La mano tagliata del gigante


Anversa, la mano tagliata del gigante

Vuole la leggenda che il soldato romano Brabone, dopo aver ucciso il gigante Duron Antigoon, gettò nella Schelda la mano di questi. Il luogo ricorderebbe, nel toponimo Antwepen, appunto la mano gettata nel fiume.

Anversa è una grande città del nord dell’Europa, con le sue case fiamminghe addossate l’una all’altra e sormontate da timpani baroccheggianti, simbolo di un’opulenza commerciale che, nonostante le guerre e gli stravolgimenti del tessuto urbano e sociale, non appare affatto tramontata.

Si tratta dell’Europa del commercio, quello vero, quello dei grandi scambi e dei pagamenti in diamanti, quello che da mezzo millennio, complice la cultura protestante e grazie a flotte di galere in grado di solcare gli oceani, caratterizza queste terre.

La mano del gigante tagliata sembra essere straordinariamente simbolica, allora, perché mi fa pensare al mondo “di prima”, fatto di molto nulla e costellato solo di praterie verdeggianti dove scorrazzavano indisturbati Duron Antigoon e i suoi pari, vivendo della natura nella natura.

Non sembra allora casuale neppure che Brabone fosse un soldato romano, portatore della cosiddetta civiltà, quella delle strade, delle città, delle rotte commerciali, degli scambi, del sistema monetario.

Lungi da farne un cavallo di battaglia politico, mi soffermo tuttavia sull’essenza di questa storiella, emblema di una trasformazione innegabile da un mondo epico e ancestrale, dove la realtà era intrisa di fantasia, ed uno pragmatico e grigio di colletti inamidati e cappelli neri, quasi fosse un quadro di Rembrandt.

Torinese


Non saprei dire in che giorno giunsi a Torino per la prima volta. Sicuramente era l’estate del 90, lo ricordo perché per le strade si riversavano, in quei giorni, i coloratissimi tifosi verde oro del Brasile, che era testa di serie nella coppa del mondo.

Giungemmo in treno, mio padre ed io. Mio padre aveva un maestro di scuola elementare, Pietro Giovenale Brunetto, che trascorreva la pensione a Dronero, sua cittadina natale.

Brunetto era stato a Roma sull’ultimo scorcio degli anni ’30, all’inizio della carriera da insegnante. Poco dopo, era stato trasferito a Ozieri, in Sardegna come direttore scolastico.

Tuttavia, in quei brevi anni romani, aveva stretto un rapporto di intima amicizia con la famiglia dei miei nonni, tra i pochi piccolo borghesi della Trastevere di allora, probabilmente. E sì, che Trastevere era, a dirla tutta, un rione popolarissimo mentre mio nonno era ragioniere e lavorava alla Società Romana di Elettricità.

Brunetto aveva continuato, per tutta la vita, a corrispondere con la famiglia di mio padre e, quindi, con mio padre. Poi, improvvisamente, mio padre decise d’andarlo a trovare, a oltre cinquant’anni dacché era stato suo maestro elementare.

Prima lo fece da solo, un giorno che era in trasferta a Savona.

Poi, volle farlo con me.

Brunetto ci accolse alla stazione di Fossano, dove arrivammo in treno da Torino, appunto. Guidava una vecchia 127 beige, e lo faceva in modo vagamente spericolato.

Il ricordo che ho di quel giorno è legato ai Ciciu di Villar San Costanzo, formazioni di erosione sparse in mezzo al verde della Val Màira, al gusto insolito dei droneresi, rigorosamente al rum e con la meringa intorno, e allo studio polveroso del maestro, colmo all’inverosimile di libri.

Il figlio del maestro aveva scalato l’Himalaya. Poi era morto, pochi anni prima, in un banale incidente di arrampicata in Val Grana. Ricordo molto bene la sera in cui mio padre lesse commosso la lettera autografa del maestro che narrava la tragedia della perdita di quel figlio scalatore, eravamo intorno a lui nella loro camera da letto di Roma. Era sera.

Non rividi più il maestro Brunetto in tutta la mia vita.

Mio padre andò ancora a trovarlo alcune volte. Poi ci giunse, una sera, una lettera della figlia che ci narrava della dolorosa perdita dell’anzianissimo padre.

Ritornati a Torino, ricordo che visitammo la Mole e Superga, dove mio padre s’intrattenne con i brasiliani a commentare la tragedia, avvenuta nel ’49, quando l’aereo in atterraggio a Collegno aveva urtato la collina e l’intero Grande Torino era perito nello schianto. Bacigalupo, Ballarin, Mazzola e compagni. Mio padre li ricorda tutti a memoria, forse anche per via dell’evento tragico della sua vita, la perdita della sorella Giuliana, avvenuta appena un mese dopo per colpa di un fuoco d’artificio della festa di Sant’Antonio. Lui e Giuliana erano rimasti, come tutti gli italiani, scioccati dalla tragedia di Superga. Era normale. Non era solo la squadra più forte d’Italia, ma anche, in pratica, l’intera nazionale.

Di quel primo breve soggiorno torinese – eravamo al Genio, vicino alla stazione – ricordo solo di aver scoperto per la prima volta i grissini, tanto diversi da quelli che mangiavamo a Roma nei cestini del pane delle trattorie.

Stasera, passeggiavo per le vie del centro in attesa di entrare al Carignano, che dei teatri torinesi resta il mio prediletto. Ero in Piazza San Carlo, sicuramente la più bella della città. Pensavo… sono quasi quarantenne e vivo solo, con mia figlia che di anni ne ha quasi cinque, in una città che non è la mia.

Non ci sono nato, e va bene, ma non ho mai neppure desiderato viverci. A dirla tutta, quando arrivammo a Torino con mia moglie ben nove anni fa, la città ci dispiacque molto. Forse perché avevamo preso casa nella curiosamente nota via Ormea (noi ne ignoravamo la storia, evidentemente), forse per il caldo torrido di quell’estate del 2005, forse per via dell’inverno grigissimo e freddo di San Benigno Canavese, dove ci trasferimmo poco dopo.

Fatto sta, che di Torino e del Piemonte, ci piaceva in buona sostanza solo il cibo.

Io ero un romano vero, verace, certo, senza un accento forzato, tuttavia Rromano de Roma, come diciamo noi.

Roma l’ho sempre amata visceralmente. Roma è pregna di significati, densa di scorci unici, come la cupola vista dal buco del portone del palazzo dei Cavalieri di Malta del Piermarini sul grande Aventino, di sapori unici, come quello dei filetti di baccalà a Santa Barbara dei Librari, di rumori unici, come quello del cannone del Gianicolo a mezzogiorno. E poi il Papa, l’Appia Antica con le sue catacombe, le Basiliche, il cielo blu.

Forse proprio il cielo blu cobalto è la cosa che più manca qui a Torino.

Qui, il cielo è celeste. Solo celeste. Anche nelle giornate più terse, come è stato sabato scorso, vedi una meraviglia di monti innevati tutt’intorno, poi però guardi su e il cielo è solo celeste.

Vivo in centro.

Per dirla meglio, vivo nel Cit, la piccola Torino estesasi con straordinaria regolarità all’inizio del Novecento con le addizioni a destra e sinistra dell’antica Strada di Francia e l’interramento definitivo dei navigli e delle loro chiuse.

Siamo al terzo piano di Casa Pecco, una delle belle dimore borghesi Art Déco, fatta costruire nel 1902 dall’ingegner Pecco ad opera dell’architetto Pietro Fenoglio, lo stesso della meravigliosa villa Fenoglio La Fleur, che dista poche decine di metri dal nostro portone.

La sera, e talvolta anche la mattina, passeggio con Nero, il meticcio croce e delizia della nostra casa – lo cerco con la coda dell’occhio… chissà dove sarà? – passeggio, dicevo, per le vie del Cit Turin. È bello.

A dir le cose come stanno, è assai strano sentire che questa città sta, gradualmente, assumendo un significato personale per me.

Non so se sarà mai la mia città. Non so se ci morirò, né se ci morirei. So che, oggi come oggi, ci vivo bene.

Le passeggiate “canine” sono tutto sommato brevi, raramente superano il quarto d’ora, eppure mi istillano un senso di fiducia in ciò che mi circonda. Così è anche il grandioso panorama che vedo ad ogni alba, dal balcone della cucina, con il cielo che s’illumina di una straordinaria luce dietro la cuspide improbabile di Santa Zita – che un tempo era seconda solo alla Mole – verso le Alpi, altissime, dal Rocciamelone al Rosa.

Ricordo l’emozione, anni fa, di sedersi ai caffé, che per me, romano, non esistevano. Dapprima andavamo spesso al Bicerin, in piazza della Consolata, dove il buon Cavour si dice prendesse il classico caffé e cioccolato, il bicerin, appunto, oppure, forse, lo zabajone tiepido, sapiente cura per il rinvigorimento fisico del conte, spesso impegnato in contesti … molto galanti.

Certo, Cavour era un amatore ed io ammiro molto questo suo amare, ma anche volersi bene, cioè, voler bene a sé stesso.

Mi piace immaginarlo seduto con il gelato da Pepino, in Piazza Carignano oppure al Cambio, troppo elegante per me, ma vuole la leggenda che mio padre ci fosse stato, ospite di un suo capo, in un’epoca in cui si poteva, evidentemente, spendere senza freni.

Mi piace anche Fiorio in via Po, mi piacciono le intime salette interne ma mi piace anche pensarlo citato dal buon Carlo Alberto di Carignano, Re di Sardegna, che sembra usasse dire Quest-ce-qu’on-dit au Café Fiorio? (o qualcosa di simile), perché Torino è anche la città del Risorgimento, dai prodromi di Pietro Micca fino all’Unità del ’61.

E ancora, è la città del Cuore di de Amicis, che si svolgeva su via Dora Grossa, detta così fino alla morte di Garibaldi, di cui oggi porta il nome. Dora Grossa, perché lì c’erano i navigli, quelli torinesi, si intende. È la città di Don Bosco o, come dice mio padre, del “suo amico” Don Bosco, sepolto sotto la statua dorata che orna la cupola di Maria Ausiliatrice.

È infine la città della Sindone, quel lino misterioso che avvolse il corpo di Cristo durante la Resurrezione.

Sento che il sonno mi avvolge. Guardo ancora una volta il largo sotto casa. È vuoto, come sempre di notte. In lontananza Piazza Statuto, sempre illuminata e, sullo sfondo, la Collina.

Mi piace questa stanza. Sento che mi rappresenta.

E, in fondo, tranne rarissime occasioni, l’ho usata sempre e solo io, di giorno e, spesso, anche di notte, per godervi della solitudine e del silenzio ma, allo stesso tempo, per sentirmi incuneato, in qualche modo, in quel tessuto urbano rigidamente ortogonale che solo ora, a distanza di quasi un decennio, comincio a comprendere.

(scritto il 26 febbraio 2014)

Roma dei giardini


Appia Antica 1

Appia Antica 1 (Photo credit: Luca Di Ciaccio)

Poche ore romane mi muovono a considerarne, quasi ce ne fosse di nuovo bisogno, la straordinarietà del clima, dal fresco ponentino della sera all’azzurro cielo del mezzodì.
Tra le strade semideserte di un sabato pomeriggio di primavera, mi soffermo ad ammirare la Roma dei giardini, dei parchi o, come si dice qui, ricordando tempi arcaici, delle ville.
Che verde, che aria.
E la sera, ancora, soffermarsi su un giardino di mezza periferia gremitoo di un’umanità serena nella sua miseria, così ignota al nord che mi ha da tempo adottato.
Nostalgia di questo luogo natìo che tanto poco, ormai, mi appartiene.

Un uomo tra noi


St Francis and Pope Honorius III

St Francis and Pope Honorius III (Photo credit: Walwyn)

L’annuncio dell’elezione di Papa Francesco ha risvegliato in me un sentimento di grande speranza.
Nessuno aveva avuto in ottocento anni dalla canonizzazione del Poverello di Assisi il coraggio di prendere questo nome.
Un nome è, prima di tutto, un simbolo. Chiamarsi Francesco significa cercare la povertà evangelica in questa Chiesa vittima del malcostume, dello sfarzo, del vizio e, non ultima, della finanza.
Il nuovo Papa ha simbolicamente deposto manti e stole. Come dire: sono un uomo come voi, un uomo tra voi.
Credo che ci fosse davvero bisogno di una svolta netta. Sono fiducioso che ci sarà. Già gli inizi evidenziano, di fatto, quello che con buona probabilità sarà un pontificato dirompente.

La chimera di un turismo etico


Centurioni romani a difesa del Colosseo

Centurioni romani a difesa del Colosseo (Photo credit: Maurizio Montanaro™ – )

Ho lasciato Roma, mia città natale, da diversi anni. Ogni tanto ne parlo con vecchie conoscenze che ancora ci vivono e ne scaturisce sempre un dialogo interessante.

Oggi, ad esempio, un amico ed ex collega mi ha fatto notare come l’Urbe sia divenuta invivibile a causa delle moltitudini di turisti che l’assalgono quotidianamente.

Sinceramente, il tema mi era noto dall’epoca in cui, dovendoci portare in giro avventori di vario genere, spesso provenienti dall’Europa dell’Est, mi sono personalmente confrontato con quel concetto di turismo “mordi e fuggi” tanto odioso per le categorie di esercenti seri, quelli che hanno fatto investimenti importanti realizzando, in un’epoca di crisi, attività lodevoli di supporto a chi viaggia.

Bancarelle e cineserie, invece, non posso che considerarle un epiteto deteriore del fenomeno turistico.

In verità, è il turismo in sé e per sé ad essere sbagliato sotto il profilo etico. Sì, perché. in primo luogo, esiste un etica del turismo, che io preferirei chiamare “etica del viaggiare responsabile”, per distinguerla volutamente da situazioni, come dicevo, di mordi e fuggi.

Una volta ci meravigliavamo dei giapponesi, i primi ad industrializzare il fenomeno turistico. Oggi l’industria del turismo è ovunque ma raramente come a Roma è fondata quasi esclusivamente su basi antietiche, ovvero lontane mille miglia dal contatto vero, verace, con la città, la sua popolazione, le usanze, il contesto storico e culturale.

E’ un turismo fatto di souvenir contraffatti e di patetici giri in pullman organizzati, vuoto di ogni reale significato se non, forse di quella vena ricreativa che, a dirla tutta, gli avventori avrebbero ben potuto far pulsare nel bar all’angolo sotto la loro casa, ovunque essa sia, in Italia, Giappone, Germania, Cina, Russia.

Ci sono – è pur vero – persone più attente, quelle che tentano, almeno, di vivere un turismo responsabile, di ecoturismo, di turismo culturale, per quanto ci sia una contraddizione in termini tra il concetto stesso di turismo, inteso inequivocabilmente nell’accezione “industriale” del termine e la quello di sostenibilità.

Anche senza voler a tutti i costi parlare di società e di implicazioni insane dei comportamenti comuni nel panorama globale, vorrei per lo meno riferirmi, qui, all’aspetto artistico, il grande dimenticato.

Roma – ma potrei dire Venezia o Parigi – è piena di gente che va al Colosseo per farsi fotografare coi finti gladiatori e che ben poco vuole sapere il perché, il come, il quando.  Comprano fouluard cinesi con il Partenone “che sembra un tempio romano” (ho visto di persona questa cosa aberrante!). Gli stessi vanno a Venezia solo per il giro in gondola con annesso mandolino che suona Torna a Surrient’ oppure anche a San Gimignano e Montalcino a bere birra e mangiare wurstel. Ripeto, sono cose che ho visto di persona.

Esiste un modo di trasformare il turismo di massa in un viaggiare etico? Dubito.

Il guaio è che il turismo di massa ha profonde radici economiche, perché il low cost riesce a muovere milioni di potenziali acquirenti, anche se si tratta di acquirenti di nulla, quelli che non aiutano l’economia locale.

Conorziare le attività locali, quello sì che potrebbe essere un modo, un po’ sulla falsariga di fenomeni virtuosi come quello dell’Alto Adige. Ma serve tempo e molta buona volontà, per non dire che creare da zero una situazione virtuosa è possibile mentre estirparne una viziosa e viziata no, quella sì che è una sfida.

Tutto sommato, concludo con una nota di speranza, non tanto per i grandi centri del turismo di oggi, quanto per tutti i territori ancora non invasi dall’industria del mordi e fuggi. Vorrei che gli operatori del settore si mettessero “a priori” una mano sulla coscienza e immaginassero di poter costruire un sistema che sia al tempo stesso proficuo per loro e costruttivo per il loro territorio.

Souvenir di Roma


Rome

Rome (Photo credit: ryarwood)

Un fine settimana (un sabato, per dire la verità) passato a Roma, quella che dovrei chiamare la mia città. Una pizza con i vecchi compagni di liceo, rischio Compagni di Scuola di Verdone e, invece, una serata tranquilla in ricordo della maturità di vent’anni fa. Una piccola festa con i miei genitori, in trattoria, come ai vecchi tempi.

Sembrerebbe la cronaca di qualcosa fuori dal tempo ma, in effetti, molte cose sono cambiate.

In primo luogo, non abito più a Roma da quasi dieci anni e che volete che ne sappia di come abbia pulsato e vissuto questa metropoli in tanto tempo… Un tentativo fatto tre anni fa di tornarci a vivere, tuttavia, mi rassicura che le cose non siano esattamente migliorate, con gli anni.

In secondo luogo, mi ha molto stupito il trovare una trattoria popolare della Garbatella completamente vuota, di sabato, a pranzo. “La gente viene la sera”, sostiene mia madre, e probabilmente ha ragione, eppure io ricordavo che, in un tempo non troppo lontano, bisognava prenotare per potersi sedere a mezzogiorno (che poi, a Roma, sarebbero le due). Sarà la crisi, questa psicosi del non farcela, di non essere più in grado di arrivare a fine mese (e sì che siamo appena all’inizio di maggio…)?

Insomma, le cose sono cambiate e molto. Non sono solo i vent’anni dalla maturità, che mi hanno fatto tornare ai miei, di vent’anni. Paradossalmente, loro, i miei compagni di un tempo, non sono troppo cambiati, a parte qualche capello in meno per alcuni. Anche caratterialmente, non c’è tanta differenza. Meno male! Se vogliamo, mi ha stupito che, tranne pochi casi di irriducibili, la maggior parte, me compreso, si è conformata a soluzioni familiari consacrate, con coniugi e prole, benché si parli tanto, oggi, di modern family.

Infine, come dire, un ringraziamento speciale va a Trenitalia. Beh, qui il discorso è complesso: l’Alta Velocità mi ha permesso di fare questo andirivieni che altrimenti non avrei potuto immaginare. Se sia una cosa positiva o negativa, questo poi è un discorso ampio. Già vivere lontano dai genitori è un punto da discutere. Vivere in un’altra città, anzi due, tre… Cosa dovremmo fare? Ancora una volta, entra in gioco il paradosso dell’involuzione delle relazioni personali in proporzione diretta con l’evoluzione degli standard di vita, soprattutto per chi si trova innestato in abitudini irrinunciabili, come il dover lavorare presso un terzo, cosa che sia io, sia mia moglie, facciamo.

 

 

Il misterioso Antonello da Messina di Sibiu


Sabato scorso, durante il pranzo di nozze dell’amico Luca a cui eravamo stati invitati, un nostro commensale, nonchè mio ex professore di università, ci ha rivelato di aver visto due tavole di Antonello da Messina in mostra a Roma provenienti da Sibiu.
La cosa mi è parsa subito interessantissima e stamattina finalmente sono riuscito a documentarmi.
In primo luogo ho scoperto che effettivamente le tavole provenienti dal Muzeul National Bruckental di Sibiu erano due, tuttavia una era di Antonello, l’altra di Jan van Eyck.
La cosa stupefacente è stata, invece, scoprire che nel catalogo (on line) del museo suddetto, Antonello da Messina non figura affatto. Dimenticanza? Qualcuno di voi ha per caso visto la mostra monografica in corso a Roma (mostra che con grande rammarico non riuscirò a vedere). Per inciso, la mostra è alle scuderie del Quirinale e dura ancora tutta questa settimana. Per informazioni, http://www.scuderiequirinale.it/