Orti urbani



Mi sono spesso domandato, dall’epoca in cui, abitando in Germania, vedevo le periferie disseminate di casottini ed improbabili filari di lattughe, sul senso degli orti urbani.
Un fenomeno, questo, assai complesso da comprendere perché, in barba a tutte le semplificazioni, sottende questioni varie di sociologia e psicologia non proprio spicciole, perfino potenzialmente esplosive.
Un orto urbano è, in fondo, una presa di coscienza e, pertanto, di posizione rispetto ad un intero contesto culturale – che io, amabilmente, chiamo postconsumismo.
La constatazione, ora, che c’è perfino chi ne faccia un business – per quanto equo, solidale e cooperativo – mi dà ancor più da pensare.
Siamo un mondo in trasformazione. Dove stiamo andando?

Prospettive


Fahrenheit 451

Fahrenheit 451 (Photo credit: Witer)

Esiste una informazione social? Esiste, più in generale, una forma di cultura social? Hanno senso esperimenti quali Treccani online come alternativa dotta a Wikipedia? Potremmo, in futuro, fidarci essenzialmente di un reader tipo Flipboard o addirittura dello stesso WordPress per chetare la nostra sete cognitiva?
Sinceramente, sto tentando da alcun anni di rispondere “Sì”. Eppure continuo a comprare pezzi di carta.
Il motivo? Una lotta anacronistica alla volatilità del sapere social, talmente volatile da non necessitare neppure degli oscuri pompieri di Farenheit 451.

Anomalie del web sociale


Se è vero che sul web siamo ciò che pubblichiamo, è allo stesso tempo vero che il nostro brand è costruito su quello che seguiamo in ambito social.
La considerazione nasce dalla mia personale recente valutazione dell’evoluzione delle reti sociali che, da cerchie di amici, conoscenti e business partner più o meno reali si sta trasformando progressivamente in una sorta di canale pubblicitario referenziato.
Da un peer to peer o, eventualmente b2b, siamo approdati ad un vero e proprio b2c.
L’ultima prova di questo fenomeno è un articolo del Sole di oggi che annuncia 710 mila followers italiani, tra twitter e facebook, degli istituti di credito.
Un numero, a mio avviso, difficilmente giustificabile quando, nella percezione diffusa delle persone, il web dovrebbe essere un irrefrenabile veicolo di democrazia.

E fu così che…


Image representing Twitter as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

… il teutonico Ratzinger cadde sotto i colpi non già di una malattia senile, quanto piuttosto della riconosciuta inadeguatezza dinanzi alla liquidità della vita contemporanea.
A poco era servito il suo sbarco su Twitter, solo pochi mesi fa.
Del resto, avendo a suo tempo conosciuto io stesso e di persona l’apparato vaticano e l’imponente figura di Woijtyla, non mi stupisco di come questo teologo, in apparenza tanto rigido, si sia rivelato, in fin dei conti, un mite vecchierello in balia delle correnti.
Woijtyla sarebbe potuto essere – e solo in parte lo è stato – il ponteficie “social” per eccellenza. Ratzinger, di sicuro no.
Mi domando però, a questo punto, se questo nostro secolo non si stia trasformando troppo velocemente in qualcosa di esclusivamente virtuale, tra Matrix e il Grande Fratello al punto che perfino il Vicario di Cristo finisce per esserne inghiottito senza appello.
“Que farai, Pier del Morrone – Que farai Fra Jacovone?” sentenziava nel panico il francescano Iacopone da Todi quando, nel 1294 Celestino V fece “per viltade lo gran rifiuto” di dantesca memoria.
Ma è davvero vile un uomo che riconosce i propri limiti? E quando il limite è la palesata difficoltà di interagire in un villagio globale sociale e internautico tale da estremizzare enfatizzandole tutte le esperienze, positive o negative che siano?
Potrà un organismo come la Chiesa stare al passo con i tempi? In fin dei conti, le stiamo chiedendo di adeguarsi ad una realtà che ci fluisce tra le mani senza che sappiamo trattenerne molto: “and if there’s not tomorrow and all we have is here and now?” si domandavano i Corrs una decina d’anni or sono…
O non è forse che l’immobilità ancestrale della tradizione avrebbe dovuto vincere questo divenire caotico che ci circonda?

La cultura del nuovo millennio, tra musei, biblioteche e internet


English: Courtyard of the Museum of Louvre, an...

English: Courtyard of the Museum of Louvre, and its pyramid. Français : La cour Napoléon du Musée du Louvre, et sa pyramide, à la tombée de la nuit (Photo credit: Wikipedia)

Lo spunto nasce, stavolta, dal dialogo avuto, ieri sera, con il mio nuovo vicino di scrivania: che mondo straordinario sono (o potrebbero essere) le biblioteche italiane. Eh sì, lui lo può dire, essendo straniero.

Peccato, si constatava amaramente insieme, che l’uso maggiore di questi strumenti eccezionali di divulgazione della cultura sia quello di accessi a internet per andare, magari, sui social network.

Penso alle biblioteche antiche, tempi del sapere e custodi della cultura universale e mi domando se esiste davvero, oggi, qualcosa di analogo.

Per quanto riguarda la cultura enciclopedica, sicuramente i progetti “wiki”, primo tra tutti la celebre wikipedia.org, costituiscono una versione rigorosamente digitale e, per di più, sociale dell’illustre antenato di D’Alembert e Diderot.

Resta il fatto che le biblioteche non sono solo contenitori di un sapere enciclopedico e che la cultura non è solo nozionistica.

Insomma, abbiamo trovato l’erede dell’Encyclopédie, ma troveremo mai l’erede della Biblioteca di Alessandria? Potranno, candidati come Google o Amazon vincere le elezioni?

Perché poi – ed ecco di nuovo che torno a quanto commentavo amaramente prima – il disinteresse verso la cultura è generalizzato.

Mi ha stupito non poco, oggi, la notizia dell’inaugurazione di una  nuova “ala” del Louvre a Lens, nel Pas de Calais, a duecento chilometri da Parigi: un tentativo di rivitalizzare una regione mineraria profondamente provata da “questa” crisi, dicono (in realtà non si estrae più carbone da trent’anni). Hollande, tagliando il nastro, ha detto che si tratta di un “pari insensé”…

Creare turismo culturale, tuttavia, a mio avviso, benché favorisca la divulgazione, non comporta la creazione di cultura. Già lo sapevamo, noi, fin da ragazzini, quando, andando in gita scolastica, aspettavamo impazientemente solo il momento dello shopping di rito.

Alla fine, ecco tornare il mio solito adagio: siamo fagocitati da un non pensiero post-consumistico che ci ha minato alle fondamenta ma… che fare?

 

A free and open world depends on a free and open web


domande (questions)

domande (questions) (Photo credit: l3m4ns)

“A free and open world depends on a free and open web” sottotitola oggi Google, mentre, da più parti, nel mondo, si legifera per uniformare la rete globale, più che altro, al modello cinese.

In realtà, dietro i giusti schermi che si andrebbero a imporre a chi truffa e delinque online, è chiaro, infatti, l’intento di mettere un bavaglio – o per lo meno un meccanismo di controllo.

Nulla di nuovo sotto il sole, come sentenziava il Qoelet circa tre millenni fa, proprio nei giorni in cui perfino il romano pontefice Benedetto XVI approda su Twitter e – ma questo terzo fatto è, in fondo, il meno significativo di tutti – il Daily, quotidiano murdochiano online, chiude i battenti per “mancanza di traffico”.

Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Domande, queste, che si radicano tra gli uomini da sempre e oggi, credo io, si radicano anche nel Web.

Riusciranno i nostri eroi del web a farne un palcoscenico di libertà e di poliedricità o saremo, piuttosto, inghiottiti da nuovi populismi dal linguaggio internautico atti a reclutare ignari proseliti di nuovi futuribili regimi?

L’importanza di un nome


Image of Io taken by the Galileo spacecraft

Image of Io taken by the Galileo spacecraft (Photo credit: Wikipedia)

“Io non saprei proprio dire ch’io mi sia”, diceva, rassegnato, il pirandelliano Mattia Pascal, al termine del suo paradossale racconto.

Stamattina, accompagnando mia figlia alla scuola materna, ho avuto non poche difficoltà a causa del rifiuto di lei di entrare. Provando a ragionare con lei – perché nonostante abbiano tre anni, i bambini sono sempre estremamente ricettivi e, a modo loro, profondamente logici – ho scoperto che il “problema” era nel fatto che qualcuno la aveva chiamata “piccola”. Ho pensato a qualche monello della classe un po’ bulletto. Poi, invece, ho letto su un appendipanni il nome di un’altra Irene, un’omonima di mia figlia e, come si dice, ho fatto “due più due”. Ne ho parlato con la maestra, ed ho scoperto che era stata proprio lei, ingenuamente, a chiamare le due bimbe “Irene grande” e “Irene piccola”, senza cattiveria, evidentemente, ma solo per distinguerle.

Mi è tornata alla mente quindi, e per l’ennesima volta, la questione già spesso dibattuta della nostra identità, del modo in cui creiamo – in termini di marketing – un “personal branding” di noi stessi.

Il mio pensiero va, ad esempio, all’attore “Pier Luigi Modesti” mio omonimo che non sta che in quarta o quinta pagina, facendo una ricerca per nome e cognome su Google.  Mi dispiace sinceramente perché è bastato un blogger estemporaneo come me a scalzarlo da quel trampolino che con il lavoro di anni gli sarebbe spettato.

Cosa siamo? Un codice fiscale? Un nome indicizzato da un motore di ricerca? Un profilo Facebook?

Pedine di un sistema globale, credo, ma non di un complotto, come sostengono alcuni. In fondo, è facile gridare al complotto quando non riusciamo a vedere “en ansamble” tutto quanto abbiamo intorno a noi e, senza dubbio, la nostra sfera di influenza, anche con gli strumenti mediatici più senzazionali, è pur sempre molto limitata, come si vede analizzando la redditività di una campagna di internet marketing basata esclusivamente sul personal branding rispetto a quella basata su un prodotto o servizio.

Insomma, molto difficile farsi strada da adulti e con la competenza o, per lo meno, la cognizione di quali siano gli strumenti promozionali ad impatto maggiore. Figuriamoci per un bimbo che, a stento, ha imparato il proprio nome.

La verità è che la nostra è, per forza di cose, una società “impersonale” e sta a noi personalizzarla con i nostri potenziali “contenuti originali”.

Presente e futuro dei social network


Detail showing the illumination added after pr...

Detail showing the illumination added after printing. (Photo credit: Wikipedia)

Se dovessi – o volessi – riscrivere il titolo che ho appena delineato, dovrei forse dire qualcosa tipo “ma i social network hanno futuro?”. Articolando oltre, la domanda di base che mi pongo a distanza di un lustro dall’alba dell’internet sociale è se il web 2.0 o 3.0 sia una realtà culturalmente positiva ovvero ci stiamo avviando ad un web spazzatura, un po’ come quelle pubblicità in cassetta postale non gradite. Insomma, nella vita reale, scriviamo sulla buca delle lettere “questo condominio non gradisce pubblicità in cassetta”, nel web “1.0”, quello dell’email, per intenderci, abbiamo inventato potenti strumenti antispam che filtrano (con poche falle) tutto ciò che entra.

Ora, con il web sociale, finita l’era del “siamo tutti amici di tutti” del basico Facebook o degli “open networkers” delle reti più evolute, sono sempre più propenso ad immaginare l’avvento di strumenti di nuova generazione atti a limitare e salvaguardare ciò che ci viene dalle connessioni.

Quando, quindici anni fa, chat ancestrali come IRC e ICQ ci insegnarono che internet può metterci in contatto diretto, immaginavamo stessimo parlando di – passatemela – un C2C, non un B2C come, invece, oggi è evidente.

C’è stata, invero, anche una fase in cui “semiaddetti ai lavori”, come me, hanno pensato che il B2B potesse essere un’altro sbocco naturale. Poi ci siamo accorti che, alla fine, tutto sfociava in evitabilmente in esperienze di MLM (multilevel marketing) quando non esclusivamente speculative.

Insomma, più passa il tempo, più pavento un internet che dalla comunicazione sociale passi alla “truffa sociale” e, questo, non mi va molto giù.

Non mi va giù affatto, direi. Non mi va giù perchè stiamo uccidendo le possibilità di internet come strumento e, a fronte di una sempre più attaccata e depauperata esperienza “open” come Wikipedia, ci stiamo riempiendo di spam ad elevato tasso di convertibilità in termini economici (la conversione può essere diretta, come nel caso degli acquisti online, o indiretta nel caso ormai frequentissimo della distribuzione ai limiti della legalità dei nostri dati personali con evidente secondo fine di lucro). Uno spam, questo, costituito dagli eredi naturali dei volantini dei supermercati.

Se Gutenberg sapesse che la stampa, quella sua straordinaria invenzione datata 1455, sarebbe stata destinata ai volantini pubblicitari, cosa avrebbe pensato? Si sarebbe prodigato a stampare la sua Bibbia?

Analogamente, il gruppo del CERN che nel 1991 inventò il World Wide Web, che direbbe – che dirà – vedendo ormai transitare solo spazzatura sui protocolli di rete rivoluzionati al solo nobile scopo di informare e connettere?

Kafka, la vita moderna e i social network


Franz Kafka

Franz Kafka (Photo credit: Three Legged Bird)

La nostra vita è fatta di episodi che scatenano nella mente pensieri a volte un po’ strani.

Ieri, ad esempio, ho comprato, durante una passeggiata in centro, un palloncino a mia figlia. Si trattava di una coccinella (mia figlia è stata evidentemente attratta dal colore rosso acceso spezzato dai puntini neri).

Di sera, restando solo in casa, mi sono accorto che l’innocuo palloncino era volato e stazionava sulla volta del soffitto della cameretta.

Mi è venuta subito in mente l’immagine kafkiana dell’uomo che si traforma in insetto (la coccinella, nella penombra, non era più molto attraente e, anzi, si delineavano più che altro le nere zampette dell’enorme insetto sul cupo turchese dell’intonaco).

Che immagine assurda. Che situazione assurda. Vittima di un palloncino colorato che, nel buio della sera, diventa un mostro.

Questo episodio mi ha dato molto da pensare. Ho visto come Kafka, il cui genetliaco è stato ricordato solo pochi giorni fa, non abbia poi immaginato uno scenario così lontano dalla realtà dei nostri giorni. Anzi, come ormai sempre più spesso accade, è una realtà che supera la fantasia e – palloncini a parte –  ci troviamo sovente catapultati in situazioni grottesche.

Come uscirne? Forse – almeno questa è la mia impressione od opinione che dir si voglia – dovremmo seguire tutti il paradigma del “take it easy”. Preoccuparci di meno, insomma. Vivere, più che altro, nella consapevolezza che

1. siamo respnsabili di ciò che facciamo e quindi di ciò che siamo

2. non possiamo cambiare da soli tutto quanto ci circonda

Non credo sia un “gettare la spugna”. Piuttosto, lo vedo come un’acquisita consapevolezza dei limiti e delle potenzialità del nostro essere.

Nella vita quotidiana, come nel lavoro e nel business, questa consapevolezza non sarà forse troppo positiva, ma eviterà di creare “mostri” nei nostri cieli (o soffitti che siano).

Chiudo con un pensiero alla solitudine, perché se non fossi stato solo, ieri sera, tutti quei pensieri sulla Metamorfosi non mi avrebbero toccato: siamo una generazione di solitari e la socialità del web non sopperisce ancora alla grande necessità di vivere comunitariamente. Una necessità, questa, che come esseri umani abbiamo sempre avuto e che, nella società pre-industriale era superata grazie alla presenza di contesti familiari che completavano l’individuo.

Oggi, invece, bandite le famiglie e le altre forme più o meno evolute di aggreganti sociali, viviamo tra vite reali falsamente autosufficienti e una socialità (o società) virtuale ancora effimera e priva di quegli elementi, o valori, che, prima, completavano il quadro delle nostre esistenze.