La febbre dell’oro


Già ne ho parlato altrove, ma credo che l’argomento vada trattato ulteriormente.

Girando per Torino,sto notando che, praticamente in ogni strada della città, stanno apparendo come funghi i banchi dei pegni. Un fenomeno, questo, che mi da molto da pensare perché implica una serie di considerazioni difficili da esprimere senza prendere, a un certo punto, una posizione.
Insomma, se i banchi dei pegni appaiono è perché c’è questa richiesta, richiesta di liquidità e impossibilità di reperire il contante per le spese “quotidiane”.
Inoltre, il fatto che ci sia merce da impegnare, comporta evidentemente il fatto che “prima” l’acquisto di gioielli e preziosi era, non solo possibile ma anche cosa consueta.

gold cast bar

gold cast bar (Photo credit: hto2008)

Certo, ci sarebbe molto da obbiettare sul fatto che siamo arrivati ad impegnare l’anello della nonna per comprarci il tablet, ma tant’è.
Più che altro, quindi, si tratta di un fenomeno di costume, originato senz’altro dall’aria di crisi che respiriamo, ma alimentato moltissimo da tendenze e controtendenze amplificare ad arte da strumenti di marketing più o meno sofisticati.
Uno dei business che sono comparsi di recente e che mi hanno maggiormente stupito è, per dirne una, il paradossale complemento ai banchi dei pegni: in aeroporto, a Bergamo, per la precisione, ho trovato un vero e proprio distributore automatico di lingotti d’oro – moneta scambiabile ovunque e mai svalutabile, come recitava la pubblicità sul fronte dell’apparecchio.
Beh, senz’altro si svaluta di meno dell’Euro, anzi, ultimamente, l’oro si sta nuovamente apprezzando proprio in quanto bene rifugio.
In fin dei conti, sembra quasi che questa benedetta crisi non sia tanto economica o finanziaria, quanto semplicemente monetaria.
Tuttavia, se anche l’Euro è svalutato e Grecia e Spagna stanno letteralmente esplodendo, personalmente spero ancora in un’uscita meno drammatica da questo momento buio.

Crisi, frutta e verdura


Buñol - Tomatina 2007

Buñol – Tomatina 2007 (Photo credit: ale77dan)

Cinquantamila partecipanti (diecimila in più rispetto allo scorso anno) hanno affollato le strade di Buñol, vicino Valencia, per… guerreggiare a colpi di pomodori. La Tomatiña: qualcosa di analogo a quanto avviene, ogni anno, durante il Carnevale di Ivrea, dove i proiettili sono le ben più pesanti arance.

CIRCENSES. Non so trovare un altro termine, in nessun’altra lingua, per identificare il fenomeno, ed è chiaro che i circenses appaiono e spopolano soprattutto in epoche calde. Sì proprio quelli del “panem et circenses“…

A differenza delle manifestazioni propriamente sportive, infatti, i circenses sono un misto di goliardia ed esorcizzazione della realtà. Si tratta di fenomeni prettamente popolari, è chiaro, ma mi viene da dire populisti, perché, in fondo, o c’è una volontà politica diretta o ce ne è una indiretta, alla base di questi fenomeni.

Gli antichi romani sono stati grandi maestri. Sono stati loro, proprio loro, ad inventare il circo come “metodo” per far scaricare le tensioni.

L’aspetto sorprendente, tuttavia, non è tanto che ci sia chi organizza – ieri come oggi – queste cose, quanto il fatto che la partecipazione popolare risulta sempre essere autoindotta. Intendo dire che siamo proprio noi, cittadini, a convogliare frustrazioni ed insofferenze nel desiderio di liberazione che sembrerebbe essere appagato dalla partecipazione ad una qualche guerra dei pomodori.

Ci sono rabbia ed altri sentimenti a lungo repressi nel corso dell’anno e queste carnevalate costituiscono una sorta di valvola di sfogo che, ribadisco la mia posizione, più che imposta è autoimposta.

Ma, insomma, serve o non serve sfogarsi? Molti sedicenti maestri contemporanei ci dicono di andare in mezzo al bosco e gridare, piuttosto che fare attività fisica pesante o scaricare nel sesso la nostra energia. Maestri più antichi ci inducevano al controllo delle nostre pulsioni.

In fondo, credo che gli antichi avessero più ragione dei moderni, non perché dobbiamo reprimere in qualche modo la nostra identità umana. Al contrario, nella sobrietà, nella continenza – come avrebbero detto loro – possiamo trovare i germi di quella libertà di comportamento che altrimenti rischiamo drammaticamente di compromettere.

Banalizzando, i circenses e, più in generale, molte delle cosiddette valvole di sfogo sono le risposte – molto, troppo umane – generate dalle stesse pulsioni a cui replichiamo con il consumismo, con la febbre dello shopping, con la palestra, con il turismo di massa.

Souvenir di Roma


Rome

Rome (Photo credit: ryarwood)

Un fine settimana (un sabato, per dire la verità) passato a Roma, quella che dovrei chiamare la mia città. Una pizza con i vecchi compagni di liceo, rischio Compagni di Scuola di Verdone e, invece, una serata tranquilla in ricordo della maturità di vent’anni fa. Una piccola festa con i miei genitori, in trattoria, come ai vecchi tempi.

Sembrerebbe la cronaca di qualcosa fuori dal tempo ma, in effetti, molte cose sono cambiate.

In primo luogo, non abito più a Roma da quasi dieci anni e che volete che ne sappia di come abbia pulsato e vissuto questa metropoli in tanto tempo… Un tentativo fatto tre anni fa di tornarci a vivere, tuttavia, mi rassicura che le cose non siano esattamente migliorate, con gli anni.

In secondo luogo, mi ha molto stupito il trovare una trattoria popolare della Garbatella completamente vuota, di sabato, a pranzo. “La gente viene la sera”, sostiene mia madre, e probabilmente ha ragione, eppure io ricordavo che, in un tempo non troppo lontano, bisognava prenotare per potersi sedere a mezzogiorno (che poi, a Roma, sarebbero le due). Sarà la crisi, questa psicosi del non farcela, di non essere più in grado di arrivare a fine mese (e sì che siamo appena all’inizio di maggio…)?

Insomma, le cose sono cambiate e molto. Non sono solo i vent’anni dalla maturità, che mi hanno fatto tornare ai miei, di vent’anni. Paradossalmente, loro, i miei compagni di un tempo, non sono troppo cambiati, a parte qualche capello in meno per alcuni. Anche caratterialmente, non c’è tanta differenza. Meno male! Se vogliamo, mi ha stupito che, tranne pochi casi di irriducibili, la maggior parte, me compreso, si è conformata a soluzioni familiari consacrate, con coniugi e prole, benché si parli tanto, oggi, di modern family.

Infine, come dire, un ringraziamento speciale va a Trenitalia. Beh, qui il discorso è complesso: l’Alta Velocità mi ha permesso di fare questo andirivieni che altrimenti non avrei potuto immaginare. Se sia una cosa positiva o negativa, questo poi è un discorso ampio. Già vivere lontano dai genitori è un punto da discutere. Vivere in un’altra città, anzi due, tre… Cosa dovremmo fare? Ancora una volta, entra in gioco il paradosso dell’involuzione delle relazioni personali in proporzione diretta con l’evoluzione degli standard di vita, soprattutto per chi si trova innestato in abitudini irrinunciabili, come il dover lavorare presso un terzo, cosa che sia io, sia mia moglie, facciamo.

 

 

Romania. Rivoluzione o no?


Romania, Bucarest, Casa de Depuneri (CEC Bank ...

Image via Wikipedia

Da alcuni giorni si sente parlare di una sorta di rivoluzione nelle piazze romene, a Bucarest, Cluj e Iasi, per lo meno. Le notizie sono frammentarie e un po’ contraddittorie.

Sicuramente qualcosa c’è stato ed è tuttora in corso: manifestazioni “non autorizzate” hanno animato le notti delle ultime due settimane.

La Romania sta attraversando un periodo molto particolare: a fronte di una classe imprenditoriale in espansione, c’è il mondo degli statali, costantemente cresciuto negli ultimi anni nonostante la scarsezza di risorse per motivi clientelari e di opportunità politica, i “bugetari”, che si è visto drastiche riduzioni di salario e tagli alle pensioni che qui in Italia, nonostante l’austerità di questi tempi, sarebbero inimmaginabili.

I partiti politici al governo, di fatto il partito del presidente Basescu, sminuiscono. In strada, in fondo, ci sono poche centinaia di ragazzi, forse reclutati tra i tifosi violenti delle squadre di calcio della capitale.

I giornali ci raccontano questo. Tranne poca stampa tradizionalmente antagonista e la televisione privata Antenna 3, ritrasmessa anche su alcuni circuiti regionali in Italia.

Ho cercato di capire cosa ci sia dietro a tutto questo, dietro ad una rivoluzione che è scoppiata ma è rimasta da subito in uno stato di generale oblio, in patria e nel resto d’Europa.

C’è chi sostiene che la soluzione per salvare la Romania dal crollo sarebbe il ritorno dell’ex re Mihai. Che però ha novant’anni e davvero non so di quanta energia egli disponga ancora, benché di sicuro ha l’appoggio personale di molti romeni e delle teste coronate europee (Mihai è dell’antica casata tedesca degli Hohenzoellern, imparentata con tutti le case regnanti attuali).

I partiti romeni, eccezion fatta per alcuni ex liberali, hanno sminuito crisi e scontri di piazza. D’altra parte il sistema è indubbiamente corrotto e compromesso ed è facilmente immaginabile che lo status attuale faccia comodo a tutti.

A tutti davvero, non solo ai politici. Perché un sistema come quello romeno spesso “chiude un occhio” e agevola lo sviluppo economico, certo, secondo canoni non sempre eticissimi e non sempre condivisibili. Comunque, sì, la crescita c’è. Prova ne sia il fatto che alla mia domanda “Quando si uscirà dalla crisi?” la risposta più frequente è stata “Quale crisi?”.

Una domanda, questa, alla quale, in Italia, molti stanno rispondendo invece con la consapevolezza che per uscire dall’impasse occorre operare profondi cambiamenti sugli obbiettivi dei grandi come dei piccoli, che nulla è più garantito o garantibile.

Cambia il mondo intorno a me


IL Dolmen di Mores. QUESTO DOLMEN SI TROVA NEL...

Image via Wikipedia

Passano gli anni e mi rendo conto che il mondo intorno a me sta cambiando sempre più velocemente.
Mi ritrovo ad essere quantomai trasversale su tanti fronti e mi rendo conto che cova nel mio intimo un sentimento di distacco.

Alle passioni giovanili è seguito un periodo di bonaccia, alimentato da disillusioni, in parte, ma soprattutto dalla consapevolezza di essere tessera di un mosaico le cui dinamiche si complessificano progressivamente.
Se per certi aspetti immagino che ciò sia connaturato all’età, resto tuttavia perplesso – ed in parte anche preoccupato – al pensiero che possa trattarsi di una crisi epocale e globale a cui occorre opporsi con fermezza.

Non mi riesco più a collocare in questa società che vive solo in adorazione del dio denaro.

La crisi romena, il “becalismo” e lo stallo della produzione


George Becali, president of PNG-CD and owner o...

George Becali, president of PNG-CD and owner of the Liga I soccer club Steaua Bucharest, in Iasi. (Photo credit: Wikipedia)

Gli avvenimenti economici che hanno caratterizzato a livello globale stanno comportando per la Romania una situazione non brillante.

Non è tanto la realtà della crisi a farsi sentire, quanto piuttosto il clima generale di sfiducia. Si tratta di sfiducia nei confronti delle istituzioni, del governo, della politica, dei poteri finanziari.

Purtroppo, la Romania è stata gravemente malata di “becalismo”. Chi conosce l’uomo d’affari Gigi Becali sa di cosa sto parlando.

Becali è un self made man molto particolare: a quanto si dice, lui, di mestiere guardagregge, di origine macedone (aromeno), mentre pascolava le pecore alla periferia della capitale, circa vent’anni fa, a cavallo della rivoluzione, è venuto a sapere di poter rilevare, complice il cambiamento generale dovuto al cambiamento socio-politico, a prezzo bassissimo terreni adibiti a pascolo prossimi all’aeroporto di Baneasa, esattamente là dove la città si sarebbe potuta espandere naturalmente negli anni successivi. E così è stato. Sicuramente ci saranno state complicità politiche, ma non sta ora a noi giudicarle.

Il fatto è che Becali è riuscito a costruirsi dal nulla un vero impero immobiliare, basato però, in realtà, sulla speculazione fatta sul momento. Oggi Becali ha una squadra di calcio (la Steaua) e un partito politico (PNG), oltre ad una sontuosa villa nel centro di Bucarest.

Ho inventato il termine “becalismo” perchè molta cosiddetta imprenditoria romena degli ultimi anni si è identificata con la speculazione “a colpo di cannone”, quella insomma dei colpi grossi, fatti sfruttando più o meno abilmente le congiunture altalenanti del panorama socio-politico in costante mutamento. Dico più o meno abilmente, perchè come un imprenditore saggio dovrebbe sapere, non è tanto importante “fare i soldi” quanto costruire un sistema autosussistente, quello che si dovrebbe chiamare “impresa”. Chi ha avuto saggezza finanziaria ha anche superato lo scoglio e, oggi, può vantarsi di aver messo su qualcosa che da valore aggiunto all’economia, ma sono molti coloro i quali si sono arenati presto, pur avendo avuto per le mani patrimoni immensi.

Dobbiamo ricordare, infatti, che la Romania, come tutti i Paesi del blocco orientale, non aveva imprenditoria libera, prima del 1989, ragion per cui è stato naturale che le proprietà dello stato siano passate progressivamente in mano a chi ha voluto e potuto esporsi per acquisirle.

Ancora oggi, viaggiando nella provincia romena, non è raro imbattersi in immensi falansteri semiabbandonati, i vecchi “combinat”, come si diceva e si dice traslitterando il termine sovietico omofono.

Il dramma è che l’abbandono, anche se parziale, di queste strutture ha provocato uno stallo nella produzione con conseguente progressiva atrofia del mercato del lavoro. Questa è una delle ragioni che hanno comportato l’esodo massivo dell’intero ceto operaio verso occidente. Qualcuno ama enfaticamente parlare di “diaspora”.

Le strategie governative attuali sono rattoppi d’urgenza ad un sistema con troppe falle. È difficile accettare, per la popolazione locale, soprattutto per quella della provincia e delle campagne (anch’esse trattate, un tempo, come se fossero state grande stabilimento industriale, soprattutto dopo la collettivizzazione forzata degli anni ’60) l’assenza di opportunità di lavoro.

Quanto alle opportunità di sviluppo economico, molti sono arrivati dall’Occidente e perfino dall’Asia, ma i governi non hanno compreso che, a latere della giusta lotta alla corruzione, occorreva ed occorre un piano di defiscalizzazione degli investimenti, carta che si è rivelata vincente in Irlanda, ad esempio. E invece, ora che il miraggio della manodopera “low cost” si sta rapidamente ridimensionando, sembra venir meno qualsiasi possibile beneficio per le nuove imprese e per gli investimenti, interni ed esteri.