In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.

Le Domaine des Planes – Roquebrune s/ Argens


Come prima cosa c’è da dire che i Francesi sono davvero bravi a preparare le location, quando si imbocca la stradina privata per arrivare al Domaine ci si immerge in un paesaggio quasi fatato con delle vigne ben tenute con i cartelli che indicano il vitigno e anche i fili d’erba sembrano sistemati a dovere.

Azienda certificata bio con circa 30 ettari vitati dove convivono varietà tipiche francesi come Mourvèdre, Syrah, Grenache, Cabernet Sauvignon, Clairette e Semillon; anche il Rollo ligure e una varietà autoctona che è stata ripresa: il Tibouren (che tra l’altro pare sia geneticamente affine al Rossese di Dolceacqua).

All’assaggio i rosati si prendono la scena e si distinguono per una bellissima freschezza e per i sentori fruttati e floreali delicati, ma intensi. I colori sono di grande effetto, eleganti, dati da un contatto breve e rigoroso con le bucce per rilasciare la giusta quantità di colore e far sì che sia l’acidità a farli brillare alla luce della sala di degustazione accogliente e confortevole. Si esprime molto bene il Tibouren con un bel brio e grande piacevelezza, il Cinsault e il Grenache con il Mourvèdre rendono le cuvée degli altri rosé interessanti dal punto di vista aromatico aumentando i gradi di complessità e intensità.

I bianchi sono giocati sugli aromi, il Sémillon dona al vino aroma e una bella rotondità che, assieme all’acidità, rendono i vini di corpo, piacevoli e di buona beva durante pasti soprattutto a base di pesce.

I rossi sono un po’ in ombra rispetto all’eleganza dei rosati, vengono affinati in botti di rovere da 51 hl per 9-18 mesi per rifinire l’aroma e ingentilire i tannini. La triade Mourvèdre, Syrah, e Cabernet Sauvignon si fondono in varie cuvée aiutati dal Grenache, senza spiccare, rendendo la spezia del Mourvèdre e del Syrah, sfruttando il corpo del Cabernet.

Concludono la batteria della cantina un Vin de Pays des Maures con Moscato d’Alessandria vinificato secco di gran profumo e un rosato giovane di Grenache e Carignan. Per le bollicine vengono presentati un brut di Rolle e Ugni blanc e un rosé di Carignan.

La Costa Azzurra si conferma terra di rosati, un luogo dove questo vino trova la sua patria di elezione e dove è piacevole andare in giro a scoprire eccellenze come questa cantina che dal 2009 colleziona medaglie d’oro e d’argento al Concours Général Agricol di Parigi. Merita una visita il Domaine, ma, soprattutto, meritano un assaggio i vini del Domaine, per capire che cosa sia un rosé ottimamente fatto.