Anomalie del web sociale


Se è vero che sul web siamo ciò che pubblichiamo, è allo stesso tempo vero che il nostro brand è costruito su quello che seguiamo in ambito social.
La considerazione nasce dalla mia personale recente valutazione dell’evoluzione delle reti sociali che, da cerchie di amici, conoscenti e business partner più o meno reali si sta trasformando progressivamente in una sorta di canale pubblicitario referenziato.
Da un peer to peer o, eventualmente b2b, siamo approdati ad un vero e proprio b2c.
L’ultima prova di questo fenomeno è un articolo del Sole di oggi che annuncia 710 mila followers italiani, tra twitter e facebook, degli istituti di credito.
Un numero, a mio avviso, difficilmente giustificabile quando, nella percezione diffusa delle persone, il web dovrebbe essere un irrefrenabile veicolo di democrazia.

Come #internet stravolge le nostre abitudini


Tape and Light, 2nd Effort

Tape and Light, 2nd Effort (Photo credit: Status Frustration)

Chi, come me, è più vicino ai quaranta che non ai trenta, pur operando quotidianamente nel settore dell’informatica e della tecnologia, si ritrova sempre più spesso a considerarsi un vero e proprio alieno, quando si parla di internet o, per dirla meglio, di fenomeni basati sulla rete che stanno stravolgendo le nostre abitudini.

Pochi di noi avrebbero immaginato di poter acquistare online qualsiasi cosa su Amazon, per quanto la pratica non sia altro che l’evoluzione naturale del vecchio Postalmarket tanto amato dalle casalinghe anni ’80.

Ancora più assurdo è pensare che un oggetto di uso comune, come un oggetto comune all’adolescenza e giovinezza di noi tutti, il disco, sia destiato a sparire del tutto, sostituito da Spotify.

Perfino parlare di radio, molto presto, sarà roba da altri tempi: tutto sarà trasmesso solo in podcast e perfino gli attuali ricevitori saranno totalmente inutili.

Ci basterà il tablet, insomma, per fruire di qualsiasi cosa in qualsiasi momento.

A dire il vero, già ci basta, perché le cose che ho descritto esistono eccòme… Sono soltanto io che ancora ne parlo al futuro… Le nuove generazioni ci sono nate, con questa tecnologizzazione, con questa socialità virtuale.

Noi, poveri noi, da ragazzini si andava a giocare a pallone ai campetti e lì c’erano i nostri gruppi reali, non virtuali, si ascoltava un vinile e magari lo si riversava su una cassetta da condividere a scuola con il compagno di banco, si aspettava il sabato pomeriggio per andare al Corso a spendere i piccoli risparmi della grama paghetta settimanale…

Un mondo stravolto, e il tutto in appena un quarto di secolo.

Tutto è possibile e, insieme, intangibile. Ma sarà poi meglio adesso?

In fondo, credo di sì. Lo credo perché l’accessibilità dei contenuti, pur con tutti i rischi legati all’iperdemocratizzazione della circolazione delle informzioni, è una conquista importante e, allo stesso tempo, offre un potenziale impressionante di crescita a ciascuno di noi, tanto “nativi” quanto solamente “cresciuti” nel mondo della rete globale.

Tecnologia e cambiamento. Sì, ma come?


Murales-.Pastore Sardo

Murales-.Pastore Sardo (Photo credit: Giasta08)

Leggo stamattina la storia di un prete che – dopo averlo ben avvolto nella pellicola alimentare onde evitare spiacevoli incidenti ai presenti – porta sull’altare un apparecchio televisivo, per frantumarlo con una mazzetta da muratore, davanti agli sguardi attoniti dei suoi parrocchiani.

Eh, “cattiva maestra televisione“! Ce lo diceva già Karl Popper non pochi anni fa ed io – che a dire il vero, il libro non l’ho mai letto – sono rimasto sempre segretamente affascinato da questo filosofico e, in fondo, profetico adagio.

La tecnologia ha permesso la nostra crescita. Oggi c’è da domandarsi se siamo cresciuti bene.

Anni fa, mi raccontava mio padre un aneddoto appreso a sua volta dal presidente di una Camera di Commercio della Sardegna e che qui riporto:

“In un tempo non tanto lontano i servipastori erano uomini saggi. Maturavano la loro saggezza nella contemplazione dell’universo che li circondava, un universo silente in grado di trasmettere una forma di conoscenza ancestrale anche a persone non istruite. Oggi i moderni pastori – non più servi, aggiungo io – stanno inebetiti dalle loro cuffiette – oggi direi dai loro i-phone…”

Ma questi esseri bionici (sempre più spesso immigrati romeni, mi dicono), sinoli di pastorizia e smartphone installati nel cervello, insomma, sono programmati per cosa? Personalmente, vedo un grande rischio per la libertà dell’uomo, che è, invece, da anni la mia bandiera.

Mi rendo conto che è una considerazione alquanto amara ma, come dice (non senza ragione) il nuovo romano pontefice Francesco, non c’è posto per l’amarezza al giorno d’oggi. Bisogna andare avanti nella speranza di cambiare la società intorno a noi, cambiarla in meglio.

Ora, che sia o meno Francesco il malachiano papa nero (in fondo papa nero, oltre ad essere il titolo di un datato reggae dei Pitura Freska, è l’appellativo del capo dei Gesuiti), io non mi reputo millenarista in senso catastrofista, quanto piuttosto trasformista (oh, quanti “ismi“…).

Insomma ci tocca cambiare le cose, volenti o nolenti, prima che le cose cambino irreparabilmente noi, la nostra umanità,  e mi domando continuamente quanto la tecnologia sia dalla nostra parte, in questo necessario cammino di cambiamento. Il Web è incluso, ovviamente nel novero delle tecnologie pericolose eppure – come questo blog stesso dimostra – non me ne so separare.

Presente e futuro dei social network


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Detail showing the illumination added after printing. (Photo credit: Wikipedia)

Se dovessi – o volessi – riscrivere il titolo che ho appena delineato, dovrei forse dire qualcosa tipo “ma i social network hanno futuro?”. Articolando oltre, la domanda di base che mi pongo a distanza di un lustro dall’alba dell’internet sociale è se il web 2.0 o 3.0 sia una realtà culturalmente positiva ovvero ci stiamo avviando ad un web spazzatura, un po’ come quelle pubblicità in cassetta postale non gradite. Insomma, nella vita reale, scriviamo sulla buca delle lettere “questo condominio non gradisce pubblicità in cassetta”, nel web “1.0”, quello dell’email, per intenderci, abbiamo inventato potenti strumenti antispam che filtrano (con poche falle) tutto ciò che entra.

Ora, con il web sociale, finita l’era del “siamo tutti amici di tutti” del basico Facebook o degli “open networkers” delle reti più evolute, sono sempre più propenso ad immaginare l’avvento di strumenti di nuova generazione atti a limitare e salvaguardare ciò che ci viene dalle connessioni.

Quando, quindici anni fa, chat ancestrali come IRC e ICQ ci insegnarono che internet può metterci in contatto diretto, immaginavamo stessimo parlando di – passatemela – un C2C, non un B2C come, invece, oggi è evidente.

C’è stata, invero, anche una fase in cui “semiaddetti ai lavori”, come me, hanno pensato che il B2B potesse essere un’altro sbocco naturale. Poi ci siamo accorti che, alla fine, tutto sfociava in evitabilmente in esperienze di MLM (multilevel marketing) quando non esclusivamente speculative.

Insomma, più passa il tempo, più pavento un internet che dalla comunicazione sociale passi alla “truffa sociale” e, questo, non mi va molto giù.

Non mi va giù affatto, direi. Non mi va giù perchè stiamo uccidendo le possibilità di internet come strumento e, a fronte di una sempre più attaccata e depauperata esperienza “open” come Wikipedia, ci stiamo riempiendo di spam ad elevato tasso di convertibilità in termini economici (la conversione può essere diretta, come nel caso degli acquisti online, o indiretta nel caso ormai frequentissimo della distribuzione ai limiti della legalità dei nostri dati personali con evidente secondo fine di lucro). Uno spam, questo, costituito dagli eredi naturali dei volantini dei supermercati.

Se Gutenberg sapesse che la stampa, quella sua straordinaria invenzione datata 1455, sarebbe stata destinata ai volantini pubblicitari, cosa avrebbe pensato? Si sarebbe prodigato a stampare la sua Bibbia?

Analogamente, il gruppo del CERN che nel 1991 inventò il World Wide Web, che direbbe – che dirà – vedendo ormai transitare solo spazzatura sui protocolli di rete rivoluzionati al solo nobile scopo di informare e connettere?

L’auto più adatta per un manager


Mercedes S-Class with AMG-Package

Mercedes S-Class with AMG-Package (Photo credit: Wikipedia)

Leggendo nei gruppi LinkedIn, ho trovato oggi un post molto curioso: un sales manager chiedeva quale fosse il modello di automobile più adeguato alla sua posizione.

La conversazione era in romeno e rivolta al pubblico del gruppo Romanian Managers, ragion per cui i vari commentatori hanno proposto tutta una serie di veicoli Made in Romania o, almeno, distributed in Romania… Si va, in sostanza, dalla familiare Dacia fino alla più professionale Volkswagen.

Il punto, non è però quale sia il modello giusto. Una ragazza, saggiamente, rispondeva: “dipende da quello che vuoi ottenere”. Ed in effetti, un sales manager o anche executive è drammaticamente legato al suo “parco clienti”.

Insomma, ci sono professioni che ti obbligano ad assumere un determinato “status”. Non è possibile per un manager andare in sandali, a meno che non si tratti di situazioni tipo “venerdì casual”.

Ricordo, a questo proposito, un cliente presso cui ho lavorato anni fa, ove tutti i manager erano obbligati a vestirsi in modo il più possibile informale, ma esclusivamente di venerdì (gli altri giorni abito e cravatta d’obbligo). Ricordo che spuntavano improbabili borchie, bracciali chiodati, giacche da harleysta e chi più ne ha più ne metta.

Contrario, per principio, a questa prassi tanto vuota di significato, ho apprezzato molto l’ultimo commento al post della macchina dove un tale, apparentemente più anziano e navigato dell’autore della domanda, rispondeva “Hai letto Shekespeare – Tanto rumore per nulla? Fregatene della macchina, se proprio è un problema quella che hai, vacci in taxi”.

Niente di più vicino al mio modo di pensare.

Paradossalmente, anche volendo inquadrare il problema in termini prettamente economici, per un manager “spesato” il taxi è più conveniente, così come lo sono, a livello più generale e per distanze maggiori, treni e aerei. Per non parlare della dubbia utilità dell’andare in giro in macchina, visti il traffico e i costi di autostrade, parcheggi e carburanti.

L’unico vero motivo, quindi, per cui un manager dovrebbe avere il “macchinone” è lo status symbol: davvero non ce ne sono altri e, a questo punto, inutile avere la macchina economica e risparmiosa o magari il grosso suv. Tanto vale quella vistosa, quella che capisci subito che il tipo è un manager affidabile.

Ma per quanto, ancora, andremo dietro agli status symbol? Per quanto, ancora, ci lasceremo abbagliare dalle apparenze senza cercare di indagare l’essenza di chi ci sta intorno?

Consideriamo di essere liberi e, invece, non facciamo che lasciarci costringere dalle mode del momento, costruite a tavolino da marketer esperti  nell’esercitare su di noi un controllo invadente attraverso il piccolo schermo e, sempre più spesso, attraverso il web.

Kafka, la vita moderna e i social network


Franz Kafka

Franz Kafka (Photo credit: Three Legged Bird)

La nostra vita è fatta di episodi che scatenano nella mente pensieri a volte un po’ strani.

Ieri, ad esempio, ho comprato, durante una passeggiata in centro, un palloncino a mia figlia. Si trattava di una coccinella (mia figlia è stata evidentemente attratta dal colore rosso acceso spezzato dai puntini neri).

Di sera, restando solo in casa, mi sono accorto che l’innocuo palloncino era volato e stazionava sulla volta del soffitto della cameretta.

Mi è venuta subito in mente l’immagine kafkiana dell’uomo che si traforma in insetto (la coccinella, nella penombra, non era più molto attraente e, anzi, si delineavano più che altro le nere zampette dell’enorme insetto sul cupo turchese dell’intonaco).

Che immagine assurda. Che situazione assurda. Vittima di un palloncino colorato che, nel buio della sera, diventa un mostro.

Questo episodio mi ha dato molto da pensare. Ho visto come Kafka, il cui genetliaco è stato ricordato solo pochi giorni fa, non abbia poi immaginato uno scenario così lontano dalla realtà dei nostri giorni. Anzi, come ormai sempre più spesso accade, è una realtà che supera la fantasia e – palloncini a parte –  ci troviamo sovente catapultati in situazioni grottesche.

Come uscirne? Forse – almeno questa è la mia impressione od opinione che dir si voglia – dovremmo seguire tutti il paradigma del “take it easy”. Preoccuparci di meno, insomma. Vivere, più che altro, nella consapevolezza che

1. siamo respnsabili di ciò che facciamo e quindi di ciò che siamo

2. non possiamo cambiare da soli tutto quanto ci circonda

Non credo sia un “gettare la spugna”. Piuttosto, lo vedo come un’acquisita consapevolezza dei limiti e delle potenzialità del nostro essere.

Nella vita quotidiana, come nel lavoro e nel business, questa consapevolezza non sarà forse troppo positiva, ma eviterà di creare “mostri” nei nostri cieli (o soffitti che siano).

Chiudo con un pensiero alla solitudine, perché se non fossi stato solo, ieri sera, tutti quei pensieri sulla Metamorfosi non mi avrebbero toccato: siamo una generazione di solitari e la socialità del web non sopperisce ancora alla grande necessità di vivere comunitariamente. Una necessità, questa, che come esseri umani abbiamo sempre avuto e che, nella società pre-industriale era superata grazie alla presenza di contesti familiari che completavano l’individuo.

Oggi, invece, bandite le famiglie e le altre forme più o meno evolute di aggreganti sociali, viviamo tra vite reali falsamente autosufficienti e una socialità (o società) virtuale ancora effimera e priva di quegli elementi, o valori, che, prima, completavano il quadro delle nostre esistenze.

 

 

Ma chi siamo?


The Son of Man (Magritte)

The Son of Man (Magritte) (Photo credit: Wikipedia)

Stamattina, il post su Facebook di un amico di vecchia data mi faceva riflettere sull’importanza del nome. L’idea era del tipo “nel silenzio comprendiamo chi siamo”.

Gli rispondo, a mio modo, evocando l’ancestrale importanza del nome di Dio nella cultura degli antichi Ebrei e di come la vocalizzazione del trigramma JHW (ciò che appunto definiva una volta per tutte il nome di Dio) era stata seppellita definitivamente insieme con i sacerdoti sterminati ed il tempio distrutto da Tito nel 70.

Aggiungo anche la nota letteraria, ricordando Mattia Pascal, il “Fu” pirandelliano, l’uomo senza identità.

Passano pochi minuti e scopro, nella mia casella email, una allarmante richiesta di aiuto economico da parte di un altro caro amico di vecchia data.

Mi chiede – in inglese – di mandargli 2500€ con la Western Union in quanto è stato derubato di telefono e carte di credito e non può saldare un albergo a Madrid. Sospetto immediatamente il furto d’identità e lo avviso, via Skype, di quanto ho ricevuto.

Al malcapitato, in effetti, è stata usurpata la casella email, nel senso che qualcuno se ne è appropriato, ne ha modificato la password, ha rubato i contatti e cancellato tutti i messaggi. Con non poca fatica (il provider era effettivamente oltre manica) è riuscito a sbloccare la situazione, ma intanto la perdita c’era stata.

Strano che due eventi così diversi e lontani nel loro significato intrinseco originario siano rapportabili ad un’unica considerazione su chi siamo, cosa siamo, come internet ci sta cambiando e quanto la nostra identità virtuale si sovrapponga a quella reale.

Il furto d’identità informatico non è esattamente una cancellazione anagrafica come quella del Fu Mattia Pascal, è più banalmente una truffa bell’e buona. Qualcuno fa phishing, va a pesca, basandosi sulla nostra buona fede e sui non sempre inattaccabili firewall che dovrebbero salvarci.

Fatto sta che viene da pensare che il nostro amico, che stamane ci invitava a riflettere sull’essenza del nome, ha ancora più ragione di quanta non immagini perché, in fondo, non lo sappiamo più davvero, schiacciati tra un mondo di ideali ed ideologie passati e non più accettabili e un mondo nuovo, fondato sul web dove ancora nulla è chiaro, neppure forse le direzioni principali.

 

Writing in english


Italian Language Workshop

Italian Language Workshop (Photo credit: Context Travel)

Il limite, a livello di diffusione, dello scrivere un blog in una sola lingua mi sembra sempre più evidente. La domanda è se e perché occorra “internazionalizzarsi” e adottare l’inglese come lingua target.

A prescindere dalle già molte contaminazioni linguistiche (vedi “target” alla riga sopra), secondo me il punto di fondo è definire la tipologia di lettore “a priori”. A chi ci indirizziamo, quando scriviamo?

Se il pubblico è globable, non possaimo non scrivere in inglese. Se vogliamo raggiungere “i nostri”, usiamo la lingua del posto.

Mentre scrivo, mi sembra di star facendo considerazioni terribilmente banali. Di fatto, però, non lo sono. Quello che il web ci sta insegnando è che il contenuto è fondamentale e la lingua è un attributo essenziale del contenuto: non è forma, come potremmo immaginare, con un’analisi superficiale.

La lingua italiana, articolata e bellissima, straordinariamente ricca e variegata in secoli di meravigliosa sedimentazione antropologica e cultuale, non è tuttavia di grande impatto in quanto concerne la ricerca nei search engine e sui social network.

Cosa stiamo facendo? Perché scriviamo? Domande difficili per chi, come me, non vende “esattamente” un prodotto o, meglio ancora, un infoprodotto online. Io, ad esempio, scrivo essenzialmente per il piacere intrinseco di raccontare.

In questo frangente, mi domando, dunque, se non valga la pena “anglicizzare” per “globalizzare” (leggi massimizzare) il mio pubblico potenziale – in fondo è bello essere letti e, magari, apprezzati. Non darò una risposta immediata a questa domanda. Presumibilmente, nel prossimo futuro, mi adopererò a scrivere, di tanto in tanto, in una lingua meno materna ma, probabilmente, più apprezzabile nel contesto di internet.

2056 anni fa… Elogio funebre di un blogger


Pompey statue- Julius Caesar was killed at the...

Pompey statue- Julius Caesar was killed at the feet of this statue - d2x 004d2x 007 (Photo credit: Giannux & Chia)

Più o meno a quest’ora (giorno più giorno meno, per colpa di quel Luigi Lilio che riformò il calendario da lui stesso ideato diciassette secoli prima) Caio – o forse Gaio – Giulio, soprannominatosi Cesare, entrava nella curia di Pompeo, come dire un Di Pietro a Palazzo Grazioli, solo che, venti secoli fa, ci si ammazzava – ad alto livello – con più facilità che non oggi oppure – e questa seconda spiegazione temo sia più veritiera, benché inquietante – oggi non esistono personalità di spicco come quella dell’ex dittatore romano.

Plinio diceva che fosse nato da parto cesareo, donde l’appellativo – esistono altre variopinte etimologie, compresa quella sul blu degli occhi, blu come il cesio…, variopinte, appunto – e si suppone addirittura che sia stato il primo cesareo della storia, o almeno il più fortunato.

Sicuramente il termine ha poi designato l’Impero e gli Imperatori, romani, germanici, napoleonici, russi. Eppure il nostro Caio Giulio non fu mai, esattamente, quello che oggi definiamo Imperatore. Fu un capo militare, uno stratega, per dirla alla greca, un uomo colto – ma non troppo, non il coetaneo Cicerone.

Che poi, a dirla tutta, anche Cicerone finì male, anzi, direi che finì anche peggio di Cesare: peccato che nessuno se ne rammenti, tanto per dire che, due millenni fa, come oggi, non conta tanto la cultura quanto, piuttosto, la capacità di darsi visibilità.

Ma insomma, chi era allora questo Cesare e perché mi diletto in quest’ora a rinnovarne l’elogio funebre?

Cesare era un blogger. Sì, è stato forse il pirmo blogger tematico della Storia, un uomo – un tecnico, in fondo, della politica (res publica) e della guerra – un uomo del suo tempo, dicevo, uno che aveva stabilito di “dover raccontare sé stesso” e lo faceva addirittura in terza persona.

Post number 1: Gallia est omnis divisa in partes tres […]

Un innovatore straordinario, insomma, inventore di uno stile narrativo che è stato alla base del giornalismo prima e del blogging ora.

Cesare racconta sé stesso e crea – scrivendo – il suo brand personale, anticipando quello che la maggior parte di noi blogger fa ogni giorno.

Perdonatemi la foto, non ho prove che si tratti di quella che Pompeo (un altro “finito assai male”) aveva posto nel suo quartier generale, proprio dietro all’attuale Campo de’ Fiori.