La riscossa dei facchini


Wagon Lits

Wagon Lits (Photo credit: jmiguel.rodriguez)

Ve li ricordate? Affollavano un tempo le banchine delle nostre stazioni, subalterni pronti a prendere i bagagli delle signore dai finestrini dei Wagon-Lits. Una scena “interbellica”, da “anni venti”, insomma…

No, strano ma vero, Frecciarossa Roma-Torino in arrivo alle 13.50 di oggi alla Stazione Centrale di Milano (noi si tornava da Milano a Torino). Ed ecco riproporsi la scena, la stessa – o quasi – di novant’anni fa: schiere di facchini affollano il marciapiede presso il binario 10, quello delle Frecce.

Di dove compaiano è un mistero, sicuramente però arrivano dall’India, dal Maghreb, dalla Romania. Tentano disperatamente di accaparrarsi i bagagli di chi scende, frettoloso, dall’alta velocità.

Certo è che non sono “regolari”. Forse sono perfino caduti in un nuovo racket, quello dei “facchini”, dopo quello già rodato delle “rose al ristorante”.

La gente li snobba, tutti, in fondo, hanno ormai le rotelle sotto le valigie e le signore dela “Belle Epoque” non scendono più dai Wagon-Lits, che, nel frattempo, non esistono nemmeno più.

La febbre dell’oro


Già ne ho parlato altrove, ma credo che l’argomento vada trattato ulteriormente.

Girando per Torino,sto notando che, praticamente in ogni strada della città, stanno apparendo come funghi i banchi dei pegni. Un fenomeno, questo, che mi da molto da pensare perché implica una serie di considerazioni difficili da esprimere senza prendere, a un certo punto, una posizione.
Insomma, se i banchi dei pegni appaiono è perché c’è questa richiesta, richiesta di liquidità e impossibilità di reperire il contante per le spese “quotidiane”.
Inoltre, il fatto che ci sia merce da impegnare, comporta evidentemente il fatto che “prima” l’acquisto di gioielli e preziosi era, non solo possibile ma anche cosa consueta.

gold cast bar

gold cast bar (Photo credit: hto2008)

Certo, ci sarebbe molto da obbiettare sul fatto che siamo arrivati ad impegnare l’anello della nonna per comprarci il tablet, ma tant’è.
Più che altro, quindi, si tratta di un fenomeno di costume, originato senz’altro dall’aria di crisi che respiriamo, ma alimentato moltissimo da tendenze e controtendenze amplificare ad arte da strumenti di marketing più o meno sofisticati.
Uno dei business che sono comparsi di recente e che mi hanno maggiormente stupito è, per dirne una, il paradossale complemento ai banchi dei pegni: in aeroporto, a Bergamo, per la precisione, ho trovato un vero e proprio distributore automatico di lingotti d’oro – moneta scambiabile ovunque e mai svalutabile, come recitava la pubblicità sul fronte dell’apparecchio.
Beh, senz’altro si svaluta di meno dell’Euro, anzi, ultimamente, l’oro si sta nuovamente apprezzando proprio in quanto bene rifugio.
In fin dei conti, sembra quasi che questa benedetta crisi non sia tanto economica o finanziaria, quanto semplicemente monetaria.
Tuttavia, se anche l’Euro è svalutato e Grecia e Spagna stanno letteralmente esplodendo, personalmente spero ancora in un’uscita meno drammatica da questo momento buio.

La chimera di un turismo etico


Centurioni romani a difesa del Colosseo

Centurioni romani a difesa del Colosseo (Photo credit: Maurizio Montanaro™ – )

Ho lasciato Roma, mia città natale, da diversi anni. Ogni tanto ne parlo con vecchie conoscenze che ancora ci vivono e ne scaturisce sempre un dialogo interessante.

Oggi, ad esempio, un amico ed ex collega mi ha fatto notare come l’Urbe sia divenuta invivibile a causa delle moltitudini di turisti che l’assalgono quotidianamente.

Sinceramente, il tema mi era noto dall’epoca in cui, dovendoci portare in giro avventori di vario genere, spesso provenienti dall’Europa dell’Est, mi sono personalmente confrontato con quel concetto di turismo “mordi e fuggi” tanto odioso per le categorie di esercenti seri, quelli che hanno fatto investimenti importanti realizzando, in un’epoca di crisi, attività lodevoli di supporto a chi viaggia.

Bancarelle e cineserie, invece, non posso che considerarle un epiteto deteriore del fenomeno turistico.

In verità, è il turismo in sé e per sé ad essere sbagliato sotto il profilo etico. Sì, perché. in primo luogo, esiste un etica del turismo, che io preferirei chiamare “etica del viaggiare responsabile”, per distinguerla volutamente da situazioni, come dicevo, di mordi e fuggi.

Una volta ci meravigliavamo dei giapponesi, i primi ad industrializzare il fenomeno turistico. Oggi l’industria del turismo è ovunque ma raramente come a Roma è fondata quasi esclusivamente su basi antietiche, ovvero lontane mille miglia dal contatto vero, verace, con la città, la sua popolazione, le usanze, il contesto storico e culturale.

E’ un turismo fatto di souvenir contraffatti e di patetici giri in pullman organizzati, vuoto di ogni reale significato se non, forse di quella vena ricreativa che, a dirla tutta, gli avventori avrebbero ben potuto far pulsare nel bar all’angolo sotto la loro casa, ovunque essa sia, in Italia, Giappone, Germania, Cina, Russia.

Ci sono – è pur vero – persone più attente, quelle che tentano, almeno, di vivere un turismo responsabile, di ecoturismo, di turismo culturale, per quanto ci sia una contraddizione in termini tra il concetto stesso di turismo, inteso inequivocabilmente nell’accezione “industriale” del termine e la quello di sostenibilità.

Anche senza voler a tutti i costi parlare di società e di implicazioni insane dei comportamenti comuni nel panorama globale, vorrei per lo meno riferirmi, qui, all’aspetto artistico, il grande dimenticato.

Roma – ma potrei dire Venezia o Parigi – è piena di gente che va al Colosseo per farsi fotografare coi finti gladiatori e che ben poco vuole sapere il perché, il come, il quando.  Comprano fouluard cinesi con il Partenone “che sembra un tempio romano” (ho visto di persona questa cosa aberrante!). Gli stessi vanno a Venezia solo per il giro in gondola con annesso mandolino che suona Torna a Surrient’ oppure anche a San Gimignano e Montalcino a bere birra e mangiare wurstel. Ripeto, sono cose che ho visto di persona.

Esiste un modo di trasformare il turismo di massa in un viaggiare etico? Dubito.

Il guaio è che il turismo di massa ha profonde radici economiche, perché il low cost riesce a muovere milioni di potenziali acquirenti, anche se si tratta di acquirenti di nulla, quelli che non aiutano l’economia locale.

Conorziare le attività locali, quello sì che potrebbe essere un modo, un po’ sulla falsariga di fenomeni virtuosi come quello dell’Alto Adige. Ma serve tempo e molta buona volontà, per non dire che creare da zero una situazione virtuosa è possibile mentre estirparne una viziosa e viziata no, quella sì che è una sfida.

Tutto sommato, concludo con una nota di speranza, non tanto per i grandi centri del turismo di oggi, quanto per tutti i territori ancora non invasi dall’industria del mordi e fuggi. Vorrei che gli operatori del settore si mettessero “a priori” una mano sulla coscienza e immaginassero di poter costruire un sistema che sia al tempo stesso proficuo per loro e costruttivo per il loro territorio.

Irripetibilità dell’opera d’arte


English: Own work made in the style of Andy Warhol

English: Own work made in the style of Andy Warhol (Photo credit: Wikipedia)

Ecco una domanda curiosa, alla base di molte diatribe filosofiche, è se un’opera d’arte sia o meno ripetibile.

Mi sono imbattuto in questa tematica partendo dall’affermazione del direttore d’orchestra romeno Celibidache che le registrazioni musicali annichilano l’espressione artistica di un’esecuzione, ragion per cui preferiva non essere registrato.

Mi sono ricordato, sempre in campo musicale, del pianista Benedetti Michelangeli che non registrava a meno che non lo si potesse fare dal suo pianoforte personale (quello che, evidentemente, egli considerava la fonte unica, o giù di lì, di un suono degno d’essere immortalato nel microsolco).

Ho letto, qua e là, di come il tema dell’irripetibilità dell’opera d’arte sia stato profondamente dibattuto nel secolo scorso da movimenti come quello dell’Arte Nucleare e da artisti come Salvador Dalì.

In fondo, a pensarci bene, il problema nasce dal fatto che le copie tecnologizzate sono “migliori degli originali”, nel senso che vi si possono apportare correzioni di ogni sorta, per non parlare degli strumenti usati per la replica, ben lungi dai pantografi degli incisori antichi.

Che le prime lastre fotografiche e i primi fonografi avrebbero cambiato il mondo dell’arte, questo era stato evidente da subito e proprio per questo gli artisti guardavano con grande sospetto a questi strumenti diabolici.

Farei però una considerazione, un distinguo.

Mentre le arti figurative sono essenzialmente statiche nelle loro repliche, il discorso relativo alle esecuzioni musicali è ben diverso. Copiare un quadro, fotografarlo, riprodurlo, è qualcosa di statico, univocamente reso definitivo dall’attimo in cui chi copia esegue.

La musica, l’esecuzione musicale, è altra cosa.

Mi viene in mente un video guardato tempo fa su youtube: “Widor plays widor”. Il grande organista francese dell’inizio del novecento suona su un grandioso organo la sua celebre Toccata dalla V Sinfonia. Ora, è vero che Widor aveva novant’anni all’epoca dell’esecuzione registrata, ma è anche da considerare che essa è molto lenta, in netta contrapposizione allo stile con cui la maggior parte degli esecutori ha voluto, nei decenni successivi, interpretarla.

Insomma, chi aveva ragione? Widor o i suoi esecutori? E questi, erano davvero artisti nel momento dell’esecuzione? E se avessero copiato l’autore anche nell’esecuzione sarebbero stati “più” o “meno” artisti?

Le fotografie di un Andy Warhol, immagini scomposte della realtà contemporanea e dei suoi personaggi, sono ancora arte nelle riproduzioni che campeggiano sulle T-shirt che mettiamo d’estate?

E i personaggi che oggi chiamiamo “artisti”, che in realtà non sono che cantanti in playback imitatori di sè stessi, che valore hanno realmente?

Viviamo in un mondo di copiatori ed imitatori, al più di interpreti, che ci ostiniamo a definire artisti, mentre l’Arte non si sa bene dove sia e noi, pubblico incolto, tendiamo sempre più a sovrapporre alla figura dell’artista vero quella dei suoi “replicanti”.

C’è da domandarsi anche se tutta la tecnologia che ci circonda ci aiuti ad inquadrare correttamente l’Arte oppure no. Vittime di i-Phone e i-Pad, siamo addirittura arrivati all’assurdo di visitare i musei preferendo leggere le guide online, piuttosto che alzare lo sguardo e contemplare quella che è stata l’espressione di un’epoca, di una personalità, di un artista.

 

Mostri mitologici e condottieri della nostra estate


Pedro Américo - Caronte Atravessando o Aqueronte

Pedro Américo – Caronte Atravessando o Aqueronte (Photo credit: Wikipedia)

Parliamo di meteo e di come, improvvisamente, la nostra estate, che un tempo si affollava di turisti tedeschi che si accalcavano sulle spiagge della Romagna, si sia invece popolata di mostri mitologici e antichi condottieri, redivivi all’insegna dell’afa.

Abbiamo visto, pertanto, arrivare Scipione prima e Caronte poi. Mah, insomma… io non ho visto gran ché…

Sarà che vivo in quest’angolo di nord, sarà che “lascio correre” molte cose. Beh, io, se devo dire la verità, tutto questo caldo ancora non l’ho sentito.

Se proprio devo lamentare qualcosa, semmai, questa è la “tropicalizzazione” del nostro clima, quel curioso fenomeno per cui tende a piovere ogni pomeriggio, quasi ci fosse il monsone.

Mi sento di fare un commento un po’ acido: possibile mai che siamo così vittime dei media da non saper “sopportare” un po’ le temperature dell’estate nostrana, certo, con tutti gli accorgimenti, questo è chiaro, ma, insomma, io stanotte ho dormito con le finestre chiuse.

Possibile che siamo davvero vittime di chi ci sta intorno a tal punto che non sappiamo minimamente distaccarcene?

Vittime della tecnologia


Recife - The frigate Constituição arrives at t...

Recife – The frigate Constituição arrives at the Port of Recife, transporting wreckage of the Air France Airbus A330 that was involved in an accident on 31 May 2009. (Photo credit: Wikipedia)

Durante la mia pausa, seduto a leggere La Stampa, mi è caduto l’occhio su un trafiletto in cui si ricorda la tragedia del volo AF447, avvenuta nel 2009. La storia è quella di un aereo di linea, lo ricorderete, caduto in mezzo all’Atlantico a causa del maltempo.

Oggi si è aggiunta l’indiscrezione, evidentemente proveniente dall’esame ulteriore delle scatole nere, che oltre al difetto del “Tubo di Pilot”, causa scatenante del disastro, ci fu anche l’assenteismo del comandante, “impegnato altrove”, forse con l’amante come Schettino – riporta il quotidiano.

L’aereo sarebbe rimasto in gestione al terzo pilota, trentaduenne ed inesperto che, in preda al panico, avrebbe causato uno stallo. Il comandante, al suo rientro, avrebbe trovato una situazione ingestibile e l’impatto con l’acqua sarebbe quindi stato inevitabile.

Lungi, ora, da ogni moralismo – e chi mi conosce sa bene che è così – ciò che mi impressiona in tutta questa storia è che siamo schiavi e vittime della tecnologia molto oltre la nostra immaginazione.

Quello che, infatti, non ho specificato prima, è il fatto che l’aereo era in volo col pilota automatico e il rientro alla modalità manuale era stato causato da un forte temporale.

Insomma, finché si va in automatico, tutto è gestito e gestibile. Nel momento in cui mancano le condizioni, crolliamo.

Da una parte siamo, probabilmente, sfiduciati per formazione e ormai ci siamo convinti, come dire, che senza macchine non possiamo più respirare. Dall’altra, effettivamente, gestiamo situazioni in cui l’ausilio del computer è talmente grande da risultare necessario.

Solo un paio di giorni fa, mi sono trovato in una situazione abbastanza grottesca, per i tempi che corrono: di fronte all’offerta di un primario operatore di telefonia mobile italiano per un collegamento internet, mi sono sentito rispondere chela rete 3G non è disponibile nel comune di mio interesse.  Naturalmente non posso far istallare una ADSL in un appartamento in affitto ad uso transitorio. Anche gli altri operatori hanno lo stesso problema. E dire che si tratta di una zona turistica, sul lago di Como.

Morale? NIENTE INTERNET. Come fare?

Strano a dirsi, ma, almeno a me, l’assenza di internet pesa più che non quella di altre cose che siamo portati a considerare essenziali.

Ciò è vero perché internet incarna e sviluppa le potenzialità comunicative del nostro secolo.

Non sono convinto che possiamo tornare sui nostri passi e fare a meno della tecnologia e, per quanto possiamo rinunciare ai voli intercontinentali, ai viaggi frequenti in auto o all’alta velocità, saremo sempre più dipendenti dall’uso sociale della rete.

In viaggio con papà


Italiano: Frecciarossa ETR500 a Milano Central...

Italiano: Frecciarossa ETR500 a Milano Centrale, opera propria, 03/05/2009, l’autore sono io, copyright libero (Photo credit: Wikipedia)

Diversamente da quanto suggerisca il titolo, non racconto, qui, di un giovane Carlo Verdone figlio dei fiori in giro per l’Italia in macchina con un maturo Alberto Sordi spavaldo tombeur de femmes.

I protagonisti del viaggio siamo mia figlia, di meno di tre anni, ed io stesso, il papà.

Il tema del post è l’esperienza di viaggio di una bambina, piccola, in genere in treno, più raramente in automobile o in aereo.

Come genitore, sono sempre stato molto attento a dare a mia figlia tutti i possibili spunti per imparare e per imparare ad imparare. Per formazione personale, scolastica e familiare, sono un assetato di conoscenza e credo che questa sete sia il messaggio migliore che posso trasmettere a chi mi è intorno e, prima di tutto, a chi con me convive.

Le occasioni di viaggio sono state, oggettivamente molte, soprattutto quando si pensa che molti di noi genitori preferiscono tenere i figli a casa il più possibile, nell’illusoria convinzione che tale luogo sia il più protetto, il meno pericoloso.

Può anche darsi che sia così. Certo è che la casa è stimolante solo fino a un certo punto.

In ogni caso, per me e mia figlia, questa possibilità di starcene al calduccio delle mura domestiche, non c’è mai stata. Chi mi legge, sa che le scelte di vita fatte da noi genitori sono state di un certo tipo e che, per naturale conseguenza, il concetto di viaggio non può in nessun caso esserci estraneo.

Stazioni, aeroporti, vagoni, autobus, aerei, navi: luoghi straordinari non solo per la novità che rappresentano per il vorace desiderio di sapere dei piccoli. Soprattutto si tratta di luoghi in movimento. Significa, cioè, per come la vedo io, dare indirettamente dinamismo alla conoscenza, educando alle diversità sociali e culturali.

Quanto poi alla stanchezza dei piccoli… Beh, beati loro che hanno tutta quest’energia per viverli, questi viaggi. L’avessi ancora io! E in ogni caso, sempre meglio stancarli davanti al finestrino di un treno e ai variopinti panorami della primavera nostrana, piuttosto che davanti al tubo catodico, no?

Il Nord che lavora


Ships on Lake Como (Italy) Italiano: Navi sul ...

Ships on Lake Como (Italy) Italiano: Navi sul lago di Como (Photo credit: Wikipedia)

Un fine settimana passato sul Lago di Como (niente vacanze, solo baby sitting e due chiacchiere con la consorte, temporaneamente trasferitasi lì per lavoro). Una scelta di vita non facile, frutto della volontà di fare che, in una società globale, non può esulare dagli spostamenti e dai cambiamenti.

La breve chiosa di oggi vuole essere una piccola lode all’operosità e alla schiettezza di questo Nord, forse un po’ svizzero, ma tutto sommato vivibile e, per molti versi, accogliente.

Viaggiare “social”: potenza del web reputazionale


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Image via CrunchBase

Un tranquillo fine settimana tra le città d’arte della Pianura Padana, in totale serenità, con tutta la famiglia.

Piazza delle Erbe, Mantova, Lombardia, Italia

Image via Wikipedia

Tutto è nato da un “buono agriturismo” regalatoci da amici diverso tempo fa. Era in sadenza e abbiamo deciso di scegliere una meta “minore”, abituati in genere alle grandomanie dei viaggi all’estero.

Mantova, la prima scelta, passando per Sabbioneta all’andata e fermandoci a Parma per il ritorno. Circa settecento chilometri in tutto. Poche ore di macchina, grazie alla buona rete autostradale del nostro nord Italia. Un po’ di freddo, certo, ma è la stagione.

Abbiamo per la prima volta viaggiato con l’ausilio di TripAdvisorper fermarci a mangiare senza “andare per tentativi”, dato il poco tempo a disposizione.

Piazza Ducale, Sabbioneta, Lombardia, Italia

Image via Wikipedia

Ed ecco la grande sorpresa: tre locali, uno a Sabbioneta, uno a Mantova, il terzo a Parma. In tutti i casi non ci saremmo fermati, in condizioni normali (tranne per il terzo, assai centrale). E invece, grazie alla componente reputazionale del web, lo abbiamo fatto e con giudizio eccellente in tutti i casi.

A Sabbioneta, lo “Snack Bar Stazione – Tavola Calda” è in realtà un’osteria tipica mantovana, con piatti regionali straordinari e ottimo lambrusco: profumatissima culaccia, spalla bollita nel vino, stacotto di asino, lumache con funghi e polenta.

A Mantova avevamo voglia di carne e “da Vasco” è specializzato in carne bovina di qualità. Ottimo servizio e attenzione, benchè non avessimo prenotato.

Battistero e Campanile, Parma, Italia

Image via Wikipedia

A Parma, l'”Osteria dello Zingaro”, cucina “etnica”, come dicono loro: anolini in brodo e tortelli alle erbette. Eccellenti, per non parlare dei prosciutti e culatelli sapientemente esposti sul bancone per invogliare gli avventori.

Eh sì, perchè la forza del web reputazionale, questi locali li riempie eccome! E i proprietari, orgogliosi,  mettono nei loro menù il certificato di TripAdvisor della loro “bontà”, cioè i “pallini” con cui sono giudicati dai web-gastronauti (non me ne voglia il bravo Davide Paolini di Radio24 per aver adeguato il suo termine al mio blog).

Alla fine, il giudizio del pubblico è stato essenziale per rendere giustizia a questi luoghi del gusto. Un passaparola potente, forse non ancora troppo consueto tra gli avventori, ma che si dimostrerà a breve essenziale per la sopravvivenza e la crescita di una ristorazione di qualità all’insegna della tradizione o dell’innovazione.

La straordinarietà del patrimonio culturale italiano, così evidente nelle nostre splendide città, risalta finalmente anche nei menù di ristoranti ed osterie, grazie all’eliminazione da parte del pubblico di quella fetta di esercenti che “non meritano”. Una democraticissima premiazione della qualità del lavoro e della capacità organizzativa e gastro-filologica di persone che non fanno ristorazione per business ma per mantenere alti i valori di un patrimonio eno-gastronomico d’eccezione una unitarietà e diversità di grande intensità rara altrove.

Grazie anche al web.