Nel cratere di un vulcano


No, cari lettori, no… Non siamo sull’Etna, né sul Vesuvio, né nel Vulture…

Siamo in Alto Adige. – Come? – Mi direte. Ebbene sì, l’antico cratere di un vulcano, come testimoniano le rocce di porfido rosso che racchiudono vigneti dal terreno straordinario, che danno vita a due tra i bianchi più straordinari d’Italia, vale a dire il Winkl e il Vorberg.

Eh sì, siamo a Terlano, ad appena dieci minuti di macchina da Bolzano, tra verdi campi di asparagi e rigogliosi meleti. Ci addentriamo appena un po’ nella valle laterale – il cratere, appunto – e troviamo la Cantina Sociale, forse quella che di più rappresenta la regione e, sicuramente, quella con la tradizione più antica.

Ci accoglie in cantina Wolfgang Trafojer, Wolfi, giovane e spigliato. Ci introduce prima di tutto alla storia del sito, a cominciare dalla straordinarietà geologica, che è alla base di quella mineralità del tutto particolare che garantisce longevità ai vini di Terlano.

La cantina nasce a fine ottocento, 1893 per l’esattezza, poco dopo quella gemella di Andriano, oggi inglobata nella medesima cooperativa. Oggi vi fanno riferimento 143 soci conferitori, per un totale di 165 ettari, con una produzione che si aggira intorno al milione e mezzo di bottiglie l’anno.

Scendendo nei piani interrati, troviamo i classici tini d’acciaio, qualche residuo di cemento, usato esclusivamente per lo stoccaggio, le botti tirolesi ovali, le barrique.

Wolfi ci racconta di come l’imbottigliamento sia una pratica relativamente recente, nelle cantine altoatesine e a Terlano, nello specifico. Solo da una trentina d’anni si è passati dalle damigiane alle bottiglie e ci si è aperti a un mercato più ampio rispetto a quello del “vino della casa” per le tante attività ricettive locali.

Fin qui, comunque, tutto molto classico.

Poi, ecco la sorpresa: la cantina delle rarità. Sì, perché a Terlano si tengono le vecchie annate. Ci sono vini anche di quarant’anni fa, vuoi in tino d’acciaio, vuoi in bottiglia. I tini delle rarità sono ben visibili da un ballatoio interno. Le bottiglie sono stipate, già in parte etichettate, nei bracci più antichi della cantina, aperte, controllate, rabboccate e ritappate ogni cinque anni.

Certo, si tratta pur sempre di poche bottiglie, davvero delle rarità anche sul mercato, vendute quasi esclusivamente a ristoranti stellati. Insomma, impossibile acquistarne una in cantina. A dire la verità, lo shop della cantina è un po’ deludente… Per comprare un Vorberg andiamo fino ad Appiano, su consiglio della cantina stessa (e lo troviamo, in enoteca, senza problemi). Come dire, si vende tutto molto molto in fretta, il ché è chiaramente un bene assoluto per il ritorno dell’investimento dei soci che sono, in tal modo, invogliati al massimo ad incrementare la qualità della produzione in vigna.

Wolfi ci guida all’assaggio del Weissburgunder, il pinot bianco storico della zona, con bel naso floreale. Passiamo quindi alle selezioni. Il Terlaner, blend di chardonnay, sauvignon e, soprattutto, pinot bianco, fruttato e già molto interessante, con bella struttura dovuta, appunto al pinot. Assaggiamo, quindi, il Winkl, sauvignon blanc al 100% dalla vigna che sta proprio di fronte alla cantina, davvero complesso, seppur dopo un attacco chiaramente varietale, con sorprendente mineralità in bocca ed estrema freschezza e, infine il Quarz, ancora sauvignon blanc, dalla più marcata struttura e spiccata sapidità dovuta alla presenza di quarzo di origine vulcanica, appunto, nel suolo.

Tra i rossi, troviamo davvero interessante il Siebeneich, merlot 100% dal vicino sobborgo di Settequerce, sulla strada per Bolzano, con piacevolissima rotondità e tannini particolarmente setosi.

Terlano è la storia delle cantine sociali e, con esse, la storia del vino dell’Alto Adige. Pura emozione.

 

Girlan, l’eccellenza in una cantina sociale


Ed eccoci ancora in Alto Adige, alla ricerca di quel qualcosa che rende questa provincia un punto di riferimento per il vino italiano e non solo.

Incontriamo oggi Oscar Lorandi, direttore della Cantina Girlan, a Girlan/Cornaiano, il primo paese sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, per chi arriva da Bolzano.

Oscar Lorandi è un manager molto preparato e competente e ci accoglie con grande empatia. Ci racconta i quasi cent’anni di storia di questa sorprendente realtà sociale, che conta circa 180 aziende conferitrici su oltre 200 ettari e dà lavoro a qualcosa come 2000 famiglie della zona.

Dal 1923 ad oggi, le cose sono sicuramente cambiate e molto. In particolare è cambiato l’approccio al vino, alla vinificazione, alla qualità delle uve e, seppur non senza difficoltà, l’approccio che hanno i conferitori nella lavorazione in vigna.

L’ottenimento della qualità sul prodotto finale, sottolinea Oscar Lorandi, necessita in primo luogo estrema attenzione su quanto avviene tra i filari. Il controllo sul modo di operare del singolo conferitore diventa, pertanto, uno dei punti di forza del sistema Cantina Sociale, al fine di proporre al mercato prodotti dall’elevato profilo qualitativo.

Insomma, il socio conferitore è anche “proprietario”, in forma associativa, della sua quotaparte di produzione, quindi invogliato a lavorare “bene”. Ciononostante, il controllo da parte dell’agronomo della Cantina Sociale è sempre necessario al fine di ribadire e standardizzare i sistemi di produzione delle uve.

Chiaramente, in un contesto di 200 ettari non è possibile fare biologico, ma, ci dice Lorandi, la tutela del contesto naturale e la riduzione al minimo dei trattamenti si rivela un volano straordinario per l’ottenimento di prodotti di qualità stabile. Oltre al fatto che si è scelto, da sette vendemmie, di rendere la lavorazione in cantina il più possibile delicata grazie alla sostituzione dei macchinari meccanici con la gravità.

Certo, le ultime sofferte annate hanno contratto la produzione che, comunque, si mantiene su un numero importante di bottiglie, vendute soprattutto sul mercato locale a uso delle innumerevoli attività ricettive del territorio.

La cantina è grande e funzionale, moderna e pulitissima, ma ci sorprende quando accediamo alla parte antica, seicentesca, posta sotto un antico maso. Botti grandi ovali della tradizione tirolese, prodotte ancora oggi in Austria, arredano le lunghe gallerie sotterranee. Non mancano, comunque, le barrique in stile francese.

I vini proposti sono molti, a cominciare dalle bottiglie classiche, per salire ai vigneti, quindi alle selezioni.

Partiamo assaggiando il 448 s.l.m., nome che va ad identificare l’altezza media del comune di Girlan/Cornaiano. Un blend fresco e profumato, estivo, davvero ottimo per un aperitivo tra amici sotto una pergola o al bordo di una piscina.

Proseguiamo con il Pinot Bianco, il Weissburgunder della tradizione sudtirolese, il vitigno più identificativo di questo altopiano e, per dirla così, il più autoctono tra i bianchi. Grande naso floreale e una bella freschezza in bocca.

Passiamo al Pinot Bianco del vigneto Plattenriegl, esaltante freschezza, minerale e di gran corpo, un vero piacere.

Arriviamo, finalmente, alle selezioni. Il Sauvignon Flora è esaltante. Dopo una prima vena varietale si apre in un naso di rara ampiezza, con struttura quasi da Pessac-Leognan, tanto che mi viene spontaneo domandare se si conservano le vecchie annate come nella vicina cantina di Terlano. E invece no, qui la produzione viene tutta venduta: questo è, d’altronde, il fine commerciale di una cantina sociale.

Tra i rossi, apprezziamo il Pinot Noir Patricia, profondamente borgognone, con bel naso floreale e tannini levigati su un’acidità abbastanza prepotente che invoglia a finire il bicchiere senza troppi pensieri.

Finiamo con la Schiava di vecchie vigne, la Vernatsch Gschleier, sorprendente tanto nella complessità olfattiva quanto nella struttura, con bei tannini e tanta tradizione.

Ci alziamo dal tavolo di degustazione come di solito si fa dopo una serata tra amici, beatamente immersi e inebriati dal profumo dei calici e ci accomiatiamo da Oscar che ci ha davvero fatti sentire dentro il mondo dei suoi vini.

Si è fatto mezzogiorno ed è il momento di proseguire. L’Alto Adige non si farà negare neppure stavolta e ci racconterà ancora il suo mondo umano e contadino che spazia dalle antiche pergole che si arrampicano eroiche sulle falde di porfido degli altopiani fino alle superbe rocce pallide delle Dolomiti.

 

Thomas Niedermayr: l’ultima frontiera del vino naturale


Oltre il biologico, così sul suo sito web Thomas Niedermayr, giovanissimo produttore altoatesino, schietto e sorridente, spiega in una parola il suo vino. Anzi, PiWi, acronimo tedesco che indica l’ultima frontiera del vino naturale: la ricerca di varietà resistenti a funghi e crittogame in generale.

Lo incontriamo in uno splendido pomeriggio d’agosto. Quando arriviamo al suo maso, Hof Gandberg, capiamo immediatamente che non si tratta della classica cantina sociale. Tutto è molto familiare, immerso in una natura davvero incontaminata e silenziosa, sopra Appiano, subito sotto i porfidi e le dolomie della montagna della Mendola. Siamo poco sopra i 500 metri.

Andiamo subito in vigna ed è qui che ci si rivela un mondo totalmente nuovo, quello degli ibridi, non solo il più conosciuto Bronner, ma una lunga serie di vitigni dai nomi germanofoni.

Questi vitigni nascono dalla sperimentazione dell’Istituto Statale Agrario di Freiburg im Breisgau, Germania, dall’ibridazione di ceppi noti di vitigni locali con vite americana e asiatica.

Produttori da sempre, i Niedermayr hanno deciso, negli anni ’80, di staccarsi dalla locale cantina sociale e di percorrere una strada rivoluzionaria, quella del vino totalmente naturale dove i trattamenti, anche quelli biologici o biodinamici, sono stati eliminati, grazie all’impiego degli ibridi.

Il laboratorio è la vigna stessa dove, con meticolosa attenzione, avviene l’impollinazione incrociata, sono raccolti i vinaccioli e sono, quindi, prodotte le nuove barbatelle, delle quali è testata la resistenza a funghi e altre malattie, prima dell’innesto sul piede americano, nei filari. E così, ormai, del “sangue asiatico e americano” resta ben poco, mentre la resistenza alle malattie e ai funghi è costantemente controllata.

I vitigni, fatta eccezione per la vigna di quarant’anni del tradizionale Pinot Bianco, per la quale si dà zolfo e rame, sono tutti ibridi e, per l’ibrido, non serve trattare. Questa è la grande conquista. Le uve maturano senza nessun apporto e perfino la potatura dei guyot è limitata ad una defoliazione molto superficiale.

Fatto è che, tra il Pinot Bianco “trattato” e gli ibridi non trattati, è subito evidente la totale assenza di qualsiasi tipo di problema sulle foglie. Inoltre, l’uva è buonissima anche al gusto.

Vendemmia anticipata anche per Thomas, quest’anno, di un paio di settimane, come un po’ dappertutto, di questi tempi, ma il vignaiolo non se ne preoccupa troppo: continuerà a sperimentare e a trovare soluzioni.

Cinque ettari di vigne, tutti lavorati esclusivamente a mano, inerbimento obbligatorio tra i filari, raccolta rigorosamente manuale.

La cantina è un lungo corridoio con i tini d’acciaio e alcune botti grandi. Incontriamo la sorella di Thomas intenta alla pulizia dei tini per la prossima vendemmia.

Thomas ci fa assaggiare tutta la sua produzione. Bianchi, soprattutto, ma anche rossi.

Floreale e fresco il Bronner, marcatamente minerale il Weissburgunder (il Pinot Bianco), persistente e complesso l’Abendrot, nato da lunga macerazione sulle bucce di uva Souvignier gris, che tanto ci ricorda i vini sloveni estremi di Movia.

Tappi a vite, ed etichette davvero eleganti, che riportano l’anno di innesto in vigna.

Alla fine, soddisfatti e innamorati di questa natura ecosostenibile, ci domandiamo se non sia questo il futuro del vino e non solo di esso. Un mondo migliore e pulito dove le conoscenze dell’uomo servono per migliorare la qualità della vita in un clima di serenità e trasparenza totali.

Un mondo in cui la sincerità vince ogni menzogna.