Il Mosnel: l’eleganza della bollicina


Ci sono alcune cose che sembra giusto dare per scontate, che sono belle a priori perché ci donano una sensazione che abbiamo imparato a riconoscere.

Ma se vogliamo prenderci il piacere di approfondire, lo sforzo dell’analisi verrà sicuramente ricambiato da una consapevolezza più profonda data da una relazione più intima, tale da passare dall’estetica oggettiva del “è bello perché è bello”, all’estetica soggettiva del “è bello perché ne ho scoperto l’anima e so perché mi piace”.

La Franciacorta con il suo Metodo Classico può rientrare bene in questa categoria: “è buono perché è buono”. La passione e la dedizione dei produttori di quelle zone rendono questi spumanti i più blasonati d’Italia e lo sono a ragione. Se si ha la voglia di approfondire, si scopre che ci sono delle enclavi che rendono questi posti speciali, se è possibile, ancora più speciali.

Il Mosnel è una realtà che dal 1836 è di proprietà della famiglia Barboglio e deve molto all’illuminazione di Emanuela Barboglio Barzanò e al suo grande lavoro di innovazione fatto alla fine degli anni ’60. Ora l’Azienda è guidata dal ramo Barzanò della famiglia e, in particolare, dai figli di Emanuela, i quali continuano a portare avanti quella tradizione di innovazione che caratterizza l’Azienda. Azienda che sorge sopra una pietraia, da cui il nome “Mosnel”: toponimo dialettale di origine celtica che significa, appunto, pietraia, cumulo di sassi.

Lo spumante fa subito festa e, per una festa, abbiamo scelto di proporre i loro vini, di grandissimo riscontro.

Brut: Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero. 24 mesi sui lieviti per il loro vino “d’entrata”, lieviti che riescono già a restituire eleganza e piacevolezza di beva. Bel colore paglierino con una lucentezza dorata intrigante. Al naso fragrante, sentori di agrumi, biancospino, sambuco, frutta gialla. Il perlage fine con bollicine numerose che si vedono nel bicchiere, in bocca restituisce una bella cremositá e la grande freschezza rende piacevole ogni sorso.

Satén 2012: Chardonnay e 30 mesi sui lieviti. Il colore é più intenso verso l’oro e il perlage così fine che sembra impercettibile. I sentori virano verso la brioche: è la fragranza del burro in pasticceria. Frutta gialla con la pesca e agrumi che virano verso il bergamotto, ma anche spezie come anice e fiori come il gelsomino. In bocca è piacevolmente setoso e minerale, di bella morbidezza e, soprattutto, freschezza. Il millesimo si fa sentire sull’equilibrio del vino e, vista l’annata difficile, si percepisce la cura con cui questo vino è stato seguito nelle sue fasi.

EBB 2012: Chardonnay e 36 mesi sui lieviti. La particolarità di questo vino é l’affinamento di metà del vin clair in barrique. Il passaggio in botte piccola e i mesi di affinamento esaltano il colore e la complessità di questo vino: fragranza di pasticceria e note tostate, agrumi freschi come pompelmo, kumquat e spezie più accentuate di pepe, anice e cardamomo. Le bollicine, fini e tumultuose, restituiscono una grande esplosione di gusto in bocca e le sensazioni retro nasali di mineralitá e il basso contenuto di zucchero ne esaltano la struttura e la freschezza. Un gran vino dedicato a Emanuela Barboglio Barzanò.

La degustazione della serata è finita, ma l’Azienda propone anche un Pas Dosé di bella espressione, un Rosé di Pinot nero di complessità interessante e il loro primo vino biologico, il Brut Nature, che stupisce e fa ben sperare nel successo della conversione in biologico dell’Azienda; tutti assaggiati in altri occasioni.

Tra i millesimati consigliamo il Pas Rosé 2011. Un vino di grande eleganza e potenza, complesso e di una freschezza impareggiabile, frutto di un’annata tra le migliori in Franciacorta.

Manca solo la loro riserva, non ancora assaggiata e per la qual mancanza bisogna provvedere al più presto.

Queste esperienze, unite alla voglia di scoprire, cosa che deve necessariamente caratterizzare chi ha l’ambizione di raccontare il vino, lasciano l’animo più pieno e aumentano il bagaglio esperienzale che ci portiamo dietro. Aumentano la conoscenza e fanno crescere la consapevolezza del grande tesoro che abbiamo intorno a noi.

Dopo questa esperienza so che l’Azienda Mosnel mi piace perché i vini che fanno hanno un equilibrio strepitoso che ti spinge a continuare a berli. Hanno un’eleganza di quelle naturali e genuine, che non urlano, ma sussurrano parole chiare e decise. Lo si percepisce già dall’etichetta sobria e fascinosa al tempo stesso. So che l’attenzione ai dettagli è una qualità che solo chi ama i propri prodotti assicura al cliente finale, chiunque egli sia, attenzione che viene fuori già nei loro vini “di entrata” e che è la stessa che si percepisce in quelli di fascia più alta. So che il Metodo Classico italiano ha delle eccellenze che non devono competere contro i grandi Champagne, ma che devono essere visti come un’espressione territoriale e che tra queste Mosnel è un’Azienda di prestigio perché sono i loro vini a donare questo prestigio. Provare per credere!

Il Ghemme e l’eleganza del nebbiolo


In un pomeriggio dal cielo brillante e illuminato, vado per l’autostrada Torino Milano, in un viaggio intervallato da bianche nuvole, alte e dense. L’autostrada è quasi deserta, sono riuscita a vedere al di là e sono contenta di scorgere piccoli borghi, che destano in me qualche curiosità. Esco, ed inizio ad attraversare risaie e centri praticamente disabitati, questo territorio si presenta con il susseguirsi di campagne praticamente sempre uguali e vecchi cascinali, molti dei quali ormai abbandonati, ne costellano l’orizzonte.

Passato il piccolo comune di Arborio mi accorgo, guardando il navigatore, che presto avrei passato il Sesia, o come scoprirò dire qui, la Sesia. Scorgo quel grande fiume, provenire dal Monte Rosa, e scorrere velocemente lungo la sua valle. Mi pare ora di riformulare i miei pensieri, osservando il paesaggio, d’improvviso più buio, forse a causa di grosse nuvole nere, mi convinco sempre di più che sembri assomigliare a qualcosa che nel tempo si è modificato, molto, diventando un territorio sfruttato, poco abitato, e sicuramente troppo poco conosciuto e valorizzato. Ma l’impetuoso fiume, mi costringe a guardare verso le montagne, dove il massiccio del Rosa è lì: imponente e fermo.

Arrivata a Ghemme, la piazza mi fa venire in mente parole di Pavese “…ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge per un viale di inutili piante si ferma.” Ferma anch’io, guardo oltre i campanili della piazza e mi incammino sui fianchi della valle, che geograficamente prende il nome di Collina di Cantalupo. Sono colline fluvio-glaciali, morene create dal lento fluire del ghiacciaio del Rosa. Sono belle, queste colline, a tratti terrazzate, verdi, rigogliose. I recenti temporali le hanno vigorite, l’erba fra i filari è alta quasi un metro e fiori e spighe crescono fra un fervente ronzio di insetti. La cantina è un luogo sulla strada, calma, pulita.

Mi fanno attendere qualche minuto sotto il portico degli attrezzi, mani in tasca guardo intorno: travi, trattori, damigiane, odore di mosto, quell’odore acre così familiare, da quando ne ricordo. Davanti all’ingresso manufatti in pietra, medievali? Penso di si, me ne convinco e mi siedo per l’attesa. La sensazione è di non essere del tutto nel presente. Il mobilio è austero, in vecchie stampe incorniciate si leggono contratti siglati fra Cluny e i gestori delle terre di proprietà del clero, intorno al 1200, qui nei colli Breclemae. A condurre si presenta delicatamente Alberto (Arlunno) che, senza difficoltà, si avvicina e saluta Carola, 5 anni, con me, chiedendole se è lei a interessarsi di vino.

Alberto sembra essere una conseguenza naturale, una fortuna per questi luoghi, ci sa fare, davvero bene. Il suo è un modo distaccato di guardare il mondo, con occhi che sembra stiano meglio fra i suoi pensieri. Senza astuzie, solo natura e testa. Le sue viti crescono tranquille, un non so che di snob ed un po’ eccentriche. Signore della nobiltà britannica.

Proprio mentre distrattamente penso a queste assonanze, mi si presenta una foto, anni ’80, la Signora Margaret Thatcher riceve qui, degusta il Ghemme, e le si dona il vino di Arlunno.

Alberto ci invita a seguirlo, verso i vigneti, più di 30 ettari vitati prevalentemente a Nebbiolo. La vigna che sormonta la cantina è Nebbiolo e ha nella pancia il luogo di conservazione e ‘l’infernot’ per l’invecchiamento delle bottiglie. Sono due ettari di vigna, dal nome Ronco San Pietro, da cui si possono ammirare le Alpi, il Rosa, e la valle, ora completamente oscurata da nuvole plumbee.

Il vigneto dell’eccellenza è il Breclema, 10 ettari da cui l’area meglio esposta, sud ovest, regala il Collis Breclemae, il vino di punta dell’azienda. Un vero ‘vin de garde’, qualità ancora molto ricercata e raramente realmente posseduta.

Durante la passeggiata parliamo, sempre difficile destare l’attenzione di Alberto, solo su alcune corde si accende. Una regola è parlare di geologia: delle sue colline, la conformazione del Rosa, un’altra la storia. Spiega che a San Pietro e a Breclema, Cluny aveva fondato un priorato di amministrazione, nell’XI secolo, i monaci vi si stabilirono e portarono molto del loro sapere. Questi territori fornirono a partire da allora quasi 1000 anni di ottimi vini, per le tavole regali ed ecclesiastiche, soprattutto nel Lombardo. Ed è proprio in questo contesto fuori dal tempo che noto incorniciate le parole di Cavour, 1849: “…rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare e contribuire a questa crociata enologica.”

Ed ecco che torniamo in cantina, per degustare quelli che secondo la guida AIS sono i migliori Ghemme mai assaggiati. Intorno a noi nuovamente foto, documenti, archeologie, testimonianze dell’orgoglio che Alberto Arlunno dimostra per questa terra, per questo regalo.

Il primo vino però è il suo bianco: il Carolus, un assemblaggio su base di “Greco”(Erbaluce), molto sapido, dall’ottima beva. Ecco passare in rivista alcuni dei suoi Nebbioli. I suoi Ghemme.

Ancora giovani paiono austeri, non facili, già il suo Ghemme 2005 regala sensazioni quasi sublimate. Alte, che parlano all’anima, da far tornare in mente il concetto di vino santo, puro.

Il Collis Breclemae è di struttura, ampio, un colore da premiare, tannini rotondi, dalla lunga vita, sia in bottiglia, sia in bocca. Estremamente soddisfacente, i paragoni con la longevità dei grandi vins de garde borgognoni sono meritati. Forse la sinergia di Alberto Arlunno con il suo terroir è davvero tale. Il suo è un vino elegante.

Interrogato su cosa pensa del suo lavoro risponde:

“Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera, appartenente ad un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto dai nostri avi questi luoghi, questo sapere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di questi luoghi mi fa sentire meno solo, dà un significato a quello che faccio, queste sono considerazioni che mi fanno abbandonare la variabile tempo… sentendo così di appartenere a una famiglia, molto grande, che ha avuto tanti padri e ha tantissimi figli, contadini come me”.

In realtà Alberto contadino è anche un eccellente enologo e laureato in Agraria, e un appassionato storico e amante delle scienze. Lui certamente contribuisce alla definizione di “crociata enologica”.

Noi dal nostro canto ci limitiamo a fare la parte degli estimatori. Di un vino che senza dubbio merita grandi abbinamenti e degustazioni.

 

Il potere in un bicchiere


Non credevo che un bicchiere potesse far risplendere a tal punto un colore, eppure quel calice si era illuminato, ed il mondo attraverso di esso. Non si trattava solamente di un colore, era un emozione che lenta si sprigionava intorno a quella ampolla, si proiettava solitaria e spregiudicata, stagliandosi ad un livello nettamente superiore.

Il mio atteggiamento era diventato istantaneamente di deferenza, quasi come in chiesa davanti ad un oggetto sacro: non osavo toccarlo, figuriamoci berlo. Ma quello era pur sempre un vino: era il succo di un frutto, di una pianta, della terra, si trattava di un prodotto agricolo.

Scelsi di impadronirmene, non sarebbe importato il giudizio che avrei dovuto produrre, ne se ne sarei stata in grado, quello doveva essere senza dubbio un vino eccezionale, e cosa altrimenti? provai lo stesso ad avvicinare il bicchiere al volto.

Tralasciando tutti i dubbi che assalirono la mia mente riguardo alle mie competenze di degustatrice, mi fissai sul fatto che mi fidavo di lui, mi avrebbe attirato a se, confermando la capacità che spesso vorrei possedere di riconoscere le essenze uniche, la bellezza semplice.

E con stupore, al naso, eccolo, si presentava deciso ma indubbiamente semplice. Profumava di sentimenti: tranquillità, dolcezza, paternità e di una grande fermezza. Io sono, diceva, con una voce decisamente maschile. Io ho vissuto, ho allietato animi altrove, ho comandato, ho accompagnato.

La viola di un’acqua di colonia, mischiata al gusto del sangue, muschio e miele caramellato, il sentore di tabacco rimasto in una tabacchiera d’argento, che sa di ossidato a sua volta, il cuoio di una sella lucida e secca, la terra umida che sporca gli stivali, il profumo alcoolico di una lozione per la pelle.

Matta, pensai, non può ricordarti la pelle, eppure si, quello era il dolce, fragrante e caldo profumo della pelle di un uomo. Ed un frutto rosso e pieno era il suo bacio, che si espande tenero in bocca, rendendo la lingua vellutata e sprigionando una enorme freschezza.

Si trattava dunque di un vino dall’ego spropositato, sì perché era stato lui che, nonostante la sua parvenza eleganza e sobrietà mi aveva attirato a sé! Era stato lui a parlare di sé. Era stato lui a dirmi:

..io non ho paura di colui che mi assaggia! Al più gli stolti non mi noteranno neppure, con quelle loro papille bruciacchiate, diranno che sono un tipo strano, troppo difficile, scambieranno la mia austerità per mediocrità addirittura, ma la verità e che non ne capiscono niente, e che quando bocche altrui porteranno alle loro orecchie i miei fasti, le mie vittorie, essi mi temeranno, invidieranno la mia forza, la mia lunghezza infinita, la mia naturale eleganza. Essi sono gelosi soprattutto dei miei soldati, che mi vezzeggiano dal momento del loro concepimento, in seno a famiglie a me devote da generazioni. E così dei miei generali: essi si battono come minatori esausti per me! Ma io, io li ripago con grandi decorazioni e fama e prestigio. La frivolezza non mi appartiene, e le donne? Loro ne sono sedotte, e io? Io resto il numero uno, mi allieto di compagni d’arme, solo uomini, s’intende! Parce-que je suis le Pinot Noir, je m’appelle Latricières Chambertin et si tu veux tu viens, mais tu viens derrièr !.

Il Latricieres Chambertin grand cru in questione è di Luis Remy (o forse è più corretto dire M.me Chantal Remy?), vendange 1997; ed è, a mio avviso, un vino dal carattere eccezionale, in grado di parlarti al cuore in maniera diretta e restarti nei pensieri per molto tempo, difficile trovarvi alternative.

Sedotto da Romanée-Conti


Ci sono vini che sono emozione, altri che ci lasciano indifferenti o ci deludono. Ma che cosa fa davvero la differenza tra un vino e un altro? Perché un vino ce lo ricordiamo per tutta la vita e non ricordiamo, invece, tutti quegli altri vini, magari buoni ma, tutto sommato, comuni?
La qualità, prima di tutto. Se la qualità non è alta, il ricordo del vino svanirà molto presto, non c’è dubbio. Eppure, c’è dell’altro. La qualità, da sola, non è sufficiente.
Io credo che, tra le motivazioni più importanti, ci sia la situazione in cui avviene la degustazione.
La situazione può essere fisica ma potrebbe anche essere culturale.
Cerco di spiegarmi meglio: il vino costella le situazioni personali che viviamo (il vino di una cena speciale, lo champagne del matrimonio, un ricordo d’infanzia…) ma, per chi il vino lo ama e lo studia, esso è anche indissolubilmente legato a luoghi, denominazioni, cantine, etichette.
Venerdì scorso, mi sono ritrovato nel calice (fortunato mortale!) un Romanée-St-Vivant 2008 del Domain de la Romanée-Conti, una delle etichette che fanno la storia del Pinot Noir della Borgogna.
Ecco, è stata “emozione totale”. Lo è stato per il momento, per la situazione contingente, per la degustazione, per la qualità della bottiglia. E lo è stato, parimenti, per il nome del vino, del produttore, per quell’etichetta borgognona così sobria, con le sue inconfondibili righe di caratteri stampatelli neri e verdi.
Dare, ora, delle note di degustazione mi sembra quasi fuori luogo. In ogni caso, è un vino ampio con un olfatto che dal frutto croccante, ancora percepibile, spazia alle violette appassite, spezie orientali e tanto, troppo altro. In bocca, una freschezza degna di un grande bianco, il tannino è seta, della più raffinata. La persitenza è infinita.
Tutto è, qui, seduzione ed io sono stato irrimediabilmente sedotto.

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