La chimera di un turismo etico


Centurioni romani a difesa del Colosseo

Centurioni romani a difesa del Colosseo (Photo credit: Maurizio Montanaro™ – )

Ho lasciato Roma, mia città natale, da diversi anni. Ogni tanto ne parlo con vecchie conoscenze che ancora ci vivono e ne scaturisce sempre un dialogo interessante.

Oggi, ad esempio, un amico ed ex collega mi ha fatto notare come l’Urbe sia divenuta invivibile a causa delle moltitudini di turisti che l’assalgono quotidianamente.

Sinceramente, il tema mi era noto dall’epoca in cui, dovendoci portare in giro avventori di vario genere, spesso provenienti dall’Europa dell’Est, mi sono personalmente confrontato con quel concetto di turismo “mordi e fuggi” tanto odioso per le categorie di esercenti seri, quelli che hanno fatto investimenti importanti realizzando, in un’epoca di crisi, attività lodevoli di supporto a chi viaggia.

Bancarelle e cineserie, invece, non posso che considerarle un epiteto deteriore del fenomeno turistico.

In verità, è il turismo in sé e per sé ad essere sbagliato sotto il profilo etico. Sì, perché. in primo luogo, esiste un etica del turismo, che io preferirei chiamare “etica del viaggiare responsabile”, per distinguerla volutamente da situazioni, come dicevo, di mordi e fuggi.

Una volta ci meravigliavamo dei giapponesi, i primi ad industrializzare il fenomeno turistico. Oggi l’industria del turismo è ovunque ma raramente come a Roma è fondata quasi esclusivamente su basi antietiche, ovvero lontane mille miglia dal contatto vero, verace, con la città, la sua popolazione, le usanze, il contesto storico e culturale.

E’ un turismo fatto di souvenir contraffatti e di patetici giri in pullman organizzati, vuoto di ogni reale significato se non, forse di quella vena ricreativa che, a dirla tutta, gli avventori avrebbero ben potuto far pulsare nel bar all’angolo sotto la loro casa, ovunque essa sia, in Italia, Giappone, Germania, Cina, Russia.

Ci sono – è pur vero – persone più attente, quelle che tentano, almeno, di vivere un turismo responsabile, di ecoturismo, di turismo culturale, per quanto ci sia una contraddizione in termini tra il concetto stesso di turismo, inteso inequivocabilmente nell’accezione “industriale” del termine e la quello di sostenibilità.

Anche senza voler a tutti i costi parlare di società e di implicazioni insane dei comportamenti comuni nel panorama globale, vorrei per lo meno riferirmi, qui, all’aspetto artistico, il grande dimenticato.

Roma – ma potrei dire Venezia o Parigi – è piena di gente che va al Colosseo per farsi fotografare coi finti gladiatori e che ben poco vuole sapere il perché, il come, il quando.  Comprano fouluard cinesi con il Partenone “che sembra un tempio romano” (ho visto di persona questa cosa aberrante!). Gli stessi vanno a Venezia solo per il giro in gondola con annesso mandolino che suona Torna a Surrient’ oppure anche a San Gimignano e Montalcino a bere birra e mangiare wurstel. Ripeto, sono cose che ho visto di persona.

Esiste un modo di trasformare il turismo di massa in un viaggiare etico? Dubito.

Il guaio è che il turismo di massa ha profonde radici economiche, perché il low cost riesce a muovere milioni di potenziali acquirenti, anche se si tratta di acquirenti di nulla, quelli che non aiutano l’economia locale.

Conorziare le attività locali, quello sì che potrebbe essere un modo, un po’ sulla falsariga di fenomeni virtuosi come quello dell’Alto Adige. Ma serve tempo e molta buona volontà, per non dire che creare da zero una situazione virtuosa è possibile mentre estirparne una viziosa e viziata no, quella sì che è una sfida.

Tutto sommato, concludo con una nota di speranza, non tanto per i grandi centri del turismo di oggi, quanto per tutti i territori ancora non invasi dall’industria del mordi e fuggi. Vorrei che gli operatori del settore si mettessero “a priori” una mano sulla coscienza e immaginassero di poter costruire un sistema che sia al tempo stesso proficuo per loro e costruttivo per il loro territorio.