Anomalie del web sociale


Se è vero che sul web siamo ciò che pubblichiamo, è allo stesso tempo vero che il nostro brand è costruito su quello che seguiamo in ambito social.
La considerazione nasce dalla mia personale recente valutazione dell’evoluzione delle reti sociali che, da cerchie di amici, conoscenti e business partner più o meno reali si sta trasformando progressivamente in una sorta di canale pubblicitario referenziato.
Da un peer to peer o, eventualmente b2b, siamo approdati ad un vero e proprio b2c.
L’ultima prova di questo fenomeno è un articolo del Sole di oggi che annuncia 710 mila followers italiani, tra twitter e facebook, degli istituti di credito.
Un numero, a mio avviso, difficilmente giustificabile quando, nella percezione diffusa delle persone, il web dovrebbe essere un irrefrenabile veicolo di democrazia.

Blog


M. C. Escher − Drawing Hands, 1948.

M. C. Escher − Drawing Hands, 1948. (Photo credit: Wikipedia)

Un blog, ma cosa è un blog se non un modo di consegnre il proprio pensiero a sé stessi? O forse è quell’apostrofo di inchiostro digitale che mettiamo tra le parole pensiero e mondo?

Dietro a questi mezzi aforismi si cela le domande che – io credo – si pone chiunque scriva: “Per chi scrivo?” “Perché scrivo?”

Attività catartica, per me, questa dello scrivere, per quanto fine a sé stessa, perché non ho il coraggio di essere un vero narratore e i problemi che affronto sono magari superficiali.

Eppure non penso che se parlassi di #sesso, di #politica, di #talentshow o di qualsiasi #hashtag del giorno in voga su un social network avrei guadagnato qualcosa, a parte quel centinaio di lettori in più che mi gonfierebbero solo di falso orgoglio. Questo,sì, sarebbe essere superficiale.

Io continuo a scrivere prima di tutto per me stesso, nocchiero egoista di questa barca che vaga forse tra le onde cerebrali, forse nel mare dell’Anima.

Dignità laica dell’uomo


United Nations Human Rights Council logo.

United Nations Human Rights Council logo. (Photo credit: Wikipedia)

Sono rimasto assai colpito, stasera, dal tweet di uno dei blogger che seguo, il romenoamericano Gerorge Bost. Si tratta del link alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, uno dei documenti che dovremmo studiare già sui banchi di scuola (e non lo facciamo).

Frutto della rielaborazione postbellica (1948) di principi di tolleranza, equità ed umanità già in parte propri della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, redatta nel clima della Rivoluzione Francese (1789), questo documento rappresenta, credo, un atto laico unico nel suo genere per via del carattere universale su cui si fonda.

Il tweet arriva proprio nella giornata in cui ho iniziato a leggere Io Credo, libro frutto della collaborazione tra l’astrofisica atea Margherita Hack e il prete di trincea Pierluigi Di Piazza, testo in cui si affronta il problema della fede e in cui, fin dall’inizio, si evince la sorprendente sintonia degli autori sui fondamenti della cultura della vita e della convivenza tra i popoli.

In fondo, la laicissima dichiarazione del ’48 sancisce proprio l’essenzialità del fondamento etico delle dinamiche sociali e culturali, laddove esse siano basate su principi di non prevaricazione: qualcosa di molto vicino al messaggio originario della predicazione di Gesù e, allo stesso tempo, di profondamente lontano dalla cultura violenta dei nazionalismi e dei fondamentalismi (che non di rado hanno fatto leva, appunto, sui sentimenti religiosi).

La dignità laica dell’uomo, dell’umanità, affermata dalla dichiarazione universale, dovrebbe essere una base reale di intesa dei popoli, da anteporre a credi e pregiudizi di qualsiasi sorta, per costruire concretamente un cammino di pace.

E fu così che…


Image representing Twitter as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

… il teutonico Ratzinger cadde sotto i colpi non già di una malattia senile, quanto piuttosto della riconosciuta inadeguatezza dinanzi alla liquidità della vita contemporanea.
A poco era servito il suo sbarco su Twitter, solo pochi mesi fa.
Del resto, avendo a suo tempo conosciuto io stesso e di persona l’apparato vaticano e l’imponente figura di Woijtyla, non mi stupisco di come questo teologo, in apparenza tanto rigido, si sia rivelato, in fin dei conti, un mite vecchierello in balia delle correnti.
Woijtyla sarebbe potuto essere – e solo in parte lo è stato – il ponteficie “social” per eccellenza. Ratzinger, di sicuro no.
Mi domando però, a questo punto, se questo nostro secolo non si stia trasformando troppo velocemente in qualcosa di esclusivamente virtuale, tra Matrix e il Grande Fratello al punto che perfino il Vicario di Cristo finisce per esserne inghiottito senza appello.
“Que farai, Pier del Morrone – Que farai Fra Jacovone?” sentenziava nel panico il francescano Iacopone da Todi quando, nel 1294 Celestino V fece “per viltade lo gran rifiuto” di dantesca memoria.
Ma è davvero vile un uomo che riconosce i propri limiti? E quando il limite è la palesata difficoltà di interagire in un villagio globale sociale e internautico tale da estremizzare enfatizzandole tutte le esperienze, positive o negative che siano?
Potrà un organismo come la Chiesa stare al passo con i tempi? In fin dei conti, le stiamo chiedendo di adeguarsi ad una realtà che ci fluisce tra le mani senza che sappiamo trattenerne molto: “and if there’s not tomorrow and all we have is here and now?” si domandavano i Corrs una decina d’anni or sono…
O non è forse che l’immobilità ancestrale della tradizione avrebbe dovuto vincere questo divenire caotico che ci circonda?

A free and open world depends on a free and open web


domande (questions)

domande (questions) (Photo credit: l3m4ns)

“A free and open world depends on a free and open web” sottotitola oggi Google, mentre, da più parti, nel mondo, si legifera per uniformare la rete globale, più che altro, al modello cinese.

In realtà, dietro i giusti schermi che si andrebbero a imporre a chi truffa e delinque online, è chiaro, infatti, l’intento di mettere un bavaglio – o per lo meno un meccanismo di controllo.

Nulla di nuovo sotto il sole, come sentenziava il Qoelet circa tre millenni fa, proprio nei giorni in cui perfino il romano pontefice Benedetto XVI approda su Twitter e – ma questo terzo fatto è, in fondo, il meno significativo di tutti – il Daily, quotidiano murdochiano online, chiude i battenti per “mancanza di traffico”.

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Domande, queste, che si radicano tra gli uomini da sempre e oggi, credo io, si radicano anche nel Web.

Riusciranno i nostri eroi del web a farne un palcoscenico di libertà e di poliedricità o saremo, piuttosto, inghiottiti da nuovi populismi dal linguaggio internautico atti a reclutare ignari proseliti di nuovi futuribili regimi?

L’importanza di un nome


Image of Io taken by the Galileo spacecraft

Image of Io taken by the Galileo spacecraft (Photo credit: Wikipedia)

“Io non saprei proprio dire ch’io mi sia”, diceva, rassegnato, il pirandelliano Mattia Pascal, al termine del suo paradossale racconto.

Stamattina, accompagnando mia figlia alla scuola materna, ho avuto non poche difficoltà a causa del rifiuto di lei di entrare. Provando a ragionare con lei – perché nonostante abbiano tre anni, i bambini sono sempre estremamente ricettivi e, a modo loro, profondamente logici – ho scoperto che il “problema” era nel fatto che qualcuno la aveva chiamata “piccola”. Ho pensato a qualche monello della classe un po’ bulletto. Poi, invece, ho letto su un appendipanni il nome di un’altra Irene, un’omonima di mia figlia e, come si dice, ho fatto “due più due”. Ne ho parlato con la maestra, ed ho scoperto che era stata proprio lei, ingenuamente, a chiamare le due bimbe “Irene grande” e “Irene piccola”, senza cattiveria, evidentemente, ma solo per distinguerle.

Mi è tornata alla mente quindi, e per l’ennesima volta, la questione già spesso dibattuta della nostra identità, del modo in cui creiamo – in termini di marketing – un “personal branding” di noi stessi.

Il mio pensiero va, ad esempio, all’attore “Pier Luigi Modesti” mio omonimo che non sta che in quarta o quinta pagina, facendo una ricerca per nome e cognome su Google.  Mi dispiace sinceramente perché è bastato un blogger estemporaneo come me a scalzarlo da quel trampolino che con il lavoro di anni gli sarebbe spettato.

Cosa siamo? Un codice fiscale? Un nome indicizzato da un motore di ricerca? Un profilo Facebook?

Pedine di un sistema globale, credo, ma non di un complotto, come sostengono alcuni. In fondo, è facile gridare al complotto quando non riusciamo a vedere “en ansamble” tutto quanto abbiamo intorno a noi e, senza dubbio, la nostra sfera di influenza, anche con gli strumenti mediatici più senzazionali, è pur sempre molto limitata, come si vede analizzando la redditività di una campagna di internet marketing basata esclusivamente sul personal branding rispetto a quella basata su un prodotto o servizio.

Insomma, molto difficile farsi strada da adulti e con la competenza o, per lo meno, la cognizione di quali siano gli strumenti promozionali ad impatto maggiore. Figuriamoci per un bimbo che, a stento, ha imparato il proprio nome.

La verità è che la nostra è, per forza di cose, una società “impersonale” e sta a noi personalizzarla con i nostri potenziali “contenuti originali”.

Presente e futuro dei social network


Detail showing the illumination added after pr...

Detail showing the illumination added after printing. (Photo credit: Wikipedia)

Se dovessi – o volessi – riscrivere il titolo che ho appena delineato, dovrei forse dire qualcosa tipo “ma i social network hanno futuro?”. Articolando oltre, la domanda di base che mi pongo a distanza di un lustro dall’alba dell’internet sociale è se il web 2.0 o 3.0 sia una realtà culturalmente positiva ovvero ci stiamo avviando ad un web spazzatura, un po’ come quelle pubblicità in cassetta postale non gradite. Insomma, nella vita reale, scriviamo sulla buca delle lettere “questo condominio non gradisce pubblicità in cassetta”, nel web “1.0”, quello dell’email, per intenderci, abbiamo inventato potenti strumenti antispam che filtrano (con poche falle) tutto ciò che entra.

Ora, con il web sociale, finita l’era del “siamo tutti amici di tutti” del basico Facebook o degli “open networkers” delle reti più evolute, sono sempre più propenso ad immaginare l’avvento di strumenti di nuova generazione atti a limitare e salvaguardare ciò che ci viene dalle connessioni.

Quando, quindici anni fa, chat ancestrali come IRC e ICQ ci insegnarono che internet può metterci in contatto diretto, immaginavamo stessimo parlando di – passatemela – un C2C, non un B2C come, invece, oggi è evidente.

C’è stata, invero, anche una fase in cui “semiaddetti ai lavori”, come me, hanno pensato che il B2B potesse essere un’altro sbocco naturale. Poi ci siamo accorti che, alla fine, tutto sfociava in evitabilmente in esperienze di MLM (multilevel marketing) quando non esclusivamente speculative.

Insomma, più passa il tempo, più pavento un internet che dalla comunicazione sociale passi alla “truffa sociale” e, questo, non mi va molto giù.

Non mi va giù affatto, direi. Non mi va giù perchè stiamo uccidendo le possibilità di internet come strumento e, a fronte di una sempre più attaccata e depauperata esperienza “open” come Wikipedia, ci stiamo riempiendo di spam ad elevato tasso di convertibilità in termini economici (la conversione può essere diretta, come nel caso degli acquisti online, o indiretta nel caso ormai frequentissimo della distribuzione ai limiti della legalità dei nostri dati personali con evidente secondo fine di lucro). Uno spam, questo, costituito dagli eredi naturali dei volantini dei supermercati.

Se Gutenberg sapesse che la stampa, quella sua straordinaria invenzione datata 1455, sarebbe stata destinata ai volantini pubblicitari, cosa avrebbe pensato? Si sarebbe prodigato a stampare la sua Bibbia?

Analogamente, il gruppo del CERN che nel 1991 inventò il World Wide Web, che direbbe – che dirà – vedendo ormai transitare solo spazzatura sui protocolli di rete rivoluzionati al solo nobile scopo di informare e connettere?

Facebook, Twitter e gli italiani


Image representing Twitter as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

Qualche considerazione d’obbligo al debutto in borsa del colosso di Mark Zuckerberg e al successivo plateale perdita di circa il 20% della quotazione di collocamento iniziale delle azioni. Beh, che dire, un bel flop per Facebook Spa.

Per molti versi, almeno per quanto possa aver analizzato io a priori, non c’è da stupirsene troppo. Il prezzo di collocamento era stato gonfiato artificialmente. Per dolo? Può anche darsi. Più probabilmente perché negli stessi USA non si ha ancora molto chiaro cosa significhi davvero l’applicazione in questione e quanto realmente possa valere in sé e per sé, a prescindere dall’utilizzo straordinario che se ne fa a livello commerciale.

Certo è che Facebook ha cambiato radicalmente il modo in cui ci approcciamo ad internet, facendoci passare d’un botto dalle farraginose pagine web al contesto dinamico dei micrositi.

Altro punto, tutto sommato, interessante da indagare è che negli USA Facebook è ancora, a livello di utenti, dietro Twitter. Qui da noi, la tendenza sembra ancora essere quella opposta.

A fronte di pochi utenti di Twitter, la massa, una massa informe e variegatissima, continua ad usare Facebook e lo fa – io per primo – in modo improprio (ad esempio, io ribalto su Facebook e su Twitter i post di questo e di altri blog a cui mi dedico periodicamente).

Facebook dovrebbe essere uno strumento di microblogging, Twitter dovrebbe esasperarne la concisione, in virtù delle limitazioni nel numerodi caratteri per cinguettio.

Per questo motivo, Twitter presuppone una presenza attiva e costante online. Facebook no.

L’impressione, insomma, è che la presenza online di noi italiani non sia ancora costante, nonostante i boom di smartphone e tablet.

Siamo ancora indietro? In realtà c’è anche un fattore culturale, credo: gli italiani sono prolissi, si perdono in chiacchere molto spesso e sono poco pragmatici, nel complesso, soprattutto nella lingua scritta. Forse va considerata anche questa

attenuante.

 

Il 2012 e l’Entropia


Maya Relief of Royal Blood Letting

E se i Maya non avessero sbagliato data?

In fondo quanti se lo stanno domandando, ultimamente… Cosa succederà davvero dopo il solstizio d’inverno del prossimo anno per ora non ci è dato saperlo. La comunità scientifica esclude meteoriti e comete. Escludiamo l’Armageddon, insomma.

Eppure, complice la crisi economica che ci attornia, siamo tutti inconsciamente inquieti. Beh, mia moglie dice: “dài, a Gennaio 2013 si abbatteranno i prezzi per forza di cose (la gente si guarderà bene dal prenotare una vacanza!) e ci faremo una bella settimana bianca sull’Alpe di Siusi!”

Italiano: foto personale dicembre 2008

Image via Wikipedia

Ieri, tuttavia, ho avuto l’ennesima conversazione fuori dal coro con il mio amico S e ci siamo – scherzando, s’intende – comunicato questa nostra inquietudine sottile. Ripeto, lungi dall’essere paura, si tratta piuttosto di una incertezza di fondo, aggravata da un momento economico poco chiaro in cui, a mio avviso, occorrerà prendere presto o tardi una posizione.

Nel frattempo abbiamo farneticato, come al solito, da vecchi matematici quali siamo, parlando di “nuove venute”, contesi tra viaggi messianici ed extraterrestri. Perché i Maya fanno finire il calendario il prossimo inverno? Cosa dovrebbe avvenire o, piuttosto, chi potrebbe arrivare?

Deutsch: Kafarnaum, See Genezareth English: Ca...

Image via Wikipedia

E se si trattasse di un’apocalittica “seconda venuta”? Insomma, l’esistenza di un “logos” non umano che ha permeato l’umanità, in epoche antiche così come nella Galilea di duemila anni fa. Lecito dunque, mischiare il Sacro col Profano?

E se poi immaginassimo che fosse possibile viaggiare fuori dalle dimensioni spazio-temporali a cui siamo abituali a riferirci? Facile a dirsi per noi, matematici. Un’altra dimensione basterebbe a creare un tunnel per abbreviare le distanze spazio-tempo.

Certo c’è l’entropia, questa benedetta entropia positiva! Chissà, magari sbagliamo anche la concezione topologico-algebrica e con un numero adeguato di dimensioni anche l’entropia potrebbe invertire segno.

English: Black Hole Entropy equation

Image via Wikipedia

Misteri di una matematica nata e cresciuta per affiancare fenomeni osservabili con l’umanità dei nostri occhi. Una matematica viziata, insomma, da una sua impurità intrinsecamente connessa alla sua strumentalità.

Alla fine, qualunque cosa succeda, sempreché succeda, chiunque arrivi sempreché arrivi, nulla in verità cambia per noi: continueremo nella nostra difficoltà di svincolarci nel pensiero e nelle azioni da una mentalità diffusamente ottusa.

Preferisco fantasticare in questo modo un po’ assurdo.