Paris


imagesSalirono le scale, anguste, quasi a chiocciola, costellate, a più livelli ed in modo asimmetrico, di bianche e vecchie porte.

In cima alle scale, voltarono a destra ed imboccarono un lungo corridoio grigio, tra tubi gialli e muri scrostati.

Terza porta a destra. Entrarono.

L’abbaino era in penombra, le tende brune alle due basse finestre. Egli vi si avvicino e con un gesti sicuri le aprì.

La luce tenue del tardo pomeriggio illuminò il viso stanco di lei, che guardava l’amante a distanza. Lui aprì le imposte e, seduto sul davanzale, rivolse il suo sguardo sereno al Marais che si stendeva tra plumbei tetti fino giù alla colonna della Bastiglia.

Avevano deciso di trascorrere la notte nella grande Ville Lumiére e avevano chiesto all’amico G. di prestar loro la vecchia soffitta di Rue Voltaire.

Erano giunti alla Gare de Lyon dopo un lungo viaggio in treno che li aveva portati via dal sole del loro Sud alle nubi leggere della capitale ed erano saliti con le loro borse di pelle, logore di  viaggi, fino alla casa dell’amico, camminando a piedi, come farebbe ogni vero parigino.

Ella entrò in cucina. Nella dispensa c’erano vecchi barattoli di latta, ne scelse uno, lo aprì e annusò. L’odore era buono, di tè verde. Mise l’acqua nel bollitore e scaldò la teiera.

Guardò fuori dall’oblò. Si vedeva il verde dei cipressi di Pêre Lachaise. Sul davanzale una piantina di menta. Ne staccò qualche foglia e la mise a bollire con l’acqua e il tè.

Due tazze di ceramica marocchina le diedero l’idea di versarvi il caldo infuso con pochi pinoli, trovati in una piccola bustina di carta su una mensola.

Egli era assorto guardando la luce che si smorzava lenta da Montmartre a Montparnasse, argentando il nastro inquieto della Senna.

Sedette al suo fianco e gli porse una delle tazze, tenendo in mano l’altra, benché bollente.

Si ammirarono in silenzio, ora che la penombra tornava a invadere l’abbaino.

Non aveva importanza come avrebbero passato quella notte, quei giorni che presto sarebbero fuggiti. Contava l’attimo che ora vivevano, gli occhi dell’una negli occhi dell’altro.

All’orizzonte il sole pallidissimo del Nord spuntò improvvisamente.

Le tazze caddero sul davanzale, mentre le loro bocche si unirono inebriate dall’aura d’eros dell’immortale Parigi.

(Da Racconti dell’Eros, 2014)

La stazione


transiberiana[…] Sfilano immagini di basse colline sulle quali campeggiano le pompe e le torri dei pozzi di petrolio e il treno entra nella più grande stazione di Samara. Non solo la stazione, ma l’intera città è grande. Una banda militare esegue l’Internazionale all’arrivo del convoglio mentre, poco oltre, un venditore di sherbet versa abilmente da un bricco di peltro la fruttata bevanda, un carretto mette in mostra, fragranti, i triangolari echpochmak ripieni di carne e cipolla e un altro ambulante vende mielosi chack chack e tè nero afgano presso un grosso samovàr argentato. Igor, avvolto in una vestaglia di seta che è di Sveta, apre il finestrino e ne chiede due tazze. Ne porge una all’amante. È di vetro soffiato, con un sottile bordo dorato. Bevono, sorbendo a tratti il liquido rossastro e bollente che profuma di ignoto delle terre del sud. Si sporge ancora un istante a rendere al venditore le tazze vuote. Ma è l’ennesimo attimo d’eterno che fugge nel viaggio della vita e, senza apparente preavviso, quelle figure fuori dal tempo spariscono in uno sbuffo bigio di vapore che inonda il marciapiede e si dissolve e già intorno è un deserto bianchissimo di neve e solitudine.

(da Transiberiana, 2014)

Il viaggio – Capitolo 1


Isabella ed Antonio, seduti una di fronte all’altro nella piccola cucina dell’appartamento di periferia, stavano con il libro mastro del negozio aperto in mezzo a loro, sotto la luce biancastra del neon.

– Ci siamo – cominciò il marito, grosso e canuto, arricciando il naso – domani si chiude – .

Isabella, settant’anni appena compiuti come il marito, aggrottò la fronte rassegnata.

L’incertezza del futuro, l’età, gli acciacchi… Certo era che qualche soldino da parte c’era e i figli, quelli no, il buon Dio non glie li aveva dati quando avrebbero voluto e, quando era capitato si erano sentiti vecchi e inadeguati e li avevano rifiutati.

La pensione è, per i commercianti ben più che per gli altri lavoratori, un momento penoso: una vita investita nel far stare in piedi un affare, un negozietto sulla traversa deserta di un vialone di transito.

Quando avevano aperto la copisteria all’angolo era stato il tracollo. E dire che avevano sperato che la nuova sede universitaria avrebbe risollevato la loro situazione.

Niente da fare, invece. Inutile provare a rinnovarsi. Erano gente d’altri tempi, incapaci di rimettersi in gioco, ora, alla loro età e, probabilmente, non l’avrebbero fatto nemmeno a trent’anni.

Che fare ora?

Isabella avrebbe voluto tanto ritrovare la sorella, partita quarant’anni prima per l’Argentina per amore del vicino emigrato e poi ne aveva perso le tracce. Le scrisse all’unico indirizzo che aveva, risalente all’epoca della sua partenza.

Inaspettatamente, dopo circa un mese da quando la saracinesca della cartoleria era stata serrata per sempre, giunse una lettera che non era la solita bolletta del gas o della luce.

L’esotico francobollo sudamericano fece trasalire la donna. Aprì con il batticuore e iniziò a leggere.

La missiva proveniva dal convento delle carmelitane di Rosario, a trecento chilometri da Buenos Aires. Chi scriveva, in un discreto italiano, era la Madre Superiora e spiegava ai destinatari della missiva che Suor Maria José, al secolo Margherita Focchiardo, giunta in Argentina nel peccato, aveva ritrovato la strada della fede grazie al provvidenziale incontro con la vita monastica ed ora, cieca ed inferma, avrebbe anch’ella desiderato molto di poter riabbracciare la sorella.

La ragazza del lago


Compiva diciannove anni, Livia, quel sabato di luglio. Secondo l’uso del lago – uno di quegli usi che si erano radicati negli anni della cosiddetta crisi – il padre le aveva pagato l’organizzazione di una festa sulla spiaggia. Il Ranieri, di mezz’età, camicia sbottonata, un po’ di pancia e catena d’oro al collo, si spacciava per PR, pur essendo, in effetti, solamente l’ex buttafuori di una nota discoteca della sponda orientale.

In sostanza, ci sarebbe stato un dj con le solite basi sincopate per “scaldare” la serata, un falò – le autorità avrebbero chiuso un occhio, visti i contatti che il Ranieri ancora aveva dai tempi della discoteca – e un tavolo con pizzette e bibite, niente alcool aveva intimato il padre di Livia. Poi a mezzanotte, la torta, come da copione, e i fuochi sul lago.

Marco avrebbe pensato al resto, agli inviti e magari anche a trovare un po’ d’erba. Erano bravi ragazzi, niente pasticche e altra robaccia. Stava con Livia da due anni, ormai si sarebbero dovuti conoscere bene: le prime intimità, le vacanze l’anno prima in Costa Smeralda, le corse la sera in moto da Como a casa, almeno quando Livia era lì, a casa.

Livia, però, era a Milano già da nove mesi. Architettura al Politecnico. Non troppo lontano da casa, ma neppure così vicino da poter rientrare ogni sera fino alla sponda settentrionale. E poi c’era Valerio. L’aveva conosciuto sui Navigli, durante una di quelle noiosissime apericene. Due mojito ed erano finiti in un vicolo dietro il locale a fare sesso con violenza, una violenza che Livia non conosceva. All’inizio era spaventata e contratta, quasi la stesse violentando, poi aveva accettato questo nuovo modo di amare e aveva cambiato atteggiamento.

Si vedevano tutte le sere, e tutte le sere finivano per scatenare i propri istinti dove capitava. Bastavano un paio di drink per farli andare su di giri. L’attrazione era fisica e potente e il desiderio inesauribile.

Non c’era più da molto tempo Marco nei suoi pensieri, per quanto avesse mantenuto le apparenze, anche nei rari – e tuttavia non assenti – incontri intimi. Due sim in due telefonini, così non ci si sbaglia. Perfino lo you and me con Marco. L’altro numero solo per Valerio.

Marco a Milano non c’era mai stato, proprio mai. Lui era di su, che c’entrava con la città? Como era più che sufficiente per tutto. E poi, inconsciamente, sapeva che c’era qualcos’altro. Si dice che i maschi siano più farfalloni delle ragazze e sì che lui non aveva mai disdegnato di guardare qualche fondoschiena, magari mentre stava con la comitiva, seduto in piazza a fianco alla moto parcheggiata e con in mano una coca. Ignorava la doppia vita di Livia, ma sapeva che qualcosa non andava proprio al massimo tra loro due.

Valerio, invece, sapeva tutto, per filo e per segno. Nell’intimità, quella dolce che seguiva il rude contatto fisico, quella delle notti passate accoccolati in camera alla luce tenue delle candele colorate, Livia gli aveva sempre confidato la sua duplice essenza, di donna di città e ragazzina del lago e lo aveva fatto con dovizia di particolari, colorando di fuoco l’esperienza con lui e di grigio quella con Marco e la comitiva, lassù in cima al lago.

I preparativi sulla spiaggia erano ormai quasi conclusi e il sole era già calato dietro i monti, la dietro, verso la Svizzera. Le prime luci del lago illuminavano pian piano tutta la sponda orientale, da Colico a Varenna e giù fino a Bellagio e Lecco. Uno spettacolo. Il padre di Livia era con il Ranieri, seduto al bar sulla piazzetta del paese, discutendo gli ultimi dettagli sulla festa e l’ammontare esatto del pagamento che gli avrebbe corrisposto l’indomani. Marco e Livia arrivarono sul lungolago in sella alla moto.

In effetti, era Livia a guidare e il ragazzo dietro. Benché Livia non avesse la patente, Marco la lasciava stare davanti, ogni tanto. Gli sembrava, in questo modo, di recuperare almeno un po’ di quell’intimità che sembrava sfuggire al loro rapporto. Abbracciandole le spalle con la scusa di doversi reggere, la sentiva un po’ anche sua. Gli sembrava di poterla avere, lì, con sé, ora e sempre.

Livia, biondi capelli lunghi e occhi verdi, magra ma non in modo eccessivo, bella – per quanto la faccia fosse, forse, un po’ troppo espressiva, denti grandi e naso leggermente pronunciato – e nel pieno della giovinezza. Marco, spalle grosse gonfiate in palestra e, d’estate, andando in barca o in canoa sul lago, capello corto e Ray-Ban alzati, quasi a ricordare quella foto di suo padre anni ’80, sulla Harley insieme a sua madre. Suo padre non c’era più. Un infarto qualche anno prima glie lo aveva portato via, una notte. Per Marco era rimasto un mito indelebile, per quanto, in fondo, fosse stato semplicemente l’usciere del municipio.

Si tolsero i caschi neri, Livia scosse i capelli con disinvoltura. Il padre la guardava: era una donna, ormai. L’attanagliava l’insicurezza di aver fatto abbastanza per lei, con la madre sempre in viaggio per lavoro e lui frontaliero a Lugano. I soldi non erano mancati, soprattutto prima della crisi ma, in fondo, anche ora. Si continuava da tempo a domandare se e quanto i soldi possano fare la felicità delle persone care. La risposta non c’era.

Scesero dalla moto, Livia baciò il padre sulla guancia abbracciandolo, Marco strinse a lui e al Ranieri la mano con vigore. Scesero tutti sulla spiaggia. I primi amici stavano iniziando ad arrivare. In diciott’anni passati sul lago, si conoscevano tutti, almeno tutti quelli che erano passati dalle scuole e dalle compagnie della sponda comasca. Tutti uguali, tutti bravi ragazzi, poche sciocchezze.

A Livia capitava, a volte, di pensarci: si sentiva quasi schizofrenica, con quella sua vita divisa, due compartimenti stagni, Milano e il lago, Marco e Valerio. Valerio… Cosa sarebbe stata Milano senza quell’incontro? Non riusciva a comprendere se il cambiamento – la schizofrenia, come diceva lei – fosse dovuta alla città piuttosto che a quel rapporto così forte.

Iniziò la musica, il Ranieri era riuscito a contattare il dj DLewis che era in vacanza in un albergo di Menaggio, un quarantenne con una faccia sfilata, tra il fanciullesco e il diabolico. Si diceva che giù a Roma andasse per la maggiore. Partirono le basi assordanti e alcuni ragazzi cominciarono a muoversi a ritmo.

Livia era contenta che il padre avesse voluto regalarle la festa sulla spiaggia con gli amici. Dire, però, che fosse felice, questo no, non ce la faceva. C’era qualcosa, una sottile malinconia, un vuoto, un senso di incompletezza che l’avvolgeva. Milano le mancava. Anche quella musica era così diversa da quei suoni alternativi a cui si era abituata negli ultimi mesi, quei sottofondi che accompagnavano le sue serate di incensi e candele, le loro serate pensò, rivolgendo lo sguardo dentro sé e trovandovi inequivocabilmente presente anche Valerio.

Non riuscirono ad arrivare alla torta. Il cielo aveva iniziato a coprirsi e le nubi erano salite da sud, addensandosi insistentemente. Prima all’orizzonte, poi sempre più vicini, i lampi squarciavano la notte estiva. I ragazzi – alcuni erano in costume da bagno pronti per il bagno di mezzanotte sotto le luci dei fuochi d’artificio – iniziarono a diradarsi alle prime gocce. Era chiaro che il temporale sarebbe arrivato in pochi istanti.

Il primo ad andarsene fu, chiaramente il dj, nonostante le grida del Ranieri che, con tutta probabilità, l’aveva già pagato in anticipo. D’altra parte l’attrezzatura costava, non la si poteva compromettere per la festa in spiaggia di una ragazzina di paese. Andarono via di corsa anche tutti i ragazzi che erano venuti a piedi. Gli altri, quelli delle moto, fecero in fretta a mettersi il casco e a far rombare i motori.

Anche Marco e Livia salirono in fretta sul lungolago e fecero in tempo a rintanarsi nel bar, di fronte al quale stava la Harley parcheggiata, che l’acqua iniziò a scrosciare, quasi fosse il monsone e non un semplice acquazzone estivo. Anche lì, al bar, stavano per chiudere. Erano le undici e di clienti non ce ne sarebbero stati più di sicuro, con quel tempaccio. Decisero di uscire anche i ragazzi e fu allora che Livia lo vide.

Fradicio, i lunghi capelli ricci e la barba incolta, quella faccia smunta e quegli abiti verde militare zuppi. Che ci faceva lì? Da dove era spuntato? Lei di certo non lo aveva invitato, per quanto, della festa, glie lo avesse sicuramente detto – si dicevano tutto, loro. Valerio stava proprio lì, sotto l’acqua, con fare interrogativo.

Livia lo guardò e, istintivamente, lasciò la mano di Marco, il quale non impiegò molto a capire che quella figura apparsa improvvisamente sulla scena dovesse avere a che fare con l’allontanamento che si era da un po’ di tempo creato – era chiaro – tra lui e la sua ragazza.

Che fosse forestiero, questo era ovvio. Nei paesi si vede subito chi non è del posto. In parte, vale il fatto che ci si conosce più o meno tutti, in parte si capisce da come sei vestito, dai capelli, dalle scarpe, addirittura dallo sguardo. Marco non aveva dovuto, tuttavia, neppure guardarlo. Gli era bastato sentire la mano di Livia divincolarsi e i suoi occhi restare come sbarrati di fronte ad un abisso.

Perché di un abisso, proprio di un vero baratro, si trattava. Livia aveva vissuto la sua doppia esistenza senza mai pensare, neppure per un istante, che si sarebbe potuta verificare una situazione dirompente come quella che stava, ora, vivendo. La distanza tra Milano e il lago, per quanto  breve potesse apparire se misurata in chilometri, non lo era ugualmente in termini di testa: quando era a Milano, era un’altra, senza dubbio.

Milano rappresentava, per Livia, quel cocktail di vita vissuta, emozioni, sesso e violenza che il lago non le aveva mai, in diciotto anni, potuto dare. Le montagne, la vela, le amicizie, le comitive, le moto, i sabati in discoteca: nulla di tutto ciò aveva offerto, negli anni, a Livia, quelle emozioni profonde che pochi mesi a Milano le avevano risvegliato.

Ma si trattava solo di fisicità, oppure c’era dell’altro? Insomma, Valerio era solo meglio di Marco, oppure in ballo c’era il desiderio di una giovane crisalide di uscire dal bozzolo e librarsi ad ali spiegate nell’ignoto? Fuggire dalla routine, costasse quello che costasse. Per questo aveva insistito ad andare a Milano, per quanto Architettura, in sé e per sé, non le interessasse gran ché.

Gli occhi vitrei di Valerio fissarono insistentemente quelli acquosi di Livia, il verde chiaro delle iridi di lei. Marco era fuori scena, improvvisamente era diventato di troppo. Non aveva neppure il coraggio di intervenire, non avrebbe saputo cosa dire, non riusciva a inquadrare quella nuova presenza, per quanto fosse evidente che si trattava dell’altro uomo.

Fu Livia a rompere il quadro assurdo che si era composto, lì, sulla soglia del bar del paese. Prese Valerio per la camicia bagnata, afferrandolo con violenza – quella violenza a cui si erano reciprocamente abituati – ma non osò oltre. Valerio restava impassibile, non batteva ciglio. Marco, in preda alla disperazione, si allontanò, arretrando, dalla scena. Fuori, la pioggia era ancora battente e rombi di tuono, di tanto in tanto, rendevano l’assurda situazione al limite del grottesco.

Non ci furono baci, né schiaffi, né parole. L’atmosfera surreale sembrava non dover più finire, quasi il tempo stesso si fosse fermato, come se due mondi, uno naturale ed uno innaturale o, quantomeno, un’altra dimensione, fossero improvvisamente entrati in comunicazione squarciando un velo misterioso. Livia si voltò verso Marco. Marco distolse lo sguardo, come ad avallare l’inevitabile decisione della ragazza.

Marco inforcò la moto e partì, sotto l’acqua battente. Non sapeva dove andare, cosa fare, se e con chi condividere la sua tragedia. Un sorriso strano, enigmatico, si stampò improvvisamente negli occhi degli altri due.

Era mezzanotte. Niente torta, niente fuochi. Livia e Valerio stavano sotto l’acqua che continuava a cadere incessante. Anche i biondi capelli di lei erano ormai fradici e la leggera t-shirt impregnata all’inverosimile lasciava trasparire le forme del suo corpo voluttuoso a cui lui, come sempre, non seppe restare indifferente.

Fu ancora passione, sesso, violenza, sotto l’arcata di una stradina parallela al lungolago. Diciannove anni lei, ventiquattro lui.

L’alba li sorprese ancora abbracciati sulla via di Milano, intenti a confidarsi e a condividere, come avevano fatto fin dal primo momento, tutte le loro emozioni. Il lago, a poca distanza, restituiva con implacabile crudeltà il corpo senza vita di un motociclista ventenne, caduto in acqua insieme con la sua Harley.