Terra Thuva Toscana Rosso 2010 – Podere il Leccione


Si presenta di rosso rubino con riflessi granati.
Al naso si apre con una spezia preponderante vaniglia burbon, chiodi di garofano e cardamomo segue un deciso sentore di pout-pourri e frutti di bosco in macerazione.
Si chiude con un piccolo cenno di cipria.
Al palato è caldo e bilanciato da una bella freschezza e da un tannino non proprio dei più eleganti.
Finale lungo con rimandi speziati.

Il pugnitello


Il pugnitello è un antico vitigno a bacca nera della Maremma Toscana uscito dall’oblio solo alla fine degli anni ’80 grazie al progetto di recupero del patrimonio varietale da parte dell’Università di Firenze e a oggi coltivato da pochissimi produttori. Deve il suo nome alla forma del grappolo molto chiuso e piccolo, simile appunto ad un pugno; la sua scarsa produttività è forse uno dei motivi per cui in passato fu quasi totalmente abbandonato.

Per curiosità ho avuto il piacere di degustare un Toscana IGT Terigi 2013 che è appunto un vino biologico ottenuto da questo vitigno in purezza, invecchiato in barrique di rovere francese per 12 mesi.
Da subito il colore è molto promettente: nonostante il rubino intenso e impenetrabile con evidenti nuance porpora, nel bicchiere mostra una bellissima lucentezza che trova poi riscontro in una buona freschezza.
Al naso presenta un profumo intenso di frutti di bosco (more e mirtilli) con evidenti note vegetali e speziate.
E’ un vino di buona struttura e corpo, fresco tannico e succoso, le cui durezze sono ancora preponderanti e fanno scommettere sulle sue buone potenzialità di invecchiamento: ci aspettiamo che i profumi possano evolvere verso note balsamiche e di liquirizia e che i tannini possano levigarsi ulteriormente rendendolo un po’ più morbido.
Una piacevole sorpresa che ancora una volta mi conferma la straordinaria ricchezza del patrimonio ampelografico italiano che andrebbe difeso e rilanciato con un po’ più di coraggio, proprio in quanto nostro punto di forza irraggiungibile nel mondo.

Visita da Biondi Santi – Parte 3


Siamo arrivati all’ultimo capitolo della visita alla cantina Biondi Santi di Montalcino, Serena mi porta a vedere le botti più antiche dell’azienda e mi spiega gli ultimi passaggi, dalla vinificazione all’imbottigliamento, prima di congedarmi con una degustazione di un Rosso di Montalcino e di un Brunello d’Annata:

“Ora vi faccio vedere le botti più vecchie che ancora oggi sono in utilizzo, cinque di queste sono state acquistate nel 1880 da Ferruccio Biondi Santi.

La prima sul lato destro e la prima sul lato sinistro sono quelle del 1880 la altre tre sono del 1930.

L’affinamento viene organizzato su travasi semestrali, quindi un Rosso che fa 12 mesi di affinamento toccherà due diverse tipologie di botti, l’Annata e la Riserva invece sei tipologie.

La filosofia dell’azienda è quella di cambiare continuamente rapporto volume/superficie, quindi se un quantitativo ha già fatto un affinamento in una botte di 30 ettolitri, il passaggio successivo sarà in una botte o più grande o più piccola, ma quel quantitativo non toccherà mai più la realtà dei 30 ettolitri, questo permette di creare tagli naturali del vino e soprattutto delle lunghe e diverse ossigenazioni.

Biondi Santi è l’unica cantina di Montalcino che fa affinamento in rovere di Slavonia e botti grandi, è assolutamente importante che il vino riesca ad esprimere la qualità, la vocazione del territorio e il DNA dell’uva stessa, ossia del sangiovese grosso.

Da sempre la cantina Biondi Santi utilizza sia lieviti che batteri autoctoni per dare inizio sia alla fermentazione alcolica che a quella malolattica, negli ultimi anni è iniziata la collaborazione con San Michele all’Adige che seleziona tutti i lieviti e batteri (ma come ha detto che sono autoctoni?).

Ultimamente, visti gli andamenti climatici, la vendemmia viene fatta intorno ai primi di ottobre, paradossalmente a distanza di 30/40 anni si è ritornati ad avere vendemmie tardive, mentre fino al 2012/2013 si vendemmiava intorno alla prima metà di Settembre.”

Alcune curiosità sull’imbottigliamento:

“Il tappo del Brunello Riserva viene cosparso di cera d’api per essere protetto al meglio in previsione di lunghi affinamenti, questo passaggio viene fatto a mano, dopodiché il gabbione viene stoccato nel cavò della famiglia dove sono conservate tutte le Riserve dal 1888 al 2011. Tutte le bottiglie vengono custodite in cantina nude e vengono etichettate soltanto al momento della spedizione, questo avviene per due motivi: uno prettamente commerciale, perché in base alla destinazione si utilizza una retro etichetta italiana o estera, il secondo puramente tecnico, perché è possibile analizzare dal punto di vista visivo le condizioni della bottiglia. Ad oggi è possibile acquistare le Riserve dal 1955 e la produzione totale della cantina si aggira tra le 80/90.000 bottiglie all’anno.”

Visita da Biondi Santi – Parte 2


Continuiamo il nostro viaggio all’interno dell’azienda Biondi Santi di Montalcino, accompagnati da Serena, che ci sta per raccontare le differenze tra i vigneti della famiglia, i vini da essi prodotti e il lavoro in cantina:

 

Le etichette storiche dell’azienda Biondi Santi

 

 

“La denominazione Rosso di Montalcino nasce negli anni ’80, tuttavia questa etichetta era già esistente nella tradizione della famiglia perché identificava la Terza selezione del Brunello e soltanto con l’arrivo della denominazione Rosso di Montalcino avviene il cambio in etichetta.

Secondo la filosofia della famiglia, già a partire da Clemente, si era intuito che l’età della vigna dava un risultato diverso, soprattutto dal punto di vista della longevità del vino.

Poiché i vini Biondi Santi sono stati pensati per lunghi invecchiamenti e, data la diversità di risultato si è pensato di suddividere le vigne per “anzianità”: le vigne tra i 10 e i 25 anni sono destinate alla produzione del Brunello d’Annata, le vigne oltre i 25 anni per la produzione della Riserva, mentre con i vigneti in via di sviluppo, ovvero quelli tra i 5 e i 10 anni di vita la terza selezione di Brunello (etichetta bianca), oggi sostituita dal Rosso di Montalcino.

Attualmente i vigneti più vecchi sono del ’36 e hanno una resa molto limitata, con una qualità eccezionale!

Una filosofia di Biondi Santi è quella di commercializzare la Riserva solo nelle vendemmie eccezionali: la classificazione della vendemmia viene fatta a livello aziendale in base alle condizioni metereologiche, ad esempio le annate 2001, 2004, 2006, 2007, 2008, 2010 sono state classificate come eccezionali, quindi ci sono stati alcuni anni in cui sono state commercializzate tutte e tre le etichette dell’azienda.

Quando Biondi Santi classifica le vendemmie come buone, viene sacrificata l’etichetta Riserva e il vino unito alla tipologia Annata, com’è successo per le vendemmie 2000, 2003 e 2009. Quando invece gli andamenti climatici sono più difficili come nel 2002 o nel 2014, non potendo garantire nei vini una determinata struttura e longevità, si decide di sacrificare tutte e tre le etichette e quindi utilizzare tutti i vigneti (dai 5 agli 80 anni) per produrre il Rosso di Montalcino Fascia Rossa.

Per longevità di questi vini si intende, 15/20 anni per il Rosso di Montalcino, 30/40 per il Brunello d’Annata e ben oltre i 50 anni per il Brunello Riserva. A testimonianza di tale longevità, la famiglia ha ancora due bottiglie del 1888, ovvero la prima bottiglia di Brunello Riserva e altre cinque bottiglie del 1891, tutte ancora in perfette condizioni enologiche.

Naturalmente per raggiungere questo risultato le bottiglie devono essere ricolmate, quindi dopo circa 25/30/35 anni, dipende dalla condizione e dalla qualità del tappo di sughero, il livello del vino tende a scendere e quindi è possibile ripristinarlo con il vino della stessa vendemmia (prima viene fatto un assaggiato per essere certi che sia stato conservato nella giusta maniera, altrimenti il vino verrà declassato perdendo qualsiasi valore). Per la ricolmatura bisogna compilare una richiesta, ma come requisito l’azienda cerca di avere un numero minimo di bottiglie della stessa annata da ricolmare in modo da poter giustificare l’apertura di una bottiglia storica di proprietà.

Bisogna ricordarsi che i vini di Biondi Santi, soprattutto le Riserve, sono considerati vini da investimento. quindi vini che escono a 400/500 euro la bottiglia e nel giro di qualche anno raggiungono cifre con più zeri.

La filosofia Biondi Santi continua nella fermentazione e poi nell’affinamento, da sempre vengono utilizzate vasche di cemento per la fermentazione del Rosso di Montalcino e del Brunello d’Annata, al contrario si utilizzano tini di rovere di Slavonia per la fermentazione del Brunello Riserva (bisogna ricordare che un vino per essere Riserva deve essere fatto con uve provenienti da vigneti che hanno oltre 25 anni di età).

Per essere chiamato Brunello di Montalcino, il disciplinare impone che li vino sia 100% sangiovese, che abbia fatto 5 anni in cantina, di cui 2 anni minimo in legno e 4 mesi in bottiglia, per essere chiamato Riserva invece dovrà essere 100% sangiovese con minimo 3 anni trascorsi in legno, 6 mesi in bottiglia e non potrà essere commercializzato prima di 6 anni.

In fase di vinificazione la lavorazione è la medesima per tutti e tre i vini, la fermentazione viene fatta a temperatura controllata e non potendo raffreddare il vino all’interno delle vasche si utilizza il cervino. La fermentazione dura dai 15 ai 18 giorni, in seguito il vino viene ripulito dalle vinacce e lasciato all’interno di contenitori fino a Gennaio/Febbraio  quando inizierà il vero e proprio affinamento in legno.

Il Rosso di Montalcino fa un affinamento di 12 mesi in legno, mentre il Brunello Annata e quello Riserva 36 mesi. Per l’affinamento l’azienda utilizza soltanto legno di Slavonia con diverse capacità, vengono utilizzate soltanto botti grandi dai 10 ai 138 ettolitri e botti tendenzialmente vecchie. La scelta del rovere di Slavonia rispetto al rovere Francese è perché il primo essendo più neutro rilascia una minore quantità di sentori terziari, la scelta della botte grande è dovuta invece al fatto che più grande è la botte e minore sarà il rapporto tra il volume e la superficie di contatto, per quanto riguarda la scelta dei legni vecchi questa dipende dal fatto che più il legno è vecchio e meno avrà cessione”.

Visita da Biondi Santi – Parte 1


Durante la visita alla famosa cantina Biondi Santi sono stato accompagnato dalla loro collaboratrice Serena, che mi ha guidato attraverso la storia della famiglia e della nascita del prodotto più caratteristico della zona di Montalcino, il Brunello! Il mio intento è quello di trascrivere fedelmente le parole di Serena senza contaminare con riflessioni e/o osservazioni personali i concetti da lei espressi, in modo da permettere al lettore di fare un viaggio all’interno di una delle più importanti e antiche cantine d’Italia.

“In questo territorio, nel 1800, nasce il Brunello. Molti attribuiscono la paternità del Brunello a Ferruccio Biondi Santi, semplicemente perché è stato colui che ne ha prodotto la prima bottiglia e quindi ha effettuato la prima vendemmia codificata come Brunello di Montalcino.

In verità Ferruccio Biondi Santi si è limitato a continuare le pratiche di suo nonno, Clemente Santi, che produceva un vino 100% sangiovese invecchiato in legno, ma che al tempo non chiamava Brunello di Montalcino.

Abbiamo un documento tra i più antichi, ancora in nostro possesso, che attesta una delle prime produzioni nel 1865. Questo vino è stato prodotto con la vendemmia del 1865, ma presentato ad una esposizione locale di Montepulciano nel 1869, questo certifica la volontà del produttore di tenere il vino quattro anni in cantina, una pratica all’epoca sconosciuta all’interno delle realtà vitivinicole del tempo.

Clemente Santi, inizia la sua rivoluzione seguendo la filosofia francese, ossia strutturando il vino per il lungo invecchiamento piuttosto che per la fruizione immediata e viene attribuita proprio a Clemente Santi l’intuizione di utilizzare il sangiovese in purezza abbinandolo ad un affinamento molto lungo.

Clemente, spinto anche dall’arrivo della fillossera, si vede costretto a selezionare le piante di sangiovese più “meritevoli”, per poi innestarle su piede americano. In sostanza, ogni volta che si doveva creare un nuovo vigneto o sostituire un vigneto esistente, l’innesto veniva fatto direttamente in vigna perché per la famiglia era importante non modificare le condizioni pedoclimatiche. Da lì in avanti tutte le generazioni future, faranno innesti direttamente in vigna.

Questa filosofia è stata seguita fino agli anni ’70, periodo in cui la famiglia ha sentito l’esigenza di codificare un clone di sangiovese e grazie ad una collaborazione di 5 anni con l’Università di Firenze, sono state prese in analisi 50 delle piante più “meritevoli”. Al termine delle microvinificazioni, la vite numero 11 è stata quella che ha dato il risultato migliore, ossia quello che più di tutti descriveva le condizioni pedoclimatiche dei vigneti Biondi Santi. Questo clone è stato registrato come clone europeo sangiovese grosso BBS11, un acronimo che sta per Brunello Biondi Santi vite numero 11.

Quindi ad oggi, i 25 ha di vigneto della famiglia Biondi Santi, hanno la coesistenza di due cloni: un clone che arriva direttamente dall’innesto di un pre-fillossera su base americana e l’altro che è il sangiovese grosso BBS11.”