La stazione


transiberiana[…] Sfilano immagini di basse colline sulle quali campeggiano le pompe e le torri dei pozzi di petrolio e il treno entra nella più grande stazione di Samara. Non solo la stazione, ma l’intera città è grande. Una banda militare esegue l’Internazionale all’arrivo del convoglio mentre, poco oltre, un venditore di sherbet versa abilmente da un bricco di peltro la fruttata bevanda, un carretto mette in mostra, fragranti, i triangolari echpochmak ripieni di carne e cipolla e un altro ambulante vende mielosi chack chack e tè nero afgano presso un grosso samovàr argentato. Igor, avvolto in una vestaglia di seta che è di Sveta, apre il finestrino e ne chiede due tazze. Ne porge una all’amante. È di vetro soffiato, con un sottile bordo dorato. Bevono, sorbendo a tratti il liquido rossastro e bollente che profuma di ignoto delle terre del sud. Si sporge ancora un istante a rendere al venditore le tazze vuote. Ma è l’ennesimo attimo d’eterno che fugge nel viaggio della vita e, senza apparente preavviso, quelle figure fuori dal tempo spariscono in uno sbuffo bigio di vapore che inonda il marciapiede e si dissolve e già intorno è un deserto bianchissimo di neve e solitudine.

(da Transiberiana, 2014)

La grande Romania


Due giorni fa è stata la festa nazionale romena.
Per televisione (qui a Torino ritrasmettono in digitale terrestre alcuni canali d’oltre Carpazi) davano la sfilata militare di Bucarest.
Sono rimasto subito molto perplesso nel vedere i fasti della sfilata. Ho pensato che le nostre sono assai sobrie, con o senza spending review.
Poi, seguendo la trasmissione, scopro che, a lato del presidente romeno Basescu, c’è il collega moldavo, cioè il presidente della repubblica (ex sovietica) di Moldova.
Ah. Ecco. Un nuovo tentativo di unione, quindi… Proprio come avvenne il 1 dicembre 1918. Solo che, allora si usciva da una guerra che aveva piegato l’impero russo, mentre ora siamo nella situazione opposta: Russia potente ed Europa allo sbando.
Almeno, così appare a me, italiano, forse troppo italiano da non osservare che le dinamiche globali non sono ancora definite e che, probabilmente, la guerra tra i blocchi non è mai cessata.
Abbiamo solo fatto

finta

di essere in pace.
Per quanto non ci siano state dichiarazioni di prossime unioni tra Romania e Moldova, c’è stato uno schieramento palese. Segno che, alla fine, questa Europa non è poi un sistema così statico e immobile come gli euroscettici vogliono farci credere.
Ci sono equilibri importanti da stabilire (quelli tra occidente e oriente si sono sempre giocati nei Balcani) e l’Europa, apparentemente silente, se ne sta invece facendo interprete.

Ei fu


Napoleon Crossing the Alps

Napoleon Crossing the Alps (Photo credit: Wikipedia)

Cosa ha signigicato Napoleone per le dinamiche politiche, sociali e culturali del nostro mondo?

Più rivoluzionario di Robespierre, più reazionario dei sovrani dell’Ancien Régime. Risveglia il cuore dei francesi facendo intonare la Marsigliese e poi sposa la figlia dell’Imperatore per assicurarsi un posto tra le teste coronate d’Europa. Conquista tutto ma, in modo stranamente simile ad un suo triste emulo del secolo scorso, non riesce nell’impresa di prendere Russia ed Inghilterra.

Condottiero passionale e grande stratega.

Quando fu signore dell’Elba, ne fece un piccolo Stato ideale, certo, per l’ideale di Stato del primo ottocento.

Utopista? Ecco, questo, in fondo fu il piccolo còrso.

E, come l’illustre Tommaso Moro, anch’egli fu vittima della ragion di Stato, anzi, fu vittima di un’Europa litigiosa, bellicosa, retrograda, calcolata, che fece un paradossale fronte comune contro il nuovo che avanzava, per quanto contraddittorio esso fosse.

Centonovantadue anni fa, in un’isoletta dell’Atlantico, si spegneva per sempre. Eppure continuiamo a ricordarlo.

Un’ipoteca per il futuro dalle elezioni romene?


Coat of arms of the Union of Soviet Socialist ...

Coat of arms of the Union of Soviet Socialist Republics from 1958 to 1991 (Photo credit: Wikipedia)

Un esito prevedibile, quello delle elezioni romene di ieri.

C’è chi parla di risovietizzazione, soprattutto gli americani che, forse, non hanno ancora esorcizzato abbastanza gli spettri della Cortina di Ferro o, magari, non vedono l’ora di riaccendere quelle fiammelle sopite buttando benzina sul fuoco.

Personalmente, non credo che ci sia questo rischio, prima di tutto perché i Soviet non esistono più e poi, anche perché la Russia è per la Romania un ricordo lontano e spiacevole.

Ciò che, invece, mi preme sottolineare è il fatto che, con un risultato plebiscitario come questo (l’USL, Unione Social Liberale supera, al Senato, il 60%) bisogna avere un programma articolato e, soprattutto, durevole.

Difficile dire se, in un contesto così particolare come quello della Romania post-comunista e post-consumista, ci sarà un’attività parlamentare davvero all’altezza di percentuali così eloquenti (il precedente nostrano dell’attuale legislatura non mi sembra abbia dato i risultati ipotizzati).

Certo, mi viene sempre da sorridere sotto i baffi quando leggo l’aggettivo “liberale” come attributo dei partiti carpatici. Cosa vuol dire “liberale” nel 2012? Vuol dire forse liberista? Libertario? Liberale come a inizio Novecento?

D’altra parte, curioso a dirsi, “liberali”, in Romania sono “tutti”, sia destra che sinistra.

Stavolta la palla è alla sinistra. Staremo a vedere.

 

La chimera di un turismo etico


Centurioni romani a difesa del Colosseo

Centurioni romani a difesa del Colosseo (Photo credit: Maurizio Montanaro™ – )

Ho lasciato Roma, mia città natale, da diversi anni. Ogni tanto ne parlo con vecchie conoscenze che ancora ci vivono e ne scaturisce sempre un dialogo interessante.

Oggi, ad esempio, un amico ed ex collega mi ha fatto notare come l’Urbe sia divenuta invivibile a causa delle moltitudini di turisti che l’assalgono quotidianamente.

Sinceramente, il tema mi era noto dall’epoca in cui, dovendoci portare in giro avventori di vario genere, spesso provenienti dall’Europa dell’Est, mi sono personalmente confrontato con quel concetto di turismo “mordi e fuggi” tanto odioso per le categorie di esercenti seri, quelli che hanno fatto investimenti importanti realizzando, in un’epoca di crisi, attività lodevoli di supporto a chi viaggia.

Bancarelle e cineserie, invece, non posso che considerarle un epiteto deteriore del fenomeno turistico.

In verità, è il turismo in sé e per sé ad essere sbagliato sotto il profilo etico. Sì, perché. in primo luogo, esiste un etica del turismo, che io preferirei chiamare “etica del viaggiare responsabile”, per distinguerla volutamente da situazioni, come dicevo, di mordi e fuggi.

Una volta ci meravigliavamo dei giapponesi, i primi ad industrializzare il fenomeno turistico. Oggi l’industria del turismo è ovunque ma raramente come a Roma è fondata quasi esclusivamente su basi antietiche, ovvero lontane mille miglia dal contatto vero, verace, con la città, la sua popolazione, le usanze, il contesto storico e culturale.

E’ un turismo fatto di souvenir contraffatti e di patetici giri in pullman organizzati, vuoto di ogni reale significato se non, forse di quella vena ricreativa che, a dirla tutta, gli avventori avrebbero ben potuto far pulsare nel bar all’angolo sotto la loro casa, ovunque essa sia, in Italia, Giappone, Germania, Cina, Russia.

Ci sono – è pur vero – persone più attente, quelle che tentano, almeno, di vivere un turismo responsabile, di ecoturismo, di turismo culturale, per quanto ci sia una contraddizione in termini tra il concetto stesso di turismo, inteso inequivocabilmente nell’accezione “industriale” del termine e la quello di sostenibilità.

Anche senza voler a tutti i costi parlare di società e di implicazioni insane dei comportamenti comuni nel panorama globale, vorrei per lo meno riferirmi, qui, all’aspetto artistico, il grande dimenticato.

Roma – ma potrei dire Venezia o Parigi – è piena di gente che va al Colosseo per farsi fotografare coi finti gladiatori e che ben poco vuole sapere il perché, il come, il quando.  Comprano fouluard cinesi con il Partenone “che sembra un tempio romano” (ho visto di persona questa cosa aberrante!). Gli stessi vanno a Venezia solo per il giro in gondola con annesso mandolino che suona Torna a Surrient’ oppure anche a San Gimignano e Montalcino a bere birra e mangiare wurstel. Ripeto, sono cose che ho visto di persona.

Esiste un modo di trasformare il turismo di massa in un viaggiare etico? Dubito.

Il guaio è che il turismo di massa ha profonde radici economiche, perché il low cost riesce a muovere milioni di potenziali acquirenti, anche se si tratta di acquirenti di nulla, quelli che non aiutano l’economia locale.

Conorziare le attività locali, quello sì che potrebbe essere un modo, un po’ sulla falsariga di fenomeni virtuosi come quello dell’Alto Adige. Ma serve tempo e molta buona volontà, per non dire che creare da zero una situazione virtuosa è possibile mentre estirparne una viziosa e viziata no, quella sì che è una sfida.

Tutto sommato, concludo con una nota di speranza, non tanto per i grandi centri del turismo di oggi, quanto per tutti i territori ancora non invasi dall’industria del mordi e fuggi. Vorrei che gli operatori del settore si mettessero “a priori” una mano sulla coscienza e immaginassero di poter costruire un sistema che sia al tempo stesso proficuo per loro e costruttivo per il loro territorio.

La Romania a tavola


Sibiu, Romania

Image via Wikipedia

La cucina della Romania è tipicamente balcanica. Le infuenze turche, slave (russe), ungheresi e austro-tedesche riflettono la travagliata storia del paese, terra di conquista e nello stesso tempo cuscinetto tra i tre grandi imperi del passato. Le pietanze hanno quindi reminiscenze slave, tedesche e soprattutto turche, a cominciare dalle tradizionali “sarmale”, gli involtini di verza in salamoia ripieni di carne e riso, piatto che, sotto nomi diversi, si trova anche in Serbia, in Ungheria e perfino in Russia ed è, in effetti, la traslazione degli involtini di foglie di vite greci e turchi. Esistono, fra l’altro, anche in Romania le varianti in foglia di vite o addirittura di bieda. Simili considerazioni si possono fare per la “salata de vinete” (una crema gustosissima che si prepara arrostendo sulla graticola le melanzane intere per poi emulsionarle con olio e cipolla tritata), di derivazione chiaramente mediterranea, così come le varie tipologie di “chifte”, polpette di carne fritte, ottime quelle al sesamo, per non parlare poi dei “mici”, le polpette lunghe, simili a salsicce senza pelle, di carne mista, che fanno da padrone in ogni “gratar” festivo nelle corti delle case di campagna, insieme all’immancabile “pastrama”, conserva di carne di pecora, maiale e perfino di oca, che si fa rinvenire al fuoco della griglia. Il tutto, ovviamente, accompagnato dalle “muraturi”, verdure (e talvolta perfino frutta!) conservate in salamoia con pepe, aneto e senape. Ricordiamo ancora l’onnipresente “salata boeuf”, di patate e carne di bovino lessata condite con maionese e uova sode, abbastanza confondibile con le insalate russe che si trovano anche a casa nostra. Forse, però, il piatto più originale resta la “ciorba de burta”, una minestra di striscioline di trippa, panna acida, aglio e foglie di levistico, da mangiare con gli inseparabili peperoncini verdi piccantissimi: piatto eccellente. Se però non vi piace il genere e proprio non ce la fate a provarlo, ripiegate su una delle tante “ciorba” di carne o anche di pesce. Il pesce, appunto. Sempre di lago o di fiume, nonostante la presenza del mar Nero. Lo troviamo fritto, alla mugnaia, in “plachie”, cioè al forno coperto di verdura, in salamoia. Nel delta del Danubio, se siamo fortunati, troveremo lo storione (nisetru o pastruga) con le pregiate uova nere. Altrove, potremo sempre gustare le uova di salmone o trota, dette “icre de Manciuria”, o quelle di carpa e luccio, preparate a maionese da spalmare sui crostini. I formaggi sono, ancora una volta, tipicamente balcanici. In particolare, possiamo gustare la “brinza Telemea“, molto simile alla feta greca, tipica della pianura danubiana e della depressione carpatica, generalmente di latte ovino. Troviamo anche il “cascaval”, caciotta fresca, stagionata o affumicata. Da provare la “brinza de burduf”, formaggio rigorosamente di pecora, stagionato nello stomaco dell’animale, dal sapore squisito. Come spesso accade nei paesi dell’Est europeo, i formaggi sono serviti come antipasto, accompagnati da vari tagli di maiale affumicato (“sunca”, “kaiser”, “muschiul”, “ceafa”) e dal salame di Sibiu, stagionato e a grana fine. Tra i dolci, molti gli strudel, le crostate e le sfogliate di frutta o di formaggio. Si trovano anche dolci di importazione viennese o francese, reminiscenze del periodo della “Petit Paris“, rimasti invariati dopo circa un secolo nell’aspetto e, naturalmente, in nomi come “eclair”, “savarin” e così via. Finiamo con i vini, molto spesso migliori di quello che si suppone. Assolutamente “europei” tutti i vini del Dealu Mare, della Prahova e della Dobrogea. Molto interessanti anche i vitigni autoctoni come la Feteasca. Da provare, insomma!