Buio


Nella nebbia trascino
Schiacciato
Passi di dolore a ricercare vita
Trovando nello ieri
Lontano il ricordo
Di un domani che pure sarà
(Perché dovrà pur essere)
Orribilmente vuoto di presente

Gozzano, poeta crepuscolare


gozzanoIl 9 agosto del 1916 si spegneva, in Torino, via Luigi Cibrario 65, a meno di cinquecento metri dalla casa in cui abito e scrivo, il grande poeta crepuscolare Guido Gozzano. Gozzano lo conobbi a scuola, al liceo, ove mi fu chiesta una tesina per la maturità che ne ripercorreva vita ed opere. All’epoca, 1992, Torino e via Cibrario erano l’ignoto, per me, romano. Eppure, io, pragmatico ragazzino cresciuto al sole della Capitale, seppur lontano dalla sensibilità di questi poeti dal cuore fanciullo e piangente, per citare il Corazzini, presentivo un’affinità speciale con il loro modo di raccontare quel sottile universo nascosto tra realtà e sogno. Questa sera, percorrendo con il mio cane via Cibrario, Bohemian Rapsody di Freddie Mercury (un altro crepuscolare, morto della tubercolosi del ventesimo secolo) nelle cuffie, ho ripercorso le stanze della Signorina Felicita e le loro piccole cose da cui dovremmo saper, poter cogliere la felicità. Sarò ancora in grado di coglierle? In fondo, io non sono un poeta crepuscolare.

Marzo


Veglie mattutine di felicità adorne
Mentre plumbeo il cielo gli uccelli
Cantano allegri tra scrosci di pioggia
Sciogliendo d’inverno mesto il ricordo
 
Vivere mi chiedi Eros: cos’è vivere?
L’Uno nel sogno cercando
Tra luci soffuse che Aurora accolgono
Solitaria e stretta la strada tortuosa
 
Ove mena? Lontano o forse qui stesso
In te ora in me oggi in noi sempre
Travolti giammai sconvolti dall’onda
Di mare oceano burrascosa e lunga
 
Ammaina il saggio la randa all’impeto
Del vento che noi gagliardo spinge
Noi spavaldi al timone della tempesta
Ma quiete resta nei giorni nostri uguali.

Viandanti


viandanteVagabondi errano i viandanti
negli occhi si trovano
limpido il presente osano
da sorda realtà soffocati

Coriacei alzano le cortine
nel dubbio si fermano
soli il futuro rimandano
da prepotente paura costretti

Strane percorrono le strade
nella diversità si confortano
oscuro il passato celano
da mesto ricordare annullati

Forti sollevano le fronti
nel ricercare non demordono
coraggiosi la verità attendono
da fuoco feroce accesi

Aprile


Indaco ovunque nel cielo d’aprile
Grigi strati la luce a variegare
Mentre il giorno instancabile appare

Gli umani artifici crollano
Come le luci fittizie della notte
di compromesso e convenzioni colme

Torneranno le rondini a volare

Anche quest’anno, torneranno, voleranno alte
Gireranno repentine spirali nel sole d’un mattino
Tra guglie e umanità sopite e stordite

Incauto l’occhio mio le seguirà
Anelando solo e sempre ad un libero spirito
Per cui, con cui, in cui sognare.


Ho trovato, tra i blog che leggo, questa bellissima lirica di Neruda che chiarisce così profondamente l’essenza stessa della poesia.

Nuovi mondi

“La Poesia”

Accadde in quell’età… La poesia venne a cercarmi. Non so da dove sia uscita, da inverno o fiume. Non so come, nè quando, no, non erano voci, non erano parole nè silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, bruscamente fra gli altri, fra violente fiamme o ritornando solo, era lì senza volto e mi toccava. Non sapevo che dire, la mia bocca non sapeva nominare, i miei occhi erano ciechi, e qualcosa batteva nel mio cuore, febbre o ali perdute, e mi feci da solo, decifrando quella bruciatura, e scrissi la prima riga incerta, vaga, senza corpo, pura sciocchezza, pura saggezza di chi non sa nulla, e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, ombra ferita, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’universo. Ed io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero…

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