Riesling L’AMAN 2015 Anna Maria Abbona


Colore Giallo Paglierino con riflessi verdolini.
Intenso al naso e con un ventaglio di profumi che vanno dalla frutta fresca come la nespola, al floreale, tarassaco e camomilla. Il caleidoscopio si conclude con una bella nota minerele di selce e piccoli sbuffi di idrocarburo.
In bocca è pieno ed equilibrato. La nota calorica viene elegantemente mitigata dalla splendida freschezza e sapidità.
Il finale è avvolgente con ritorni di erbe armatiche.
Noi lo abbiamo abbinato ad un caprino a pasta semidura.

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Una cuvée al centro (città)!


Al centro di Parigi un gruppo di giovani “vignerons sans vignes” vinificano le loro cuvées a partire da uve acquistate nei territori vitivinicoli in della Francia. Una tendenza nata negli anni 60 negli Stati Uniti e oggi rifiorita in Francia.

Quando il fornitore di Pomerol ha visto l’indirizzo di consegna ha chiesto “Serve per un set?”. Nossignore, le sue uve andranno dritte verso un vero processo di vinificazione. Oui, monsieur, dans la Capitale. Lontano da ogni vigna? Sissignore, c’est ça.

Questa idea i californiani l’hanno avuta già più di 40 anni fa, e l’hanno messa in pratica. Oggi è diventata realtà in quasi tutte le principali metropoli americane, a Londra, a Hong Kong (a Chiavari, ancora prima dei Californiani, ma questa è un’altra storia, la storia di Bisson, quello degli ‘Abissi’, che vi racconterò la prossima volta).

Questa moda ha permesso a numerosi appassionati di fare del vino senza avere della terra, solamente comprando le uve da diversi viticoltori. In realtà da sempre i négociants fanno grossomodo la stessa cosa, molto più in grande e non proprio nella Capitale, però.

Queste nuove realtà inoltre permettono al consumatore cittadino di essere a tutti gli effetti il vicino di casa del produttore, di diventarne amico, di indagare e curiosare fra i metodi di produzione, funziona proprio così nelle caves urbaines. Qui si democratizza il vino, rendendolo un argomento di conversazione più conosciuto.

E’ noto che realtà vinicole in Parigi fossero sempre esistite ed erano realtà ampiamente produttive e necessarie. A partire dalla nota vigna di Montmartre, spostando la memoria presso le Chai de Bercy, paragonabili ai docks di molte altre metropoli, vediamo i commercianti in vino che assemblavano i vini, spesso con l’ausilio dei vini tannici algerini, che arrivavano sui battelli lungo la Senna, per tagliare i vini francesi. Ordinare un ‘Bercy’ significava ricevere una bottiglia panciuta simile ad una caraffa, di un ordinario e mediocre rosso. Queste realtà non brillavano per le loro azioni finalizzate per lo più ad approvvigionare gli svariati bistrots, cafés, restaurants, brasseries, enoteques..e presso cui dilagava il guadagno facile e il malcostume. Ma qui si installarono anche alcune realtà ricercate, presso la Cour de Saint Emilion, a Bercy, dove alcuni appassionati négociants importavano uve pregiate per servire una clientela esigente, e alcuni locali di lusso.

E’ proprio a loro che i nuovi giovani produttori di Parigi si ispirano, ricordando inoltre che sino al XIX secolo l’Ile de France era considerata la prima regione produttrice (vigne comprese) di vin de pays.

Matthieu Bossier, Vincent Durand, Emmanuel Gagnepain e Frédéric Duseigneur (5° generazione di viticoltori in Châteauneuf du Pape) sono i quattro soci che hanno fondato ‘Vignerons Parisiens’ in Rue de Turbigo al numero 35, nel terzo Arrondissement.

Matthieu Bossier spiega che si ispirano al fatto che Parigi è la città al mondo in cui si consuma (bene aggiungo) più vino. Aggiungendo a questo un po’ di egoismo ..’non avremmo avuto il coraggio di trasferirci fuori Parigi, è la nostra città, e noi l’amiamo’, questi ragazzi hanno avuto la pazienza di lavorare due anni prima di vedere realizzata la loro idea; ottenere i permessi per iniziare in modo del tutto regolamentare la loro attività non è stato semplice, ma grazie ad uno sforzo di creatività dell’amministrazione comunale la loro richiesta è diventata “domaine avec une cave déportée” (attività vitivinicola con cantina dislocata), spiega sorridendo Matthieu Bosser.

Per i Vignerons Pariens le cuvée create sono sia monovitigno, come la cuvée Turbigo 100% Cinsault, che assemblaggi, come la Lutèce (50% Viognier, 40% Grenache Blanc, 10% Roussane). La Turbigo è una cuvée gourmande, colore rubino profondo, frutti rossi (lampone) e peonia al naso, bocca rotonda, dalla bella morbidezza. Un vino la cui freschezza lo rende adatto ad ottimi abbinamenti. Ad oggi disponibile il 2015. Ottimo rapporto qualità/prezzo (13,90 euro, per chi fosse interessato..).

Le uve provengono da partner presso Visans, nel Nord del Rodano meridionale. Le parcelle selezionate sono in biodinamico, precisano, e la selezione dei grappoli è rigorosa. La relazione in questo caso con il fornitore è diretta, nel senso che sono soci anch’essi; in altri contesti, comunque, il rapporto di fiducia sta alla base dell’approvvigionamento e spesso i produttori si stupiscono nel ‘vedere’ i risultati finali.

Per qualsiasi opzione di vinificazione si scelga, il risultato è buono, si tratterebbe altrimenti solo di una buona operazione di marketing.

E’ chiaro, però, che queste attività, trovandosi nel cuore della Capitale, hanno la possibilità di legarvi uno spazio culturale e di svago. La ‘Vignerons Parisiens’ si trova nel pieno del Marais, qui Vincent Durand organizza corsi di degustazione e di vinificazione in cui mostra le barriques, le macchine imbottigliatrici, i fusti in acciaio, fa visitare la sua cantina sotterranea (chai en pierre de taille), attende i produttori per poter parlare con loro e indovinare nuove possibili cuvée, inoltre affitta i locali per serate di degustazione ed eventi privati.

Insomma, ‘Ce pas le bonheur qui fait l’homme mais sont ses idées qui font son bonheur’ (Napoleone Bonaparte, Parigino d’adozione).

Freisa eroica


di Pierluigi Modesti e Mattia Polello

Luca Ferrero è un ragazzo giovane e di pochi sorrisi: il suo sguardo racconta di lavoro, passione e tante speranze con un un po’ di apprensione verso il futuro.
Ca’ del Prete, l’azienda agricola che ha rilevato dallo zio circa otto anni fa, ha meno di cinque ettari di vigne.

Luca ha tante idee su come fare il vino ed evidentemente un rapporto viscerale con la sua terra: è persona di grande umiltà e semplicità, testimone di un mondo contadino forse dimenticato, almeno da noi cittadini, abituati a vite frenetiche e ad un concetto consumistico del tempo.

Ci troviamo a Pino d’Asti, nell’Astigiano al confine con il Chierese: una zona collinare suggestiva dove buona parte del territorio è ancora ricoperta da zone incolte, noccioleti  e piccoli boschi, tra le quali si trovano, nelle posizioni meglio esposte, alcune vigne, quasi isolate le une dalle altre.

In questa terra il vitigno Freisa ha una sua storia di almeno 300 anni, ed è il vitigno d’elezione: occupa i vigneti con i migliori terreni ed esposizioni, come, invece, non gli capita in altre zone del Piemonte, dove è relegato nei fondo valle, quasi sempre per produrre vini da tavola frizzanti.

I terreni sono argillosi, calcarei e sabbiosi, diversi da quelli del Chierese, come diversa è la freisa che si produce, così almeno tiene a spiegarci Luca.

È l’unico produttore ad essere certificato biologico in questo comune, la sua terra gli da tutto ciò che gli serve e quindi va rispettata… nessun trattamento in vigna, solo il piretro per la flavescenza dorata… ed un uso moderato della solforosa, entro i limiti del disciplinare biologico, che dal 2012, ricordiamo, è europeo.

Utilizza solo lieviti indigeni, sapendo che il rischio e di avere un po’ meno controllo sulla fermentazione che può dare una certa volatile a causa delle cariche batteriche. Noi non troviamo assolutamente questo problema nel suo vino e immaginiamo che la pulizia e la sterilizzazione siano fattori decisivi per non alimentare fermentazioni indesiderate. Molti produttori della zona sono rimasti legati all’idea di un vino da tavola, magari in damigiana e di una viticoltura tradizionale con prodotti di sintesi che porta ad avere un’alta produttività (anche 100 quintali per ettaro) a scapito, come sempre, della qualità.

Luca è da solo, a parte un operaio che ogni tanto dà una mano e si occupa di tutto: del lavoro in vigna, della vinificazione, dell’accoglienza clienti e degli aspetti non meno importanti, commerciali, fiscali e della comunicazione… Ma concede anche spazio alla sperimentazione con molte idee e progetti, alcuni parcheggiati e in attesa di risorse economiche.

Nonostante questo non pensa di puntare alla quantità: fare agricoltura biologica significa anche produrre meno, come nella sua vigna d’elezione, da cui produce una freisa superiore, ferma e di corpo, il “Casot”.  La vigna è circondata da poche altre e dai boschi, ha un esposizione ottimale verso sud-est, in testa ai filari ci sono le rose ed alcuni cassette per la nidificazione di quegli uccelli che lo aiutano nella lotta integrata.

I filari abbastanza spaziosi l’uno dall’altro con un totale inerbimento e la produzione non supera i 40 quintali per ettaro.

La Freisa prodotta da questa vigna farà fermentazione in acciaio e poi legno…Barriques vecchie di venti e anche venticinque anni, solo per dare alla Freisa,  che già ha un suo tannino importante e non ha nulla da chiedere al legno, la dimora per un quieto riposo di circa un anno.

Luca non scende a compromessi e non produce vino bianco: sa benissimo che questa terra non ha terreni adatti e non avrebbe soddisfazione dal produrre uno Chardonnay, un Cortese o un Arneis qualunque. Quindi, ha deciso di fare uno spumante Charmat partendo da una Malvasia di Schierano, con un 20% di Freisa, vino perfetto da aperitivo, grazie anche al suo colore rosa carico molto accattivante, così come per accompagnare un dolce, grazie ad un delicato residuo zuccherino.

Per sua scelta e gusto, tende e far surmaturare le uve ed avere dei vini che anche se fanno solo acciaio devono essere soprattutto morbidi e pronti alla beva, come per la sua Barbera che mai diresti che passi solo in acciaio: l’acidità è molto smorzata per dare spazio a frutto, struttura e morbidezza.

Sta anche sperimentando un metodo classico di Freisa e Barbera; per ora le bottiglie, circa un migliaio, sono tutte chiuse con tappo a corona e accatastate. Poi si vedrà.

Degustiamo con lui il suo spumante Charmat, la Freisa vivace, la Barbera e la Freisa Superiore, nella terrazza del ristorante adiacente, la Muscandia, con una bellissima vista sull’omonima valle e sulle colline circostanti… Il ristoratore, molto cordiale, vuole raccontarci della cucina locale. Ci vengono offerte anche dei fiori di zucca freschi, in pastella. Sono ottimi e si accompagnano perfettamente con lo spumante Charmat o la Freisa vivace.

Luca si congeda da noi, dicendo che per lui è grande soddisfazione parlare con persone interessate al suo lavoro e al suo vino; noi lo salutiamo promettendogli che daremo voce a questo mondo vitivinicolo autentico, di sussistenza, ma che, in totale simbiosi e rispetto del territorio, cerca la strada per un vino di qualità.

Poi, immersi nel verde del Monferrato, ci lasciamo tentare dai piatti tradizionali e, allo stesso tempo, innovativi che ci propongono a seguire.

Vinum, il buono del Piemonte


Giornata passata tra gli stand di Alba, disseminati in tutto il meraviglioso centro storico di questa piccola città, capoluogo delle Langhe e indiscussa capitale italiana del gusto.

Vinum è una bella manifestazione, una settimana di esperienza enogastronomica che premia il buono del Piemonte, forse un po’ meno l’eccellenza. D’altronde, si tratta pur sempre di un evento destinato al grande pubblico e, da questo punto di vista, rappresenta un’ottima possibilità per chiunque si voglia accostare alla qualità di cibo e vino.

Quello che stupisce è la grande affluenza giovanile, segno che c’è un marcato interesse dei millenials al tema della qualità dell’alimentazione, dopo anni di apericene a suon di spritz.

Dal mio punto di vista, ho gradito molto lo street food “alla piemontese”, con prezzi davvero politici, che danno la possibilità di assaggiare la tipicità di questo territorio: la battuta di Fassone, gli agnolotti, il fritto misto, la torta di nocciole allo zabajone…

I punti di assaggio dei vini sono tematici, con forse troppa propensione ad una ampelografia che non aiuta troppo l’eccellenza, eccezion fatta per i Barbareschi e i Baroli, sempre validi.

Esperienza consigliatissima a chiunque vuole accostarsi in modo piacevole ed informale al piacere della qualità.

Crisi, frutta e verdura


Buñol - Tomatina 2007

Buñol – Tomatina 2007 (Photo credit: ale77dan)

Cinquantamila partecipanti (diecimila in più rispetto allo scorso anno) hanno affollato le strade di Buñol, vicino Valencia, per… guerreggiare a colpi di pomodori. La Tomatiña: qualcosa di analogo a quanto avviene, ogni anno, durante il Carnevale di Ivrea, dove i proiettili sono le ben più pesanti arance.

CIRCENSES. Non so trovare un altro termine, in nessun’altra lingua, per identificare il fenomeno, ed è chiaro che i circenses appaiono e spopolano soprattutto in epoche calde. Sì proprio quelli del “panem et circenses“…

A differenza delle manifestazioni propriamente sportive, infatti, i circenses sono un misto di goliardia ed esorcizzazione della realtà. Si tratta di fenomeni prettamente popolari, è chiaro, ma mi viene da dire populisti, perché, in fondo, o c’è una volontà politica diretta o ce ne è una indiretta, alla base di questi fenomeni.

Gli antichi romani sono stati grandi maestri. Sono stati loro, proprio loro, ad inventare il circo come “metodo” per far scaricare le tensioni.

L’aspetto sorprendente, tuttavia, non è tanto che ci sia chi organizza – ieri come oggi – queste cose, quanto il fatto che la partecipazione popolare risulta sempre essere autoindotta. Intendo dire che siamo proprio noi, cittadini, a convogliare frustrazioni ed insofferenze nel desiderio di liberazione che sembrerebbe essere appagato dalla partecipazione ad una qualche guerra dei pomodori.

Ci sono rabbia ed altri sentimenti a lungo repressi nel corso dell’anno e queste carnevalate costituiscono una sorta di valvola di sfogo che, ribadisco la mia posizione, più che imposta è autoimposta.

Ma, insomma, serve o non serve sfogarsi? Molti sedicenti maestri contemporanei ci dicono di andare in mezzo al bosco e gridare, piuttosto che fare attività fisica pesante o scaricare nel sesso la nostra energia. Maestri più antichi ci inducevano al controllo delle nostre pulsioni.

In fondo, credo che gli antichi avessero più ragione dei moderni, non perché dobbiamo reprimere in qualche modo la nostra identità umana. Al contrario, nella sobrietà, nella continenza – come avrebbero detto loro – possiamo trovare i germi di quella libertà di comportamento che altrimenti rischiamo drammaticamente di compromettere.

Banalizzando, i circenses e, più in generale, molte delle cosiddette valvole di sfogo sono le risposte – molto, troppo umane – generate dalle stesse pulsioni a cui replichiamo con il consumismo, con la febbre dello shopping, con la palestra, con il turismo di massa.

Bagna Caoda: rito antico di condivisione e convivialità


Ristorante del Monferrato Cannon d'OroNon è tanto questione di pietanza, di cucina e, forse, neppure di tradizione: la Bagna Caoda rappresenta uno di quei rari eventi che rinvigoriscono la labile fiamma del focolare domestico. Certo, è necessaria la presenza di una buona cerchia di persone per goderne appieno.

Appunto ieri sera, complice la presenza di gran parte delle nostre famiglie con l’occasione del Natale appena trascorso, ho deciso di tentare di appropriarmi di questo rito, assai lontano dalle mie tradizioni e da quelle di mia moglie.

Questa salsa di aglio e acciughe, il cui struggersi nell’olio è già di per sé un rito, raduna intorno alla tavola l’allegria di persone che si aprono ad un dialogo così umano mentre, in assoluta semplicità, vi inzuppano cardi stufati, rape e peperoni.

Un bicchiere di bonarda ci ha allietato nel corso del rito. Essenziale, per poter godere di un calore antico, quasi dimenticato: quello della famiglia, delle serate conviviali ove in primo luogo tutto andava condiviso con i commensali, un po’ come le antiche polente venete “con i osei scapati”, come di diceva in tempi di magra.

E in fondo, anche la Bagna Caoda è un piatto povero: radici invernali intinte in olio, aglio e acciughe salate. Non il “bue grasso”, non bolliti, agnolotti, lasagne.

Tutto questo, per cercare di riscoprire una dimensione che stiamo abbandonando a causa della freneticità della nostra società, la dimensione delle relazioni familiari e del loro lessico un po’ desueto, del calore di un abbraccio esteso ad un convito forse umile e dimesso eppure profondamente vero, pur nella riscoperta di tradizioni che non ci sono mai appartenute ma che il legame ad un nuovo territorio, quello piemontese, ci sta permettendo di far proprie.

Al di là di tutto, ancora una volta mi rendo conto che sto ponendo l’accento sul nostro essere cittadini del mondo nel rispetto delle tradizioni e della produzione locale.