La grande Romania


Due giorni fa è stata la festa nazionale romena.
Per televisione (qui a Torino ritrasmettono in digitale terrestre alcuni canali d’oltre Carpazi) davano la sfilata militare di Bucarest.
Sono rimasto subito molto perplesso nel vedere i fasti della sfilata. Ho pensato che le nostre sono assai sobrie, con o senza spending review.
Poi, seguendo la trasmissione, scopro che, a lato del presidente romeno Basescu, c’è il collega moldavo, cioè il presidente della repubblica (ex sovietica) di Moldova.
Ah. Ecco. Un nuovo tentativo di unione, quindi… Proprio come avvenne il 1 dicembre 1918. Solo che, allora si usciva da una guerra che aveva piegato l’impero russo, mentre ora siamo nella situazione opposta: Russia potente ed Europa allo sbando.
Almeno, così appare a me, italiano, forse troppo italiano da non osservare che le dinamiche globali non sono ancora definite e che, probabilmente, la guerra tra i blocchi non è mai cessata.
Abbiamo solo fatto

finta

di essere in pace.
Per quanto non ci siano state dichiarazioni di prossime unioni tra Romania e Moldova, c’è stato uno schieramento palese. Segno che, alla fine, questa Europa non è poi un sistema così statico e immobile come gli euroscettici vogliono farci credere.
Ci sono equilibri importanti da stabilire (quelli tra occidente e oriente si sono sempre giocati nei Balcani) e l’Europa, apparentemente silente, se ne sta invece facendo interprete.

Ciclisti indisciplinati


Italiano: Cartolina riproducente i Bersaglieri...

Italiano: Cartolina riproducente i Bersaglieri ciclisti – Monfalcone, 6 agosto 1916 – verso q.85 – Associazione Nazionale Bersaglieri (Photo credit: Wikipedia)

Li avete mai guardati pedalare contromano o traversare gli incroci sulle strisce o, peggio, sulle corsie preferenziali? Bene! Ecco, vi assicuro che, ormai, dopo due anni di bici quotidiana, non solo non li posso biasimare. Sono diventato uno di loro.

Non è mancanza di senso civico. Se le nostre città fossero più a misura di ciclista, come lo sono da sempre quelle del nord Europa, anche noi ciclisti saremmo meno indisciplinati.

E dire che basterebbero pochi accorgimenti, perché per andare in bici a scuola o al lavoro non serve certo una pista ad hoc con pavimentazione da velocità, come le speculazioni di certi nostri amministratori ci vogliono, invece, dimostrare.

Indignati, giustificazionisti e meteoallarmisti


English: Snow on Stevia in Val Gardena

Image via Wikipedia

Mi guardo intorno e mi rendo conto di essere diventato profondamente scettico su quanto ci raccontano i media. Poi mi capita di parlare con persone più competenti che mi raccontano le stesse cose in modo più scientifico, probabilmente, sicuramente meno allarmistico.

Insomma, sulla stampa e in televisione non si fa altro che esasperare i toni fino all’inverosimile. Ultimo esempio? La neve, questo flagello mai visto alle nostre latitudini (e sì che io ora scrivo da Torino, sede appena sei anni fa di Olimpiadi invernali…). Sento dire che le nevicate ed il freddo di questi giorni hanno fatto sballare i bilanci della regione Piemonte. Scusate, non è che forse il budget era stato fatto in modo miope? In ogni caso, sarà poi vero, tabelle alla mano?

Un secondo dopo, sento dire che al Nord Est non c’è neve e sulle Dolomiti addirittura ci sono le piste chiuse. Poi, siccome esiste anche internet, PER FORTUNA, guardo le webcam della Val Gardena e scopro che la neve c’è eccome.

Allarmismo, desiderio di scoop giornalistico da due soldi a tutti i costi? Forse perché non si sa cosa scrivere, tant’è vero che per quasi un mese abbiamo sentito parlare solo del naufragio della Concordia, anzi per essere più precisi, della hostess moldava misteriosa che era in plancia con Schettino.

Si apre poi il capitolo Grecia, anche lì servito con abbondante contorno di catastrofismo. Nessuno parla realmente di quanto sta succedendo, di come non siano i greci pazzi e corrotti, ma il sistema insostenibile e di come, al di là delle manifestazioni di piazza, la Grecia ce la stia mettendo tutta per uscire dall’impasse.

Io, il 29 giugno c’ero ad Atene, di passaggio per andare nelle Cicladi. Beh, io ho visto. Ho visto quanto basta per provare a comprendere le ragioni degli uni e degli altri e per capire che la verità è sempre nel mezzo: c’erano i lacrimogeni e le facce imbiancate sotto le maschere antigas degli indignati contestatori (che poi si sedevano tranquilli ai tavolini di Monastiraki, meno di 5 minuti da Sindagma). C’era la polizia contestata, espressione di un governo impopolare. C’era infine un parlamento corrotto.

Chi non ha mai vissuto nei Balcani, non può capire cosa significhi corruzione ad ogni livello. Non è come da noi: qui anche nei tempi bui del post-craxismo, nessuno ti ha mai obbligato a dare bustarelle per ottenere (da cittadino) un servizio di base (un documento, una visita medica).

E così, dico io, ci barcameniamo tra indignati, giustificazionisti e meteoallarmisti, senza pensare che, forse, dovremmo far luce in noi stessi, tirarci un po’ fuori dal coro, indagare – per quanto ci è possibile – la realtà che ci circonda, guardandola “dal di fuori”, prima di assumere una posizione piuttosto che l’altra.

Sottolineo: non è che non ci siano ragioni in ciò che dicono gli indignati, non è che non ci siano ragioni in ciò che dicono quanti giustificano l’austerity e l’europeismo, non è che non ci siano in atto cambiamenti climatici importanti tuttavia, o ci mettiamo in testa di partecipare criticamente a questo mondo senza estremizzare, oppure saremo sempre di più vittime di una tendenza catastrofista magistralmente amplificata da questo sistema mediatico apparentemente così paradossalmente democratico che è invece responsabile, con la sua demagogia, della profonda lesione di libertà che viviamo quotidianamente.

Quando la natura riprende i suoi spazi. Ma poi, va davvero bene così?


English: Plopeni Sat, Prahova County, Romania;...

English: Plopeni Sat, Prahova County, Romania; seen from the road from Lipăneşti Română: Localitatea Plopeni Sat, judeţul Prahova, România, văzută de pe drumul dinspre Lipăneşti (Photo credit: Wikipedia)

Ci sono argomenti di cui oggi si parla troppo e troppo poco allo stesso tempo. Uno di questi è, a mio avviso, il problema delle società post-industriali.
Ebbene, in un’epoca in cui tutto il mondo si schiera e si divide in global e no global, pro e anti USA eccetera, si dimentica molto spesso il problema di società che hanno conosciuto una notevole floridezza economica grazie all’industria. Certo, si trattava di un’industria pesante, spesso votata a fini bellici, difficilmente riconvertibile.
Proprio la scarsa riconvertibilità è stata la causa del crollo economico di alcune regioni palesemente industriali.
E’ bene ricordare che tutto questo non è avvenuto solo in Romania, ma, in molti casi, anche in Italia e in altri paesi occidentali. Poi, nell’Europa dell’Est, potremmo trovare un’infinità di casi dal grottesco al drammatico in relazione con quest’argomento.
Qui, in ogni caso, stiamo parlando della Romania e su questo paese continueremo ad incentrare le nostre riflessioni.
Almeno, questo è il mio intento. Naturalmente, chiunque avesse qualcosa da obiettare, da aggiungere o da commentare, anche se “geograficamente” fuori tema, è ben invitato a farlo!
Voglio richiamare all’attenzione di voi lettori alcuni esempi che ho avuto modo di toccare con mano.
Il primo di questi esempi riguarda una piccola cittadina del distretto della Prahova, circa sessanta chilometri a nord di Bucarest. Superfluo darne il nome. Insomma, fin dall’epoca della Grande Romania, cioè dal tempo in cui c’era la monarchia e i governi erano, per così dire, “amici” della Germania, questa cittadina si era sviluppata intorno ad un centro industriale legato all’approvvigionamento militare.
Una fabbrica di armi, si potrebbe ben dire, credo.
Nazisti o comunisti che fossero, i capi politici di oltre un cinquantennio, ambirono a mantenere e rafforzare la fabbrica, popolandola di operai, impiegati, progettisti e di tutte le categorie lavorative necessarie a creare una città-falansterio.
Finito il regime, ovviamente, la nostra città-falansterio ha smesso di vivere. La fabbrica è pressochè chiusa. Moltissimi i disoccupati, tanti “fuggiti” verso la non lontana metropoli capitale.
Infine, la natura ha ripreso il sopravvento su territori che regimi bellicosi le avevano strappato molti anni prima. Ma quale è stato il risultato?
Si passeggia oggi tra i ruderi di qualcosa che fu e che non è più, nè più sarà, nonostante i tardi tentativi della residua popolazione.
Avete mai visto il cartone animato cult “Ken il guerriero”? Beh, fatevi una passeggiata in questa piccola città – o in altre analoghe dell’hinterland della capitale – e poi ne riparliamo insieme. Non c’è stata una guerra combattuta, nemmeno una tragedia nucleare. Eppure tutto appare come morto.
La natura, di contro, sembra essersi riappropriata dei propri spazi, ma in modo assolutamente incontrollato.
Altrove vi ho raccontato di una Romania bucolica, povera ma felice, fatta di villaggi che sembrano usciti da un museo delle tradizioni popolari.
No, qui non è così. Incapaci di comprendere la gravità di ciò che stava accadendo, gli amministratori locali non sono riusciti a intervenire in tempo. In ogni caso, sfido chiunque a fare qualcosa di importante senza fondi. Non voglio richiamare la vostra attenzione sulle dispendiose largizioni del nostro governo italiano per “riconvertire” alcune aree industriali del napoletano…
Ora, però, a fronte di luoghi di questo tipo, ove intervenire comporta investimenti notevoli, vorrei anche dire che ci sono zone – molte – dove uno sviluppo, come si direbbe oggi, “sostenibile”, porterebbe ad una crescita notevole e, forse anche ad un afflusso di capitali per garantire una rinascita nell’ambito di una pianificazione ambientale seria e ragionata.
In particolare, mi riferisco alle aree interne della Transilvania e alla vasta area del Delta del Danubio: microcosmi dal profondo interesse paesaggistico, etnico, ambientale, faunistico e sociologico.
Il mio grande timore è che il popolo rumeno non sia preparato ad uno sviluppo cosciente di queste aree e che arrivino ben presto – in molti casi, purtroppo, è già avvenuto – occidentalismi distruttori.
Un altro rischio è dato dall’impoverimento della cultura popolare, causato dall’allontanamento cronico dalle campagne, grave anche perchè va a sostituire una millenaria cultura popolare fatta di danze, feste, tradizioni e cibi con le “manele”, quelle chiassose canzoni rap-dance-gitane, interessanti, forse, di per sè, ma molto diverse da quella musica sentita e profonda che allietava i focolari di una volta e che oggi si ritrovano, alquanto svilite, solo a contorno di alcuni matrimoni.
Cercherò di descrivere, in seguito, per quello che ne so, la cultura popolare della Romania. Per adesso, nel chiudere questo intervento, vi saluto, restando sempre a mezzo tra indignazione e nostalgia. Se conoscete la Romania, mi capite sicuramente.