Venerdì


Sono nato un venerdì di quasi quarant’anni fa.

Ho sempre amato il venerdì. Non è una specie di giorno fortunato, però. Piuttosto, è un giorno che mi ricorda a tinte vivaci quello che è la mia vita: amore e libertà.

Venere e Frida, dee dell’amore e della libertà nei pantheon antichi.

Ed è così, la mia vita è fatta di venerdì. Un immenso venerdì senza fine, dove tutto scorre inesorabile, in un’amore litigioso di sacro e profano e dove, per vivere, colgo attimi di eternità.

Filosofia di vita


La mia base è da anni “πάντα ρει”, il “panta rei” eracliteo.

Eppure, oggi, sono sempre più propenso ad integrarla con un altro motto classico, “carpe diem”, il “cogli l’attimo” oraziano.

Non rinnego il passato, ho però bisogno, un forte bisogno, di presente.

La filosofia del divenire


Schiacciato da un mondo che mi invita costantemente a guardare al passato, mi oppongo con forza.

Tutto scorre, πάντα ῥεῖ, e allo stesso tempo la vita va avanti, viața merge înainte, come dice mio suocero. Non possiamo allora sottrarci al divenire, familiare, professionale, politico, sociale, religioso, cosmico.

Le attitudini retrospettive sono limitanti: la vita ha senso solo in prospettiva ed essendo essa stessa un’opera d’arte, creata, nel bene e nel male, da quei demiurghi che siamo noi stessi, è come tale irripetibile.

Rimpianti e rimorsi, che sottilmente si sostituiscono al ricordo dell’esperienza, ci allontanano dal costruire il futuro. Vanno banditi con risolutezza.

Amo la Storia e la studio affettuosamente per proiettarmi nel futuro con la coscienza di ciò che è stato, giammai nell’illusione di riviverla.

Ciò che conta è l’oggi, forse il domani. Lo ieri è già passato e, comunque, non tornerà.

Sarvam duhkham, sarvam anityam


Bamiyan Buddha before Taliban destruction

Bamiyan Buddha before Taliban destruction (Photo credit: james_gordon_losangeles)

“Tutto è dolore, tutto è transitorio” diceva il Buddha ben prima dell’amato motto eracliteo “Panta rei” da me spesso citato.

La vita scorre come un fiume (questo lo diceva Eraclito, non Siddharta Gautama…) e non bastano le moderne illusioni contemporanee della programmazione neurolinguistica a fare luce su quell’infinito e complesso patrimonio interiore che abbiamo in noi.

Poi torniamo alla vita reale, quella di tutti i giorni, del lavoro, dei rapporti interpersonali, dove tutto è concretezza, dalle azioni fino anche ai pensieri e nulla è “maya”…. o forse tutto è maya, apparenza (come, in fondo, lo erano perfino i grandi Buddha di Bamiyam, fatti saltare dal “materialismo” talebano).

Le dottrine orientali – ma anche, benché in forma un po’ meno essenziale, il nostro “locale” Cristianesimo – ci assicurano della necessità del distacco per andare “su di livello”, quasi fosse una sorta di gioco su uno di quegli smartphone di cui non riusciamo più a fare a meno.

E, intanto, il mondo attorno a noi riecheggia di voci vuote, di pragmatismi e superficiali utilitarismi che denotano e sanciscono in sostanza – vedi queste orribili campagne elettorali dei nostri anni – la fine di una società che, forse fin dall’epoca del caro vecchio Platone, si è fondata sull’idealismo.