Tadzio 2016 Villa Caviciana


Si presenta con un bel rosa tenue luminoso.
Al naso è semplice e pulito. I fiori di pesco e la rosa bianca anticipano le fragoline di bosco e la banana.
In bocca è dinamico e gustoso, dotato di buon equilibro e una decisa spalla fresco-sapida. 
Gradevole scia finale di rimando olfattivo.

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.

Freisa eroica


di Pierluigi Modesti e Mattia Polello

Luca Ferrero è un ragazzo giovane e di pochi sorrisi: il suo sguardo racconta di lavoro, passione e tante speranze con un un po’ di apprensione verso il futuro.
Ca’ del Prete, l’azienda agricola che ha rilevato dallo zio circa otto anni fa, ha meno di cinque ettari di vigne.

Luca ha tante idee su come fare il vino ed evidentemente un rapporto viscerale con la sua terra: è persona di grande umiltà e semplicità, testimone di un mondo contadino forse dimenticato, almeno da noi cittadini, abituati a vite frenetiche e ad un concetto consumistico del tempo.

Ci troviamo a Pino d’Asti, nell’Astigiano al confine con il Chierese: una zona collinare suggestiva dove buona parte del territorio è ancora ricoperta da zone incolte, noccioleti  e piccoli boschi, tra le quali si trovano, nelle posizioni meglio esposte, alcune vigne, quasi isolate le une dalle altre.

In questa terra il vitigno Freisa ha una sua storia di almeno 300 anni, ed è il vitigno d’elezione: occupa i vigneti con i migliori terreni ed esposizioni, come, invece, non gli capita in altre zone del Piemonte, dove è relegato nei fondo valle, quasi sempre per produrre vini da tavola frizzanti.

I terreni sono argillosi, calcarei e sabbiosi, diversi da quelli del Chierese, come diversa è la freisa che si produce, così almeno tiene a spiegarci Luca.

È l’unico produttore ad essere certificato biologico in questo comune, la sua terra gli da tutto ciò che gli serve e quindi va rispettata… nessun trattamento in vigna, solo il piretro per la flavescenza dorata… ed un uso moderato della solforosa, entro i limiti del disciplinare biologico, che dal 2012, ricordiamo, è europeo.

Utilizza solo lieviti indigeni, sapendo che il rischio e di avere un po’ meno controllo sulla fermentazione che può dare una certa volatile a causa delle cariche batteriche. Noi non troviamo assolutamente questo problema nel suo vino e immaginiamo che la pulizia e la sterilizzazione siano fattori decisivi per non alimentare fermentazioni indesiderate. Molti produttori della zona sono rimasti legati all’idea di un vino da tavola, magari in damigiana e di una viticoltura tradizionale con prodotti di sintesi che porta ad avere un’alta produttività (anche 100 quintali per ettaro) a scapito, come sempre, della qualità.

Luca è da solo, a parte un operaio che ogni tanto dà una mano e si occupa di tutto: del lavoro in vigna, della vinificazione, dell’accoglienza clienti e degli aspetti non meno importanti, commerciali, fiscali e della comunicazione… Ma concede anche spazio alla sperimentazione con molte idee e progetti, alcuni parcheggiati e in attesa di risorse economiche.

Nonostante questo non pensa di puntare alla quantità: fare agricoltura biologica significa anche produrre meno, come nella sua vigna d’elezione, da cui produce una freisa superiore, ferma e di corpo, il “Casot”.  La vigna è circondata da poche altre e dai boschi, ha un esposizione ottimale verso sud-est, in testa ai filari ci sono le rose ed alcuni cassette per la nidificazione di quegli uccelli che lo aiutano nella lotta integrata.

I filari abbastanza spaziosi l’uno dall’altro con un totale inerbimento e la produzione non supera i 40 quintali per ettaro.

La Freisa prodotta da questa vigna farà fermentazione in acciaio e poi legno…Barriques vecchie di venti e anche venticinque anni, solo per dare alla Freisa,  che già ha un suo tannino importante e non ha nulla da chiedere al legno, la dimora per un quieto riposo di circa un anno.

Luca non scende a compromessi e non produce vino bianco: sa benissimo che questa terra non ha terreni adatti e non avrebbe soddisfazione dal produrre uno Chardonnay, un Cortese o un Arneis qualunque. Quindi, ha deciso di fare uno spumante Charmat partendo da una Malvasia di Schierano, con un 20% di Freisa, vino perfetto da aperitivo, grazie anche al suo colore rosa carico molto accattivante, così come per accompagnare un dolce, grazie ad un delicato residuo zuccherino.

Per sua scelta e gusto, tende e far surmaturare le uve ed avere dei vini che anche se fanno solo acciaio devono essere soprattutto morbidi e pronti alla beva, come per la sua Barbera che mai diresti che passi solo in acciaio: l’acidità è molto smorzata per dare spazio a frutto, struttura e morbidezza.

Sta anche sperimentando un metodo classico di Freisa e Barbera; per ora le bottiglie, circa un migliaio, sono tutte chiuse con tappo a corona e accatastate. Poi si vedrà.

Degustiamo con lui il suo spumante Charmat, la Freisa vivace, la Barbera e la Freisa Superiore, nella terrazza del ristorante adiacente, la Muscandia, con una bellissima vista sull’omonima valle e sulle colline circostanti… Il ristoratore, molto cordiale, vuole raccontarci della cucina locale. Ci vengono offerte anche dei fiori di zucca freschi, in pastella. Sono ottimi e si accompagnano perfettamente con lo spumante Charmat o la Freisa vivace.

Luca si congeda da noi, dicendo che per lui è grande soddisfazione parlare con persone interessate al suo lavoro e al suo vino; noi lo salutiamo promettendogli che daremo voce a questo mondo vitivinicolo autentico, di sussistenza, ma che, in totale simbiosi e rispetto del territorio, cerca la strada per un vino di qualità.

Poi, immersi nel verde del Monferrato, ci lasciamo tentare dai piatti tradizionali e, allo stesso tempo, innovativi che ci propongono a seguire.

Elena Walch: Alla scoperta di un convento dei Gesuiti


Percorrere la Weinstrasse,  lentamente, per ammirare i curatissimi vigneti e gli incantevoli paesaggi montani, è un esperienza che non può mancare a chi ama il vino o si avvicina da profano a questo meraviglioso mondo.

A Termeno visitare la bella cantina di Elena Walch, era d’obbligo.

Poco dopo aver superato la piazza del paese, si arriva davanti all’ingresso dell’azienda il cui edificio è un ex convento dei gesuiti, dove nel giardino è stato ricavato un moderno bistrot che si integra perfettamente con l’ambiente circostante nel quale è possibile gustare i vini prodotti dall’azienda, assaggiando anche qualche prelibatezza locale.

La visita inizia proprio da qui, dal bistrot, dove ci accoglie una simpatica ragazza che parla in italiano con il tipico accento tedesco (siamo sempre in Südtirol!), sarà lei la nostra guida. Ci accorgiamo subito, con sorpresa, che siamo gli unici visitatori di quel giorno, per noi è un bene perché potremmo goderci la visita con calma, facendo tutte le domande che vogliamo per soddisfare le nostre curiosità.

L’azienda, come ci viene spiegato, ha origini austriache. Il fondatore Wilhelm Walch  aveva una distilleria e una locanda, poiché non riusciva ad espandersi in Austria, decise di trasferirsi in Alto Adige, a Termeno, dove fondò la tenuta vinicola. Le due tenute importanti da cui tutto è nato sono la collina Kastellaz e Castel Ringberg sopra il lago di Caldaro, anche se ci sono altri appezzamenti per circa 60 ettari.

La signora Walch, circa 30 anni fa, rendendosi conto delle potenzialità dell’azienda di famiglia, dove il marito Warner produceva già i suoi vini, propone un cambiamento alla cantina occupandosi personalmente delle due tenute per la produzione di vini di qualità a cui avrebbe dato il suo nome e, poiché la maggior parte dei vigneti era d’uve schiava, li ha reimpiantati con vitigni internazionali, prediligendo così la qualità alla quantità.

La cantina è condivisa con il marito che produce vini tradizionali con una sua etichetta, anche se non mancano varietà internazionali.

L’ingresso della cantina è sotto il piano stradale ed è molto moderna nella sua organizzazione, salta subito all’occhio la disposizione delle luci e dei tini, si vede che c’è la mano di una donna che, tra l’altro, è pure architetto: è stata lei infatti a progettare il tutto; l’ordine e la pulizia fanno sembrare tutto immacolato, come se fossero stati appena piazzati.

Ci viene detto che in questa cantina c’è una grande attenzione alla sostenibilità, un esempio è dato dalle acque usate per la lavorazione che vengono poi utilizzate per i vigneti.

Proseguiamo scendendo a 8 metri sotto terra dove accediamo ad una grande sala dove ci sono dei grandi “tank” in acciaio, come li ha definiti la nostra brava accompagnatrice, che sono stati costruiti in loco in quanto era impossibile farli entrare, servono per la fermentazione sia dei bianchi che dei rossi.

Ci avviamo poi, tramite uno stretto cunicolo, alla sala successiva dove 145 anni fa i monaci producevano grandi quantità di vino. Oggi al posto delle antiche cisterne di cemento, troviamo le barrique che contengono i vini più pregiati come il Kermesse un blend di Syrah, Petit Verdot, Lagrein, Merlot, Cabernet sauvignon coltivati nel vigneto Plon.

 

Passando per una scaletta, raggiungiamo la sala dove ci sono le grandi botti di legno, finemente intagliate con i vini classici di loro produzione;  quella che si vede in foto sulla destra è la più antica e grande della cantina e ci viene raccontato che per svuotarla, bevendo una bottiglia al giorno, ci vogliono almeno 65 anni.

 

Le altre, una accanto all’altra, fanno bella mostra di sé e ognuna ha la sua storia, le scene o le scritte che vi sono intagliate, ricordano le ricorrenze che fanno capo a 5 generazioni.

Quella sulla sinistra, celebra i 100 anni della cantina con i partner commerciali che erano Austria, Germania e Svizzera.

La visita sta per finire e l’ultima sala si presenta scenograficamente per lasciarci un ricordo indelebile di questa bella esperienza; è illuminata come il colore del vino e, anche in questo caso, le barrique contengono i vini riserva e pregiati come il Ludwig, il loro Pinot Nero.

Da qui la nostra accompagnatrice ci porta nel punto vendita per fare la degustazione, che iniziamo subito bevendo il primo vino fatto dall’azienda: il Cardellino, uno Chardonnay in purezza morbido, elegante, persistente, ideale da bere all’ombra degli alberi del giardino del bistrot.

Impossibile assaggiare tutto quello che ci viene proposto, ma scegliendo oculatamente alcune bottiglie, possiamo percepire la passione ed il lavoro che c’è in questa azienda per quello che producono. Concludiamo la degustazione con l’eccezionale passito, portandoci a casa oltre a diverse bottiglie, un bel ricordo di questa bella giornata altoatesina.