In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

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5 cose che mi porto a casa dal Vinitaly 2017


  1. Innovare significa anche guardare all’essenziale delle cose.

Non che sia stata scoperta l’acqua calda, ma c’è da dire che questa “Nouvelle Vague” del vino riporta l’attenzione sul vitigno andando a togliere tutto quello che c’è di più dell’uva che si trasforma in vino. E allora si possono assaggiare vini di grande intensità e potenza, tutto frutto (sic) dell’uva e nulla più.

Un esempio di questo nuovo corso è l’azienda Polvanera a Gioia del Colle, che presenta bianchi di buonissima freschezza andando a riscoprire vitigni autoctoni semi-aromatici, puntando su rossi tipici e sfruttandone tutte le peculiarità.

Le nuove leve sono in prima linea a raccontare le scelte in vigna e in cantina, a raccontare i vini con competenza e passione.

 

  1. I giovani non sono il futuro, sono il presente del vino.

Questo potrebbe essere una banalità, ma non c’è nulla di banale in tutto questo. Giovani, da poco ventenni, che spendono parole, energie e passione sotto gli occhi del pater familias o della mater familias che li osservano lasciandoli sperimentare in prima linea. Tutto questo è molto bello dal punto umano e anche in prospettiva della continuità aziendale.

Vedere la figlia di Elisabetta Foradori spiegare con cognizione di causa la linea aziendale, raccontando i vini e spiegando le scelte di stile con competenza e passione è una bella certezza che la qualità della produzione enoica possa avere un continuo con la stessa passione rinnovata nella nuova leva.

 

  1. La qualità della cantina si riprercuote anche nell’attenzione all’interlocutore

Si capisce la qualità della cantina dall’attenzione ai dettagli: la presenza e la preparazione di chi presenta i vini, l’attenzione alla temperatura di servizio, l’interazione con l’interlocutore. La bellezza di essere trattati tutti allo stesso modo senza doversi presentare come professionista del settore, anzi, essere trattati tutti come appassionati di vino prima di tutto e come consumatori prima ancora di essere compratori.

La classe non è acqua: è vino, è Franciacorta, è Mosnel. La piacevolezza della persona che era di servizio, la sua preparazione e la grande attenzione nei confronti di tutti fanno esaltare la grande espressione dei vini che vengono presentati. Viene proposta in degustazione l’intera gamma di vini e si tratta di una qualità eccelsa; l’impressione che si ha è che l’attenzione nello stand abbia inizio in cantina e prima ancora in vigna, con la ricerca del biologico come modalità di lavoro.

 

  1. Fare vino biologico non vuol dire che il vino debba “puzzare” per forza

Questo argomento è sicuramente dibatutto, soprattutto ora che la tendenza di molti produttori è di ridurre l’utilizzo della chimica come scorciatoia del lavoro in vigna visto che, per alcuni produttori, questo debba tradursi per forza in una “puzzetta” in modo da essere certi che sia biologico.

Qui di nuovo torna Mosnel con la presentazione della prima uscita in biologico di un metodo classico a dosaggio zero chiamato, vista l’occasione, Nature. L’espressione di un grande vino c’è tutta, anche se si tratta della loro bottiglia base e non si sente nessuna “puzzetta”, quanto più una finezza di profumi e una cremosità di bollicine.

 

  1. Tirarsela non è mai una buona idea

Il discorso non vuole essere polemico, sicuramente non si può biasimare il fatto di voler cavalcare l’onda di avere tra le fila il miglior vino d’Italia secondo un famoso critico; anche se mettere cordoni neri da privé e bottiglie su cubi come se fossero ballerine da ammirare forse è un po’ troppo. Il discorso è sul fatto che ci sono aziende che questi premi li hanno presi e ne hanno presi di più importanti; nonostante questo, sono rimaste genuine come i loro prodotti, con i piedi per terra senza pensare di pavoneggiarsi. La qualità è anche in questo atteggiamento e non solo nel vino.

Il riferimento, neanche troppo veltato, è a Montalbera che ha puntato a rendere d’élite il suo Ruché premiato da Maroni. Sarebbero stati non troppo furbi a non sfruttarlo, ma da lì a fare uno stand enorme e permettere giusto a poco più di un paio di persone alla volta la degustazione, mettendo all’ingresso un gorilla che ti dice che per assaggiare i vini bisogna aspettare mezz’ora, allora forse si sta perdendo un po’ il senso del premio che si presuppone sia alla qualità del vino e non all’esclusività dello stesso.

 

+1.   Lo stupore è il motore della conoscenza

L’ultima cosa che mi porto a casa è la bellezza dello scoprire. Anche questa potrebbe essere una banalità, ma penso che approcciare queste manifestazioni in questo modo possa essere la maniera giusta di portare a casa un bagalio di nozioni, informazioni ed emozioni.

Allora penso alla scoperta di Ca ‘d Gal che fa Moscato d’Asti rendendolo un vino con una grande dignità. Penso alla già citata Polvanera con i loro vini veri e veritieri. Penso alla qualità dei bianchi di Torrevento che ne fa di ottimi in una terra di rossi.

Tutto questo dà nuovo slancio, spinge a cercare nuove cose, a continuare a studiare, a essere sempre aperti in ogni direzione, perché questo è il solo modo possibile per andare avanti e per poter godere appieno di quello che si beve, andando a scoprire quello che c’è a monte del bicchiere: un mondo fatto di territorio, di lavoro e di passione.

La Grande Transilvania


Un tedesco è il nuovo Presidente della Repubblica di Romania. Non è un ossimoro, solo il sofferto riconoscimento di una scelta realmente democratica. Klaus Iohannis, evidentemente, tedesco è solo di nome. Egli è romeno come lo sono i cittadini romeni di etnia magiara, i tartari, i lipoveni e gli zingari. E come lo sono quelli di etnia, lingua e cultura romena.

In un’epoca di antagonismi e sfascismi, la Romania si presenta come un caso raro, anzi pressoché unico, di rivoluzione conservatrice. Un controsenso, questo, dettato dallo stato di prostrazione sociale totale di un paese europeo dove la corruzione e le oligarchie sono di gran lunga maggiori di qualsiasi altro membro dell’Unione.

La politica non ha soltanto rubato ma – quel che è peggio – ha avallato un sistema capillare di bustarelle che ha bloccato tutto, dalla macroeconomia fino a un bisogno elementare dei cittadini come la sanità.

A questo si aggiunge il problema complessissimo della diaspora, la fuga di massa della popolazione. Un quarto dei romeni non vive in Romania. Sono partiti a diverse ondate, ciascuna delle quali è stata caratterizzata da motivazioni profonde e molto specifiche.

Ieri notte, in tutta la Romania, si è scesi nelle piazze a festeggiare, come se la vittoria elettorale di un candidato di minoranza oppositore del blindatissimo primo ministro socialdemocratico Ponta fosse davvero una rivoluzione epocale.

Personalmente avevo sperato che la larghissima maggioranza parlamentare di Ponta avrebbe portato in tre anni di governo ad un ribaltamento della situazione sociale interna ed internazionale dei romeni. Non è stato così, perché è prevalsa la cupidigia di una miriade di politicanti senza scrupoli che hanno fatto esclusivamente gli interessi delle loro tasche.

Come in Italia, mi direte. No, vi rispondo. L’Italia ha problemi molto diversi da quelli della Romania e anche una prospettiva politica assai diversa (benché incerta).

La mia grande speranza è, ora, che dopo le ansie e i liberatori festeggiamenti di stanotte, tutti i romeni e non soltanto i quattrocentomila che si sono messi in coda per tutta la giornata di ieri per votare nelle ambasciate all’estero, ritrovino i germi di un senso costruttivo di unità e solidarietà, ciò che prima il regime e poi la corruzione postcapitalistica hanno concorso a distruggere.

Riparta, dunque, la Romania dalla Transilvania del tedesco Iohannis e dia un segno che l’Europa è dei popoli e non di burocrati, banche e corrotti.

 

Vecchi e nuovi razzismi d’Italia


Col di Lana

Col di Lana (Photo credit: Wikipedia)

Sentiamo continuamente parlare di come gli italiani siano divenuti razzisti per colpa dell’immigrazione. Questo è divenuto addirittura un leimotiv dei media nostrani che meglio sarebbe se si occupassero di pacificazione, invece che di buttare benzina sul fuoco.

Vi racconterò allora una storia di circa cento anni fa, che la dice assai lunga sulla propensione dei nostri cari italiani alla tolleranza e al rispetto del prossimo – sì, proprio quello, che nella culla del Cattolicesimo, dovrebbe essere la priorità morale.

Parliamo di Grande Guerra e, in particolare, di Fronte Orientale, quello della Vittoria nella Battaglia del Piave del 3-4 Novembre 1918, ma anche delle nefandezze, come far esplodere i camminamenti austriaci del Col di Lana nella notte del 17 Aprile 1916, uccidendo indiscriminatamente tutti gli occupanti la fortificazione.

Ricordo che, anni fa, rimasi profondamente scosso dallo scenario lunare su ciò che resta del suddetto Col di Lana, ben visibile dal Pralongià, in Alta Badia, dove ero sugli sci.

Da allora, ho sempre avuto un’indole particolarmente revisionista sulle ragioni, i metodi e le conseguenze di quella tragica guerra di trincea.

L’ultimo dettaglio, aggiunto recentemente alle mie conoscenze su quell’epoca buia della nostra Europa è l’etimologia del dispregiativo crucco, usato, soprattutto qui al Nord, per indicare, in genere, i tedeschi.

In realtà, si tratta di un dispregiativo terribilmente barbaro: le prime linee dell’esercito Austro-Ungarico, infatti, erano costituite essenzialmente da soldati croati, anch’essi sudditi dell’Impero, al pari di trentini, triestini, transilvani, boemi.

Gli italiani li sbattevano in campo di concentramento. Li chiamavano campi di prigionia, a dire la verità, ma non erano tanto diversi dall’Auschwitz dei Nazisti.

I prigionieri croati, abbandonati e denutriti, gridavano kruh! kruh! – che significa pane! pane!

Ed ecco, tutti i tedeschi sono diventati crucchi… Che vergogna!

Eravamo razzisti e lo siamo rimasti. Di più, eravamo e siamo molto ignoranti, nel senso che disprezziamo senza mezzi termini qualunque apporto culturale, sociale o religioso provenga da chi è anche solo un po’ diverso da noi.

Noi, quelli che sapevano anche negare il pane a soldati di prima linea, loro prigionieri.

Graffiti, una storia millenaria


Non mi dilungherò a raccontare come già nel Paleolitico i Camuni avessero riempito di segni le loro montagne.

La nostra storia comincia molto più tardi, in piena era volgare, anzi, per essere più precisi, in piena fase di sviluppo delle lingue volgari.

La premessa: ho passato un fine settimana in una delle nostre città d’arte d’Italia, Verona. Città antica, splendida in età romana e medievale, densa di riferimenti e vestigia – basti pensare all’Arena o alle opere di Shakespeare – che hanno varcato facilmente le Alpi.

Entrando in una delle belle chiese che Verona offre ai visitatori, San Fermo Maggiore, nello specifico, ho notato ancora una volta il proliferare di incisioni su tutti gli affreschi medievali che ornano le pareti delle navate laterali.

In pratica, era prassi, tra i pellegrini, lasciare questo “ricordino”, incidere il proprio nome sull’affresco.

Scritte antiche, fatte graffiando con una punta, un temperino, un sasso acuminato a seconda dei casi. Nome, anno, città di provenienza. Più di rado altri segni o preghiere. Le più vecchie risalgono ad inizio trecento e proseguono fino all’ottocento quando, probabilmente, i benpensanti dell’epoca hanno ritenuto – giustamente – che la preservazione del patrimonio culturale fosse più importante che non la testimonianza della presenza.

Il fenomeno non è presente solo a Verona. L’avevo notato, anni fa, nelle pareti laterali della Basilica di Superga, sopra Torino.

Le scritte antiche sono straordinariamente belle, quasi opere d’arte e, comunque, testimonianze storiche incredibili, perché riportano toponimi antichi, stili di scrittura e molto altro. Quelle moderne sono più prosaiche e un po’ pietiste.

Girando ancora per Verona poi, mi sono imbattuto in uno degli insiemi di graffiti più strani che abbia mai visto. Si tratta dell’atrio della cosiddetta “Casa di Giulietta”, una delle mete fondamentali per gli innamorati di tutto il pianeta – cortiletto molto kitch, chiuso a destra dal notoriamente posticcio balconcino e a sinistra da un negozio di souvenir mentre, sullo sfondo, campeggiano centinaia di lucchetti stile “Ponte Milvio“.

Ebbene, il breve passaggio coperto per raggiungere il cortile è tutto tappezzato di scritte. Sembra che, originariamente, i graffiti fossero fatti direttamente sul muro e coperti periodicamente dalla calce. Oggi, invece, sono applicate paretine di cartongesso che permettono una “pulizia” rapida, indolore, economica e che, paradossalmente, garantisce un eventuale conservazione dei graffiti asportati.

Ed ecco che viene il bello: consci che il graffito appena fatto potrebe presto sparire, quasi a sancire una “non eternità” dell’Amore ai tempi della società del web e del consumo, i graffitari hanno deciso di piazzare i loro chewing-gum masticati – e firmati – sul portone di marmo, quasi a suggellare la “non cancellabilità” della loro “opera”.

Mi rendo conto che non è molto fine, ma, come dire, lo fanno centinaia di innamorati ogni giorno.

Installo latitude e ti dico dove sei


Google 貼牌冰箱(Google Refrigerator)

Google 貼牌冰箱(Google Refrigerator) (Photo credit: Aray Chen)

La comunicazione della nostra posizione personale via GPS è, almeno in Italia, una novità recente, giunta con l’arrivo – invasione degli smartphone.

Pro e contro? La lista è lunghissima, forse un po’ ovvia. Si comincia, chiaramente dal discorso della tracciabilità: possiamo, in qualsiasi momento, essere localizzati. Utilissimo in mare, in alta montagna. Utile per sapere tra quanto arriverà il marito a casa e non rischiare di fargli trovare la pasta scotta o… l’amante nell’armadio!

La verità è che, di usi personali come quelli sopra esposti, non mi preoccupo più di tanto. Io per primo utilizzo latitude di Google quando so che mia moglie è in viaggio, per capire quanto tempo impiegherà ancora prima di arrivare a casa. Qualche amico sostiene, bonariamente, che io la spii, anche se è ben lungi da me farlo. Però si potrebbe eccòme (a patto di averne l’autorizzazione dalla controparte)!

Ribadisco, non è l’aspetto personale che mi sembra interessante, per non dire preoccupante. Il punto vero è che non facciamo che comunicare al mondo intorno a noi una quantità industriale di dati che, fermi restando l’anonimato e la tutela della privacy, sono sicuramente raccolti da gestori di telefonia mobile, motori di ricerca, società di analisi di mercato e tanti, tanti altri soggetti che stanno rivoluzionando il marketing a livello globale, facendo uso di matrici di dati e modelli matematici molto sofisticati.

Se già con una “matrice origine – destinazione” dei flussi di lavoratori e studenti in un ambito provinciale sono riuscito io, quindici anni fa, a produrre la tesina di master in GIS sull’analisi cartografica delle armature urbane e la segmentazione tematica di sottoaree comunali della campagna romana (diciamo che, in soldoni, si poteva vedere molto bene quali aree geografiche andavano bene per il residenziale, quali per il commerciale, quali per l’agricoltura e quali per i servizi), figuriamoci cosa si possa fare oggi con matrici di dati complessissime, incrociabili con una cartografia digitale sempre più dettagliata.

Molte informazioni ci ritornano “gratis” attraverso il Web. Basti pensare alla geolocalizzazione degli esercizi commerciali di Google Maps o a cose più elaborate come l’incredibile “Grande Fratello dell’aria” http://www.flightradar24.com/ o l’utile e davvero innovativo http://www.tripadvisor.com/ che ha saputo creare “di fatto” il più accreditato social network mondiale del turismo (avete visto quanti ristoranti hanno già l’inconfondibile gufetto occhialuto sulle loro vetrine?).

Però, mi viene da pensare anche agli usi meno ortodossi, non dico necessariamente illeciti ma, diciamo così, “nascosti nei dati”, quelli che un “data miner”, un analista informatico – statistico, può farne assai agevolmente.

La mente mi torna sempre al caso proverbiale di Bernard Liautaud e della Qantas, se non sbaglio: l’analista, padre del noto prodotto Business Objects (oggi, uno dei tanti moduli di SAP), riuscì a cambiare completamente le proiezioni economico finanziare della compagnia australiana solo dimezzando il numero delle olive nel catering. Altri tempi, se pensiamo alle sparate attuali di Ryanair, certo, ma sicuramente dà molto da pensare. Ed era, forse, il 1995, o giù di lì: insomma, ancora estremamente lontani dal cloud….

Arriveremo a Matrix?

L’amore per i libri


e-Book readers - Samsung Forum 2010

e-Book readers – Samsung Forum 2010 (Photo credit: ManoelNetto)

Stamattina, seduto sulla poltroncina di fronte alla biblioteca, ho realizzato che uno degli aspetti che accomunano maggiormente me e mia moglie è l’amore per i libri.
Ritengo di dover precisare: per i libri, non per la lettura, dato che la cosa più sorprendente è che, a fronte della straordinaria curiosità che ci spinge ad acquistarne sempre, non riusciamo quasi mai a raggiungere l’obbiettivo di completarne sistematicamente la lettura.
Un mezzo migliaio, non di più, questo il numero di libri che abbiamo comprato negli anni e, di questi, ne avremo letti probabilmente molto meno della metà.
A volte gli interessi ci accomunano e i libri sono divorati o – comunque – amati da entrambi, a volte riguardano temi drammaticamente lontani, talvolta palesemente discordanti.
Si va da Nietsche a Topolino, dalla Bibbia alla Nouvelle Cuisine. Un patrimonio variegato e composito. Ma si tratta veramente di un patrimonio?
L’avvento della tecnologia degli schermi ad inchiostro elettronico, responsabile della diffusione (in verità non ancora capillare in Italia, ma a quanto pare davvero straordinaria negli Stati Uniti) degli e-book sta iniziando a cambiare il nostro modo di interfacciarci con una biblioteca.
Anche io, nel piccolo, posso già dire di avere sull’e-book reader più titoli che non nella mia biblioteca cartacea. Oltre mille titoli, tra acquisti, prestiti (cioè copie), e scarichi (cerco di non intaccare troppo i diritti d’autore e uso, quando possibile, piattaforme legate a progetti aperti, come http://www.liberliber.org)
In fondo, non è questo il punto.
Mi domaando, piuttosto, cosa comporterà questo passaggio al digitale. Fin d’ora, posso dire con assoluta certezza che il fascino dello scaffale pieno di dorsi variopinti non è paragonabile a qualsivoglia elenco digitale, per quanto (e non è ancora del tutto così) le operazioni di ricerca e fruizione di libri o parti di essi saranno, grazie alla tecnologia, molto ottimizzate.
Fascino della carta stampata? Probabilmente sì.
Fra l’altro, insieme alla riduzione di stampati, diminuiranno anche le librerie e le biblioteche, sostituite da sistemi informatizzati (Amazon.com la farà da padrone, ma anche i non allineati sul web avranno il loro successo). Sparirà però la dimensione sociale.
Tentativi come Anobii.com, di creare un social network sul mondo dei libri, non hanno, per ora, avuto il successo immaginato.
In ogni caso, se già sostituire la società con questa second life sui social network è e sarà sempre, per il mio modo di pensare, un abuso, ancor più estremo è il giudizio sull’ambito culturale, di cui il libro costituisce, credo, la colonna portante, soprattutto in un mondo, come quello di oggi, ove molte, troppe, sono le parole lanciate in aria con grande leggerezza e pochissime le perle di saggezza degne d’essere ricordate.
Segno, questo, che abbiamo virato definitivamente verso una cultura scritta (processo iniziato da molto tempo e oggi più che mai irreversibile). Ma scrivere non significa solo tradurre in segni le parole, significa dar loro stabilità e definitivarne il senso.
Questo è il limite dei social network che ci hanno invaso e hanno sancito la sconfitta dei contenuti di fronte alle chiacchiere.

L’era di Human 2.0


Sorprendente leggere un white paper del PMI (il Project Management Institute), in cui si fa riferimento alle dinamiche di innovazione a livello globale, e scoprire che, a fianco a categorie come le tecnologie mobili e le energie alternative (ovviamente attese), nel mondo attuale – forse, però, non in Italia, mi viene da pensare – l’altra direzione su cui puntare è lo Human 2.0.

Project Management Lifecycle

Project Management Lifecycle (Photo credit: IvanWalsh.com)

La domanda che mi sono posto è, evidentemente, cosa sia Human 2.0. La scoperta è anch’essa sorprendente: stiamo infatti parlando di sistemi di potenziamento del corpo umano.

Insomma, le care vecchie protesi dentarie, gli occhiali, i bastoni e le stampelle si sono bionicizzati, a tal punto che possiamo ben interpretarli come un “upgrade” del corpo umano stesso.

A fronte di amare considerazioni socio-politiche legate al panorama nostrano in merito alla ricerca, tanto pubblica quanto privata – non mi dilungherò oltre -, mi interessa porre l’accento sull’aspetto etico di una propensione così marcata all’attuazione di progetti (di questo, in fondo, stiamo parlando) a connotazione biomedica.

Non siamo molto abituati a pensare che oggi gli accessori per vivere meglio, grazie allo straordinario apporto tecnologico degli ultimi anni, possono essere veramente pezzi dell’ “uomo bionico”. Solo che, a differenza dei sei milioni di dollari spesi per il protagonista del serial anni ’70, il nostro uomo bionico è abbastanza low cost, anche se non proprio a costo zero.

Lo denota il fatto che il Project Management si “accanisca” su questo tipo di argomenti, dato che Project Management significa anche industrializzazione di processo, quindi passaggio dal settore della ricerca al settore della produzione.

Insomma, volenti o nolenti, siamo pronti per la “produzione”. Produzione di occhi bionici, di reni artificiali e di tantissimi altri straordinari apparati che ci permetteranno di migliorare la nostra vita quotidiana, soprattutto di lottare più efficacemente contro molte forme di malattie e disabilità.

Chissà quanto tempo, realmente, occorrerà ancora aspettare per vedere questi ritrovati in vendita in un negozio di ottica o di articoli sanitari. Probabilmente molto. Poco, comunque, se pensiamo che ancora cin

The Na'vi character Neytiri, from the film Avatar.

The Na'vi character Neytiri, from the film Avatar. (Photo credit: Wikipedia)

quant’anni fa si moriva di tubercolosi.

Human 2.0 sarà anche socialità come lo è stato Web 2.0, magari sfruttando il veicolo stesso della rete? Anche questa è una domanda interessante, credo. Potenziare l’uomo nella sua fisicità potrebbe infatti riguardare anche l’accesso alle informazioni in rete direttamente attraverso terminali integrati nel nostro corpo, magari anche “semplicemente” per fare il “tuning” dei “pezzi bionici” montati su di noi.

Scenari forse avvenieristici, ma non troppo lontani dalla nostra immaginazione, grazie anch

e a tanti film recenti.

Certo, sarebbe bello poter avere un “enhanced body” capace di interagire con la natura che ci circonda (come per i Na’vi di Avatar). Peccato che ci sarà anche l’industria bellica a farla da padrona.

Ma, in fondo, è sempre lo stesso nostro mondo che si ripete nelle sue forme di sempre, certo, oggi, esasperate da un tempo che non ci lascia il respiro e che rischia di inghiottirci… ma questo è un altro capitolo.

Alto Adige. Economia virtuosa.


Posthumous painting of Andreas Hofer

Posthumous painting of Andreas Hofer (Photo credit: Wikipedia)

Sono ormai diversi anni che seguo il fenomeno, assai poco ordinario, dell’evoluzione economica e socio-culturale dell’Alto Adige, la meno italiana delle province.

Cresciuta nella memoria di Andreas Hofer, paladino antinapoleonico che riuscì a radunare sotto l’egida della tradizione popolare l’intero Tirolo meridionale, quest’area si poteva considerare, fino agli anni ’80 del secolo scorso, una regione depressa, non industriale, con un’agricoltura di sussistenza, un’ospitalità – fatta salva l’eccezione della termale Merano – di tipo familiare, qualche bacino idroelettrico e alcuni filoni di rame e argento ormai non più sfruttabili come giacimenti minerari.

Oggi, a distanza di trent’anni, Alto Adige – Südtirol è sinonimo di eccellenza e, soprattutto, di un fenomeno economico virtuoso e raro.

Credo che le radici dell’innesto di tale circolo virtuoso siano da rintracciare proprio nella cultura separatista che, inizialmente, ha contraddistinto la politica locale. Separatista, si badi bene, nel senso di Hofer, dei corpi di volontari dediti alla tutela del territorio (alla difesa, direi, con un termine un po’ meno attuale).

Ci sono state, all’inizio, forme di piccola violenza e di rifiuto dei governi centrali (ricordo che si avvisava noi romani di evitare Terlano, perché lì ti tagliavano le gomme…).

In fondo, c’erano ragioni storiche importanti: caduto in potere italiano per ragioni “idrografiche” dopo la Grande Guerra, senza tutelare minimamente le differenze linguistiche (ovviamente la provincia era ed è germanofona in percentuale altissima), l’Alto Adige fu annesso, italianizzato a forza, finanche nei toponimi (che raramente avevano corrispettivi italiani), e lasciato poi a sé stesso.

Tramontata l’era dei piccoli attentati antigovernativi, nacque però qualcosa di straordinario ed unico nella testa delle persone, anzi, per essere più esatti, si risveglio una coscienza collettiva di impronta cultural-popolare, grazie alle iniziative di pochi, che poi divennero molti per essere infine la totalità degli abitanti.

Dolomiti in Alto Adige

Dolomiti in Alto Adige (Photo credit: altoadige_suedtirol_southtyrol)

Questa coscienza di massa, prima sopita in un poco costruttivo protezionismo, esplose nel momento in cui si comprese l’importanza del territorio come fonte unica ed ultima della ricchezza del popolo che vi insiste. I sudtirolesi lo compresero, forse, aiutati da un turismo in cerca del “bello” (qualcosa che, forse, altrove, in Italia, Germania, Olanda – e nella stessa Austria – non era più alla portata).

“Bello” in realtà va tradotto con “attenzione al territorio, tutela delle tradizioni, degli usi e dei costumi, in un quadro di contemporaneità”. In altre parole, una meravigliosa convivenza di localismo e globalismo. Addirittura, una globalizzazione virtuosa in grado di agevolare e radicare ancor più la conservazione della realtà locale.

In quest’ottica positiva, non solo si è riusciti a proporre del nuovo, ma anche – soprattutto! – a riscoprire l’antico, come nel caso della Cultura Ladina della Val Gardena e della Val Badia, tornata in auge, insieme con la sua lingua pressoché dimenticata e che, invece, ora possiamo ascoltare perfino in podcast.

Ecco, quindi, l’apertura anche tecnologica. E non soltanto sul fronte internet e media. Penso, ad esempio al  lungimirante riutilizzo delle materie di scarto delle falegnamerie locali per la produzione di calore: un modo centralizzato di smaltire e allo stesso tempo di diminuire i costi , tutelando le risorse ambientali(perché bruciare pellet in una struttura che riunisce più comuni di una stessa valle è cosa ben diversa che non bruciare gasolio ciascuno a casa propria).

Italian wine from the Sudtirol DOC

Italian wine from the Sudtirol DOC (Photo credit: Wikipedia)

Ancora mi vengono in mente altre idee notevoli che hanno contribuito alla crescita di questa economia, anche in ambiti meno palesi: penso all’unificazione in un’unica Denominazione di Origine Controllata (Alto Adige – Südtirol, per l’appunto) del buon patrimonio enologico della regione. Tale produzione sarebbe stata, in una situazione diversa, a “rischio estinzione”, in un panorama globalizzato.

Tante ricette, molte ottime, che affiancate a cordialità ed onestà, ci offrono un panorama da ammirare non solo come meta per le nostre vacanze, ma anche come caso di studio per un’economia virtuosa.