Riesling L’AMAN 2015 Anna Maria Abbona


Colore Giallo Paglierino con riflessi verdolini.
Intenso al naso e con un ventaglio di profumi che vanno dalla frutta fresca come la nespola, al floreale, tarassaco e camomilla. Il caleidoscopio si conclude con una bella nota minerele di selce e piccoli sbuffi di idrocarburo.
In bocca è pieno ed equilibrato. La nota calorica viene elegantemente mitigata dalla splendida freschezza e sapidità.
Il finale è avvolgente con ritorni di erbe armatiche.
Noi lo abbiamo abbinato ad un caprino a pasta semidura.

Traminer Aromatico Valle d’Aosta Chateau Feuillet 2014


Veste paglierina.
Al naso esplode con un bouquet di fiori gialli seguiti da una mela golden e litchi. Chiude il perimetro olfattivo con una delicata nota di selce.
Al palato è pieno e con un bellissimo equilibrio dovuto alla elegante vena fresco-sapida che bilancia l’innegabile morbidezza.
Finale lungo con riminiscenze floreali.
Abbinamento con piatto misto composto da: salume di Varzi e salame Piacentino, formaggio Parmigiano e Pecorino Sardo.

BRUMATO 2007 Garofoli


Si presenta con una veste dorata invitante.
Olfatto ricco e complesso.
Si apre con una frutta candita, albicocca, fico 
e scorza d’arancia per poi lasciare spazio ai fiori
gialli e alle spezie, vaniglia bourbon, anice e accenni
di zafferano.
In bocca è pieno, equilibrato, dolce mai stucchevole
grazie alla sua splendida freschezza.
Finale lungo e sapido.

Noi lo abbiamo abbinato semplicemente ad un gorgonzola naturale.

Crotonese, terra di grandi imprese


Crotone, (KR)….. KR? Si, KR. Crotone, provincia greca in terra calabra, Kroton. Terra ricca di storia, ma oggi terra disagiata… ma non del tutto; e se pensate al calcio, in effetti…. Rossoblu in serie A, evento storico, tutti i balconi l’anno scorso erano imbandierati a colorare case dall’intonaco bianco o giallo ocra, spesso scrostato: una grande impresa!
Cirò Marina (KR), mare turchese, lunghe spiagge bianche circondate da colline da cui i saraceni controllavano il territorio e dove commerciavano in un mercato in pietra restituito a noi grazie ad un ottimo intervento di restauro: grande impresa!
Rimaniamo nel comune, perché ė ora di parlare anche di vino… sennò snaturiamo i contenuti del blog. La famiglia Librandi, azienda vitivinicola che produce 2,2 milioni di bottiglie, tutte di buona qualità con alcune eccellenze come il Magno Megonio o il Gravello, ė una impresa grande: ha istituito tre aziende, una per la parte agricola , una per la parte vinicola e una per la distribuzione. Oltre 100 dipendenti, primo merito per una zona dove la disoccupazione è a livelli preoccupanti. Ma l’azienda non ė una industria: ho visto uno dei ragazzi Librandi imbottigliare di persona il metodo charmat in produzione limitata. Il Fondatore ha avuto il merito di rilanciare il vino di qualità in terra non solo Crotonese, ma in tutta la Calabria. E ha istituito, insieme all’università, una zona in cui coltivare e catalogare i vitigni autoctoni calabresi: gaglioppo, magliocco, mantonico, greco, pecorello, arvino … grande impresa!
E, sempre a Cirò, c’è Sergio Arcuri, un piccolo produttore che produce vini biologici di ottima qualità a base gaglioppo: il cirò rosso Aris, gaglioppo di struttura, profumi di fiori secchi e frutta matura, tannini molto presenti che garantiscono longevità; e poi il Marinetto, cirò rosato – sempre a base gaglioppo -, una chicca; profumi intensi di fiori freschi e frutta, in bocca ė equilibrato e persistente. Sergio lavorava a Milano, fidanzata milanese, una vita destinata a stare lontano dalla sua amata terra. E così Sergio ha scelto di lasciare il nord – e la fidanzata milanese – per tornare nella sua amata Cirò e cercare moglie. Il destino ha voluto che la moglie calabrese, insegnante, vincesse un concorso (e già questa è una grande impresa)… a Milano! Ma la passione di Sergio per la viticoltura e l’amore per la moglie e la figlia fanno si che lui riesca a gestire bene la situazione con viaggi frequenti e una grande determinazione. E così piano piano ha acquistato altri appezzamenti che hanno incrementato a circa 4 gli ettari di terreno vitato, a partire da quell’appezzamento in zona Marinetto che suo padre diceva produrre vino molto profumato: parole sante! E ora Sergio ė riuscito ad entrare nella scuderia ‘TripleA’ (Artigiani Agricoltori Artisti), distributore di vini biologici di qualità: una grande impresa!

Cantina Costadilà – Vino Bianco Frizzante


La cantina Costadilà si trova a Tarzo, in provincia di Treviso ed è di proprietà di Mauro Lorenzon ed Ernesto Cattel.
Producono i cosiddetti vini col fondo, sur lie, rifermentati in bottiglia.
Questo è un vino composto da Glera, Bianchetta e Verdiso.
Interessante per la metodologia utilizzata ma non semplicissimo da apprezzare per chi è alle prime armi.
E’ un vino che gioca assolutamente sulle durezze. Al naso scorze di agrumi come pompelmo e limone e al palato una grandissima freschezza.
Perfetto come aperitivo.

Moscatello di Taggia: un nuovo antico vino.


Il moscatello di Taggia è un vitigno a bacca bianca originario della riviera ligure di ponente, entrato a far parte della DOC Riviera Ligure di Ponente, con l’istituzione della sottozona Taggia, nel 2011.

Proprio la zona di Taggia, nel basso medioevo, era associata alla produzione di uno storico vino, il moscatello, vino che veniva descritto come “un nettare dolcissimo”. La coltivazione di questo vitigno persiste nella zona compresa tra la Valle Armea, la bassa Valle Argentina e il tratto di costa compreso tra Santo Stefano al mare e Ospedaletti; la distintiva denominazione “di Taggia” parrebbe suggellare una specie di DOC ante litteram.

Taggia nel medioevo era un centro vinicolo di rilevanza internazionale, commercializzando sia vini comuni sia vini di qualità superiore, proprio come il moscatello; questa zona della Liguria si era infatti specializzata nella produzione di vini dolci e liquorosi, che fino al Duecento era prerogativa delle regioni dell’Oriente Mediterraneo. Nel medioevo il vino era considerato come un alimento a consumo locale per la popolazione, ma il moscatello e la vernaccia, avendo un contenuto zuccherino e una gradazione alcolica maggiori, si dimostrarono più adatti ad essere trasportati per lunghi viaggi e quindi più facilmente commercializzabili. Nel 1400 il vino di Taggia veniva imbarcato dai mercantili che da Savona e Genova raggiungevano il Nord Europa, l’Inghilterra e le Fiandre, spinto anche dalla fama imprenditoriale di alcuni mercanti genovesi; il carico di vino trasportato era talmente prezioso che nel 1434 venne proibito alle navi che trasportavano moscatello di caricare altro vino lungo la rotta, se non quello da destinarsi al consumo dell’equipaggio. Durante il XVI secolo, a seguito di un cambiamento della destinazione colturale dei terreni, la produzione di moscatello si ridusse, diventando una nicchia di mercato riservata ad una cerchia ristretta tra cui papi (Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III), dogi e altri nobili. Tra il XVI e il XIX secolo nel sanremese avvenne una importante modificazione del panorama agricolo a favore dell’olivicoltura: in un documento risalente al 1689 i terreni destinati alla coltivazione di olive erano il 50% mentre quelli vitati occupavano solo il 17%. Tra il ‘700 e l’800 una serie di eventi climatici ridussero ulteriormente la coltivazione di moscatello, così come l’amministrazione francese seguita all’occupazione napoleonica permise di mescolare uve molto diverse tra loro per produrre i “nostralini”, vini a basso tenore alcolico e di scarsa commerciabilità. Ma il vero colpo di grazia al moscatello venne inferto intorno al 1880 dalla fillossera.

E’ invece nel 2000 che rinasce il moscatello, grazie all’intervento di Eros Mammoliti e Gianpiero Gerbi, enologo ma all’epoca giovane laureando in viticoltura ed enologia. Insieme decisero di rintracciare le viti di moscatello sparse tra gli agricoltori del sanremese per ritrovare il vero moscatello: isolarono 67 piante. Grazie all’aiuto della professoressa Schneider dell’Università di Torino e a moderne tecniche di biologia molecolare, fu possibile isolare dagli iniziali 67 campioni la pianta che poteva essere considerata puro moscatello. Proprio da quell’unica vite risorse il moscatello che grazie alla tecnica dell’innesto ha reso possibile ad oggi la propagazione di oltre 15.000 barbatelle.

Encomiabile lo sforzo di Eros Mammoliti che, mosso dalla passione di ridare nuova luce ad un vitigno scomparso, decise di intraprendere una strada difficile. Ci racconta che la curiosità per il moscatello nacque durante una cena: “Una nostra amica stava leggendo «L’Ambrosia degli Dei» (di Alessandro Carassale, Atene Edizioni, ndr), per la prima volta sentivamo parlare del moscatello e la sua storia ci affascinò”. Passeggiando tra le sue vigne site in Valle Armea, sulla strada che porta a Ceriana, lungo la ciclistica Milano-Sanremo, si respira l’aria della passione che questo produttore infonde nel suo lavoro, del rispetto che ha per le sue viti e per la storia dei vitigni autoctoni del ponente ligure; ci mostra il suo “Jurassik Park” dove sono coltivati alcuni vitigni autoctoni antichi, a scopo di studio (cruairora, russetta, barabarossa, luglienca, malaga, moscatellun, tabaca, spina, ecc), ed una vite di moscatello con un piede di alberello di più di 40 cm di diametro. Nel 2014 ha fondato l’Associazione dei Produttori, raggruppandone 10, alcuni volti noti come Calvini, Podere Grecale, Da Parodi, altri in fase di crescita; ad oggi si contano 14 produttori e tutti contribuiscono, in diversi modi, al rilancio del moscatello. L’azienda di Mammoliti non produce solo moscatello, riservando sempre un occhio di riguardo a produzioni di nicchia autoctone: un clone più aromatico e più colorato di Vermentino chiamato “du sciancu” ossia dello “strappo” il cui grappolo presenta una appendice da strappare; un Ciliegiolo dal grappolo più compatto; il Rossese.

I suoi prodotti godono della certificazione di vino prodotto a basso impatto ambientale, come recitato dalla retroetichetta, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo in vigna; è inoltre membro della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti dal 2010, di cui sfoggia con orgoglio il logo.

Abbiamo degustato per voi:

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2016, 13% alc. variante secca: fermentazione in acciaio con pressatura sofficie ad 1 atmosfera a temperatura controllata. Nel calice si veste di un giallo paglierino dai riflessi dorati, al naso di apprezza un bouquet di erbe aromatiche, agrumi, limoncella. Al palato spiccano, piacevoli ed accantivanti, frescezza e sapidità. Assolutamente da provare con il brandacujun, un piatto tipico della cucina ligure a base di patate e stoccafisso.

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2015, 14,5% alc. variante passito. I grappoli raccolti nei mesi di agosto-settembre, vengono fatti appassire in cassette per circa 2 mesi, girati ed analizzati per scartare quegli acini che rischierebbero di danneggiare il prodotto finale. Una microproduzione di 416 bottiglie. Un residuo zuccherino di 109 gr/l è il preludio di un vino che sa di storia. Signorile, si distingue per un raffinato giallo dorato; appena stappato riempie l’aria di sentori che ci portano in pasticceria, al momento in cui scartiamo un panettone, ricco di mandarini canditi. Al palato dolce ma non stucchevole, morbido, incredibilmente fresco. Proposto ad una serata promossa dall’istituto Aberghiero di Arma di Taggia in accompagnamento ad una bavarese di ricotta di pecora con arance candite, ma Eros ci raccomanda anche formaggi di media stagionatura ed erborinati.

Degni di nota sono anche Epicuro, un vermentino, e Democrito, un blend di rossese e ciliegiolo. Tutti i vini portano nomi altisonanti della letteratura greca e romana, come a ricordare sontuose origini antiche; le etichette sono opera di un pittore locale Diego Fossarello.

Ci piace pensare ad Eros come a Mario Calvino, padre di Italo Calvino, che diede un grande contributo alla viticoltura del ponente ligure, reintroducendo varianti andate quasi perdute. E’ orgoglioso di questo territorio mentre cammina tra i filari di moscatello, fiero del percorso che insieme a pochi ha intrapreso, affinchè la storia del Moscatello di Taggia non venga dimenticata.

Nashik, dove nasce il vino indiano


I quotidiani occidentali adorano parlare dello sviluppo economico dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e del pericolo per le nostre aziende per l’arrivo di nuovi concorrenti, anche nell’ambito del settore vitivinicolo.

Se vi troverete un giorno a Mumbay, non perdetevi una gita a Nashik a sole 3 ore e mezza di treno, per toccare con mano un grappolo d’uva di Shiraz maturato al ventesimo parallelo. (siamo all’altezza del Sudan). Appena fuori dalla città inizia una distesa di vigne capeggiata dall’azienda Sula Vineyards fondata nel 1998 e che detiene il 70% del mercato indiano. Una volta in azienda, notiamo in lontananza tre pullman parcheggiati e nasce la certezza che la visita in cantina sarà affollata.

All’ufficio prenotazioni saldiamo 375 rupie (5€) a testa, ma il prossimo turno è tra un’ora, così nell’attesa visitiamo la vineria del primo piano. Ci sediamo ad un tavolino, siamo gli unici non indiani, ma dopo 20 minuti arrivano 4 occidentali, sentono la nostra conversazione e si avvicinano per un saluto.

Sono italiani, da 3 mesi in India per lavorare alla costruzione di un impianto siderurgico. Le loro parole fanno trasparire una certa nostalgia di casa, ma non solo, esclamano: “Quanto ci manca il vino italiano!”, in seguito capirò perché. L’ora d’attesa passa come un baleno ed è il momento dei saluti, la guida per la visita in cantina si materializza e ci fa cenno di seguirla.

Nel punto di ritrovo si forma un gruppo di 20 persone, adesso il tour può avere inizio. Usciamo dalla struttura per vedere dove l’uva viene diraspata, poi iniziamo un zig zag tra i tini d’acciaio. La guida illustra la fermentazione alcolica e per concludere afferma: “tutti i nostri vini devono fare la fermentazione malolattica”. Un giovane ragazzo lo interrompe affermando che la seconda fermentazione non è obbligatoria, ma una scelta dell’enologo. La guida gli risponde che il consumatore indiano preferisce vini morbidi che vanno verso la dolcezza e l’azienda si adegua.

È il momento di vedere la barricaia situata al piano terra, ci fanno presente di entrare rapidamente e di chiudere la porta, perché fuori ci sono 28 gradi e dentro 16. È molto ampia, la maggior parte delle barrique sono fatte con legni francesi, ma lo stile dei vini segue l’impronta dell’enologo californiano Kerry Damskey.

Si arriva all’imbottigliamento e noto con orgoglio che tutti i macchinari visti fino a qui sono di aziende italiane. Una certa sete si instaura tra gli ospiti, molti si asciugano il sudore dalla fronte e chiedono alla guida un bicchiere d’acqua o di vino bianco! Lui tranquillizza tutti aprendo una porta in fondo al corridoio che da sulla sala degustazione.

Qui ci vengono serviti i seguenti vini:

Brut Tropicale: la descrizione è tratta dal sito ufficiale della cantina Sula, non la traduco perché è un’opera d’arte:

“Our first Blanc de Noirs is a blend of 70% reds and 30% whites, wherein Pinot Noir is major, followed by Syrah and some Chenin and Chardonnay adding to the complexity and richness.
Bottle aged on its lees for 18 months, this beautiful pale-coral bubbly bursts of passion fruit and peachy aromas, with a prolonged finish of red berries on the palate. Serve well chilled”.

Sicuramente sarà un vino molto apprezzato dal mercato indiano, ma per il palato occidentale, vi posso assicurare che non lo dimenticherete mai, ma per altre ragioni. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati; al naso c’è di tutto, ma confuso; il gusto è un brivido, ma non di piacere.

Chenin Blanc Reserve 2016: è il wine of the day, il colore corrisponde al suo parente francese, al naso c’è l’essenziale, in bocca c’è una bella freschezza e sapidità.

Riesling 2016: Questo grande vitigno è famoso per resistere al freddo, qui lo troviamo ambientato al clima tropicale! Il colore è giallo paglierino, al naso si sente un piccolo idrocarburo in lontananza, in bocca la nota zuccherina è dominante, poi si perde.

Rasa Shiraz 2015 e Rasa Cabernet Sauvignon 2015: sono fatti con stile, ma la nota vanigliata che li sovrasta, fa perdere le caratteristiche del vitigno. In bocca risultano morbidi e piacevoli.

Late Harvest Chenin Blanc 2016: è un giallo dorato, al naso è intenso, complesso, abbastanza fine, dominato dalla pesca gialla e dal litchi, il modo migliore per chiudere questa degustazione.

E giunto il momento di lasciare Sula, per visitare l’azienda York e Soma a pochi chilometri di distanza. Ma questa è un’altra storia…

Nel cratere di un vulcano


No, cari lettori, no… Non siamo sull’Etna, né sul Vesuvio, né nel Vulture…

Siamo in Alto Adige. – Come? – Mi direte. Ebbene sì, l’antico cratere di un vulcano, come testimoniano le rocce di porfido rosso che racchiudono vigneti dal terreno straordinario, che danno vita a due tra i bianchi più straordinari d’Italia, vale a dire il Winkl e il Vorberg.

Eh sì, siamo a Terlano, ad appena dieci minuti di macchina da Bolzano, tra verdi campi di asparagi e rigogliosi meleti. Ci addentriamo appena un po’ nella valle laterale – il cratere, appunto – e troviamo la Cantina Sociale, forse quella che di più rappresenta la regione e, sicuramente, quella con la tradizione più antica.

Ci accoglie in cantina Wolfgang Trafojer, Wolfi, giovane e spigliato. Ci introduce prima di tutto alla storia del sito, a cominciare dalla straordinarietà geologica, che è alla base di quella mineralità del tutto particolare che garantisce longevità ai vini di Terlano.

La cantina nasce a fine ottocento, 1893 per l’esattezza, poco dopo quella gemella di Andriano, oggi inglobata nella medesima cooperativa. Oggi vi fanno riferimento 143 soci conferitori, per un totale di 165 ettari, con una produzione che si aggira intorno al milione e mezzo di bottiglie l’anno.

Scendendo nei piani interrati, troviamo i classici tini d’acciaio, qualche residuo di cemento, usato esclusivamente per lo stoccaggio, le botti tirolesi ovali, le barrique.

Wolfi ci racconta di come l’imbottigliamento sia una pratica relativamente recente, nelle cantine altoatesine e a Terlano, nello specifico. Solo da una trentina d’anni si è passati dalle damigiane alle bottiglie e ci si è aperti a un mercato più ampio rispetto a quello del “vino della casa” per le tante attività ricettive locali.

Fin qui, comunque, tutto molto classico.

Poi, ecco la sorpresa: la cantina delle rarità. Sì, perché a Terlano si tengono le vecchie annate. Ci sono vini anche di quarant’anni fa, vuoi in tino d’acciaio, vuoi in bottiglia. I tini delle rarità sono ben visibili da un ballatoio interno. Le bottiglie sono stipate, già in parte etichettate, nei bracci più antichi della cantina, aperte, controllate, rabboccate e ritappate ogni cinque anni.

Certo, si tratta pur sempre di poche bottiglie, davvero delle rarità anche sul mercato, vendute quasi esclusivamente a ristoranti stellati. Insomma, impossibile acquistarne una in cantina. A dire la verità, lo shop della cantina è un po’ deludente… Per comprare un Vorberg andiamo fino ad Appiano, su consiglio della cantina stessa (e lo troviamo, in enoteca, senza problemi). Come dire, si vende tutto molto molto in fretta, il ché è chiaramente un bene assoluto per il ritorno dell’investimento dei soci che sono, in tal modo, invogliati al massimo ad incrementare la qualità della produzione in vigna.

Wolfi ci guida all’assaggio del Weissburgunder, il pinot bianco storico della zona, con bel naso floreale. Passiamo quindi alle selezioni. Il Terlaner, blend di chardonnay, sauvignon e, soprattutto, pinot bianco, fruttato e già molto interessante, con bella struttura dovuta, appunto al pinot. Assaggiamo, quindi, il Winkl, sauvignon blanc al 100% dalla vigna che sta proprio di fronte alla cantina, davvero complesso, seppur dopo un attacco chiaramente varietale, con sorprendente mineralità in bocca ed estrema freschezza e, infine il Quarz, ancora sauvignon blanc, dalla più marcata struttura e spiccata sapidità dovuta alla presenza di quarzo di origine vulcanica, appunto, nel suolo.

Tra i rossi, troviamo davvero interessante il Siebeneich, merlot 100% dal vicino sobborgo di Settequerce, sulla strada per Bolzano, con piacevolissima rotondità e tannini particolarmente setosi.

Terlano è la storia delle cantine sociali e, con esse, la storia del vino dell’Alto Adige. Pura emozione.