Appuntamenti con l’arte. Terza puntata: Jan Vermeer – Bicchiere di vino


Dipinto nel 1690 circa, il quadro raffigura una donna che sorseggia del vino da un bicchiere di vetro ed un uomo, al suo fianco, pronto a riempirle nuovamente il calice. Sulla sedia in primo piano si può osservare uno strumento musicale: nel 1700 musica e vino erano erano due elementi fondamentali attorno ai quali ruotavano le “conversazioni amorose”. Vermeer con le sue opere metteva in risalto gli stati d’animo e le emozioni dei protagonisti, esaltandone l’intenso gioco psicologico. La donna, col volto parzialmente coperto da velo e bicchiere, sembra nascondersi e chiudersi in sé stessa; un invito al pudore e alla moderazione nel vino così come nell’amore. Lo stesso invito alla moderazione si può ritrovare nella figura femminile raffigurata sulla vetrata piombata, la Temperanza: la luce che l’attraversa illumina i due protagonisti facendo risaltare i particolari con cui Vermeer era solito impreziosire i propri dipinti.

Vermeer era in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a piccoli punti ravvicinati, una tecnica chiamata pointillé; in questo modo era in grado di creare figure estremamente vivide, dalla precisione quasi fotografica, tanto da essere definite “vere nature morte con esseri umani”.

Appuntamenti con l’arte. Seconda puntata: Marc Chagall – La passeggiata


Dipinto nel 1917-1918 risente dell’influenza cubista che con cui Chagall viene a contatto durante i suoi anni trascorsi a Parigi. La scena ritrae lo stesso Chagall insieme alla moglie, Bella, in un momento di estrema felicità: un picnic in prossimità della loro città natale, Vitebsk. In questa opera possiamo ritrovare tutta la spensieratezza e l’allegria che accompagnano il maestro bielorusso e la sua compagna. Una bottiglia di vino è posta al centro della coloratissima tovaglia imbandita sul prato verde brillante. La felicità pervade tutto il dipinto, come si può notare dal sorriso sui loro visi; i due innamorati si tengono per mano e Chagall sembra trascinato verso il cielo, sollevato dall’amore che lo lega alla donna (e dall’ebrezza del vino?). In punta di piedi pare spiccare il volo, raggiungendo Bella sospesa nel cielo: il loro amore trascende le leggi della natura, irrazionale e soprannaturale.

Sull’etichetta delle bottiglie di Château Mouton Rothschild del 1970 ritroviamo un’opera dipinta appositamente da Marc Chagall: un usignolo che mangia il frutto di una vite color porpora ed un grappolo d’uva che la madre dona al proprio figlio.

Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

Guernica


Pablo Picasso, 1937, Guernica, protest against...

Pablo Picasso, 1937, Guernica, protest against Fascism (Photo credit: Wikipedia)

Si dice che Picasso, durante l’occupazione nazista di Parigi, fosse controllato a vista da ufficiali tedeschi ai quali il pittore usava regalare una riproduzione del suo celebre “Guernica“.
Uno degli ufficiali, un giorno gli chiese: “E’ una sua opera, maestro?”
Picasso rispose: “No, no, è vostra!”

Chiese fortificate di #Transilvania


Prejmer (Tartlau), Romania

Prejmer (Tartlau), Romania (Photo credit: Wikipedia)

Sperdute nell’immensa Depressione Carpatica, spesso in posizione dominante su fiumi e valli, ma altrettanto spesso isolate in mezzo alla campagna o al centro di un villaggio, le chiese fortificate rappresentano l’esempio più sorprendente di architettura civile e allo stesso tempo religiosa e militare della Transilvania.

Quella che mi è sempre parsa l’emblema vero e proprio di questa tipologia di costruzioni è indubbiamente la chiesa fortificata di Prejmer, non lontana da Brasov, caratterizzata da un anello circolare di camminamenti contenenti la chiesa vera e propria e le costruzioni annesse, tutta stridente dei suoi intonaci di calce.

Nello stesso stile, la non lontana chiesa fortificata di Harman, più grande e, paradossalmente meno straordinaria forse proprio per il colore più consueto.

Simile anche quella di Cisnadie, presso Sibiu. E poi le più imponenti chiese gotiche fortificate di Sebes, Alba Iulia, Fagaras, Cristian.

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transy...

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transylvania, Romania (Photo credit: Wikipedia)

Spesso sono oggi chiese evangeliche – più raramente ortodosse o cattoliche – riformate nel cinquecento insieme alla spopolazione sassone e sveva di lingua altotedesca, immigrata in queste terre fin dall’XI secolo.

Un patrimonio straordinario, di grande interesse artistico e soprattutto storico, perché rivelano la vocazione dei transilvani a curare e difendere la propria terra, cosa rara nella penisola balcanica, soprattutto nel medioevo, quando la prassi comune era quella della “terra bruciata”.

Di tutta la Romania, solo in Transilvania si possono rintracciare, infatti, le cittadine e i paesini così comuni nel resto d’Europa, mentre, altrove, è comune trovare solo villaggi strutturati longitudinalmente su una strada unica, senza una vera piazza o un edificio di riferimento.

In fondo, la Transilvania è un’eccezione romena in Romania, anomala già a cominciare dalla ricchezza etnica e dai non rari conflitti che essa comporta.

Dacica, poi romana, divenne tedesca nell’Alto Medioevo per poi conoscere il Regno d’Ungheria, l’Impero asburgico e, solo con l’Unione del 1° dicembre 1918 alla Romania, conserva il trilinguismo dei toponimi e una marcata varietà di strutture architettoniche e armature urbane.

Ecco perciò che queste chiese fortificate possono rappresentare una proposta di itinerario di viaggio tra arte e storia, in una terra in parte selvaggia e vergine, nonostante gli strascichi del post-industrialismo.

La filosofia del divenire


Schiacciato da un mondo che mi invita costantemente a guardare al passato, mi oppongo con forza.

Tutto scorre, πάντα ῥεῖ, e allo stesso tempo la vita va avanti, viața merge înainte, come dice mio suocero. Non possiamo allora sottrarci al divenire, familiare, professionale, politico, sociale, religioso, cosmico.

Le attitudini retrospettive sono limitanti: la vita ha senso solo in prospettiva ed essendo essa stessa un’opera d’arte, creata, nel bene e nel male, da quei demiurghi che siamo noi stessi, è come tale irripetibile.

Rimpianti e rimorsi, che sottilmente si sostituiscono al ricordo dell’esperienza, ci allontanano dal costruire il futuro. Vanno banditi con risolutezza.

Amo la Storia e la studio affettuosamente per proiettarmi nel futuro con la coscienza di ciò che è stato, giammai nell’illusione di riviverla.

Ciò che conta è l’oggi, forse il domani. Lo ieri è già passato e, comunque, non tornerà.

Irripetibilità dell’opera d’arte


English: Own work made in the style of Andy Warhol

English: Own work made in the style of Andy Warhol (Photo credit: Wikipedia)

Ecco una domanda curiosa, alla base di molte diatribe filosofiche, è se un’opera d’arte sia o meno ripetibile.

Mi sono imbattuto in questa tematica partendo dall’affermazione del direttore d’orchestra romeno Celibidache che le registrazioni musicali annichilano l’espressione artistica di un’esecuzione, ragion per cui preferiva non essere registrato.

Mi sono ricordato, sempre in campo musicale, del pianista Benedetti Michelangeli che non registrava a meno che non lo si potesse fare dal suo pianoforte personale (quello che, evidentemente, egli considerava la fonte unica, o giù di lì, di un suono degno d’essere immortalato nel microsolco).

Ho letto, qua e là, di come il tema dell’irripetibilità dell’opera d’arte sia stato profondamente dibattuto nel secolo scorso da movimenti come quello dell’Arte Nucleare e da artisti come Salvador Dalì.

In fondo, a pensarci bene, il problema nasce dal fatto che le copie tecnologizzate sono “migliori degli originali”, nel senso che vi si possono apportare correzioni di ogni sorta, per non parlare degli strumenti usati per la replica, ben lungi dai pantografi degli incisori antichi.

Che le prime lastre fotografiche e i primi fonografi avrebbero cambiato il mondo dell’arte, questo era stato evidente da subito e proprio per questo gli artisti guardavano con grande sospetto a questi strumenti diabolici.

Farei però una considerazione, un distinguo.

Mentre le arti figurative sono essenzialmente statiche nelle loro repliche, il discorso relativo alle esecuzioni musicali è ben diverso. Copiare un quadro, fotografarlo, riprodurlo, è qualcosa di statico, univocamente reso definitivo dall’attimo in cui chi copia esegue.

La musica, l’esecuzione musicale, è altra cosa.

Mi viene in mente un video guardato tempo fa su youtube: “Widor plays widor”. Il grande organista francese dell’inizio del novecento suona su un grandioso organo la sua celebre Toccata dalla V Sinfonia. Ora, è vero che Widor aveva novant’anni all’epoca dell’esecuzione registrata, ma è anche da considerare che essa è molto lenta, in netta contrapposizione allo stile con cui la maggior parte degli esecutori ha voluto, nei decenni successivi, interpretarla.

Insomma, chi aveva ragione? Widor o i suoi esecutori? E questi, erano davvero artisti nel momento dell’esecuzione? E se avessero copiato l’autore anche nell’esecuzione sarebbero stati “più” o “meno” artisti?

Le fotografie di un Andy Warhol, immagini scomposte della realtà contemporanea e dei suoi personaggi, sono ancora arte nelle riproduzioni che campeggiano sulle T-shirt che mettiamo d’estate?

E i personaggi che oggi chiamiamo “artisti”, che in realtà non sono che cantanti in playback imitatori di sè stessi, che valore hanno realmente?

Viviamo in un mondo di copiatori ed imitatori, al più di interpreti, che ci ostiniamo a definire artisti, mentre l’Arte non si sa bene dove sia e noi, pubblico incolto, tendiamo sempre più a sovrapporre alla figura dell’artista vero quella dei suoi “replicanti”.

C’è da domandarsi anche se tutta la tecnologia che ci circonda ci aiuti ad inquadrare correttamente l’Arte oppure no. Vittime di i-Phone e i-Pad, siamo addirittura arrivati all’assurdo di visitare i musei preferendo leggere le guide online, piuttosto che alzare lo sguardo e contemplare quella che è stata l’espressione di un’epoca, di una personalità, di un artista.