Giornata in Langa da Giacomo Fenocchio


E’ una giornata di settembre, tiepida, leggermente ventosa, il cielo è un po’ coperto e gli spiragli di sole rendono più vivi i colori del paesaggio langarolo che, provato da questa lunga estate calda, mi regala sempre un gran senso di pace.

Siamo ospiti dell’azienda Giacomo Fenocchio in località Bussia Zanassi: la frazione è nel territorio del comune di Monforte d’Alba, anche se in linea d’aria ci troviamo più vicini a Barolo.

La cantina dell’azienda e la casa della famiglia Fenocchio sono adiacenti, all’interno della sottozona Bussia, una delle menzioni geografiche aggiuntive più estese e storiche di Barolo che, partendo dal comune di Monforte, si incunea a Nord verso il comune di Castiglione Falletto.

L’ampio terrazzo di casa Fenocchio si affaccia su uno stupendo anfiteatro naturale quasi interamente coltivato a nebbiolo: una volta di più ho la conferma che spesso i grandi vini si fanno in luoghi di incredibile bellezza, dove uomo e natura trovano un equilibrio duraturo.

Ci ospita Nicoletta, moglie di Claudio, molto loquace e simpatica ci racconta senza sosta delle vigne, dei terreni e del lavoro in cantina mentre i vini, quelli, si raccontano da sé.

I vini rossi d’entrata sono il Dolcetto e la Freisa, ma la nostra degustazione inizia dal Nebbiolo e dalla Barbera d’Alba che ci danno subito una chiaro esempio dello stile del produttore, alla ricerca di vini puliti e territoriali.

La Barbera, prodotta da vigneti fuori dalla Bussia, presenta un ottimo equilibrio tra morbidezze ed acidità risultato di prove ed esperienza; secondo Nicoletta infatti la peculiarità di questo vitigno non deve essere troppo sacrificata, per questo la scelta di usare poco legno. È un Barbera che molti amano definire “nebbioleggiante”, forse perché condivide con il Nebbiolo base gli stessi terreni e la stessa metodologia di vinificazione e di invecchiamento: fermentazione in acciaio con 10 giorni di macerazione, riposo in acciaio per i primi 6 mesi ed i successivi 6 in botti grandi di rovere.

Le versioni di Barolo prodotte dall’azienda sono quelle corrispondenti alle quattro MGA in cui possiede le vigne: la maggior produzione è in Bussia dove, da cinque ettari di vigna, si producono annualmente all’incirca 25000 bottiglie, poi vengono il Villero e il Castellero di un ettaro ciascuna, con qualche migliaio di bottiglie prodotte, ed infine il Cannubi che con solo mezzo ettaro di proprietà costituisce l’appezzamento più piccolo dell’azienda per una produzione di circa 3000 bottiglie.

La viticoltura è convenzionale e il barolo è assolutamente classico nei modi di vinificazione e invecchiamento che sono gli stessi per tutte e 4 le etichette: fermentazione con lieviti indigeni ad una temperatura controllata mai superiore ai 31 gradi, 40 giorni di macerazione in acciaio, per la massima estrazione, e dopo un primo riposo di 6 mesi in acciaio l’invecchiamento continua per 30 mesi in botti grandi di Slavonia e qualche tonneau.

Si tratta di una vitivinicoltura senza particolari segreti, dove gli elementi fondanti sono il vitigno, il territorio e l’esperienza nella coltivazione e vinificazione del Nebbiolo tramandata dalle precedenti generazioni: questa caratteristica la si riscontra in tutti i grandi produttori di Barolo.

Assaggiamo l’annata attualmente in commercio, la 2013: tutti i Barolo sono molto puliti ed espressivi e si distinguono tra di loro per sfumature da attribuire a fattori naturali quali la composizione dei terreni, l’esposizione e l’età delle vigne. Per esempio il Villero e il Bussia, che si trovano in terreni di origine elveziana sono più strutturati e duri ma, nonostante le stesse altimetrie ed esposizioni, si distinguono per il fatto che le vigne del Villero sono molto più vecchie (circa 65 anni) ed hanno una resa minore, donando al vino un colore rubino intenso ed al naso note fruttate di prugna, mentre il Bussia vira su sfumature granate e profumi di rosa e liquirizia. Il Barolo Cannubi e Castellero, entrambi da terreni tortoniani geologicamente affini, si presentano eleganti ed intensi nei profumi, con tannini più smussati.

E’ sempre più difficile per noi semplici appassionati assaggiare vecchie annate di Barolo che il mercato, sempre più globale ed esigente, richiede e consuma in brevissimo tempo; Nicoletta ci racconta che dopo la crisi del 2008 sono cresciute moltissimo le esportazioni verso gli Stati Uniti, oggi primo importatore, e si sono rafforzati anche i legami commerciali verso paesi europei come Svizzera, Germania e i paesi Scandinavi: oggi circa l’80% del Barolo prodotto è esportato all’estero.

Concludo menzionando il Barolo riserva Bussia 90 dì del 2011, che come da disciplinare fa un anno in più di botte grande e uno in più di sosta di bottiglia. E’ il top della produzione di Giacomo Fenocchio e certamente quello che più ci ha più emozionato. Al naso è più intenso e caleidoscopico della versione non riserva, con profumi floreali, di sottobosco,  tartufo e torrefazione ed effluvi balsamici. Il tannino è ben presente, assolutamente equilibrato e piacevole, dovuto certamente allo stile di vinificazione, che prevede una lunghissima macerazione sulle bucce di ben 90 giorni, usanza che è stata ripresa dalla tradizione. Al gusto è pieno, armonioso, perfetto nello sviluppo e con una persistenza lunghissima.

 

Moscatello di Taggia: un nuovo antico vino.


Il moscatello di Taggia è un vitigno a bacca bianca originario della riviera ligure di ponente, entrato a far parte della DOC Riviera Ligure di Ponente, con l’istituzione della sottozona Taggia, nel 2011.

Proprio la zona di Taggia, nel basso medioevo, era associata alla produzione di uno storico vino, il moscatello, vino che veniva descritto come “un nettare dolcissimo”. La coltivazione di questo vitigno persiste nella zona compresa tra la Valle Armea, la bassa Valle Argentina e il tratto di costa compreso tra Santo Stefano al mare e Ospedaletti; la distintiva denominazione “di Taggia” parrebbe suggellare una specie di DOC ante litteram.

Taggia nel medioevo era un centro vinicolo di rilevanza internazionale, commercializzando sia vini comuni sia vini di qualità superiore, proprio come il moscatello; questa zona della Liguria si era infatti specializzata nella produzione di vini dolci e liquorosi, che fino al Duecento era prerogativa delle regioni dell’Oriente Mediterraneo. Nel medioevo il vino era considerato come un alimento a consumo locale per la popolazione, ma il moscatello e la vernaccia, avendo un contenuto zuccherino e una gradazione alcolica maggiori, si dimostrarono più adatti ad essere trasportati per lunghi viaggi e quindi più facilmente commercializzabili. Nel 1400 il vino di Taggia veniva imbarcato dai mercantili che da Savona e Genova raggiungevano il Nord Europa, l’Inghilterra e le Fiandre, spinto anche dalla fama imprenditoriale di alcuni mercanti genovesi; il carico di vino trasportato era talmente prezioso che nel 1434 venne proibito alle navi che trasportavano moscatello di caricare altro vino lungo la rotta, se non quello da destinarsi al consumo dell’equipaggio. Durante il XVI secolo, a seguito di un cambiamento della destinazione colturale dei terreni, la produzione di moscatello si ridusse, diventando una nicchia di mercato riservata ad una cerchia ristretta tra cui papi (Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III), dogi e altri nobili. Tra il XVI e il XIX secolo nel sanremese avvenne una importante modificazione del panorama agricolo a favore dell’olivicoltura: in un documento risalente al 1689 i terreni destinati alla coltivazione di olive erano il 50% mentre quelli vitati occupavano solo il 17%. Tra il ‘700 e l’800 una serie di eventi climatici ridussero ulteriormente la coltivazione di moscatello, così come l’amministrazione francese seguita all’occupazione napoleonica permise di mescolare uve molto diverse tra loro per produrre i “nostralini”, vini a basso tenore alcolico e di scarsa commerciabilità. Ma il vero colpo di grazia al moscatello venne inferto intorno al 1880 dalla fillossera.

E’ invece nel 2000 che rinasce il moscatello, grazie all’intervento di Eros Mammoliti e Gianpiero Gerbi, enologo ma all’epoca giovane laureando in viticoltura ed enologia. Insieme decisero di rintracciare le viti di moscatello sparse tra gli agricoltori del sanremese per ritrovare il vero moscatello: isolarono 67 piante. Grazie all’aiuto della professoressa Schneider dell’Università di Torino e a moderne tecniche di biologia molecolare, fu possibile isolare dagli iniziali 67 campioni la pianta che poteva essere considerata puro moscatello. Proprio da quell’unica vite risorse il moscatello che grazie alla tecnica dell’innesto ha reso possibile ad oggi la propagazione di oltre 15.000 barbatelle.

Encomiabile lo sforzo di Eros Mammoliti che, mosso dalla passione di ridare nuova luce ad un vitigno scomparso, decise di intraprendere una strada difficile. Ci racconta che la curiosità per il moscatello nacque durante una cena: “Una nostra amica stava leggendo «L’Ambrosia degli Dei» (di Alessandro Carassale, Atene Edizioni, ndr), per la prima volta sentivamo parlare del moscatello e la sua storia ci affascinò”. Passeggiando tra le sue vigne site in Valle Armea, sulla strada che porta a Ceriana, lungo la ciclistica Milano-Sanremo, si respira l’aria della passione che questo produttore infonde nel suo lavoro, del rispetto che ha per le sue viti e per la storia dei vitigni autoctoni del ponente ligure; ci mostra il suo “Jurassik Park” dove sono coltivati alcuni vitigni autoctoni antichi, a scopo di studio (cruairora, russetta, barabarossa, luglienca, malaga, moscatellun, tabaca, spina, ecc), ed una vite di moscatello con un piede di alberello di più di 40 cm di diametro. Nel 2014 ha fondato l’Associazione dei Produttori, raggruppandone 10, alcuni volti noti come Calvini, Podere Grecale, Da Parodi, altri in fase di crescita; ad oggi si contano 14 produttori e tutti contribuiscono, in diversi modi, al rilancio del moscatello. L’azienda di Mammoliti non produce solo moscatello, riservando sempre un occhio di riguardo a produzioni di nicchia autoctone: un clone più aromatico e più colorato di Vermentino chiamato “du sciancu” ossia dello “strappo” il cui grappolo presenta una appendice da strappare; un Ciliegiolo dal grappolo più compatto; il Rossese.

I suoi prodotti godono della certificazione di vino prodotto a basso impatto ambientale, come recitato dalla retroetichetta, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo in vigna; è inoltre membro della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti dal 2010, di cui sfoggia con orgoglio il logo.

Abbiamo degustato per voi:

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2016, 13% alc. variante secca: fermentazione in acciaio con pressatura sofficie ad 1 atmosfera a temperatura controllata. Nel calice si veste di un giallo paglierino dai riflessi dorati, al naso di apprezza un bouquet di erbe aromatiche, agrumi, limoncella. Al palato spiccano, piacevoli ed accantivanti, frescezza e sapidità. Assolutamente da provare con il brandacujun, un piatto tipico della cucina ligure a base di patate e stoccafisso.

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2015, 14,5% alc. variante passito. I grappoli raccolti nei mesi di agosto-settembre, vengono fatti appassire in cassette per circa 2 mesi, girati ed analizzati per scartare quegli acini che rischierebbero di danneggiare il prodotto finale. Una microproduzione di 416 bottiglie. Un residuo zuccherino di 109 gr/l è il preludio di un vino che sa di storia. Signorile, si distingue per un raffinato giallo dorato; appena stappato riempie l’aria di sentori che ci portano in pasticceria, al momento in cui scartiamo un panettone, ricco di mandarini canditi. Al palato dolce ma non stucchevole, morbido, incredibilmente fresco. Proposto ad una serata promossa dall’istituto Aberghiero di Arma di Taggia in accompagnamento ad una bavarese di ricotta di pecora con arance candite, ma Eros ci raccomanda anche formaggi di media stagionatura ed erborinati.

Degni di nota sono anche Epicuro, un vermentino, e Democrito, un blend di rossese e ciliegiolo. Tutti i vini portano nomi altisonanti della letteratura greca e romana, come a ricordare sontuose origini antiche; le etichette sono opera di un pittore locale Diego Fossarello.

Ci piace pensare ad Eros come a Mario Calvino, padre di Italo Calvino, che diede un grande contributo alla viticoltura del ponente ligure, reintroducendo varianti andate quasi perdute. E’ orgoglioso di questo territorio mentre cammina tra i filari di moscatello, fiero del percorso che insieme a pochi ha intrapreso, affinchè la storia del Moscatello di Taggia non venga dimenticata.

Nashik, dove nasce il vino indiano


I quotidiani occidentali adorano parlare dello sviluppo economico dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e del pericolo per le nostre aziende per l’arrivo di nuovi concorrenti, anche nell’ambito del settore vitivinicolo.

Se vi troverete un giorno a Mumbay, non perdetevi una gita a Nashik a sole 3 ore e mezza di treno, per toccare con mano un grappolo d’uva di Shiraz maturato al ventesimo parallelo. (siamo all’altezza del Sudan). Appena fuori dalla città inizia una distesa di vigne capeggiata dall’azienda Sula Vineyards fondata nel 1998 e che detiene il 70% del mercato indiano. Una volta in azienda, notiamo in lontananza tre pullman parcheggiati e nasce la certezza che la visita in cantina sarà affollata.

All’ufficio prenotazioni saldiamo 375 rupie (5€) a testa, ma il prossimo turno è tra un’ora, così nell’attesa visitiamo la vineria del primo piano. Ci sediamo ad un tavolino, siamo gli unici non indiani, ma dopo 20 minuti arrivano 4 occidentali, sentono la nostra conversazione e si avvicinano per un saluto.

Sono italiani, da 3 mesi in India per lavorare alla costruzione di un impianto siderurgico. Le loro parole fanno trasparire una certa nostalgia di casa, ma non solo, esclamano: “Quanto ci manca il vino italiano!”, in seguito capirò perché. L’ora d’attesa passa come un baleno ed è il momento dei saluti, la guida per la visita in cantina si materializza e ci fa cenno di seguirla.

Nel punto di ritrovo si forma un gruppo di 20 persone, adesso il tour può avere inizio. Usciamo dalla struttura per vedere dove l’uva viene diraspata, poi iniziamo un zig zag tra i tini d’acciaio. La guida illustra la fermentazione alcolica e per concludere afferma: “tutti i nostri vini devono fare la fermentazione malolattica”. Un giovane ragazzo lo interrompe affermando che la seconda fermentazione non è obbligatoria, ma una scelta dell’enologo. La guida gli risponde che il consumatore indiano preferisce vini morbidi che vanno verso la dolcezza e l’azienda si adegua.

È il momento di vedere la barricaia situata al piano terra, ci fanno presente di entrare rapidamente e di chiudere la porta, perché fuori ci sono 28 gradi e dentro 16. È molto ampia, la maggior parte delle barrique sono fatte con legni francesi, ma lo stile dei vini segue l’impronta dell’enologo californiano Kerry Damskey.

Si arriva all’imbottigliamento e noto con orgoglio che tutti i macchinari visti fino a qui sono di aziende italiane. Una certa sete si instaura tra gli ospiti, molti si asciugano il sudore dalla fronte e chiedono alla guida un bicchiere d’acqua o di vino bianco! Lui tranquillizza tutti aprendo una porta in fondo al corridoio che da sulla sala degustazione.

Qui ci vengono serviti i seguenti vini:

Brut Tropicale: la descrizione è tratta dal sito ufficiale della cantina Sula, non la traduco perché è un’opera d’arte:

“Our first Blanc de Noirs is a blend of 70% reds and 30% whites, wherein Pinot Noir is major, followed by Syrah and some Chenin and Chardonnay adding to the complexity and richness.
Bottle aged on its lees for 18 months, this beautiful pale-coral bubbly bursts of passion fruit and peachy aromas, with a prolonged finish of red berries on the palate. Serve well chilled”.

Sicuramente sarà un vino molto apprezzato dal mercato indiano, ma per il palato occidentale, vi posso assicurare che non lo dimenticherete mai, ma per altre ragioni. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati; al naso c’è di tutto, ma confuso; il gusto è un brivido, ma non di piacere.

Chenin Blanc Reserve 2016: è il wine of the day, il colore corrisponde al suo parente francese, al naso c’è l’essenziale, in bocca c’è una bella freschezza e sapidità.

Riesling 2016: Questo grande vitigno è famoso per resistere al freddo, qui lo troviamo ambientato al clima tropicale! Il colore è giallo paglierino, al naso si sente un piccolo idrocarburo in lontananza, in bocca la nota zuccherina è dominante, poi si perde.

Rasa Shiraz 2015 e Rasa Cabernet Sauvignon 2015: sono fatti con stile, ma la nota vanigliata che li sovrasta, fa perdere le caratteristiche del vitigno. In bocca risultano morbidi e piacevoli.

Late Harvest Chenin Blanc 2016: è un giallo dorato, al naso è intenso, complesso, abbastanza fine, dominato dalla pesca gialla e dal litchi, il modo migliore per chiudere questa degustazione.

E giunto il momento di lasciare Sula, per visitare l’azienda York e Soma a pochi chilometri di distanza. Ma questa è un’altra storia…

Nel cratere di un vulcano


No, cari lettori, no… Non siamo sull’Etna, né sul Vesuvio, né nel Vulture…

Siamo in Alto Adige. – Come? – Mi direte. Ebbene sì, l’antico cratere di un vulcano, come testimoniano le rocce di porfido rosso che racchiudono vigneti dal terreno straordinario, che danno vita a due tra i bianchi più straordinari d’Italia, vale a dire il Winkl e il Vorberg.

Eh sì, siamo a Terlano, ad appena dieci minuti di macchina da Bolzano, tra verdi campi di asparagi e rigogliosi meleti. Ci addentriamo appena un po’ nella valle laterale – il cratere, appunto – e troviamo la Cantina Sociale, forse quella che di più rappresenta la regione e, sicuramente, quella con la tradizione più antica.

Ci accoglie in cantina Wolfgang Trafojer, Wolfi, giovane e spigliato. Ci introduce prima di tutto alla storia del sito, a cominciare dalla straordinarietà geologica, che è alla base di quella mineralità del tutto particolare che garantisce longevità ai vini di Terlano.

La cantina nasce a fine ottocento, 1893 per l’esattezza, poco dopo quella gemella di Andriano, oggi inglobata nella medesima cooperativa. Oggi vi fanno riferimento 143 soci conferitori, per un totale di 165 ettari, con una produzione che si aggira intorno al milione e mezzo di bottiglie l’anno.

Scendendo nei piani interrati, troviamo i classici tini d’acciaio, qualche residuo di cemento, usato esclusivamente per lo stoccaggio, le botti tirolesi ovali, le barrique.

Wolfi ci racconta di come l’imbottigliamento sia una pratica relativamente recente, nelle cantine altoatesine e a Terlano, nello specifico. Solo da una trentina d’anni si è passati dalle damigiane alle bottiglie e ci si è aperti a un mercato più ampio rispetto a quello del “vino della casa” per le tante attività ricettive locali.

Fin qui, comunque, tutto molto classico.

Poi, ecco la sorpresa: la cantina delle rarità. Sì, perché a Terlano si tengono le vecchie annate. Ci sono vini anche di quarant’anni fa, vuoi in tino d’acciaio, vuoi in bottiglia. I tini delle rarità sono ben visibili da un ballatoio interno. Le bottiglie sono stipate, già in parte etichettate, nei bracci più antichi della cantina, aperte, controllate, rabboccate e ritappate ogni cinque anni.

Certo, si tratta pur sempre di poche bottiglie, davvero delle rarità anche sul mercato, vendute quasi esclusivamente a ristoranti stellati. Insomma, impossibile acquistarne una in cantina. A dire la verità, lo shop della cantina è un po’ deludente… Per comprare un Vorberg andiamo fino ad Appiano, su consiglio della cantina stessa (e lo troviamo, in enoteca, senza problemi). Come dire, si vende tutto molto molto in fretta, il ché è chiaramente un bene assoluto per il ritorno dell’investimento dei soci che sono, in tal modo, invogliati al massimo ad incrementare la qualità della produzione in vigna.

Wolfi ci guida all’assaggio del Weissburgunder, il pinot bianco storico della zona, con bel naso floreale. Passiamo quindi alle selezioni. Il Terlaner, blend di chardonnay, sauvignon e, soprattutto, pinot bianco, fruttato e già molto interessante, con bella struttura dovuta, appunto al pinot. Assaggiamo, quindi, il Winkl, sauvignon blanc al 100% dalla vigna che sta proprio di fronte alla cantina, davvero complesso, seppur dopo un attacco chiaramente varietale, con sorprendente mineralità in bocca ed estrema freschezza e, infine il Quarz, ancora sauvignon blanc, dalla più marcata struttura e spiccata sapidità dovuta alla presenza di quarzo di origine vulcanica, appunto, nel suolo.

Tra i rossi, troviamo davvero interessante il Siebeneich, merlot 100% dal vicino sobborgo di Settequerce, sulla strada per Bolzano, con piacevolissima rotondità e tannini particolarmente setosi.

Terlano è la storia delle cantine sociali e, con esse, la storia del vino dell’Alto Adige. Pura emozione.

 

Viticoltura eroica ad Affile


La prima volta che assaggiai il Cesanese mi trovavo in una storica enoteca romana chiamata Cul de Sac in Piazza Pasquino, sulla bottiglia c’era scritto Silene, fu amore a prima vista.

Oggi mi ritrovo tra i sali e scendi e le infinite curve che mi portano ad Affile, il primo dei comuni che ho deciso di andare a visitare per cercare di capire meglio questo grande e purtroppo (per noi) poco conosciuto vitigno autoctono del Lazio, grazie all’aiuto di Michael Formiconi, il più giovane dell’omonima azienda.

Il territorio è vario, e anche qui, come in tutta Italia, parti della collina sono state inghiottite dalle fiamme e i cinghiali sfuggiti al fuoco, non trovando altra frutta, hanno attaccato le uve dei vigneti circostanti tant’è che molti produttori a causa di questa “migrazione” hanno dovuto correre ai ripari recintando i propri terreni.

Il Cesanese ha radici antiche, le prime coltivazioni risalgono all’epoca romana intono al 133 a.C.

Un tempo questi luoghi erano coperti interamente da boschi che venivano tagliati per poter piantare la vite a da qui il termine Cesanese ossia vino prodotto nelle “caesae”, “luoghi dagli alberi tagliati”.

Non appena arrivato a Località Farinella ad Affile, mi accoglie sorridente un ragazzone di circa trenta anni con una bella barba, il suo nome è Michael Formiconi.

Ci avviciniamo ai vigneti limitrofi l’azienda e Michael mi inizia a raccontare come tutto è iniziato…

La società agricola nasce da un’idea di suo padre e i suoi fratelli nel 2002, il primo vigneto piantato, oggi, ha circa cinquanta anni e viene utilizzato per il vino Cisinianum.

La conduzione è biologica non certificata, solo trattamento rame e zolfo e la vite è allevata con cordone speronato.

Michael mi spiega che esistono due varietà di Cesanese: quello Comune e quello di Affile.

Il Cesanese Comune ha il grappolo alato e gli acini più grandi rispetto a quello di Affile che invece risulta piccolo e compatto con un grande rapporto buccia polpa e per questo motivo destinato a lunghi affinamenti. Avendo una buona acidità, questo vitigno viene vendemmiato tardivamente, intorno alla metà di ottobre.

Il Cesanese ha una radice di circa cinque/sei metri che gli consente di andare ad attingere  tutte le sostanze di cui ha bisogno anche durante le stagioni meno fortunate.

L’azienda Formiconi conta quasi due ettari di terreno e produce due soli vini, entrambi con Cesanese di Affile che crescono su due zone completamente differenti pur avendo una distanza di pochi metri l’uno dall’altro.

Il vigneto più antico costeggia la casa ed è composto da terra mista e argilla ed è quello destinato al vino più “semplice” il Cisinianum che sosta nove mesi in acciaio ed è subito pronto per l’imbottigliamento.

Il secondo vigneto è destinato al Capozzano, il vino di punta dell’azienda, con terreno completamente argilloso e un’escursione termica maggiore rispetto all’altro. La sua magnifica esposizione garantisce una perfetta maturazione delle uve e a causa della ripida pendenza, l’azienda Formiconi viene collocata tra i produttori di viticoltura eroica.

Il Capozzano viene vinificato in acciaio con follature fatte a mano per non stressare il vino e affinato in piccole botti di rovere per 18 mesi per poi proseguire il riposo di altri 8 in bottiglia.

E’ un vino che risulta godibilissimo dopo i primi 5 anni, ma raggiunge la sua massima espressione dopo i 10.

Michael racconta che quando aveva 18 anni, veniva in questa zona con suo padre ed alcuni taglialegna ad abbattere faticosamente gli alberi per poter piantare questa vigna perché era tutto  completamente ricoperto di boschi.

Entrambi i prodotti hanno in etichetta la bifora del campanile di Affile, magistralmente disegnata a mano da un frate di Santa Scolastica. L’unica differenza è lo sfondo: nero per il Cisinianum e bianco per il Capozzano.

Qualche anno fa la Doc Affile stava per scomparire: è grazie all’azienda Raimondo se questo non è successo.

Oggi Affile è una grande realtà, con molti produttori intelligenti come l’Azienda Formiconi. Saluto e ringrazio Michael per la bella chiacchierata e per avermi fatto respirare questo bellissimo territorio e proseguo per Serrone dove mi aspetta Armando Terenzi, il figlio di Giovanni di cui vi parlerò nei prossimi articoli.

 

 

 

 

Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Girlan, l’eccellenza in una cantina sociale


Ed eccoci ancora in Alto Adige, alla ricerca di quel qualcosa che rende questa provincia un punto di riferimento per il vino italiano e non solo.

Incontriamo oggi Oscar Lorandi, direttore della Cantina Girlan, a Girlan/Cornaiano, il primo paese sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, per chi arriva da Bolzano.

Oscar Lorandi è un manager molto preparato e competente e ci accoglie con grande empatia. Ci racconta i quasi cent’anni di storia di questa sorprendente realtà sociale, che conta circa 180 aziende conferitrici su oltre 200 ettari e dà lavoro a qualcosa come 2000 famiglie della zona.

Dal 1923 ad oggi, le cose sono sicuramente cambiate e molto. In particolare è cambiato l’approccio al vino, alla vinificazione, alla qualità delle uve e, seppur non senza difficoltà, l’approccio che hanno i conferitori nella lavorazione in vigna.

L’ottenimento della qualità sul prodotto finale, sottolinea Oscar Lorandi, necessita in primo luogo estrema attenzione su quanto avviene tra i filari. Il controllo sul modo di operare del singolo conferitore diventa, pertanto, uno dei punti di forza del sistema Cantina Sociale, al fine di proporre al mercato prodotti dall’elevato profilo qualitativo.

Insomma, il socio conferitore è anche “proprietario”, in forma associativa, della sua quotaparte di produzione, quindi invogliato a lavorare “bene”. Ciononostante, il controllo da parte dell’agronomo della Cantina Sociale è sempre necessario al fine di ribadire e standardizzare i sistemi di produzione delle uve.

Chiaramente, in un contesto di 200 ettari non è possibile fare biologico, ma, ci dice Lorandi, la tutela del contesto naturale e la riduzione al minimo dei trattamenti si rivela un volano straordinario per l’ottenimento di prodotti di qualità stabile. Oltre al fatto che si è scelto, da sette vendemmie, di rendere la lavorazione in cantina il più possibile delicata grazie alla sostituzione dei macchinari meccanici con la gravità.

Certo, le ultime sofferte annate hanno contratto la produzione che, comunque, si mantiene su un numero importante di bottiglie, vendute soprattutto sul mercato locale a uso delle innumerevoli attività ricettive del territorio.

La cantina è grande e funzionale, moderna e pulitissima, ma ci sorprende quando accediamo alla parte antica, seicentesca, posta sotto un antico maso. Botti grandi ovali della tradizione tirolese, prodotte ancora oggi in Austria, arredano le lunghe gallerie sotterranee. Non mancano, comunque, le barrique in stile francese.

I vini proposti sono molti, a cominciare dalle bottiglie classiche, per salire ai vigneti, quindi alle selezioni.

Partiamo assaggiando il 448 s.l.m., nome che va ad identificare l’altezza media del comune di Girlan/Cornaiano. Un blend fresco e profumato, estivo, davvero ottimo per un aperitivo tra amici sotto una pergola o al bordo di una piscina.

Proseguiamo con il Pinot Bianco, il Weissburgunder della tradizione sudtirolese, il vitigno più identificativo di questo altopiano e, per dirla così, il più autoctono tra i bianchi. Grande naso floreale e una bella freschezza in bocca.

Passiamo al Pinot Bianco del vigneto Plattenriegl, esaltante freschezza, minerale e di gran corpo, un vero piacere.

Arriviamo, finalmente, alle selezioni. Il Sauvignon Flora è esaltante. Dopo una prima vena varietale si apre in un naso di rara ampiezza, con struttura quasi da Pessac-Leognan, tanto che mi viene spontaneo domandare se si conservano le vecchie annate come nella vicina cantina di Terlano. E invece no, qui la produzione viene tutta venduta: questo è, d’altronde, il fine commerciale di una cantina sociale.

Tra i rossi, apprezziamo il Pinot Noir Patricia, profondamente borgognone, con bel naso floreale e tannini levigati su un’acidità abbastanza prepotente che invoglia a finire il bicchiere senza troppi pensieri.

Finiamo con la Schiava di vecchie vigne, la Vernatsch Gschleier, sorprendente tanto nella complessità olfattiva quanto nella struttura, con bei tannini e tanta tradizione.

Ci alziamo dal tavolo di degustazione come di solito si fa dopo una serata tra amici, beatamente immersi e inebriati dal profumo dei calici e ci accomiatiamo da Oscar che ci ha davvero fatti sentire dentro il mondo dei suoi vini.

Si è fatto mezzogiorno ed è il momento di proseguire. L’Alto Adige non si farà negare neppure stavolta e ci racconterà ancora il suo mondo umano e contadino che spazia dalle antiche pergole che si arrampicano eroiche sulle falde di porfido degli altopiani fino alle superbe rocce pallide delle Dolomiti.

 

Una terrazza sul mare di Bordighera


Anche oggi ci troviamo in Liguria e anche questa volta vi racconterò di una produzione di nicchia: parliamo di Vermentino, Pigato e Rossese. Vi chiederete perché parli di alcuni dei vitigni più coltivati in liguria definendoli come nicchia del territorio. Continuate a leggere e vi prometto che non ne rimarrete delusi.

Bordighera, a pochi chilometri da Sanremo, negli anni Settanta ed Ottanta, era tra le patrie della floricoltura italiana, con aziende che esportavano fiori in tutto il mondo. Una produzione che ha modificato negli anni il panorama di questa parte di costa ligure con serre e vivai visibili dal bagnasciuga.

L’azienda Biancardi di Bordighera, gestita dal signor Aristide, esportava i propri fiori fino in Russia; ma la crisi del mercato floreale spinse la famiglia Biancardi a scelte radicali. E qui inizia la storia di Aris, nipote di Aristide; veterinario di cavalli allergico al pelo del cavallo, Aris, astemio, era incuriosito dal piccolo vigneto di famiglia, qualche filare sulla collina di Selvadolce, che suo padre affitava ad un commerciante del posto. Decise quindi di approfondire questo interesse e di studiare viticoltura e per farlo nel 2004 si recò nelle Langhe dove conobbe due importanti personaggi del panorama vitivinicolo biodinamico internazionale: Xavier Florin e Nicolas Joly. Fu proprio questo primo incontro che gli cambiò la vita: “Tornai a casa con la certezza che avrei prodotto vino biodinamico; avevo paura della reazione di mio padre ma fu proprio lui a trasmetteremi l’entusiasmo”. Decise quindi di condurre personalmente la piccola vigna di famiglia ed è proprio con qualche filare di vermentino che iniziarono le prime esperienze di biodinamica e vinificazione naturale: “Siccome dovevo iniziare decisi di farlo con il biodinamico, ero affascinato da una coltivazione che rispettava la vita in tutte le sue forme, proteggendo le biodiversità E mantenendo l’equilibio del nostro pianeta”. L’attrezzatura era minimalista, vinificando in un’unica barrique di seconda mano (in cui era stato vinificato del vino rosso), qualche damigiana ed una piccola vasca di acciaio; le prime bottiglie riportavano solo una sigla che indicava il tipo di vino, il contenitore della vinificazione e il numero del contenitore. VB1 era la sigla presente sulle bottiglie vermentino provenienti da quell’unica barrique; fu proprio quel vino ad emozionare Nicolas Joly e far nascere in Aris la voglia di vinificare in legno.

Dal 2004 l’azienda Biancardi cambiò volto, vennero dismesse le serre in cui un tempo si coltivavano garofani, ampliando fino agli attuali 7 ettari la superficie totale dell’azienda. Nacque quindi l’azienda vitivinicola Selvadolce: “Il terreno, dopo anni di coltivazione intensiva, sembrava morto, duro, compatto, ma solo dopo due anni di lavorazione biodinamica la vigna è rinata”. A filari alterni, nel periodo autunnale, pianta il sovescio grazie al quale il terreno viene arricchito di humus, garantendo quell’umidità indispensabile per far fronte ai lunghi periodi di siccità che caratterizzano queste zone. Nel 2005 decise inoltre di ampliare la propria produzione acquistando alcuni terrenti terrazzati a 600 m s.l.m. nel comune di Perinaldo, all’interno della storica DOC Rossese di Dolceacqua. Decise però di uscire dalla DOC quando il suo Rossese venne rimandato all’esame di ammissione a causa una ridotta acidià: “Decisi quindi di declassarlo a vino da tavola nonostante i consigli dell’impiegato, convinto che fosse più importante mantenere l’indentità e quindi l’acidità che la natura gli aveva conferito”. Da qui il nome Rosso se… «se… deluso, straziato e infuriato a plebeo vino rosso non l’avessi umiliato, di blasonato Rossese… si sarebbe fregiato». E proprio quell’anno il suo rossese raggiunse la finale dei 3 bicchieri del Gambero Rosso. Dalla sua azienda si gode di una vista mozzafiato sul mare e su ville ed alberghi che incorniciano questo scorcio di Liguria.

Abbiamo degustato per voi:

VB1 da uve vermentino 100% di vigne vecchie risalenti agli anni Settanta del vigneto di Brodighera, a 170 m s.l.m. 2015, 14% alc. Macerazione, fermentazione alcolica spontanea con lieviti autoctoni ed affinamento su fecce fini in piccole botti di legno per 8 mesi, successivo affinamento in bottiglia. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati, cristallino (non esegue filtrazioni né chiarifiche, come tutti i suoi vini). Al naso non si avverte la volatile, permettendo al vino di mostrare con eleganza sentori di timo, salvia, un tocco di salmastro. La fermentazione in piccole barriques dona al vermentino una maggiore struttura affiancandone le sue più caratteristiche durezze. La persistenza e la buona acidità ne fanno un vino che ad ogni sorso richiama la mano allo stelo del calice.

Rucantù da uve pigato 100%, annata 2015, 14% alc; anche questo vitigno trovandosi sulle colline di Bordighera viene sferzato dalla brezza marina nelle giornate di maestrale. Rucantù è una parola Mapuche, una tribù di indios della Patagonia, e significa “Casa del Sole”, come la casa di sua nonna Marita (che egli stesso definisce una “simpatica burlona”). Stessa procedura del vermentino, viene affinato sulle fecce fini per 8 mesi. Giallo paglierino, cristallino, al naso smalto, resine ed un bouquet di erbe aromatiche sovrastano gli altri sentori. Al palato esprime vibranti note sapide ed acide ma ben amalgamate ed equilibrate. Tutto fa pensare ad una grande longevità, quasi a ricordare un Riesling.

Rosso se… da uve rossese 100%, 2015, 14% alc.; fermentazione alcolica e malolattica spontanee con lieviti autoctoni. Affinamento su fecce fini per 10 mesi e successivamente in bottiglia per un anno. Di un bel rosso rubino con riflessi violacei. Un’olfazione elegantissima, speziata, con sentori di resine boschive. Al palato esprime una vena calda, continua, tannini vellutati e piacevoli, un vino sornione che regala una bella persistenza.

Aris ci fa degustare una sorprendente preview di granaccia e ci racconta di una collaborazione con un importante produttore sardo i cui frutti saranno disponibili dall’anno prossimo e noi non mancheremo all’appuntamento.

Come vi accennavo in precedenza, questa azienda è una chicca del territorio perché sono pochissimi i produttori di vino biodinamico in Liguria, tanti da poterli contare sulle dita di una sola mano. Aris ci racconta della difficoltà nel far emergere i vini biodinamici, soprattutto in Liguria: “I giovani sembrano avvicinarsi con curiosità a questo tipo di viticoltura, in particolar modo gli stranieri, più attenti a produzioni naturali, senza l’uso di diserbanti”.

Chiudo come di consueto la recensione parlandovi delle etichette presenti sulle bottiglie: nascono dalla collaborazione con un artista locale, Sergio Lazzaretti. Nessuna scritta, nessun simbolo. Solo colori, i colori che ricordano proprio la terra, il mare e il cielo di queste terre. Il logo di Selvadolce nacque per caso quando Aris, alla ricerca di un simbolo per la propria azienda, vide un bozzetto preparato da Lazzaretti: “un uomo, a braccia aperte, che guarda la propria terra in un momento di estasi… E’ proprio così che mi sento guardando le mie vigne”.

Guardando il mare da Selvadolce ci siamo sentiti proprio come Monet che da Bordighera ha dipinto panorami meravigliosi. Folgorati, come il pino che, sovrastando le vigne, porta il segno di un fulmine sul suo tronco.

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.