Aspettando il Beaujolais Nouveau


Fenomeno ormai quasi solo francese. L’idea del novello è tramontata, qui da noi, pare. E invece, in Francia, c’è ancora un certo interesse. Sarà per via della qualità che, nonostante la brevità della macerazione carbonica, continua ad essere soddisfacente, sarà forse anche l’uso esclusivo del Gamay, il vitigno che più si presta, probabilmente, a rilasciare quegli aromi così pregnanti di frutta che hanno fatto la fortuna di questo vino allegro, conviviale, facile e tipicamente senza pretese.

Giovedì 17 novembre 2017 è la data ufficiale per la commercializzazione, in Francia: la “Soirée du Beaujolais Nouveau”.

Personalmente proverò volentieri, anche quest’anno, il vino di qualità che privilegia l’agricoltura pulita e senza l’aggiunta di solfiti “per non far venire il mal di testa”, come recitano le recensioni del Donaine de Nugues, già testato lo scorso anno.

Abbinamento? Ovviamente charcouterie francesce e nostrana e le immancabili castagne!

Terra Thuva Toscana Rosso 2010 – Podere il Leccione


Si presenta di rosso rubino con riflessi granati.
Al naso si apre con una spezia preponderante vaniglia burbon, chiodi di garofano e cardamomo segue un deciso sentore di pout-pourri e frutti di bosco in macerazione.
Si chiude con un piccolo cenno di cipria.
Al palato è caldo e bilanciato da una bella freschezza e da un tannino non proprio dei più eleganti.
Finale lungo con rimandi speziati.

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Crotonese, terra di grandi imprese


Crotone, (KR)….. KR? Si, KR. Crotone, provincia greca in terra calabra, Kroton. Terra ricca di storia, ma oggi terra disagiata… ma non del tutto; e se pensate al calcio, in effetti…. Rossoblu in serie A, evento storico, tutti i balconi l’anno scorso erano imbandierati a colorare case dall’intonaco bianco o giallo ocra, spesso scrostato: una grande impresa!
Cirò Marina (KR), mare turchese, lunghe spiagge bianche circondate da colline da cui i saraceni controllavano il territorio e dove commerciavano in un mercato in pietra restituito a noi grazie ad un ottimo intervento di restauro: grande impresa!
Rimaniamo nel comune, perché ė ora di parlare anche di vino… sennò snaturiamo i contenuti del blog. La famiglia Librandi, azienda vitivinicola che produce 2,2 milioni di bottiglie, tutte di buona qualità con alcune eccellenze come il Magno Megonio o il Gravello, ė una impresa grande: ha istituito tre aziende, una per la parte agricola , una per la parte vinicola e una per la distribuzione. Oltre 100 dipendenti, primo merito per una zona dove la disoccupazione è a livelli preoccupanti. Ma l’azienda non ė una industria: ho visto uno dei ragazzi Librandi imbottigliare di persona il metodo charmat in produzione limitata. Il Fondatore ha avuto il merito di rilanciare il vino di qualità in terra non solo Crotonese, ma in tutta la Calabria. E ha istituito, insieme all’università, una zona in cui coltivare e catalogare i vitigni autoctoni calabresi: gaglioppo, magliocco, mantonico, greco, pecorello, arvino … grande impresa!
E, sempre a Cirò, c’è Sergio Arcuri, un piccolo produttore che produce vini biologici di ottima qualità a base gaglioppo: il cirò rosso Aris, gaglioppo di struttura, profumi di fiori secchi e frutta matura, tannini molto presenti che garantiscono longevità; e poi il Marinetto, cirò rosato – sempre a base gaglioppo -, una chicca; profumi intensi di fiori freschi e frutta, in bocca ė equilibrato e persistente. Sergio lavorava a Milano, fidanzata milanese, una vita destinata a stare lontano dalla sua amata terra. E così Sergio ha scelto di lasciare il nord – e la fidanzata milanese – per tornare nella sua amata Cirò e cercare moglie. Il destino ha voluto che la moglie calabrese, insegnante, vincesse un concorso (e già questa è una grande impresa)… a Milano! Ma la passione di Sergio per la viticoltura e l’amore per la moglie e la figlia fanno si che lui riesca a gestire bene la situazione con viaggi frequenti e una grande determinazione. E così piano piano ha acquistato altri appezzamenti che hanno incrementato a circa 4 gli ettari di terreno vitato, a partire da quell’appezzamento in zona Marinetto che suo padre diceva produrre vino molto profumato: parole sante! E ora Sergio ė riuscito ad entrare nella scuderia ‘TripleA’ (Artigiani Agricoltori Artisti), distributore di vini biologici di qualità: una grande impresa!

Nashik, dove nasce il vino indiano


I quotidiani occidentali adorano parlare dello sviluppo economico dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e del pericolo per le nostre aziende per l’arrivo di nuovi concorrenti, anche nell’ambito del settore vitivinicolo.

Se vi troverete un giorno a Mumbay, non perdetevi una gita a Nashik a sole 3 ore e mezza di treno, per toccare con mano un grappolo d’uva di Shiraz maturato al ventesimo parallelo. (siamo all’altezza del Sudan). Appena fuori dalla città inizia una distesa di vigne capeggiata dall’azienda Sula Vineyards fondata nel 1998 e che detiene il 70% del mercato indiano. Una volta in azienda, notiamo in lontananza tre pullman parcheggiati e nasce la certezza che la visita in cantina sarà affollata.

All’ufficio prenotazioni saldiamo 375 rupie (5€) a testa, ma il prossimo turno è tra un’ora, così nell’attesa visitiamo la vineria del primo piano. Ci sediamo ad un tavolino, siamo gli unici non indiani, ma dopo 20 minuti arrivano 4 occidentali, sentono la nostra conversazione e si avvicinano per un saluto.

Sono italiani, da 3 mesi in India per lavorare alla costruzione di un impianto siderurgico. Le loro parole fanno trasparire una certa nostalgia di casa, ma non solo, esclamano: “Quanto ci manca il vino italiano!”, in seguito capirò perché. L’ora d’attesa passa come un baleno ed è il momento dei saluti, la guida per la visita in cantina si materializza e ci fa cenno di seguirla.

Nel punto di ritrovo si forma un gruppo di 20 persone, adesso il tour può avere inizio. Usciamo dalla struttura per vedere dove l’uva viene diraspata, poi iniziamo un zig zag tra i tini d’acciaio. La guida illustra la fermentazione alcolica e per concludere afferma: “tutti i nostri vini devono fare la fermentazione malolattica”. Un giovane ragazzo lo interrompe affermando che la seconda fermentazione non è obbligatoria, ma una scelta dell’enologo. La guida gli risponde che il consumatore indiano preferisce vini morbidi che vanno verso la dolcezza e l’azienda si adegua.

È il momento di vedere la barricaia situata al piano terra, ci fanno presente di entrare rapidamente e di chiudere la porta, perché fuori ci sono 28 gradi e dentro 16. È molto ampia, la maggior parte delle barrique sono fatte con legni francesi, ma lo stile dei vini segue l’impronta dell’enologo californiano Kerry Damskey.

Si arriva all’imbottigliamento e noto con orgoglio che tutti i macchinari visti fino a qui sono di aziende italiane. Una certa sete si instaura tra gli ospiti, molti si asciugano il sudore dalla fronte e chiedono alla guida un bicchiere d’acqua o di vino bianco! Lui tranquillizza tutti aprendo una porta in fondo al corridoio che da sulla sala degustazione.

Qui ci vengono serviti i seguenti vini:

Brut Tropicale: la descrizione è tratta dal sito ufficiale della cantina Sula, non la traduco perché è un’opera d’arte:

“Our first Blanc de Noirs is a blend of 70% reds and 30% whites, wherein Pinot Noir is major, followed by Syrah and some Chenin and Chardonnay adding to the complexity and richness.
Bottle aged on its lees for 18 months, this beautiful pale-coral bubbly bursts of passion fruit and peachy aromas, with a prolonged finish of red berries on the palate. Serve well chilled”.

Sicuramente sarà un vino molto apprezzato dal mercato indiano, ma per il palato occidentale, vi posso assicurare che non lo dimenticherete mai, ma per altre ragioni. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati; al naso c’è di tutto, ma confuso; il gusto è un brivido, ma non di piacere.

Chenin Blanc Reserve 2016: è il wine of the day, il colore corrisponde al suo parente francese, al naso c’è l’essenziale, in bocca c’è una bella freschezza e sapidità.

Riesling 2016: Questo grande vitigno è famoso per resistere al freddo, qui lo troviamo ambientato al clima tropicale! Il colore è giallo paglierino, al naso si sente un piccolo idrocarburo in lontananza, in bocca la nota zuccherina è dominante, poi si perde.

Rasa Shiraz 2015 e Rasa Cabernet Sauvignon 2015: sono fatti con stile, ma la nota vanigliata che li sovrasta, fa perdere le caratteristiche del vitigno. In bocca risultano morbidi e piacevoli.

Late Harvest Chenin Blanc 2016: è un giallo dorato, al naso è intenso, complesso, abbastanza fine, dominato dalla pesca gialla e dal litchi, il modo migliore per chiudere questa degustazione.

E giunto il momento di lasciare Sula, per visitare l’azienda York e Soma a pochi chilometri di distanza. Ma questa è un’altra storia…

Nel cratere di un vulcano


No, cari lettori, no… Non siamo sull’Etna, né sul Vesuvio, né nel Vulture…

Siamo in Alto Adige. – Come? – Mi direte. Ebbene sì, l’antico cratere di un vulcano, come testimoniano le rocce di porfido rosso che racchiudono vigneti dal terreno straordinario, che danno vita a due tra i bianchi più straordinari d’Italia, vale a dire il Winkl e il Vorberg.

Eh sì, siamo a Terlano, ad appena dieci minuti di macchina da Bolzano, tra verdi campi di asparagi e rigogliosi meleti. Ci addentriamo appena un po’ nella valle laterale – il cratere, appunto – e troviamo la Cantina Sociale, forse quella che di più rappresenta la regione e, sicuramente, quella con la tradizione più antica.

Ci accoglie in cantina Wolfgang Trafojer, Wolfi, giovane e spigliato. Ci introduce prima di tutto alla storia del sito, a cominciare dalla straordinarietà geologica, che è alla base di quella mineralità del tutto particolare che garantisce longevità ai vini di Terlano.

La cantina nasce a fine ottocento, 1893 per l’esattezza, poco dopo quella gemella di Andriano, oggi inglobata nella medesima cooperativa. Oggi vi fanno riferimento 143 soci conferitori, per un totale di 165 ettari, con una produzione che si aggira intorno al milione e mezzo di bottiglie l’anno.

Scendendo nei piani interrati, troviamo i classici tini d’acciaio, qualche residuo di cemento, usato esclusivamente per lo stoccaggio, le botti tirolesi ovali, le barrique.

Wolfi ci racconta di come l’imbottigliamento sia una pratica relativamente recente, nelle cantine altoatesine e a Terlano, nello specifico. Solo da una trentina d’anni si è passati dalle damigiane alle bottiglie e ci si è aperti a un mercato più ampio rispetto a quello del “vino della casa” per le tante attività ricettive locali.

Fin qui, comunque, tutto molto classico.

Poi, ecco la sorpresa: la cantina delle rarità. Sì, perché a Terlano si tengono le vecchie annate. Ci sono vini anche di quarant’anni fa, vuoi in tino d’acciaio, vuoi in bottiglia. I tini delle rarità sono ben visibili da un ballatoio interno. Le bottiglie sono stipate, già in parte etichettate, nei bracci più antichi della cantina, aperte, controllate, rabboccate e ritappate ogni cinque anni.

Certo, si tratta pur sempre di poche bottiglie, davvero delle rarità anche sul mercato, vendute quasi esclusivamente a ristoranti stellati. Insomma, impossibile acquistarne una in cantina. A dire la verità, lo shop della cantina è un po’ deludente… Per comprare un Vorberg andiamo fino ad Appiano, su consiglio della cantina stessa (e lo troviamo, in enoteca, senza problemi). Come dire, si vende tutto molto molto in fretta, il ché è chiaramente un bene assoluto per il ritorno dell’investimento dei soci che sono, in tal modo, invogliati al massimo ad incrementare la qualità della produzione in vigna.

Wolfi ci guida all’assaggio del Weissburgunder, il pinot bianco storico della zona, con bel naso floreale. Passiamo quindi alle selezioni. Il Terlaner, blend di chardonnay, sauvignon e, soprattutto, pinot bianco, fruttato e già molto interessante, con bella struttura dovuta, appunto al pinot. Assaggiamo, quindi, il Winkl, sauvignon blanc al 100% dalla vigna che sta proprio di fronte alla cantina, davvero complesso, seppur dopo un attacco chiaramente varietale, con sorprendente mineralità in bocca ed estrema freschezza e, infine il Quarz, ancora sauvignon blanc, dalla più marcata struttura e spiccata sapidità dovuta alla presenza di quarzo di origine vulcanica, appunto, nel suolo.

Tra i rossi, troviamo davvero interessante il Siebeneich, merlot 100% dal vicino sobborgo di Settequerce, sulla strada per Bolzano, con piacevolissima rotondità e tannini particolarmente setosi.

Terlano è la storia delle cantine sociali e, con esse, la storia del vino dell’Alto Adige. Pura emozione.

 

Viticoltura eroica ad Affile


La prima volta che assaggiai il Cesanese mi trovavo in una storica enoteca romana chiamata Cul de Sac in Piazza Pasquino, sulla bottiglia c’era scritto Silene, fu amore a prima vista.

Oggi mi ritrovo tra i sali e scendi e le infinite curve che mi portano ad Affile, il primo dei comuni che ho deciso di andare a visitare per cercare di capire meglio questo grande e purtroppo (per noi) poco conosciuto vitigno autoctono del Lazio, grazie all’aiuto di Michael Formiconi, il più giovane dell’omonima azienda.

Il territorio è vario, e anche qui, come in tutta Italia, parti della collina sono state inghiottite dalle fiamme e i cinghiali sfuggiti al fuoco, non trovando altra frutta, hanno attaccato le uve dei vigneti circostanti tant’è che molti produttori a causa di questa “migrazione” hanno dovuto correre ai ripari recintando i propri terreni.

Il Cesanese ha radici antiche, le prime coltivazioni risalgono all’epoca romana intono al 133 a.C.

Un tempo questi luoghi erano coperti interamente da boschi che venivano tagliati per poter piantare la vite a da qui il termine Cesanese ossia vino prodotto nelle “caesae”, “luoghi dagli alberi tagliati”.

Non appena arrivato a Località Farinella ad Affile, mi accoglie sorridente un ragazzone di circa trenta anni con una bella barba, il suo nome è Michael Formiconi.

Ci avviciniamo ai vigneti limitrofi l’azienda e Michael mi inizia a raccontare come tutto è iniziato…

La società agricola nasce da un’idea di suo padre e i suoi fratelli nel 2002, il primo vigneto piantato, oggi, ha circa cinquanta anni e viene utilizzato per il vino Cisinianum.

La conduzione è biologica non certificata, solo trattamento rame e zolfo e la vite è allevata con cordone speronato.

Michael mi spiega che esistono due varietà di Cesanese: quello Comune e quello di Affile.

Il Cesanese Comune ha il grappolo alato e gli acini più grandi rispetto a quello di Affile che invece risulta piccolo e compatto con un grande rapporto buccia polpa e per questo motivo destinato a lunghi affinamenti. Avendo una buona acidità, questo vitigno viene vendemmiato tardivamente, intorno alla metà di ottobre.

Il Cesanese ha una radice di circa cinque/sei metri che gli consente di andare ad attingere  tutte le sostanze di cui ha bisogno anche durante le stagioni meno fortunate.

L’azienda Formiconi conta quasi due ettari di terreno e produce due soli vini, entrambi con Cesanese di Affile che crescono su due zone completamente differenti pur avendo una distanza di pochi metri l’uno dall’altro.

Il vigneto più antico costeggia la casa ed è composto da terra mista e argilla ed è quello destinato al vino più “semplice” il Cisinianum che sosta nove mesi in acciaio ed è subito pronto per l’imbottigliamento.

Il secondo vigneto è destinato al Capozzano, il vino di punta dell’azienda, con terreno completamente argilloso e un’escursione termica maggiore rispetto all’altro. La sua magnifica esposizione garantisce una perfetta maturazione delle uve e a causa della ripida pendenza, l’azienda Formiconi viene collocata tra i produttori di viticoltura eroica.

Il Capozzano viene vinificato in acciaio con follature fatte a mano per non stressare il vino e affinato in piccole botti di rovere per 18 mesi per poi proseguire il riposo di altri 8 in bottiglia.

E’ un vino che risulta godibilissimo dopo i primi 5 anni, ma raggiunge la sua massima espressione dopo i 10.

Michael racconta che quando aveva 18 anni, veniva in questa zona con suo padre ed alcuni taglialegna ad abbattere faticosamente gli alberi per poter piantare questa vigna perché era tutto  completamente ricoperto di boschi.

Entrambi i prodotti hanno in etichetta la bifora del campanile di Affile, magistralmente disegnata a mano da un frate di Santa Scolastica. L’unica differenza è lo sfondo: nero per il Cisinianum e bianco per il Capozzano.

Qualche anno fa la Doc Affile stava per scomparire: è grazie all’azienda Raimondo se questo non è successo.

Oggi Affile è una grande realtà, con molti produttori intelligenti come l’Azienda Formiconi. Saluto e ringrazio Michael per la bella chiacchierata e per avermi fatto respirare questo bellissimo territorio e proseguo per Serrone dove mi aspetta Armando Terenzi, il figlio di Giovanni di cui vi parlerò nei prossimi articoli.

 

 

 

 

Chateneuf-Du-Pape: 700 anni di storia del vino


Châteuneuf-Du-Pape è una delle Appellation più evocative grazie a una storia incominciata 700 anni fa. Dopo che la sede del Pontificato è stata spostata da Roma ad Avignone, nel 1317 Papa Giovanni XXII, gran bevitore di vini borgognoni, decise di costruire un “nuovo castello” come residenza estiva e i vini prodotti da queste terre iniziarono a essere chiamati i vini del Papa.

Questa è la patria del blend, dove varietà di uva bianca, nera e rosa (!) vengono assemblate partendo dal concetto che la risultanza sia più grande e armonica della somma algebrica dei singoli elementi.
Le varietà permesse sono passate da 8 nel 1920 a 13 nel 1936, anno di creazione dell’AOC, a 18 nel 2009.
Il disciplinare prevede la possibilità di usare tutte le varietà permesse sia per la vinificazione in bianco, sia in rosso e senza indicare le proporzioni; per tanto è possibile vinificarne in purezza una sola o, come solitamente accade, vengono vinficate in rosso utilizzando principalmente Grenache, Syrah, Mourvèdre con varianti come Cinsault, Bourboulenc o Clairette per dare un tocco più personale al vino.
Il terreno tipico di questa zona è ricoperto dai famosi “galets”, depositi fluviali di quarzo del massiccio alpino che creano un paesaggio inconfondibile. Altra parte importante del “lavoro” nel terroir è fatta dal Mistral, vento che aiuta a preservare le uve e a far correre via le nuvole, tanto da essere la zona meno piovosa di Francia, spingendo la vite a cercarsi il nutrimento nella profondità della terra.

Ad agosto il paese di Chateauneuf si addobba per la Fête de la Véraison, la festa dell’invaiatura, che sottolinea il momento magico nel quale gli acini di uva da verde iniziano a colorarsi in un’atmosfera medievale con tanto di tornei, rievocazioni, falconieri e giullari. Una di quelle feste nelle quali le fontane spillano vino e risuonano musiche da ballo e odore di zucchero filato. Merita una visita soprattutto con dei bambini, anche se per gli adulti ci si attrezza di bicchiere serigrafato e si gironzola ad assaggiare vini.

Nei nostri giri di scoperta siamo andati a visitare Château de la Gardine, memori di una bottiglia bevuta del millesimo 1995 che ci aveva sorpreso per intensità e longevità. La famiglia Brunel dal 1945 gestisce lo Château che dispone di 52 ettari vitati; nel tempo hanno acquistato 40 ettari nel comune di Roquemaure nella zona del Lirac e commercializzano vini della valle del Rodano continuando la vocazione familiare di négociant.

Abbiamo avuto la possibilità di degustare i vini in una suggestiva stanza con volte a botte e un tavolo centrale coperto da una tovaglia bianca in un’atmosfera quasi religiosa, scegliendo di assaggiare i soli vini dell’AOC Chateauneuf-Du-Pape con la possibilità di fare una piccola verticale della loro Cuvée Tradition in rosso e con un piccolo “fuori zona” di un assaggio dell’AOC Rasteau a 40 km dallo Château.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: Roussanne (50%), Grenache blanc (20%), Clairette (20%) e Bourboulac (10%) coltivate su terreni urgoniani. Vinificato in bianco e per un terzo passato in barrique per un anno; il risultato è un vino di una buona freschezza, sentori di frutta gialla, floreale di macchia mediterranea, dragoncello e con un finale di spezie dolci.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Génération Marie-Léoncine 2015: 100% Roussanne, raccolta prima del 15 settembre in modo da preservarne la freschezza; grappolo pressato intero e barrique per un anno. Sentori fruttati di uva sultanina, albicocca disidratata, floreali di camomilla, frutta secca e vaniglia. In bocca minerale, fresco e di sostanza.

AOC Rasteau Château de la Gardine 2014: Grenache (75%) e Syrah (25%) coltivate su terreni calcarei, marnosi e terra rossa. È il primo vino di questa annata particolare, fredda e con molte piogge che ha rallentato la maturazione delle uve facendo esaltare la croccantezza rispetto alla carnosità del frutto. Il Rasteau esprime note tipiche di cassis e floreale di violetta, ancora tannico.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2014: Grenache (65%), Syrah (15%), Mourvèdre (15%), Muscardin (5%) coltivate su tre tipologie di terreni: galets roules, calcari urgoniani, suoli bruni con ciottoli azzurri di ossido di cobalto. Affinato in parte in acciaio, in parte in barrique fino a 14 mesi, anche questo vino risente dell’annata particolare. Al naso lo si percepisce fruttato, con note spiccatamente mediterranee come il timo, con note di spezie e un finale di liquirizia. Sembra allontanarsi un po’ da quello che ci si può aspettare da uno Chateauneuf; la giovinezza e l’irruenza del tannino fanno presagire che nel tempo possa variare molto e meriterebbe riassaggiarlo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2015: cambia il millesimo e il 2015 nella zona del Rodano è stata un’annata perfetta. Da subito più complesso: frutta macerata sotto alcool, cassis, mora, note di torrefazione, spezie. Impressiona già per la lunghezza in bocca e il tannino fa presagire un vin de garde che potrà durare decenni.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée Tradition 2011: a differenza dei due precedenti il 2011 si capisce subito che è pronto da bere. Al sentore di frutta macerata prende il posto un sentore di liquore al cassis, la nota di torrefazione viene sostituita da una nota di fondo di caffè, le spezie si moltiplicano, interviene anche una componente balsamica e inizia a farsi sentire la nota di goudron. Un gran vino che ha comunque bisogno di tempo.

AOC Chateauneuf-Du-Pape Château de la Gardine Cuvée des Générations Gaston-Philippe 2014: Grenache (33%), Syrah (33%), Mourvèdre (33%) da parcelle di inizio ‘900. Nonostante il millesimo, i sentori sono già quelli di uno Chateauneuf grazie all’età delle vigne e all’affinamento in barrique nuove. Note minerali, fruttate di cassis, di mora, la tipica nota mediterranea e in bocca un grande corpo e una lunga freschezza.

La loro gamma di Chateauneuf-Du-Pape si completa con la Cuvée Peur Bleue, fatta in inox e senza l’aggiunta di solforosa e la Cuvée Immortelle che viene vinificata come in antichità in grandi tini tronconici e che Robert Parker nel suo The Wine Advocate esalta.

Andare a Chateauneuf-Du-Pape significa visitare una cattedrale dell’enologia e la visita non può che lasciarci più appagati, più consapevoli e più intrigati da questo mondo così meraviglioso che è il mondo del vino.

Girlan, l’eccellenza in una cantina sociale


Ed eccoci ancora in Alto Adige, alla ricerca di quel qualcosa che rende questa provincia un punto di riferimento per il vino italiano e non solo.

Incontriamo oggi Oscar Lorandi, direttore della Cantina Girlan, a Girlan/Cornaiano, il primo paese sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, per chi arriva da Bolzano.

Oscar Lorandi è un manager molto preparato e competente e ci accoglie con grande empatia. Ci racconta i quasi cent’anni di storia di questa sorprendente realtà sociale, che conta circa 180 aziende conferitrici su oltre 200 ettari e dà lavoro a qualcosa come 2000 famiglie della zona.

Dal 1923 ad oggi, le cose sono sicuramente cambiate e molto. In particolare è cambiato l’approccio al vino, alla vinificazione, alla qualità delle uve e, seppur non senza difficoltà, l’approccio che hanno i conferitori nella lavorazione in vigna.

L’ottenimento della qualità sul prodotto finale, sottolinea Oscar Lorandi, necessita in primo luogo estrema attenzione su quanto avviene tra i filari. Il controllo sul modo di operare del singolo conferitore diventa, pertanto, uno dei punti di forza del sistema Cantina Sociale, al fine di proporre al mercato prodotti dall’elevato profilo qualitativo.

Insomma, il socio conferitore è anche “proprietario”, in forma associativa, della sua quotaparte di produzione, quindi invogliato a lavorare “bene”. Ciononostante, il controllo da parte dell’agronomo della Cantina Sociale è sempre necessario al fine di ribadire e standardizzare i sistemi di produzione delle uve.

Chiaramente, in un contesto di 200 ettari non è possibile fare biologico, ma, ci dice Lorandi, la tutela del contesto naturale e la riduzione al minimo dei trattamenti si rivela un volano straordinario per l’ottenimento di prodotti di qualità stabile. Oltre al fatto che si è scelto, da sette vendemmie, di rendere la lavorazione in cantina il più possibile delicata grazie alla sostituzione dei macchinari meccanici con la gravità.

Certo, le ultime sofferte annate hanno contratto la produzione che, comunque, si mantiene su un numero importante di bottiglie, vendute soprattutto sul mercato locale a uso delle innumerevoli attività ricettive del territorio.

La cantina è grande e funzionale, moderna e pulitissima, ma ci sorprende quando accediamo alla parte antica, seicentesca, posta sotto un antico maso. Botti grandi ovali della tradizione tirolese, prodotte ancora oggi in Austria, arredano le lunghe gallerie sotterranee. Non mancano, comunque, le barrique in stile francese.

I vini proposti sono molti, a cominciare dalle bottiglie classiche, per salire ai vigneti, quindi alle selezioni.

Partiamo assaggiando il 448 s.l.m., nome che va ad identificare l’altezza media del comune di Girlan/Cornaiano. Un blend fresco e profumato, estivo, davvero ottimo per un aperitivo tra amici sotto una pergola o al bordo di una piscina.

Proseguiamo con il Pinot Bianco, il Weissburgunder della tradizione sudtirolese, il vitigno più identificativo di questo altopiano e, per dirla così, il più autoctono tra i bianchi. Grande naso floreale e una bella freschezza in bocca.

Passiamo al Pinot Bianco del vigneto Plattenriegl, esaltante freschezza, minerale e di gran corpo, un vero piacere.

Arriviamo, finalmente, alle selezioni. Il Sauvignon Flora è esaltante. Dopo una prima vena varietale si apre in un naso di rara ampiezza, con struttura quasi da Pessac-Leognan, tanto che mi viene spontaneo domandare se si conservano le vecchie annate come nella vicina cantina di Terlano. E invece no, qui la produzione viene tutta venduta: questo è, d’altronde, il fine commerciale di una cantina sociale.

Tra i rossi, apprezziamo il Pinot Noir Patricia, profondamente borgognone, con bel naso floreale e tannini levigati su un’acidità abbastanza prepotente che invoglia a finire il bicchiere senza troppi pensieri.

Finiamo con la Schiava di vecchie vigne, la Vernatsch Gschleier, sorprendente tanto nella complessità olfattiva quanto nella struttura, con bei tannini e tanta tradizione.

Ci alziamo dal tavolo di degustazione come di solito si fa dopo una serata tra amici, beatamente immersi e inebriati dal profumo dei calici e ci accomiatiamo da Oscar che ci ha davvero fatti sentire dentro il mondo dei suoi vini.

Si è fatto mezzogiorno ed è il momento di proseguire. L’Alto Adige non si farà negare neppure stavolta e ci racconterà ancora il suo mondo umano e contadino che spazia dalle antiche pergole che si arrampicano eroiche sulle falde di porfido degli altopiani fino alle superbe rocce pallide delle Dolomiti.