Il dissenso


San Paolo

San Paolo (Photo credit: Daniele Muscetta)

Tempo di Pasqua, la Chiesa ricorda, nell’avvincente narrazione luchiana degli Atti degli Apostoli, l’avventurosa epopea della prima evangelizzazione.
Pur conoscendo, da sempre, direi, il testo, solo ora mi sono reso conto di una questione molto sottile che è stata, verosimilmente, la disperazione e allo stesso tempo l’eccezionale fortuna di quei predicatori.
Si tratta della questione della regalità. La regalità di Cristo, evidentemente.
Già a noi sembra poco verosimile che possa venire un re a guidarci, imbevuti come siamo, nei pregi e nei difetti, di democrazia partecipativa. Figuriamoci come dovesse apparire quest’idea per un greco o peggio per un romano, abituati a personificare i re con corrotti satrapi o tetrarchi ellenistici.
Cosa assai diversa fu, però, per quel copioso sostrato sociale dell’Impero, fatto di schiavi, gladiatori, prigionieri, stranieri e subalterni di ogni genere, assai più familiari con l’idea giudaica della regalità.
In fondo, credo che questo sia uno dei motivi culturali che distinsero il Cristianesimo delle origini e che ne favorirono la diffusione.
Però che fatica dev’essere stata per san Paolo, incompreso e messo al bando tra il dissenso generale, ben prima  di essere perseguitato come sobillatore…

 

La febbre dell’oro


Già ne ho parlato altrove, ma credo che l’argomento vada trattato ulteriormente.

Girando per Torino,sto notando che, praticamente in ogni strada della città, stanno apparendo come funghi i banchi dei pegni. Un fenomeno, questo, che mi da molto da pensare perché implica una serie di considerazioni difficili da esprimere senza prendere, a un certo punto, una posizione.
Insomma, se i banchi dei pegni appaiono è perché c’è questa richiesta, richiesta di liquidità e impossibilità di reperire il contante per le spese “quotidiane”.
Inoltre, il fatto che ci sia merce da impegnare, comporta evidentemente il fatto che “prima” l’acquisto di gioielli e preziosi era, non solo possibile ma anche cosa consueta.

gold cast bar

gold cast bar (Photo credit: hto2008)

Certo, ci sarebbe molto da obbiettare sul fatto che siamo arrivati ad impegnare l’anello della nonna per comprarci il tablet, ma tant’è.
Più che altro, quindi, si tratta di un fenomeno di costume, originato senz’altro dall’aria di crisi che respiriamo, ma alimentato moltissimo da tendenze e controtendenze amplificare ad arte da strumenti di marketing più o meno sofisticati.
Uno dei business che sono comparsi di recente e che mi hanno maggiormente stupito è, per dirne una, il paradossale complemento ai banchi dei pegni: in aeroporto, a Bergamo, per la precisione, ho trovato un vero e proprio distributore automatico di lingotti d’oro – moneta scambiabile ovunque e mai svalutabile, come recitava la pubblicità sul fronte dell’apparecchio.
Beh, senz’altro si svaluta di meno dell’Euro, anzi, ultimamente, l’oro si sta nuovamente apprezzando proprio in quanto bene rifugio.
In fin dei conti, sembra quasi che questa benedetta crisi non sia tanto economica o finanziaria, quanto semplicemente monetaria.
Tuttavia, se anche l’Euro è svalutato e Grecia e Spagna stanno letteralmente esplodendo, personalmente spero ancora in un’uscita meno drammatica da questo momento buio.

Vita low cost?


Serralunga d'Alba, Piemonte, Italia

Image via Wikipedia

E’ possibile vivere low cost? Che cosa significa? E’ equo, solidale, sostenibile? Cosa può essere low cost e cosa no? Dove è consentito rinunciare alla qualità per abbattere i costi?

Queste – e non solo queste – sono le domande che mi pongo come utente appartenente a quella classe “ex media”, quelle persone che non vogliono eccedere, nella consapevolezza che il consumismo è probabilmente il male maggiore del nostro secolo – e ce ne porteremo dietro a lungo pesanti strascichi.

Allo stesso tempo però non riesco a “rinunciare a tutto” come ho già avuto modo di raccontare, anche per il tipo di lavoro che storicamente svolgo, la consulenza tecnica all’interno delle aziende, che presuppone competenza, o per lo meno conoscenza, dei temi tecnologici più attuali.

Con la mia famiglia abbiamo fatto una serie di scelte low cost: prima di tutto i mobili che hanno integrato quanto preesistente nella nostra casa torinese sono Ikea (cos’altro per chi si sposta periodicamente, come noi?) ed ora anche l’auto è un low cost Dacia.

Sul discorso dell’automobile c’è anche però un intento di equità e spero in parte anche di solidarietà, in quanto Dacia è la casa automobilistica romena e, benché sia di proprietà Renault, continua la produzione a Mioveni, in Arges, Romania (da dove viene un ramo della nostra famiglia).

La Romania è un paese in via di sviluppo che ha bisogno assai più di noi di trovare stabilità. E’ anche un paese dal patrimonio industriale importante: un patrimonio che è stato in gran parte abbandonato o addirittura distrutto dopo la fine del regime, con conseguente impoverimento della popolazione che vive, oggi più che mai, una situazione di disoccupazione totale, soprattutto nelle zone rurali ed ex industriali.

Lo stesso discorso, a grandi linee, vale per la mia predilezione per la Grecia come meta di vacanza, soprattutto nella situazione attuale, proprio perché la Grecia vive molto grazie al turismo, anche quello non di massa che io amo. Naturalmente, anche l’eventuale volo per arrivarci può essere low cost, perché la nazionalità delle cosiddette compagnie di bandiera è, allo stato attuale, un concetto se non altro dubbio…

Sul cibo invece la questione è molto più complessa.

In primo luogo ci sono due strade eticamente sensate, credo, ed una che non lo è: quella del consumo inutile, dell’acquisto di cibo spazzatura (merendine, snack, dolciumi, alimenti precotti ecc.).

Le altre due strade, però, sono in totale contraddizione: la prima è quella della filosofia “Km 0”, quella della produzione solo locale, dello slow food certificato, quella, insomma “no global”. L’altra è quella della produzione equa e solidale, in vendita in appositi spazi – recentemente anche all’interno di alcune catene di supermercati della grande distribuzione francese.

Nonostante l’antinomia di queste strade, tuttavia, non mi sento di non dover percorrere l’una perché percorro l’altra. Ci sono cose come il cacao che in Piemonte non esistono e cose come il vino di cui qui si è produttori straordinari. Certo, allora, che vado dal produttore locale per il vino, in Monferrato o nelle Langhe, mentre per le cose “esotiche” ripiego necessariamente su Altromercato e simili.

Infine, anche la solidarietà può essere global o no global. E così, a latere della partecipazione, talvolta attiva, ai programmi solidali delle comunità locali ho scoperto l’esistenza di strutture globali come Kiwa, un’organizzazione che permette di “prestare” piccole somme “worldwide” sul modello originariamente immaginato dal premio Nobel Yunnus.

Alla fine di questo post, credo che emerga un modello misto che io, personalmente considero adeguato a quest’epoca di cambiamenti sociali. E’ il modello che applico, non è il migliore. Ha contraddizioni profonde, come ho chiarito ma si fonda su una base – io dico – filantropica.

Indignati, giustificazionisti e meteoallarmisti


English: Snow on Stevia in Val Gardena

Image via Wikipedia

Mi guardo intorno e mi rendo conto di essere diventato profondamente scettico su quanto ci raccontano i media. Poi mi capita di parlare con persone più competenti che mi raccontano le stesse cose in modo più scientifico, probabilmente, sicuramente meno allarmistico.

Insomma, sulla stampa e in televisione non si fa altro che esasperare i toni fino all’inverosimile. Ultimo esempio? La neve, questo flagello mai visto alle nostre latitudini (e sì che io ora scrivo da Torino, sede appena sei anni fa di Olimpiadi invernali…). Sento dire che le nevicate ed il freddo di questi giorni hanno fatto sballare i bilanci della regione Piemonte. Scusate, non è che forse il budget era stato fatto in modo miope? In ogni caso, sarà poi vero, tabelle alla mano?

Un secondo dopo, sento dire che al Nord Est non c’è neve e sulle Dolomiti addirittura ci sono le piste chiuse. Poi, siccome esiste anche internet, PER FORTUNA, guardo le webcam della Val Gardena e scopro che la neve c’è eccome.

Allarmismo, desiderio di scoop giornalistico da due soldi a tutti i costi? Forse perché non si sa cosa scrivere, tant’è vero che per quasi un mese abbiamo sentito parlare solo del naufragio della Concordia, anzi per essere più precisi, della hostess moldava misteriosa che era in plancia con Schettino.

Si apre poi il capitolo Grecia, anche lì servito con abbondante contorno di catastrofismo. Nessuno parla realmente di quanto sta succedendo, di come non siano i greci pazzi e corrotti, ma il sistema insostenibile e di come, al di là delle manifestazioni di piazza, la Grecia ce la stia mettendo tutta per uscire dall’impasse.

Io, il 29 giugno c’ero ad Atene, di passaggio per andare nelle Cicladi. Beh, io ho visto. Ho visto quanto basta per provare a comprendere le ragioni degli uni e degli altri e per capire che la verità è sempre nel mezzo: c’erano i lacrimogeni e le facce imbiancate sotto le maschere antigas degli indignati contestatori (che poi si sedevano tranquilli ai tavolini di Monastiraki, meno di 5 minuti da Sindagma). C’era la polizia contestata, espressione di un governo impopolare. C’era infine un parlamento corrotto.

Chi non ha mai vissuto nei Balcani, non può capire cosa significhi corruzione ad ogni livello. Non è come da noi: qui anche nei tempi bui del post-craxismo, nessuno ti ha mai obbligato a dare bustarelle per ottenere (da cittadino) un servizio di base (un documento, una visita medica).

E così, dico io, ci barcameniamo tra indignati, giustificazionisti e meteoallarmisti, senza pensare che, forse, dovremmo far luce in noi stessi, tirarci un po’ fuori dal coro, indagare – per quanto ci è possibile – la realtà che ci circonda, guardandola “dal di fuori”, prima di assumere una posizione piuttosto che l’altra.

Sottolineo: non è che non ci siano ragioni in ciò che dicono gli indignati, non è che non ci siano ragioni in ciò che dicono quanti giustificano l’austerity e l’europeismo, non è che non ci siano in atto cambiamenti climatici importanti tuttavia, o ci mettiamo in testa di partecipare criticamente a questo mondo senza estremizzare, oppure saremo sempre di più vittime di una tendenza catastrofista magistralmente amplificata da questo sistema mediatico apparentemente così paradossalmente democratico che è invece responsabile, con la sua demagogia, della profonda lesione di libertà che viviamo quotidianamente.