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M. C. Escher − Drawing Hands, 1948.

M. C. Escher − Drawing Hands, 1948. (Photo credit: Wikipedia)

Un blog, ma cosa è un blog se non un modo di consegnre il proprio pensiero a sé stessi? O forse è quell’apostrofo di inchiostro digitale che mettiamo tra le parole pensiero e mondo?

Dietro a questi mezzi aforismi si cela le domande che – io credo – si pone chiunque scriva: “Per chi scrivo?” “Perché scrivo?”

Attività catartica, per me, questa dello scrivere, per quanto fine a sé stessa, perché non ho il coraggio di essere un vero narratore e i problemi che affronto sono magari superficiali.

Eppure non penso che se parlassi di #sesso, di #politica, di #talentshow o di qualsiasi #hashtag del giorno in voga su un social network avrei guadagnato qualcosa, a parte quel centinaio di lettori in più che mi gonfierebbero solo di falso orgoglio. Questo,sì, sarebbe essere superficiale.

Io continuo a scrivere prima di tutto per me stesso, nocchiero egoista di questa barca che vaga forse tra le onde cerebrali, forse nel mare dell’Anima.


Questo articolo è ripostato dal blog http://progressivecommunication.wordpress.com scritto dall’amica Alma Cardi Sechi che saluto e ringrazio.

progressive communication

C’è una parola latina, lux, da cui deriva  tutta una serie di parole in diverse lingue europee: light in inglese, Licht in Tedesco, lumière in francese, luce in italiano… Da  lux, in latino si trova anche lucus , che i dizionari traducono normalmente come bosco sacro, che però ha qualcosa di strano perché non rende, ed anzi perde, proprio l’origine “luminosa” del termine originario: più precisamente, perde l’origine “luminosa” e “numinosa”, perduta anche nell’italiano  radura , che richiama la materiale e banale situazione del bosco che si fa  rado; e così anche nell’inglese glade  o blade patch, nel francese clairière/éclaircie che conserva il riferimento al chiaro ma non alla lux, cioè conserva il “luminoso” ma non il “numinoso”. Già nel latino classico, paradossalmente, qualcuno che aveva perso il senso originario della parola ma non una certa arguzia, spiegava che…

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Writing in english


Italian Language Workshop

Italian Language Workshop (Photo credit: Context Travel)

Il limite, a livello di diffusione, dello scrivere un blog in una sola lingua mi sembra sempre più evidente. La domanda è se e perché occorra “internazionalizzarsi” e adottare l’inglese come lingua target.

A prescindere dalle già molte contaminazioni linguistiche (vedi “target” alla riga sopra), secondo me il punto di fondo è definire la tipologia di lettore “a priori”. A chi ci indirizziamo, quando scriviamo?

Se il pubblico è globable, non possaimo non scrivere in inglese. Se vogliamo raggiungere “i nostri”, usiamo la lingua del posto.

Mentre scrivo, mi sembra di star facendo considerazioni terribilmente banali. Di fatto, però, non lo sono. Quello che il web ci sta insegnando è che il contenuto è fondamentale e la lingua è un attributo essenziale del contenuto: non è forma, come potremmo immaginare, con un’analisi superficiale.

La lingua italiana, articolata e bellissima, straordinariamente ricca e variegata in secoli di meravigliosa sedimentazione antropologica e cultuale, non è tuttavia di grande impatto in quanto concerne la ricerca nei search engine e sui social network.

Cosa stiamo facendo? Perché scriviamo? Domande difficili per chi, come me, non vende “esattamente” un prodotto o, meglio ancora, un infoprodotto online. Io, ad esempio, scrivo essenzialmente per il piacere intrinseco di raccontare.

In questo frangente, mi domando, dunque, se non valga la pena “anglicizzare” per “globalizzare” (leggi massimizzare) il mio pubblico potenziale – in fondo è bello essere letti e, magari, apprezzati. Non darò una risposta immediata a questa domanda. Presumibilmente, nel prossimo futuro, mi adopererò a scrivere, di tanto in tanto, in una lingua meno materna ma, probabilmente, più apprezzabile nel contesto di internet.

2056 anni fa… Elogio funebre di un blogger


Pompey statue- Julius Caesar was killed at the...

Pompey statue- Julius Caesar was killed at the feet of this statue - d2x 004d2x 007 (Photo credit: Giannux & Chia)

Più o meno a quest’ora (giorno più giorno meno, per colpa di quel Luigi Lilio che riformò il calendario da lui stesso ideato diciassette secoli prima) Caio – o forse Gaio – Giulio, soprannominatosi Cesare, entrava nella curia di Pompeo, come dire un Di Pietro a Palazzo Grazioli, solo che, venti secoli fa, ci si ammazzava – ad alto livello – con più facilità che non oggi oppure – e questa seconda spiegazione temo sia più veritiera, benché inquietante – oggi non esistono personalità di spicco come quella dell’ex dittatore romano.

Plinio diceva che fosse nato da parto cesareo, donde l’appellativo – esistono altre variopinte etimologie, compresa quella sul blu degli occhi, blu come il cesio…, variopinte, appunto – e si suppone addirittura che sia stato il primo cesareo della storia, o almeno il più fortunato.

Sicuramente il termine ha poi designato l’Impero e gli Imperatori, romani, germanici, napoleonici, russi. Eppure il nostro Caio Giulio non fu mai, esattamente, quello che oggi definiamo Imperatore. Fu un capo militare, uno stratega, per dirla alla greca, un uomo colto – ma non troppo, non il coetaneo Cicerone.

Che poi, a dirla tutta, anche Cicerone finì male, anzi, direi che finì anche peggio di Cesare: peccato che nessuno se ne rammenti, tanto per dire che, due millenni fa, come oggi, non conta tanto la cultura quanto, piuttosto, la capacità di darsi visibilità.

Ma insomma, chi era allora questo Cesare e perché mi diletto in quest’ora a rinnovarne l’elogio funebre?

Cesare era un blogger. Sì, è stato forse il pirmo blogger tematico della Storia, un uomo – un tecnico, in fondo, della politica (res publica) e della guerra – un uomo del suo tempo, dicevo, uno che aveva stabilito di “dover raccontare sé stesso” e lo faceva addirittura in terza persona.

Post number 1: Gallia est omnis divisa in partes tres […]

Un innovatore straordinario, insomma, inventore di uno stile narrativo che è stato alla base del giornalismo prima e del blogging ora.

Cesare racconta sé stesso e crea – scrivendo – il suo brand personale, anticipando quello che la maggior parte di noi blogger fa ogni giorno.

Perdonatemi la foto, non ho prove che si tratti di quella che Pompeo (un altro “finito assai male”) aveva posto nel suo quartier generale, proprio dietro all’attuale Campo de’ Fiori.