Aspettando il Beaujolais Nouveau


Fenomeno ormai quasi solo francese. L’idea del novello è tramontata, qui da noi, pare. E invece, in Francia, c’è ancora un certo interesse. Sarà per via della qualità che, nonostante la brevità della macerazione carbonica, continua ad essere soddisfacente, sarà forse anche l’uso esclusivo del Gamay, il vitigno che più si presta, probabilmente, a rilasciare quegli aromi così pregnanti di frutta che hanno fatto la fortuna di questo vino allegro, conviviale, facile e tipicamente senza pretese.

Giovedì 17 novembre 2017 è la data ufficiale per la commercializzazione, in Francia: la “Soirée du Beaujolais Nouveau”.

Personalmente proverò volentieri, anche quest’anno, il vino di qualità che privilegia l’agricoltura pulita e senza l’aggiunta di solfiti “per non far venire il mal di testa”, come recitano le recensioni del Donaine de Nugues, già testato lo scorso anno.

Abbinamento? Ovviamente charcouterie francesce e nostrana e le immancabili castagne!

Appuntamenti con l’arte. Seconda puntata: Marc Chagall – La passeggiata


Dipinto nel 1917-1918 risente dell’influenza cubista che con cui Chagall viene a contatto durante i suoi anni trascorsi a Parigi. La scena ritrae lo stesso Chagall insieme alla moglie, Bella, in un momento di estrema felicità: un picnic in prossimità della loro città natale, Vitebsk. In questa opera possiamo ritrovare tutta la spensieratezza e l’allegria che accompagnano il maestro bielorusso e la sua compagna. Una bottiglia di vino è posta al centro della coloratissima tovaglia imbandita sul prato verde brillante. La felicità pervade tutto il dipinto, come si può notare dal sorriso sui loro visi; i due innamorati si tengono per mano e Chagall sembra trascinato verso il cielo, sollevato dall’amore che lo lega alla donna (e dall’ebrezza del vino?). In punta di piedi pare spiccare il volo, raggiungendo Bella sospesa nel cielo: il loro amore trascende le leggi della natura, irrazionale e soprannaturale.

Sull’etichetta delle bottiglie di Château Mouton Rothschild del 1970 ritroviamo un’opera dipinta appositamente da Marc Chagall: un usignolo che mangia il frutto di una vite color porpora ed un grappolo d’uva che la madre dona al proprio figlio.

Modena Champagne Experience 2017


L’8 e il 9 Ottobre 2017 a Modena si è svolta una delle più grandi manifestazioni mai realizzate sulle bollicine d’Oltralpe.

Modena Champagne Experience, ha chiamato a sé tutti i più grandi importatori d’Italia, nomi del calibro di: Sagna, Velier, Pellegrini, Banfi, Rinaldi, Balan e tantissimi altri. Il tutto immerso nella cornice dell’incantevole Modena, con i suoi tesori architettonici dichiarati patrimonio UNESCO; posizione strategica ideale per poter permettere a tutti gli appassionati di bollicine del centro-nord Italia di fare un breve viaggio di qualche ora.

Al fine di poter raccontare al meglio questo evento, noi di Wonderland abbiamo scelto di partecipare a tutte e due le giornate, così da poter, per quanto possibile, gustare le nuove annate e assaggiare nuovi produttori.

Per riportare l’esperienza vissuta, abbiamo pensato di scrivere un articolo raccontando le tre bottiglie delle tre aziende che ci hanno colpito di più, seguendo la logica organizzativa dell’evento che ha suddiviso i produttori in: Maison Classiche, Côte de Blanc, Vallée de la Marne, Montagne de Reims e Aube.

Tra le Maison Classiche ci ha particolarmente colpito l’azienda Palmer & Co con il suo Amazone composto da solo vini di riserva e tenuto sui lieviti per circa tredici anni. Un vino di un enorme ventaglio olfattivo, in bocca è intenso e cremoso con una piacevole scia sapida in chiusura.
Altra bottiglia da non perdere è La Grande Année Rosé 2005 di Bollinger, un capolavoro enologico. Questa tipologia venne prodotta solo dopo la morte di Madame Bollinger che non amava i rosé. Matura otto anni sui lieviti. In bocca colpisce per la sua avvolgenza e il suo straordinario equilibrio, sicuramente un vino che meriterebbe più di un assaggio per poterlo descrivere.
L’ultima bottiglia che inseriamo in questa categoria è Princes Blanc de Blanc dell’azienda De Venoge. La bellissima bottiglia richiama la forma del decanter, l’uvaggio è solo Chardonnay che riposa sui lieviti per tre anni. In bocca è immediato, piacevole e con un bel finale agrumato-minerale.
In Côte de Blanc abbiamo potuto apprezzare Les 7 Crus di Agrapart composto con i principali Crus dell’azienda: cinque facenti parte della Côte de Blanc e due della Vallée de la Marne. Quasi tutto Chardonnay con solo un 10% di Pinot Noir. E’ uno Champagne di gusto, che lascia una bocca pulita e lo si può apprezzare come aperitivo o semplicemente da solo.
La seconda bottiglia scelta è quella di Pierre Legras con il suo Blanc de Blanc Grand Cru. Un’azienda con 10 ettari di proprietà nel comune di Chouilly. Champagne di grande finezza, colpisce per la sua eleganza già dal primo sorso e con un finale sapido di lunghissima persistenza.
L’ultima che inseriamo in questa categoria è la Cuvée Blanche de Castille di Colin. Il 60% dei vini di riserva è fatto con il metodo ‘solera’ e solo il 40% con i vini d’annata. Questo Champagne regala un assaggio di grande piacevolezza, si apre al naso con una intensa frutta esotica matura per poi regalare in bocca cremose note di pasticceria.
Per la Vallée de la Marne abbiamo assaggiato tre fuoriclasse assoluti.
Stiamo parlando degli Champagne di Dehours & Fils, in particolare ricordiamo Le Generaux che proviene da un vecchio vigneto piantato nel 1979 a sole uve Meunier e che riposa sui lieviti 72 mesi.
L’Ame de la Terre di Francois Bedel che Matura 96 mesi sui lieviti. Sorprende al naso per le delicate note speziate ed in bocca per il suo meraviglioso equilibrio.
Joseph Desruets con il Sous les Clos Premier Cru 2009; Champagne che riposa sui lieviti per 84 mesi. Grande impatto olfattivo di crosta di pane appena sfornato, al palato colpisce la notevole struttura e la nota torbata di sottofondo.
Per le Montagne de Reims abbiamo selezionato i tre migliori sorsi in: Marguet, Paul Bara e Roger Coulon.
Shaman 13 Grand Cru Extra Brut di Marguet è prodotto con le vecchie vigne provenienti dal villaggio di Ambonnay. Champagne con prevalenza Pinot Noir e con un 20% circa di Chardonnay. L’olfatto è raffinato e complesso, in bocca ha una straordinaria profondità e una ricchezza sapida nel finale.
Il Reserve Grand Cru di Paul Bara si apre con un impatto olfattivo che ricorda la crosta del parmigiano, per poi virare sulla frutta candita e bergamotto, in bocca il perlage è sottile e cremoso con una grande freschezza agrumata appagante.
Infine il Reserve de l’Hommée di Roger Coulon. Champagne incantevole il cui nome “L’Hommée” indicava l’antica misura agraria che si basava su quanta vigna un uomo riusciva a lavorare in una giornata. Elegante la dinamica gustativa, con ritorni di brioche e spezie.
Avremmo voluto dare anche i tre nomi dell’Aube, ma per questa sessione di Modena Champagne Experience non c’è stato il tempo, pertanto, sperando che questi consigli vi saranno utili, attendiamo con ansia il prossimo anno.
Santé!

 

 

 

Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

Le Bandol e l‘espressionismo del Mourvèdre


‘Ho presunto siccome è la tua ultima sera qui che fosse appropriato aprire una bottiglia extraspeciale, a te la scelta, ‘Bandol’, ‘scelta eccellente, AOC Bandol ’69, un vino che ubriacherebbe anche il più robusto degli uomini, una volta ho visto un castigliano pugile professionista, crollare come un sacco..dopo averne bevuto un solo bicchiere’ (Zio Henry al nipotino Max. Un’ottima annata, Ridley Scott)
Da poco tempo ho deciso di smetterla di preoccuparmi a priori dei dettagli per trovare la giusta ispirazione, d’altronde l’affacciarsi a porte aperte su nuovi sentieri, lasciandocisi trasportare, funziona a meraviglia. Per ultimo ho deciso di percorrerne uno sinuoso, allegro e luminoso, in cui l’aria é la carezza profumata di un cuscino su cui riposare ed osservare i cieli variare nelle tonalità del celeste e della lavanda, svegliandosi languidi e profondi nei toni dell’arancio e dell’indaco. Questo sentiero passa per la Provenza.
Non bastano sicuramente alcune righe per descrivere le tante storie di questi luoghi, ma proverò a raccontarvene una, cercando di darle un’aria un po’ retrò.
Siamo nella metà dell’800 quando un uomo d’affari, tale Marius Michel, ammiraglio di Sanary-sur-mer, scelse le terre paludose della baia du Lazaret, nei pressi di Seyne-sur-Mer, fra Toulon e Marseille, per creare un luogo magico. Il nome non lasciava intendere nulla di buono, ma questa zona collinare circondata da marécages, aveva un grossissimo pregio: era un luogo nascosto, e dove il sole quando sorgeva da dietro il monte di Hyères lasciava i pescatori ‘senza parole’. Qui si parlava poco, il provenzale, e si faticava molto, per coltivare l’ulivo e la vite.
Quest’uomo, che aveva dal canto suo del genio, insignito del titolo di Pascha dal sultano Abdulmecid Primo, ricevette per le sue opere di costruzione sulle coste del mar mediterraneo e del mar nero, una percentuale per ogni imbarcazione di ogni porto dell’impero orientale, compresa Istanbul; accumulò capitali immensi e fra i suoi investimenti decise di comprare tutta la baia in questione, lebbra e malaria comprese, ed iniziarvi un grandioso progetto. Con schiere di ingegneri ed architetti paesaggisti, vennero bonificate le aree paludose, venne creato dal nulla un’itsmo di sabbia per unire la baia del lazzaretto all’isolotto di Sain Mandrier, iniziarono a sorgere ville nei migliori stili allora in voga: moresco, toscano, sorse addirittura un centro di ricerca di biologia marina in una villa araba affacciata sul mare, tutto rigorosamente immerso in un verde tropicale lussureggiante. Il sogno di Michel Pacha era quello di ricreare le atmosfere esotiche del bosforo, le acque della baia lambivano ora la nuova spiaggia, calme e pulite, ed i vascelli vi dormivano pigramente dopo aver condotto turisti da ogni confine, qui non esistevano strade carrozzabili ma collegamenti su piccoli battelli fra una villa e l’altra, fra un party ed una cena, fra Tamaris (il nuovo nome della baia del lazzaretto) e Sablette (la baia creata dal nulla), dove sorgeva il nuovo Casinò.
Divenne uno dei luoghi di svago più chic e stravaganti dell’epoca, un must per gli investitori stranieri, soprattutto Inglesi. Tamaris fu per un po’ il corrispettivo di Long Island nel New York degli anni 20: vi passarono Hugo, Eiffel, i fratelli Lumiere, Renoir, D’annunzio, Jean Cocteau, schiere di paesaggisti ed espressionisti, e molti altri. Un petit endroit, dove gli appassionati potevano godere inoltre delle note rustiche dell’entroterra, della caccia, delle bocce, della pétanque e della presenza di molti buoni vini.
Vennero acquistate le terre, costruite vie di comunicazione approfittando dei nuovi collegamenti ferroviari. I porticcioli vicini, da semplici villaggi di pescatori riuscirono ad attirare l’attenzione verso le loro bellezze e le loro tradizioni, la cucina provenzale veniva apprezzata, e richiesta. Ed è qui, fra queste realtà enogastronomiche, che ne scopriamo una speciale, dove un antico vitigno, il Mourvèdre, trovava una delle sue massime espressioni godendosi l’arsura e il mistral di agosto. Questo terroir é il Bandol, territorio comprendente diversi comuni che oggi regala l’omonima AOC. Qui le colline puntellate di alberelli di vite avanzano verso gli strati carbonatici della Vaucluse ed i paesini nell’intorno perdono la loro storia indietro nel tempo.
La Provenza, spesso accostata al Rosè, qui ritrova la sua antica ricetta! Se provaste a convincere alcuni produttori storici che dire Bandol equivalga a dire Rosè, vi inviterebbero ‘gentilmente’ fuori dalla cantina, per non parlare dei bianchi, che la maggior parte si rifiuta di produrre. Il Bandol è indiscutibilmente la terra del Mourvèdre e di un rosso potente, caldo, adatto alla selvaggina, dai tannini feroci se non addomesticati, dalla lunghissima persistenza e dalla lunghissima vita.
Ma, nonostante la visione conservatrice dei produttori, non me ne vogliano, i Rosè nel Bandol vengono benissimo. Sono carnosi, sensuali e longevi. Si arriva ad apprezzare il 2004, ci si può spingere per determinati casi fino agli anni ‘90.
Fu su queste terre che, attirato dai fasti dell’epoca, un investitore alsaziano, Marcel Ott, Ingénieur diplômé de l’Institut National Agronomique de Paris, approdò nei primi del novecento. Ott era proprietario di un domaine (Château de Selle) a Taradeau, dietro Saint Tropez, dove produceva Syrah e Cabernet Sauvignon per raggiungere il suo intento: produrre ‘il vero rosé’, ed il suo Coeur de Grain fu uno dei primi grandi rosé sul mercato, Ott riuscì con lui a portare il sole di Provenza sulle tavole d’Europa. Incuriosito dalla zona del Bandol e dalle capacità del vitigno Mourvèdre acquistò un domaine presso le Castellet, per i rossi. Qui reimpiantò quanto purtroppo era stato lesionato dall’invasione della peronospera. Riportò in vita uno dei più bei casali con annessa cantina della vallata: Château Romassan, nella valle del Mourvèdre, di proprietà della chiesa fino a quel momento, vi piantarono anche Syrah, Cinsault e Grenache, e iniziarono a produrvi diverse cuvées.
Oggi presso Château Romassan, luogo incantevole, si producono tre cuvées: Rouge, Rosé e Rosé Cuvée Marcel Ott. Le percentuali degli uvaggi variano con il millesimo, ma la prevalenza è sempre per il protagonista, il Mourvèdre: nella Cuvée Rouge 2014 è all’80% e nel Rosé Marcel Ott 2015 al 70%, il resto prevalentemente Cinsault per i rosé, Grenache e Syrah per il Rouge. Il vitigno, quando la percentuale supera il 60%, non permette una veloce messa in commercio, anche per i rosati. Il Rouge necessita di almeno 18 mesi in botte ed un anno di bottiglia in cantina.
Presso la salle de dégustation mi vengono proposte le tre cuvées Bandol attualmente in commercio e una cuvée del domaine de Selle per Cotes de Provence. Su richiesta le annate precedenti.

La prima cuvée: il Rosé 2016. 60% Mourvedre, 26% Cinsault, 11% Grenache, 3% Syrah. Il colore é rosa pallido, satinato. Il naso è delicato dalle note d’agrumi ma soprattutto pesca bianca. Evolve nel bicchiere. In bocca bella freschezza, sapidità, ottima persistenza. Da abbinarsi con la cucina esotica o tradizionale aromatica.
La seconda cuvée: Rosé Marcel 2015, 70% Mourvèdre, 30% Cinsault. Da spendere una nota per il colore, che è rosa oro, di una pelle abbronzata. Mourvèdre al 70%, è un rosato speciale. Al naso prevalenza d’agrumi, complesso dalla buona evoluzione nel bicchiere. In bocca subito la freschezza, rimane la morbidezza in un ottimo equilibrio, satinato ma sostenuto dal sapore nettamente agrumato, è sapido e molto persistente. Pronto, ma da custodirsi in cantina ancora qualche anno per gustarlo al suo meglio. Consigliato per foie gras, piatti di ingresso complessi, pollame.
Il Rouge 2014. Mourvedre 80% Grenache 10% Syrah 10%. Il colore è rosso granato brillante dai riflessi violacei. Il naso è intenso e complesso. Note di frutti rossi e spezie, il Mourvèdre si rivela portando note di cassis macerato, timo e pepe. La bocca è piena, molto fresca, abbastanza morbida, leggermente mentolata. I tannini sono ancora potenti. L’annata degustata è ancora troppo giovane. Non è ancora pronto. La tipologia è ottima, vista l’annata in corso, ci sarà da aspettare il 2017, che si prospetta eccellente. Da tenere in cantina almeno dieci anni. Gli abbinamenti consigliati: carni, piatti ai gusti della tradizione mediterranea.
Il Rouge 2013 Côtes de Provence proveniente dal Domaine de la Salle è Syrah e Cabernet Sauvignon. Colore rubino intenso. Il naso intenso e complesso è forte. Ciliegia sotto spirito, mirtilli, spezie e cioccolato. In bocca rivela una spiccata freschezza, i tannini sono abbastanza smussati. Persistente e setoso. Abbastanza pronto. Anch’esso da lasciare in cantina. Abbinamenti: carni alla brace, formaggi forti a crosta fiorita.
Ott produce le due appellations presso i Domaines: Château de Selle, a Taradeau e Clos Mireille, a La Londe les Maures per Côtes de Provence (assolutamente da provare il Bianco a base di Rolle e Sauvignon), Château Romassan a Castellet, per Bandol. I prezzi variano per tipologie e domaine dai 20 ai 40 euro. Oggi gestiti da Jean-Francois e Christian Ott, la società vinicola, che aveva sede ad Antibes, nel 2004 si congiunge alla Maison de Champagne Louis Roederer. In Italia li distribuisce Sagna, a Revigliasco (Torino), raffinato intenditore.
Un’ultima nota della scrivente riguarda la bottiglia, è sinuosa come il corpo di una sirena.

 

Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.

Una cuvée al centro (città)!


Al centro di Parigi un gruppo di giovani “vignerons sans vignes” vinificano le loro cuvées a partire da uve acquistate nei territori vitivinicoli in della Francia. Una tendenza nata negli anni 60 negli Stati Uniti e oggi rifiorita in Francia.

Quando il fornitore di Pomerol ha visto l’indirizzo di consegna ha chiesto “Serve per un set?”. Nossignore, le sue uve andranno dritte verso un vero processo di vinificazione. Oui, monsieur, dans la Capitale. Lontano da ogni vigna? Sissignore, c’est ça.

Questa idea i californiani l’hanno avuta già più di 40 anni fa, e l’hanno messa in pratica. Oggi è diventata realtà in quasi tutte le principali metropoli americane, a Londra, a Hong Kong (a Chiavari, ancora prima dei Californiani, ma questa è un’altra storia, la storia di Bisson, quello degli ‘Abissi’, che vi racconterò la prossima volta).

Questa moda ha permesso a numerosi appassionati di fare del vino senza avere della terra, solamente comprando le uve da diversi viticoltori. In realtà da sempre i négociants fanno grossomodo la stessa cosa, molto più in grande e non proprio nella Capitale, però.

Queste nuove realtà inoltre permettono al consumatore cittadino di essere a tutti gli effetti il vicino di casa del produttore, di diventarne amico, di indagare e curiosare fra i metodi di produzione, funziona proprio così nelle caves urbaines. Qui si democratizza il vino, rendendolo un argomento di conversazione più conosciuto.

E’ noto che realtà vinicole in Parigi fossero sempre esistite ed erano realtà ampiamente produttive e necessarie. A partire dalla nota vigna di Montmartre, spostando la memoria presso le Chai de Bercy, paragonabili ai docks di molte altre metropoli, vediamo i commercianti in vino che assemblavano i vini, spesso con l’ausilio dei vini tannici algerini, che arrivavano sui battelli lungo la Senna, per tagliare i vini francesi. Ordinare un ‘Bercy’ significava ricevere una bottiglia panciuta simile ad una caraffa, di un ordinario e mediocre rosso. Queste realtà non brillavano per le loro azioni finalizzate per lo più ad approvvigionare gli svariati bistrots, cafés, restaurants, brasseries, enoteques..e presso cui dilagava il guadagno facile e il malcostume. Ma qui si installarono anche alcune realtà ricercate, presso la Cour de Saint Emilion, a Bercy, dove alcuni appassionati négociants importavano uve pregiate per servire una clientela esigente, e alcuni locali di lusso.

E’ proprio a loro che i nuovi giovani produttori di Parigi si ispirano, ricordando inoltre che sino al XIX secolo l’Ile de France era considerata la prima regione produttrice (vigne comprese) di vin de pays.

Matthieu Bossier, Vincent Durand, Emmanuel Gagnepain e Frédéric Duseigneur (5° generazione di viticoltori in Châteauneuf du Pape) sono i quattro soci che hanno fondato ‘Vignerons Parisiens’ in Rue de Turbigo al numero 35, nel terzo Arrondissement.

Matthieu Bossier spiega che si ispirano al fatto che Parigi è la città al mondo in cui si consuma (bene aggiungo) più vino. Aggiungendo a questo un po’ di egoismo ..’non avremmo avuto il coraggio di trasferirci fuori Parigi, è la nostra città, e noi l’amiamo’, questi ragazzi hanno avuto la pazienza di lavorare due anni prima di vedere realizzata la loro idea; ottenere i permessi per iniziare in modo del tutto regolamentare la loro attività non è stato semplice, ma grazie ad uno sforzo di creatività dell’amministrazione comunale la loro richiesta è diventata “domaine avec une cave déportée” (attività vitivinicola con cantina dislocata), spiega sorridendo Matthieu Bosser.

Per i Vignerons Pariens le cuvée create sono sia monovitigno, come la cuvée Turbigo 100% Cinsault, che assemblaggi, come la Lutèce (50% Viognier, 40% Grenache Blanc, 10% Roussane). La Turbigo è una cuvée gourmande, colore rubino profondo, frutti rossi (lampone) e peonia al naso, bocca rotonda, dalla bella morbidezza. Un vino la cui freschezza lo rende adatto ad ottimi abbinamenti. Ad oggi disponibile il 2015. Ottimo rapporto qualità/prezzo (13,90 euro, per chi fosse interessato..).

Le uve provengono da partner presso Visans, nel Nord del Rodano meridionale. Le parcelle selezionate sono in biodinamico, precisano, e la selezione dei grappoli è rigorosa. La relazione in questo caso con il fornitore è diretta, nel senso che sono soci anch’essi; in altri contesti, comunque, il rapporto di fiducia sta alla base dell’approvvigionamento e spesso i produttori si stupiscono nel ‘vedere’ i risultati finali.

Per qualsiasi opzione di vinificazione si scelga, il risultato è buono, si tratterebbe altrimenti solo di una buona operazione di marketing.

E’ chiaro, però, che queste attività, trovandosi nel cuore della Capitale, hanno la possibilità di legarvi uno spazio culturale e di svago. La ‘Vignerons Parisiens’ si trova nel pieno del Marais, qui Vincent Durand organizza corsi di degustazione e di vinificazione in cui mostra le barriques, le macchine imbottigliatrici, i fusti in acciaio, fa visitare la sua cantina sotterranea (chai en pierre de taille), attende i produttori per poter parlare con loro e indovinare nuove possibili cuvée, inoltre affitta i locali per serate di degustazione ed eventi privati.

Insomma, ‘Ce pas le bonheur qui fait l’homme mais sont ses idées qui font son bonheur’ (Napoleone Bonaparte, Parigino d’adozione).

Il Ghemme e l’eleganza del nebbiolo


In un pomeriggio dal cielo brillante e illuminato, vado per l’autostrada Torino Milano, in un viaggio intervallato da bianche nuvole, alte e dense. L’autostrada è quasi deserta, sono riuscita a vedere al di là e sono contenta di scorgere piccoli borghi, che destano in me qualche curiosità. Esco, ed inizio ad attraversare risaie e centri praticamente disabitati, questo territorio si presenta con il susseguirsi di campagne praticamente sempre uguali e vecchi cascinali, molti dei quali ormai abbandonati, ne costellano l’orizzonte.

Passato il piccolo comune di Arborio mi accorgo, guardando il navigatore, che presto avrei passato il Sesia, o come scoprirò dire qui, la Sesia. Scorgo quel grande fiume, provenire dal Monte Rosa, e scorrere velocemente lungo la sua valle. Mi pare ora di riformulare i miei pensieri, osservando il paesaggio, d’improvviso più buio, forse a causa di grosse nuvole nere, mi convinco sempre di più che sembri assomigliare a qualcosa che nel tempo si è modificato, molto, diventando un territorio sfruttato, poco abitato, e sicuramente troppo poco conosciuto e valorizzato. Ma l’impetuoso fiume, mi costringe a guardare verso le montagne, dove il massiccio del Rosa è lì: imponente e fermo.

Arrivata a Ghemme, la piazza mi fa venire in mente parole di Pavese “…ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge per un viale di inutili piante si ferma.” Ferma anch’io, guardo oltre i campanili della piazza e mi incammino sui fianchi della valle, che geograficamente prende il nome di Collina di Cantalupo. Sono colline fluvio-glaciali, morene create dal lento fluire del ghiacciaio del Rosa. Sono belle, queste colline, a tratti terrazzate, verdi, rigogliose. I recenti temporali le hanno vigorite, l’erba fra i filari è alta quasi un metro e fiori e spighe crescono fra un fervente ronzio di insetti. La cantina è un luogo sulla strada, calma, pulita.

Mi fanno attendere qualche minuto sotto il portico degli attrezzi, mani in tasca guardo intorno: travi, trattori, damigiane, odore di mosto, quell’odore acre così familiare, da quando ne ricordo. Davanti all’ingresso manufatti in pietra, medievali? Penso di si, me ne convinco e mi siedo per l’attesa. La sensazione è di non essere del tutto nel presente. Il mobilio è austero, in vecchie stampe incorniciate si leggono contratti siglati fra Cluny e i gestori delle terre di proprietà del clero, intorno al 1200, qui nei colli Breclemae. A condurre si presenta delicatamente Alberto (Arlunno) che, senza difficoltà, si avvicina e saluta Carola, 5 anni, con me, chiedendole se è lei a interessarsi di vino.

Alberto sembra essere una conseguenza naturale, una fortuna per questi luoghi, ci sa fare, davvero bene. Il suo è un modo distaccato di guardare il mondo, con occhi che sembra stiano meglio fra i suoi pensieri. Senza astuzie, solo natura e testa. Le sue viti crescono tranquille, un non so che di snob ed un po’ eccentriche. Signore della nobiltà britannica.

Proprio mentre distrattamente penso a queste assonanze, mi si presenta una foto, anni ’80, la Signora Margaret Thatcher riceve qui, degusta il Ghemme, e le si dona il vino di Arlunno.

Alberto ci invita a seguirlo, verso i vigneti, più di 30 ettari vitati prevalentemente a Nebbiolo. La vigna che sormonta la cantina è Nebbiolo e ha nella pancia il luogo di conservazione e ‘l’infernot’ per l’invecchiamento delle bottiglie. Sono due ettari di vigna, dal nome Ronco San Pietro, da cui si possono ammirare le Alpi, il Rosa, e la valle, ora completamente oscurata da nuvole plumbee.

Il vigneto dell’eccellenza è il Breclema, 10 ettari da cui l’area meglio esposta, sud ovest, regala il Collis Breclemae, il vino di punta dell’azienda. Un vero ‘vin de garde’, qualità ancora molto ricercata e raramente realmente posseduta.

Durante la passeggiata parliamo, sempre difficile destare l’attenzione di Alberto, solo su alcune corde si accende. Una regola è parlare di geologia: delle sue colline, la conformazione del Rosa, un’altra la storia. Spiega che a San Pietro e a Breclema, Cluny aveva fondato un priorato di amministrazione, nell’XI secolo, i monaci vi si stabilirono e portarono molto del loro sapere. Questi territori fornirono a partire da allora quasi 1000 anni di ottimi vini, per le tavole regali ed ecclesiastiche, soprattutto nel Lombardo. Ed è proprio in questo contesto fuori dal tempo che noto incorniciate le parole di Cavour, 1849: “…rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare e contribuire a questa crociata enologica.”

Ed ecco che torniamo in cantina, per degustare quelli che secondo la guida AIS sono i migliori Ghemme mai assaggiati. Intorno a noi nuovamente foto, documenti, archeologie, testimonianze dell’orgoglio che Alberto Arlunno dimostra per questa terra, per questo regalo.

Il primo vino però è il suo bianco: il Carolus, un assemblaggio su base di “Greco”(Erbaluce), molto sapido, dall’ottima beva. Ecco passare in rivista alcuni dei suoi Nebbioli. I suoi Ghemme.

Ancora giovani paiono austeri, non facili, già il suo Ghemme 2005 regala sensazioni quasi sublimate. Alte, che parlano all’anima, da far tornare in mente il concetto di vino santo, puro.

Il Collis Breclemae è di struttura, ampio, un colore da premiare, tannini rotondi, dalla lunga vita, sia in bottiglia, sia in bocca. Estremamente soddisfacente, i paragoni con la longevità dei grandi vins de garde borgognoni sono meritati. Forse la sinergia di Alberto Arlunno con il suo terroir è davvero tale. Il suo è un vino elegante.

Interrogato su cosa pensa del suo lavoro risponde:

“Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera, appartenente ad un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto dai nostri avi questi luoghi, questo sapere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di questi luoghi mi fa sentire meno solo, dà un significato a quello che faccio, queste sono considerazioni che mi fanno abbandonare la variabile tempo… sentendo così di appartenere a una famiglia, molto grande, che ha avuto tanti padri e ha tantissimi figli, contadini come me”.

In realtà Alberto contadino è anche un eccellente enologo e laureato in Agraria, e un appassionato storico e amante delle scienze. Lui certamente contribuisce alla definizione di “crociata enologica”.

Noi dal nostro canto ci limitiamo a fare la parte degli estimatori. Di un vino che senza dubbio merita grandi abbinamenti e degustazioni.