Che fare quando il cellulare cade dal treno


Tre ragazze sulla ventina, in metropolitana a Milano. Smartphone rigorosamente in mano.  Ad un tratto una delle tre lo lascia cadere per errore e l’amato oggetto dei nostri desideri rotola, incurante delle leggi fisiche, fino a bloccarsi prodigiosamente sulla soglia di una delle porte spalancate su una fermata. “Ommioddio” esclamano, all’unisono le pulzelle.
Ecco cosa siamo diventati: vittime definitive di un pezzo di plastica e metallo che è ben più di uno status symbol, è un compagno di vita, di giorni, notti, lavoro, hobby.
Io per primo, che pure scaglio la pietra, ne sono affascinato e, probabilmente, non ne saprei più farne a meno.

Anomalie del web sociale


Se è vero che sul web siamo ciò che pubblichiamo, è allo stesso tempo vero che il nostro brand è costruito su quello che seguiamo in ambito social.
La considerazione nasce dalla mia personale recente valutazione dell’evoluzione delle reti sociali che, da cerchie di amici, conoscenti e business partner più o meno reali si sta trasformando progressivamente in una sorta di canale pubblicitario referenziato.
Da un peer to peer o, eventualmente b2b, siamo approdati ad un vero e proprio b2c.
L’ultima prova di questo fenomeno è un articolo del Sole di oggi che annuncia 710 mila followers italiani, tra twitter e facebook, degli istituti di credito.
Un numero, a mio avviso, difficilmente giustificabile quando, nella percezione diffusa delle persone, il web dovrebbe essere un irrefrenabile veicolo di democrazia.

E se l’impresa incontrasse la cooperazione?


Sara Turetta (Save the Dogs)

Sara Turetta (Save the Dogs) (Photo credit: harvest breeding)

La cooperazione vorrebbe incontrare l’impresa e, tuttavia, spesso questo non avviene, anche se la realtà cooperativa è virtuosa e le aziende che insistono sul territorio sono molte, come nel caso della Romania.

La motivazione che mi spinge a scrivere questo post è il commento, su questo blog, di Sara Turetta, presidente di savethedogs.ro, una realtà presente da moltissimi anni nel paese carpatico, impegnata in prima linea nel difficile compito di sensibilizzazione al problema del randagismo, una delle piaghe più incredibili presenti nei paesi dell’est europeo.

Da amante del genere canino (a volte più di quello umano) mi sono spesso scontrato, durante la mia lunga permanenza in Romania, con una mentalità quantomeno non preparata alla gestione del problema, in modo terribilmente analogo a quanto in molti casi avviene anche con gli orfani (de iure o de facto).

Ed ecco che Sara Turetta mi racconta brevemente dell’evoluzione del loro progetto, ove la cooperazione spazia dall’attività di salvaguardia dei cani di strada, iniziata nello storico centro di Cernavoda, sul Danubio, fino alle iniziative umanitarie condivise con il CIAO, Comitato Italiano Associazioni e ONG in Romania.

Diciamolo ancora una volta, la Romania non è esattamente il terzo mondo, è una nazione europea, dell’Unione Europea, con standard e obbiettivi europei ma, soprattutto nelle aree rurali è ancora particolarmente arretrata.

La mia visione del problema, come ho spesso avuto modo di spiegare, è che il quarantennio di regime ha scavato un solco profondo nelle attitudini di questi nostri cugini balcanici, asservendoli ad un sistema garantista e deresponsabilizzante.

Ed ecco che l’impresa italiana potrebbe, tuttora, a oltre vent’anni dall’apertura delle frontiere, trovare in organizzazioni non governative impegnate sul territoriio, sinergie di grande interesse per una evoluzione solidale, costruttiva e sostenibile. Sono finiti, d’altronde, i tempi in cui la Romania era semplicemente la patria della manodopera a basso costo.

Come #internet stravolge le nostre abitudini


Tape and Light, 2nd Effort

Tape and Light, 2nd Effort (Photo credit: Status Frustration)

Chi, come me, è più vicino ai quaranta che non ai trenta, pur operando quotidianamente nel settore dell’informatica e della tecnologia, si ritrova sempre più spesso a considerarsi un vero e proprio alieno, quando si parla di internet o, per dirla meglio, di fenomeni basati sulla rete che stanno stravolgendo le nostre abitudini.

Pochi di noi avrebbero immaginato di poter acquistare online qualsiasi cosa su Amazon, per quanto la pratica non sia altro che l’evoluzione naturale del vecchio Postalmarket tanto amato dalle casalinghe anni ’80.

Ancora più assurdo è pensare che un oggetto di uso comune, come un oggetto comune all’adolescenza e giovinezza di noi tutti, il disco, sia destiato a sparire del tutto, sostituito da Spotify.

Perfino parlare di radio, molto presto, sarà roba da altri tempi: tutto sarà trasmesso solo in podcast e perfino gli attuali ricevitori saranno totalmente inutili.

Ci basterà il tablet, insomma, per fruire di qualsiasi cosa in qualsiasi momento.

A dire il vero, già ci basta, perché le cose che ho descritto esistono eccòme… Sono soltanto io che ancora ne parlo al futuro… Le nuove generazioni ci sono nate, con questa tecnologizzazione, con questa socialità virtuale.

Noi, poveri noi, da ragazzini si andava a giocare a pallone ai campetti e lì c’erano i nostri gruppi reali, non virtuali, si ascoltava un vinile e magari lo si riversava su una cassetta da condividere a scuola con il compagno di banco, si aspettava il sabato pomeriggio per andare al Corso a spendere i piccoli risparmi della grama paghetta settimanale…

Un mondo stravolto, e il tutto in appena un quarto di secolo.

Tutto è possibile e, insieme, intangibile. Ma sarà poi meglio adesso?

In fondo, credo di sì. Lo credo perché l’accessibilità dei contenuti, pur con tutti i rischi legati all’iperdemocratizzazione della circolazione delle informzioni, è una conquista importante e, allo stesso tempo, offre un potenziale impressionante di crescita a ciascuno di noi, tanto “nativi” quanto solamente “cresciuti” nel mondo della rete globale.

Tecnologia e cambiamento. Sì, ma come?


Murales-.Pastore Sardo

Murales-.Pastore Sardo (Photo credit: Giasta08)

Leggo stamattina la storia di un prete che – dopo averlo ben avvolto nella pellicola alimentare onde evitare spiacevoli incidenti ai presenti – porta sull’altare un apparecchio televisivo, per frantumarlo con una mazzetta da muratore, davanti agli sguardi attoniti dei suoi parrocchiani.

Eh, “cattiva maestra televisione“! Ce lo diceva già Karl Popper non pochi anni fa ed io – che a dire il vero, il libro non l’ho mai letto – sono rimasto sempre segretamente affascinato da questo filosofico e, in fondo, profetico adagio.

La tecnologia ha permesso la nostra crescita. Oggi c’è da domandarsi se siamo cresciuti bene.

Anni fa, mi raccontava mio padre un aneddoto appreso a sua volta dal presidente di una Camera di Commercio della Sardegna e che qui riporto:

“In un tempo non tanto lontano i servipastori erano uomini saggi. Maturavano la loro saggezza nella contemplazione dell’universo che li circondava, un universo silente in grado di trasmettere una forma di conoscenza ancestrale anche a persone non istruite. Oggi i moderni pastori – non più servi, aggiungo io – stanno inebetiti dalle loro cuffiette – oggi direi dai loro i-phone…”

Ma questi esseri bionici (sempre più spesso immigrati romeni, mi dicono), sinoli di pastorizia e smartphone installati nel cervello, insomma, sono programmati per cosa? Personalmente, vedo un grande rischio per la libertà dell’uomo, che è, invece, da anni la mia bandiera.

Mi rendo conto che è una considerazione alquanto amara ma, come dice (non senza ragione) il nuovo romano pontefice Francesco, non c’è posto per l’amarezza al giorno d’oggi. Bisogna andare avanti nella speranza di cambiare la società intorno a noi, cambiarla in meglio.

Ora, che sia o meno Francesco il malachiano papa nero (in fondo papa nero, oltre ad essere il titolo di un datato reggae dei Pitura Freska, è l’appellativo del capo dei Gesuiti), io non mi reputo millenarista in senso catastrofista, quanto piuttosto trasformista (oh, quanti “ismi“…).

Insomma ci tocca cambiare le cose, volenti o nolenti, prima che le cose cambino irreparabilmente noi, la nostra umanità,  e mi domando continuamente quanto la tecnologia sia dalla nostra parte, in questo necessario cammino di cambiamento. Il Web è incluso, ovviamente nel novero delle tecnologie pericolose eppure – come questo blog stesso dimostra – non me ne so separare.

E fu così che…


Image representing Twitter as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

… il teutonico Ratzinger cadde sotto i colpi non già di una malattia senile, quanto piuttosto della riconosciuta inadeguatezza dinanzi alla liquidità della vita contemporanea.
A poco era servito il suo sbarco su Twitter, solo pochi mesi fa.
Del resto, avendo a suo tempo conosciuto io stesso e di persona l’apparato vaticano e l’imponente figura di Woijtyla, non mi stupisco di come questo teologo, in apparenza tanto rigido, si sia rivelato, in fin dei conti, un mite vecchierello in balia delle correnti.
Woijtyla sarebbe potuto essere – e solo in parte lo è stato – il ponteficie “social” per eccellenza. Ratzinger, di sicuro no.
Mi domando però, a questo punto, se questo nostro secolo non si stia trasformando troppo velocemente in qualcosa di esclusivamente virtuale, tra Matrix e il Grande Fratello al punto che perfino il Vicario di Cristo finisce per esserne inghiottito senza appello.
“Que farai, Pier del Morrone – Que farai Fra Jacovone?” sentenziava nel panico il francescano Iacopone da Todi quando, nel 1294 Celestino V fece “per viltade lo gran rifiuto” di dantesca memoria.
Ma è davvero vile un uomo che riconosce i propri limiti? E quando il limite è la palesata difficoltà di interagire in un villagio globale sociale e internautico tale da estremizzare enfatizzandole tutte le esperienze, positive o negative che siano?
Potrà un organismo come la Chiesa stare al passo con i tempi? In fin dei conti, le stiamo chiedendo di adeguarsi ad una realtà che ci fluisce tra le mani senza che sappiamo trattenerne molto: “and if there’s not tomorrow and all we have is here and now?” si domandavano i Corrs una decina d’anni or sono…
O non è forse che l’immobilità ancestrale della tradizione avrebbe dovuto vincere questo divenire caotico che ci circonda?

Ad maiora, tra ambizione e genuina ricerca della verità


Bocca della Verita

Bocca della Verita (Photo credit: trp0)

Uso, di tanto in tanto, salutare le persone con cui comunico, con questa antica locuzione ereditata dai latini, “Ad maiora”, a cose più grandi, nella serena convinzione che ciò si riferisca (e così è, nel nostro caso) alla schietta volontà di ricercare genuinamente la verità (o, al limite, una verità).

 

Mi rendo conto, tuttavia, dell’ingannevole doppiezza che soggiace alla locuzione stessa e che è dovuta al fatto che, nel mondo di oggi più che in altri tempi, si tende a far coincidere il raggiungimento degli obbiettivi – di qualsiasi tipo essi siano – con una valorizzazione economicamente tangibile degli stessi.

 

Io stesso ho avuto, più volte e in contesti diversi, l’impressione che dare un valore economico alle nostre realizzazioni personali fosse giusto e ovvio.

Una visione, questa, tale da accettare senza poter dubitare che l’ambizione sia una pratica sacrosanta, anche quando essa è prevaricazione.

 

E invece no, oggi dissento in pieno da questa congettura, convinto che monetizzare sia anche banalizzare: ci sono cose che non si possono comprare, prima fra tutte la felicità.

 

Ad maiora.

 

Semper.

 

A free and open world depends on a free and open web


domande (questions)

domande (questions) (Photo credit: l3m4ns)

“A free and open world depends on a free and open web” sottotitola oggi Google, mentre, da più parti, nel mondo, si legifera per uniformare la rete globale, più che altro, al modello cinese.

In realtà, dietro i giusti schermi che si andrebbero a imporre a chi truffa e delinque online, è chiaro, infatti, l’intento di mettere un bavaglio – o per lo meno un meccanismo di controllo.

Nulla di nuovo sotto il sole, come sentenziava il Qoelet circa tre millenni fa, proprio nei giorni in cui perfino il romano pontefice Benedetto XVI approda su Twitter e – ma questo terzo fatto è, in fondo, il meno significativo di tutti – il Daily, quotidiano murdochiano online, chiude i battenti per “mancanza di traffico”.

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Domande, queste, che si radicano tra gli uomini da sempre e oggi, credo io, si radicano anche nel Web.

Riusciranno i nostri eroi del web a farne un palcoscenico di libertà e di poliedricità o saremo, piuttosto, inghiottiti da nuovi populismi dal linguaggio internautico atti a reclutare ignari proseliti di nuovi futuribili regimi?

L’importanza di un nome


Image of Io taken by the Galileo spacecraft

Image of Io taken by the Galileo spacecraft (Photo credit: Wikipedia)

“Io non saprei proprio dire ch’io mi sia”, diceva, rassegnato, il pirandelliano Mattia Pascal, al termine del suo paradossale racconto.

Stamattina, accompagnando mia figlia alla scuola materna, ho avuto non poche difficoltà a causa del rifiuto di lei di entrare. Provando a ragionare con lei – perché nonostante abbiano tre anni, i bambini sono sempre estremamente ricettivi e, a modo loro, profondamente logici – ho scoperto che il “problema” era nel fatto che qualcuno la aveva chiamata “piccola”. Ho pensato a qualche monello della classe un po’ bulletto. Poi, invece, ho letto su un appendipanni il nome di un’altra Irene, un’omonima di mia figlia e, come si dice, ho fatto “due più due”. Ne ho parlato con la maestra, ed ho scoperto che era stata proprio lei, ingenuamente, a chiamare le due bimbe “Irene grande” e “Irene piccola”, senza cattiveria, evidentemente, ma solo per distinguerle.

Mi è tornata alla mente quindi, e per l’ennesima volta, la questione già spesso dibattuta della nostra identità, del modo in cui creiamo – in termini di marketing – un “personal branding” di noi stessi.

Il mio pensiero va, ad esempio, all’attore “Pier Luigi Modesti” mio omonimo che non sta che in quarta o quinta pagina, facendo una ricerca per nome e cognome su Google.  Mi dispiace sinceramente perché è bastato un blogger estemporaneo come me a scalzarlo da quel trampolino che con il lavoro di anni gli sarebbe spettato.

Cosa siamo? Un codice fiscale? Un nome indicizzato da un motore di ricerca? Un profilo Facebook?

Pedine di un sistema globale, credo, ma non di un complotto, come sostengono alcuni. In fondo, è facile gridare al complotto quando non riusciamo a vedere “en ansamble” tutto quanto abbiamo intorno a noi e, senza dubbio, la nostra sfera di influenza, anche con gli strumenti mediatici più senzazionali, è pur sempre molto limitata, come si vede analizzando la redditività di una campagna di internet marketing basata esclusivamente sul personal branding rispetto a quella basata su un prodotto o servizio.

Insomma, molto difficile farsi strada da adulti e con la competenza o, per lo meno, la cognizione di quali siano gli strumenti promozionali ad impatto maggiore. Figuriamoci per un bimbo che, a stento, ha imparato il proprio nome.

La verità è che la nostra è, per forza di cose, una società “impersonale” e sta a noi personalizzarla con i nostri potenziali “contenuti originali”.