Il Ghemme e l’eleganza del nebbiolo


In un pomeriggio dal cielo brillante e illuminato, vado per l’autostrada Torino Milano, in un viaggio intervallato da bianche nuvole, alte e dense. L’autostrada è quasi deserta, sono riuscita a vedere al di là e sono contenta di scorgere piccoli borghi, che destano in me qualche curiosità. Esco, ed inizio ad attraversare risaie e centri praticamente disabitati, questo territorio si presenta con il susseguirsi di campagne praticamente sempre uguali e vecchi cascinali, molti dei quali ormai abbandonati, ne costellano l’orizzonte.

Passato il piccolo comune di Arborio mi accorgo, guardando il navigatore, che presto avrei passato il Sesia, o come scoprirò dire qui, la Sesia. Scorgo quel grande fiume, provenire dal Monte Rosa, e scorrere velocemente lungo la sua valle. Mi pare ora di riformulare i miei pensieri, osservando il paesaggio, d’improvviso più buio, forse a causa di grosse nuvole nere, mi convinco sempre di più che sembri assomigliare a qualcosa che nel tempo si è modificato, molto, diventando un territorio sfruttato, poco abitato, e sicuramente troppo poco conosciuto e valorizzato. Ma l’impetuoso fiume, mi costringe a guardare verso le montagne, dove il massiccio del Rosa è lì: imponente e fermo.

Arrivata a Ghemme, la piazza mi fa venire in mente parole di Pavese “…ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge per un viale di inutili piante si ferma.” Ferma anch’io, guardo oltre i campanili della piazza e mi incammino sui fianchi della valle, che geograficamente prende il nome di Collina di Cantalupo. Sono colline fluvio-glaciali, morene create dal lento fluire del ghiacciaio del Rosa. Sono belle, queste colline, a tratti terrazzate, verdi, rigogliose. I recenti temporali le hanno vigorite, l’erba fra i filari è alta quasi un metro e fiori e spighe crescono fra un fervente ronzio di insetti. La cantina è un luogo sulla strada, calma, pulita.

Mi fanno attendere qualche minuto sotto il portico degli attrezzi, mani in tasca guardo intorno: travi, trattori, damigiane, odore di mosto, quell’odore acre così familiare, da quando ne ricordo. Davanti all’ingresso manufatti in pietra, medievali? Penso di si, me ne convinco e mi siedo per l’attesa. La sensazione è di non essere del tutto nel presente. Il mobilio è austero, in vecchie stampe incorniciate si leggono contratti siglati fra Cluny e i gestori delle terre di proprietà del clero, intorno al 1200, qui nei colli Breclemae. A condurre si presenta delicatamente Alberto (Arlunno) che, senza difficoltà, si avvicina e saluta Carola, 5 anni, con me, chiedendole se è lei a interessarsi di vino.

Alberto sembra essere una conseguenza naturale, una fortuna per questi luoghi, ci sa fare, davvero bene. Il suo è un modo distaccato di guardare il mondo, con occhi che sembra stiano meglio fra i suoi pensieri. Senza astuzie, solo natura e testa. Le sue viti crescono tranquille, un non so che di snob ed un po’ eccentriche. Signore della nobiltà britannica.

Proprio mentre distrattamente penso a queste assonanze, mi si presenta una foto, anni ’80, la Signora Margaret Thatcher riceve qui, degusta il Ghemme, e le si dona il vino di Arlunno.

Alberto ci invita a seguirlo, verso i vigneti, più di 30 ettari vitati prevalentemente a Nebbiolo. La vigna che sormonta la cantina è Nebbiolo e ha nella pancia il luogo di conservazione e ‘l’infernot’ per l’invecchiamento delle bottiglie. Sono due ettari di vigna, dal nome Ronco San Pietro, da cui si possono ammirare le Alpi, il Rosa, e la valle, ora completamente oscurata da nuvole plumbee.

Il vigneto dell’eccellenza è il Breclema, 10 ettari da cui l’area meglio esposta, sud ovest, regala il Collis Breclemae, il vino di punta dell’azienda. Un vero ‘vin de garde’, qualità ancora molto ricercata e raramente realmente posseduta.

Durante la passeggiata parliamo, sempre difficile destare l’attenzione di Alberto, solo su alcune corde si accende. Una regola è parlare di geologia: delle sue colline, la conformazione del Rosa, un’altra la storia. Spiega che a San Pietro e a Breclema, Cluny aveva fondato un priorato di amministrazione, nell’XI secolo, i monaci vi si stabilirono e portarono molto del loro sapere. Questi territori fornirono a partire da allora quasi 1000 anni di ottimi vini, per le tavole regali ed ecclesiastiche, soprattutto nel Lombardo. Ed è proprio in questo contesto fuori dal tempo che noto incorniciate le parole di Cavour, 1849: “…rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare e contribuire a questa crociata enologica.”

Ed ecco che torniamo in cantina, per degustare quelli che secondo la guida AIS sono i migliori Ghemme mai assaggiati. Intorno a noi nuovamente foto, documenti, archeologie, testimonianze dell’orgoglio che Alberto Arlunno dimostra per questa terra, per questo regalo.

Il primo vino però è il suo bianco: il Carolus, un assemblaggio su base di “Greco”(Erbaluce), molto sapido, dall’ottima beva. Ecco passare in rivista alcuni dei suoi Nebbioli. I suoi Ghemme.

Ancora giovani paiono austeri, non facili, già il suo Ghemme 2005 regala sensazioni quasi sublimate. Alte, che parlano all’anima, da far tornare in mente il concetto di vino santo, puro.

Il Collis Breclemae è di struttura, ampio, un colore da premiare, tannini rotondi, dalla lunga vita, sia in bottiglia, sia in bocca. Estremamente soddisfacente, i paragoni con la longevità dei grandi vins de garde borgognoni sono meritati. Forse la sinergia di Alberto Arlunno con il suo terroir è davvero tale. Il suo è un vino elegante.

Interrogato su cosa pensa del suo lavoro risponde:

“Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera, appartenente ad un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto dai nostri avi questi luoghi, questo sapere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di questi luoghi mi fa sentire meno solo, dà un significato a quello che faccio, queste sono considerazioni che mi fanno abbandonare la variabile tempo… sentendo così di appartenere a una famiglia, molto grande, che ha avuto tanti padri e ha tantissimi figli, contadini come me”.

In realtà Alberto contadino è anche un eccellente enologo e laureato in Agraria, e un appassionato storico e amante delle scienze. Lui certamente contribuisce alla definizione di “crociata enologica”.

Noi dal nostro canto ci limitiamo a fare la parte degli estimatori. Di un vino che senza dubbio merita grandi abbinamenti e degustazioni.

 

Chiese fortificate di #Transilvania


Prejmer (Tartlau), Romania

Prejmer (Tartlau), Romania (Photo credit: Wikipedia)

Sperdute nell’immensa Depressione Carpatica, spesso in posizione dominante su fiumi e valli, ma altrettanto spesso isolate in mezzo alla campagna o al centro di un villaggio, le chiese fortificate rappresentano l’esempio più sorprendente di architettura civile e allo stesso tempo religiosa e militare della Transilvania.

Quella che mi è sempre parsa l’emblema vero e proprio di questa tipologia di costruzioni è indubbiamente la chiesa fortificata di Prejmer, non lontana da Brasov, caratterizzata da un anello circolare di camminamenti contenenti la chiesa vera e propria e le costruzioni annesse, tutta stridente dei suoi intonaci di calce.

Nello stesso stile, la non lontana chiesa fortificata di Harman, più grande e, paradossalmente meno straordinaria forse proprio per il colore più consueto.

Simile anche quella di Cisnadie, presso Sibiu. E poi le più imponenti chiese gotiche fortificate di Sebes, Alba Iulia, Fagaras, Cristian.

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transy...

The Saxon fortified church in Cisnadie, Transylvania, Romania (Photo credit: Wikipedia)

Spesso sono oggi chiese evangeliche – più raramente ortodosse o cattoliche – riformate nel cinquecento insieme alla spopolazione sassone e sveva di lingua altotedesca, immigrata in queste terre fin dall’XI secolo.

Un patrimonio straordinario, di grande interesse artistico e soprattutto storico, perché rivelano la vocazione dei transilvani a curare e difendere la propria terra, cosa rara nella penisola balcanica, soprattutto nel medioevo, quando la prassi comune era quella della “terra bruciata”.

Di tutta la Romania, solo in Transilvania si possono rintracciare, infatti, le cittadine e i paesini così comuni nel resto d’Europa, mentre, altrove, è comune trovare solo villaggi strutturati longitudinalmente su una strada unica, senza una vera piazza o un edificio di riferimento.

In fondo, la Transilvania è un’eccezione romena in Romania, anomala già a cominciare dalla ricchezza etnica e dai non rari conflitti che essa comporta.

Dacica, poi romana, divenne tedesca nell’Alto Medioevo per poi conoscere il Regno d’Ungheria, l’Impero asburgico e, solo con l’Unione del 1° dicembre 1918 alla Romania, conserva il trilinguismo dei toponimi e una marcata varietà di strutture architettoniche e armature urbane.

Ecco perciò che queste chiese fortificate possono rappresentare una proposta di itinerario di viaggio tra arte e storia, in una terra in parte selvaggia e vergine, nonostante gli strascichi del post-industrialismo.

La filosofia del divenire


Schiacciato da un mondo che mi invita costantemente a guardare al passato, mi oppongo con forza.

Tutto scorre, πάντα ῥεῖ, e allo stesso tempo la vita va avanti, viața merge înainte, come dice mio suocero. Non possiamo allora sottrarci al divenire, familiare, professionale, politico, sociale, religioso, cosmico.

Le attitudini retrospettive sono limitanti: la vita ha senso solo in prospettiva ed essendo essa stessa un’opera d’arte, creata, nel bene e nel male, da quei demiurghi che siamo noi stessi, è come tale irripetibile.

Rimpianti e rimorsi, che sottilmente si sostituiscono al ricordo dell’esperienza, ci allontanano dal costruire il futuro. Vanno banditi con risolutezza.

Amo la Storia e la studio affettuosamente per proiettarmi nel futuro con la coscienza di ciò che è stato, giammai nell’illusione di riviverla.

Ciò che conta è l’oggi, forse il domani. Lo ieri è già passato e, comunque, non tornerà.

2056 anni fa… Elogio funebre di un blogger


Pompey statue- Julius Caesar was killed at the...

Pompey statue- Julius Caesar was killed at the feet of this statue - d2x 004d2x 007 (Photo credit: Giannux & Chia)

Più o meno a quest’ora (giorno più giorno meno, per colpa di quel Luigi Lilio che riformò il calendario da lui stesso ideato diciassette secoli prima) Caio – o forse Gaio – Giulio, soprannominatosi Cesare, entrava nella curia di Pompeo, come dire un Di Pietro a Palazzo Grazioli, solo che, venti secoli fa, ci si ammazzava – ad alto livello – con più facilità che non oggi oppure – e questa seconda spiegazione temo sia più veritiera, benché inquietante – oggi non esistono personalità di spicco come quella dell’ex dittatore romano.

Plinio diceva che fosse nato da parto cesareo, donde l’appellativo – esistono altre variopinte etimologie, compresa quella sul blu degli occhi, blu come il cesio…, variopinte, appunto – e si suppone addirittura che sia stato il primo cesareo della storia, o almeno il più fortunato.

Sicuramente il termine ha poi designato l’Impero e gli Imperatori, romani, germanici, napoleonici, russi. Eppure il nostro Caio Giulio non fu mai, esattamente, quello che oggi definiamo Imperatore. Fu un capo militare, uno stratega, per dirla alla greca, un uomo colto – ma non troppo, non il coetaneo Cicerone.

Che poi, a dirla tutta, anche Cicerone finì male, anzi, direi che finì anche peggio di Cesare: peccato che nessuno se ne rammenti, tanto per dire che, due millenni fa, come oggi, non conta tanto la cultura quanto, piuttosto, la capacità di darsi visibilità.

Ma insomma, chi era allora questo Cesare e perché mi diletto in quest’ora a rinnovarne l’elogio funebre?

Cesare era un blogger. Sì, è stato forse il pirmo blogger tematico della Storia, un uomo – un tecnico, in fondo, della politica (res publica) e della guerra – un uomo del suo tempo, dicevo, uno che aveva stabilito di “dover raccontare sé stesso” e lo faceva addirittura in terza persona.

Post number 1: Gallia est omnis divisa in partes tres […]

Un innovatore straordinario, insomma, inventore di uno stile narrativo che è stato alla base del giornalismo prima e del blogging ora.

Cesare racconta sé stesso e crea – scrivendo – il suo brand personale, anticipando quello che la maggior parte di noi blogger fa ogni giorno.

Perdonatemi la foto, non ho prove che si tratti di quella che Pompeo (un altro “finito assai male”) aveva posto nel suo quartier generale, proprio dietro all’attuale Campo de’ Fiori.