La colonna sonora


Ascolto musica, Arvo Pärt, è estone.

Non lo avevo mai ascoltato prima. È tra gli autori che studio per dare una risposta alla mia domanda, quella difficile, quella che mi attanaglia da mesi, da quando ho iniziato di nuovo a lasciare che le mie orecchie sentano altro che non sia l’assordante, gracchiante rumore delle parole della quotidianità.

Non so dire se mi piaccia. Questo compositore, intendo, così come non sono sicuro d’aver compreso Leonard Bernstein, ascoltato stamattina.

Il punto, la domanda, insomma, è questa: esiste una colonna sonora degli eventi che viviamo, qualcosa che non sia semplicemente “la nostra canzone” o “mi piace l’opera lirica”, qualcosa che sia la colonna sonora della nostra sensibilità in ogni momento della nostra esistenza?

E poi, ampliando il discorso, si tratterebbe di una “colonna sonora personale” o di una “colonna sonora di un’epoca”?

Sono propenso a ritenere, infatti, che non solo Napoleone avesse Beethoven come colonna sonora, ma che l’intera epoca di Napoleone potesse riconoscersi nell’eroismo beethoveniano.

Per certi versi, perfino il luogo assume grande importanza nella mia considerazione, tant’è che sarebbe assurdo pensare alla Germania interbellica, ad esempio, senza mettere in sottofondo le Walkirie wagneriane.

La musica dipinge stati d’animo, siano essi personali, di nazione, di popolo, di epoca.

Forse, allora, le mie domande dovrebbero essere riscritte così: “merito” io una colonna sonora? La “meritano” forse il nostro popolo o la nostra era?

Forse no.

Forse la nostra è la civiltà del rumore, ove tutto si trasforma in rumore, perfino le sublimi note di un violino gracchiate dalle casse da cinque watt del mio notebook.

Una sera d’estate, sulla spiaggia…


Mi rendo conto che sono passati circa dieci anni ma, stamattina, mi sono svegliato con questo jingle in testa. Ricordo una spiaggia a Mamaia una sera di luglio del 2003 e una birra in compagnia, in un momento di importanti cambiamenti personali e professionali.

Certo, di tempo ne è trascorso davvero e la mia vita si è trasformata in modo totalmente inatteso. Mi sembra strano pensare a quell’epoca così diversa e ragionare su “come sarebbe stato se” o “che cosa avrei fatto se”.

Ho letto il post “What if?” che riporto in link più sotto e ho riconosciuto una serie di situazioni vissute in prima persona e, come le autrici di quel blog, in fondo, mi dico che l’unica cosa giusta è la consapevolezza che nella vita bisogna cogliere le occasioni, tutte, senza ripensamenti, senza rimpianti, che una caduta non è un fallimento e che perfino un fallimento non è comunque nulla di definitivo.

Come dice mio suocero, romeno, “viaţa merge înainte”, la vita va avanti, che è un po’ come diceva Freddy Mercury, in fondo:

“The show must go on!”

L’organo Cavaillé-Coll di Saint Sulpice


Per chi si è dilettato di musica organistica, si tratta probabilmente dello strumento più importante in assoluto, non foss’altro per aver suonato sotto le mani – e i piedi – di Widor e Dupré. Nel video accluso a questo post, l’esecuzione di Marie-Claire Alain della Suite Gothique di Léon Boellman, uno dei capolavori della musica organistica del tardo ottocento, nonché uno dei miei preferiti tanto in ascolto, quanto, per quel che riesco, in esecuzione.