Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

Amicizie in bottiglia


Sono due anni che ci troviamo costantemente dietro a questo tavolo, nella stessa casa, in pieno centro di Torino, a ridosso di Piazza Statuto. Le solite quattro facce, più qualche comparsa che si aggiunge di tanto in tanto. Sul tavolo, cibi in abbinamento di vario genere, bicchieri e bottiglie rigorosamente avvolte da carta stagnola.

Nessuno sa quali siano i vini degli altri, eccetto il proprio.

Di solito si inizia sempre con una bolla o un bianco, per poi proseguire con vini via via più strutturati.

“Chi inizia?” chiede il padrone di casa.

“Faccio io?” risponde quello alla sua sinistra.

“E’ un vino cristallino, anzi, direi brillante per via di questa bella lucentezza… “

C’è silenzio nella stanza, tutti ascoltano attentamente l’analisi di quel vino ed è concesso intervenire solo quando si arriva alla fase del riconoscimento degli odori.

“Banana, pera, frutti tropicali… un leggero sentore di burro fuso e vaniglia, siete d’accordo?” domanda chi sta conducendo la degustazione.

Terminata l’analisi viene assegnato un punteggio al vino, ma non prima di aver motivato la scelta di quella valutazione.

“Lo premio sul colore, sulla complessità e sulla persistenza… 86”

“Che cosa può essere?” domanda il padrone di casa, proprietario di quella bottiglia coperta.

“Forse uno Chardonnay?” dico io.

“Ok, si, ma da dove può provenire?”

“Data la morbidezza, mi fa pensare ad un frutto maturo che ha preso molta luce, può essere siciliano?” insisto.

“No, vi arrendete?” chiede.

“E’ uno Chardonnay della Galilea prodotta da Golan Heights Winery”

I vini più improbabili li ho bevuti in questa casa. Tutti alla ricerca di quel raro vitigno di quella parte del mondo che va raccolto solo negli autunni di luna piena. Si fa a gara a portare la bottiglia più rara, la meno commerciale, la più sconosciuta.

Maledetti! Quante cantonate ho preso, ma, nonostante tutto, quanta voglia di conoscere e misurasi.

Quello che inizialmente era uno studio di preparazione all’esame da Sommelier è diventato, con il tempo, un laccio che ha intrecciato le nostre vite. Cosa non si dice degustando del buon vino. Questo liquido odoroso, come lo chiama Sandro Sangiorgi, è un grimaldello che apre i nostri cuori e li mette in comunicazione con gli altri, è questo quello che si intende per convivialità, ci libera delle nostre maschere almeno per un momento e, per un momento, si ritorna bambini, si vive di ricordi, ci si racconta le storie più intime, le debolezze e quei peccatucci che ognuno di noi sapientemente tiene segregati in quella parte di sé che poi, giorno dopo giorno, dimentica.

Tripel B Fest – Torino Docks Dora


Ai Docks di Torino è ormai conosciutissima e affermata la realtà del Tripel B beer shop: tre coppie di amici hanno scommesso sulla birra belga, che selezionano e importano in Italia da circa due anni.

Per la durata dell’intero weekend  Tripel B ha organizzato un evento davvero interessante, il Tripel B Fest: un festival della birra, un momento di divertimento e aggregazione sociale, che pone al centro la birra di qualità e l’abbinamento gastronomico, nel contesto post-industriale dei Docks, con la presenza di laboratori del gusto, street food e ben 13 mastri birrai dal Belgio che propongono un’ampia scelta di birre: si trovano le blanche, le blond, le stout, le tripel che storicamente sono le ale di maggiore struttura.

Noi ci siamo soffermati soprattutto sulla degustazione di alcune birre davvero interessanti, guidati anche dagli ottimi consigli di Miguel, uno degli ideatori della manifestazione nonchè belga e vero intenditore di birra.

 

 

Siamo partiti da una particolare “Berliner Framboos” prodotta dal birrificio Alvinne, una weiss fatta con frumento e segale che fa 8 mesi in vecchie botti a cui viene aggiunto un 4% di lamponi e altri 4 mesi di botte: è una birra leggera che gioca sulla spiccata freschezza accentuata dalla sensazione di frutto, ma bilanciata da un buon corpo.

 

 

Un birra che abbiamo avuto modo di apprezzare altre volte è la Bertinchamps Triple, una Triple Ale ambrata molto morbida, piena e voluttuosa in bocca con un bel contrasto tra la sensazione dolce e quella amara ed una nota caramellata. L’abbiamo gustata in abbinamento ad un grigliata di carne argentina.

 

 

 

La vera sorpresa per noi è stata la Buffalo Grand Cru dello storico birrificio Van Den Bossche: una stout invecchiata 10 mesi in vecchie barrique usate per i vini di Bordeaux: l’abbiamo trovata estremamente complessa nei profumi e al palato, di corpo e comunque fresca. Una birra da meditazione che infatti abbiamo sorseggiato sul finire della serata con molto piacere.

 

 

 

Tutto questo per dirvi che siete ancora in tempo … http://www.tripelb.com/tripelbfest2017/