il pirandelliano Mattia Pascal, al termine del suo paradossale racconto.

Stamattina, accompagnando mia figlia alla scuola materna, ho avuto non poche difficoltà a causa del rifiuto di lei di entrare. Provando a ragionare con lei – perché nonostante abbiano tre anni, i bambini sono sempre estremamente ricettivi e, a modo loro, profondamente logici – ho scoperto che il “problema” era nel fatto che qualcuno la aveva chiamata “piccola”. Ho pensato a qualche monello della classe un po’ bulletto. Poi, invece, ho letto su un appendipanni il nome di un’altra Irene, un’omonima di mia figlia e, come si dice, ho fatto “due più due”. Ne ho parlato con la maestra, ed ho scoperto che era stata proprio lei, ingenuamente, a chiamare le due bimbe “Irene grande” e “Irene piccola”, senza cattiveria, evidentemente, ma solo per distinguerle.

Mi è tornata alla mente quindi, e per l’ennesima volta, la questione già spesso dibattuta della nostra identità, del modo in cui creiamo – in termini di marketing – un “personal branding” di noi stessi.

Il mio pensiero va, ad esempio, all’attore “Pier Luigi Modesti” mio omonimo che non sta che in quarta o quinta pagina, facendo una ricerca per nome e cognome su Google.  Mi dispiace sinceramente perché è bastato un blogger estemporaneo come me a scalzarlo da quel trampolino che con il lavoro di anni gli sarebbe spettato.

Cosa siamo? Un codice fiscale? Un nome indicizzato da un motore di ricerca? Un profilo Facebook?

Pedine di un sistema globale, credo, ma non di un complotto, come sostengono alcuni. In fondo, è facile gridare al complotto quando non riusciamo a vedere “en ansamble” tutto quanto abbiamo intorno a noi e, senza dubbio, la nostra sfera di influenza, anche con gli strumenti mediatici più senzazionali, è pur sempre molto limitata, come si vede analizzando la redditività di una campagna di internet marketing basata esclusivamente sul personal branding rispetto a quella basata su un prodotto o servizio.

Insomma, molto difficile farsi strada da adulti e con la competenza o, per lo meno, la cognizione di quali siano gli strumenti promozionali ad impatto maggiore. Figuriamoci per un bimbo che, a stento, ha imparato il proprio nome.

La verità è che la nostra è, per forza di cose, una società “impersonale” e sta a noi personalizzarla con i nostri potenziali “contenuti originali”.

Presente e futuro dei social network


Detail showing the illumination added after pr...

Detail showing the illumination added after printing. (Photo credit: Wikipedia)

Se dovessi – o volessi – riscrivere il titolo che ho appena delineato, dovrei forse dire qualcosa tipo “ma i social network hanno futuro?”. Articolando oltre, la domanda di base che mi pongo a distanza di un lustro dall’alba dell’internet sociale è se il web 2.0 o 3.0 sia una realtà culturalmente positiva ovvero ci stiamo avviando ad un web spazzatura, un po’ come quelle pubblicità in cassetta postale non gradite. Insomma, nella vita reale, scriviamo sulla buca delle lettere “questo condominio non gradisce pubblicità in cassetta”, nel web “1.0”, quello dell’email, per intenderci, abbiamo inventato potenti strumenti antispam che filtrano (con poche falle) tutto ciò che entra.

Ora, con il web sociale, finita l’era del “siamo tutti amici di tutti” del basico Facebook o degli “open networkers” delle reti più evolute, sono sempre più propenso ad immaginare l’avvento di strumenti di nuova generazione atti a limitare e salvaguardare ciò che ci viene dalle connessioni.

Quando, quindici anni fa, chat ancestrali come IRC e ICQ ci insegnarono che internet può metterci in contatto diretto, immaginavamo stessimo parlando di – passatemela – un C2C, non un B2C come, invece, oggi è evidente.

C’è stata, invero, anche una fase in cui “semiaddetti ai lavori”, come me, hanno pensato che il B2B potesse essere un’altro sbocco naturale. Poi ci siamo accorti che, alla fine, tutto sfociava in evitabilmente in esperienze di MLM (multilevel marketing) quando non esclusivamente speculative.

Insomma, più passa il tempo, più pavento un internet che dalla comunicazione sociale passi alla “truffa sociale” e, questo, non mi va molto giù.

Non mi va giù affatto, direi. Non mi va giù perchè stiamo uccidendo le possibilità di internet come strumento e, a fronte di una sempre più attaccata e depauperata esperienza “open” come Wikipedia, ci stiamo riempiendo di spam ad elevato tasso di convertibilità in termini economici (la conversione può essere diretta, come nel caso degli acquisti online, o indiretta nel caso ormai frequentissimo della distribuzione ai limiti della legalità dei nostri dati personali con evidente secondo fine di lucro). Uno spam, questo, costituito dagli eredi naturali dei volantini dei supermercati.

Se Gutenberg sapesse che la stampa, quella sua straordinaria invenzione datata 1455, sarebbe stata destinata ai volantini pubblicitari, cosa avrebbe pensato? Si sarebbe prodigato a stampare la sua Bibbia?

Analogamente, il gruppo del CERN che nel 1991 inventò il World Wide Web, che direbbe – che dirà – vedendo ormai transitare solo spazzatura sui protocolli di rete rivoluzionati al solo nobile scopo di informare e connettere?

Ma chi siamo?


The Son of Man (Magritte)

The Son of Man (Magritte) (Photo credit: Wikipedia)

Stamattina, il post su Facebook di un amico di vecchia data mi faceva riflettere sull’importanza del nome. L’idea era del tipo “nel silenzio comprendiamo chi siamo”.

Gli rispondo, a mio modo, evocando l’ancestrale importanza del nome di Dio nella cultura degli antichi Ebrei e di come la vocalizzazione del trigramma JHW (ciò che appunto definiva una volta per tutte il nome di Dio) era stata seppellita definitivamente insieme con i sacerdoti sterminati ed il tempio distrutto da Tito nel 70.

Aggiungo anche la nota letteraria, ricordando Mattia Pascal, il “Fu” pirandelliano, l’uomo senza identità.

Passano pochi minuti e scopro, nella mia casella email, una allarmante richiesta di aiuto economico da parte di un altro caro amico di vecchia data.

Mi chiede – in inglese – di mandargli 2500€ con la Western Union in quanto è stato derubato di telefono e carte di credito e non può saldare un albergo a Madrid. Sospetto immediatamente il furto d’identità e lo avviso, via Skype, di quanto ho ricevuto.

Al malcapitato, in effetti, è stata usurpata la casella email, nel senso che qualcuno se ne è appropriato, ne ha modificato la password, ha rubato i contatti e cancellato tutti i messaggi. Con non poca fatica (il provider era effettivamente oltre manica) è riuscito a sbloccare la situazione, ma intanto la perdita c’era stata.

Strano che due eventi così diversi e lontani nel loro significato intrinseco originario siano rapportabili ad un’unica considerazione su chi siamo, cosa siamo, come internet ci sta cambiando e quanto la nostra identità virtuale si sovrapponga a quella reale.

Il furto d’identità informatico non è esattamente una cancellazione anagrafica come quella del Fu Mattia Pascal, è più banalmente una truffa bell’e buona. Qualcuno fa phishing, va a pesca, basandosi sulla nostra buona fede e sui non sempre inattaccabili firewall che dovrebbero salvarci.

Fatto sta che viene da pensare che il nostro amico, che stamane ci invitava a riflettere sull’essenza del nome, ha ancora più ragione di quanta non immagini perché, in fondo, non lo sappiamo più davvero, schiacciati tra un mondo di ideali ed ideologie passati e non più accettabili e un mondo nuovo, fondato sul web dove ancora nulla è chiaro, neppure forse le direzioni principali.

 

Facebook, Twitter e gli italiani


Image representing Twitter as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

Qualche considerazione d’obbligo al debutto in borsa del colosso di Mark Zuckerberg e al successivo plateale perdita di circa il 20% della quotazione di collocamento iniziale delle azioni. Beh, che dire, un bel flop per Facebook Spa.

Per molti versi, almeno per quanto possa aver analizzato io a priori, non c’è da stupirsene troppo. Il prezzo di collocamento era stato gonfiato artificialmente. Per dolo? Può anche darsi. Più probabilmente perché negli stessi USA non si ha ancora molto chiaro cosa significhi davvero l’applicazione in questione e quanto realmente possa valere in sé e per sé, a prescindere dall’utilizzo straordinario che se ne fa a livello commerciale.

Certo è che Facebook ha cambiato radicalmente il modo in cui ci approcciamo ad internet, facendoci passare d’un botto dalle farraginose pagine web al contesto dinamico dei micrositi.

Altro punto, tutto sommato, interessante da indagare è che negli USA Facebook è ancora, a livello di utenti, dietro Twitter. Qui da noi, la tendenza sembra ancora essere quella opposta.

A fronte di pochi utenti di Twitter, la massa, una massa informe e variegatissima, continua ad usare Facebook e lo fa – io per primo – in modo improprio (ad esempio, io ribalto su Facebook e su Twitter i post di questo e di altri blog a cui mi dedico periodicamente).

Facebook dovrebbe essere uno strumento di microblogging, Twitter dovrebbe esasperarne la concisione, in virtù delle limitazioni nel numerodi caratteri per cinguettio.

Per questo motivo, Twitter presuppone una presenza attiva e costante online. Facebook no.

L’impressione, insomma, è che la presenza online di noi italiani non sia ancora costante, nonostante i boom di smartphone e tablet.

Siamo ancora indietro? In realtà c’è anche un fattore culturale, credo: gli italiani sono prolissi, si perdono in chiacchere molto spesso e sono poco pragmatici, nel complesso, soprattutto nella lingua scritta. Forse va considerata anche questa

attenuante.

 

Buoni o cattivi?


Brutti, sporchi e cattivi

Brutti, sporchi e cattivi (Photo credit: Wikipedia)

Singolare conversazione, stamattina, con mia moglie. Passeggiando sotto i portici di Torino, ad un tratto constato: “oggigiorno sento spesso dire che gli uomini siano fondamentalmente cattivi, ed è una cosa che non posso accettare”.

In risposta, mia moglie dice “dipende se noi vogliamo vedere del buono o no in chi ci sta davanti” (o qualcosa del genere).

Credo che questa sia una perla di saggezza straordinaria. In pratica, dipende da noi vedere le cose in modo ottimistico, costruttivo, positivo. Se partiamo col “piede giusto”, senza sospetti e con disponibilità, anche chi ci sta di fronte sarà portato a risponderci con una moneta simile.

Un’affermazione che, nella sostanza, vale in primo luogo nei rapporti interpersonali, ma si può facilmente estendere anche al mondo del business e perfino al dialogo sociale.

In fondo, perché vedere sempre e solo il lato negativo dell’interlocutore? Che vantaggio ne abbiamo? Siamo proprio convinti di non essere noi stessi i responsabili di quanto ci avviene? Non è forse la strada facile?

Personalmente, non credo che abbiamo responsabilità totale e su tutto (e questa è stata la ragione del dibattere con il mio personal coach tempo fa). Ci sono eventi e situazioni, nella vita quotidiana come nel business, in cui non riusciamo ad avere il controllo totale perché non abbiamo la competenza per gestire ciò che avviene, eppure non possiamo evitare ciò che accade.

Ad esempio, banalmente, siamo azionisti di una società che cambia strategia (senza che noi possiamo intervenire) e così via, potremmo trovare migliaia di casi analoghi.

Resta il fatto che, ovunque noi abbiamo il controllo di gestione della situazione, abbiamo anche la possibilità di inquadrare positivamente la stessa.