Le Bandol e l‘espressionismo del Mourvèdre


‘Ho presunto siccome è la tua ultima sera qui che fosse appropriato aprire una bottiglia extraspeciale, a te la scelta, ‘Bandol’, ‘scelta eccellente, AOC Bandol ’69, un vino che ubriacherebbe anche il più robusto degli uomini, una volta ho visto un castigliano pugile professionista, crollare come un sacco..dopo averne bevuto un solo bicchiere’ (Zio Henry al nipotino Max. Un’ottima annata, Ridley Scott)
Da poco tempo ho deciso di smetterla di preoccuparmi a priori dei dettagli per trovare la giusta ispirazione, d’altronde l’affacciarsi a porte aperte su nuovi sentieri, lasciandocisi trasportare, funziona a meraviglia. Per ultimo ho deciso di percorrerne uno sinuoso, allegro e luminoso, in cui l’aria é la carezza profumata di un cuscino su cui riposare ed osservare i cieli variare nelle tonalità del celeste e della lavanda, svegliandosi languidi e profondi nei toni dell’arancio e dell’indaco. Questo sentiero passa per la Provenza.
Non bastano sicuramente alcune righe per descrivere le tante storie di questi luoghi, ma proverò a raccontarvene una, cercando di darle un’aria un po’ retrò.
Siamo nella metà dell’800 quando un uomo d’affari, tale Marius Michel, ammiraglio di Sanary-sur-mer, scelse le terre paludose della baia du Lazaret, nei pressi di Seyne-sur-Mer, fra Toulon e Marseille, per creare un luogo magico. Il nome non lasciava intendere nulla di buono, ma questa zona collinare circondata da marécages, aveva un grossissimo pregio: era un luogo nascosto, e dove il sole quando sorgeva da dietro il monte di Hyères lasciava i pescatori ‘senza parole’. Qui si parlava poco, il provenzale, e si faticava molto, per coltivare l’ulivo e la vite.
Quest’uomo, che aveva dal canto suo del genio, insignito del titolo di Pascha dal sultano Abdulmecid Primo, ricevette per le sue opere di costruzione sulle coste del mar mediterraneo e del mar nero, una percentuale per ogni imbarcazione di ogni porto dell’impero orientale, compresa Istanbul; accumulò capitali immensi e fra i suoi investimenti decise di comprare tutta la baia in questione, lebbra e malaria comprese, ed iniziarvi un grandioso progetto. Con schiere di ingegneri ed architetti paesaggisti, vennero bonificate le aree paludose, venne creato dal nulla un’itsmo di sabbia per unire la baia del lazzaretto all’isolotto di Sain Mandrier, iniziarono a sorgere ville nei migliori stili allora in voga: moresco, toscano, sorse addirittura un centro di ricerca di biologia marina in una villa araba affacciata sul mare, tutto rigorosamente immerso in un verde tropicale lussureggiante. Il sogno di Michel Pacha era quello di ricreare le atmosfere esotiche del bosforo, le acque della baia lambivano ora la nuova spiaggia, calme e pulite, ed i vascelli vi dormivano pigramente dopo aver condotto turisti da ogni confine, qui non esistevano strade carrozzabili ma collegamenti su piccoli battelli fra una villa e l’altra, fra un party ed una cena, fra Tamaris (il nuovo nome della baia del lazzaretto) e Sablette (la baia creata dal nulla), dove sorgeva il nuovo Casinò.
Divenne uno dei luoghi di svago più chic e stravaganti dell’epoca, un must per gli investitori stranieri, soprattutto Inglesi. Tamaris fu per un po’ il corrispettivo di Long Island nel New York degli anni 20: vi passarono Hugo, Eiffel, i fratelli Lumiere, Renoir, D’annunzio, Jean Cocteau, schiere di paesaggisti ed espressionisti, e molti altri. Un petit endroit, dove gli appassionati potevano godere inoltre delle note rustiche dell’entroterra, della caccia, delle bocce, della pétanque e della presenza di molti buoni vini.
Vennero acquistate le terre, costruite vie di comunicazione approfittando dei nuovi collegamenti ferroviari. I porticcioli vicini, da semplici villaggi di pescatori riuscirono ad attirare l’attenzione verso le loro bellezze e le loro tradizioni, la cucina provenzale veniva apprezzata, e richiesta. Ed è qui, fra queste realtà enogastronomiche, che ne scopriamo una speciale, dove un antico vitigno, il Mourvèdre, trovava una delle sue massime espressioni godendosi l’arsura e il mistral di agosto. Questo terroir é il Bandol, territorio comprendente diversi comuni che oggi regala l’omonima AOC. Qui le colline puntellate di alberelli di vite avanzano verso gli strati carbonatici della Vaucluse ed i paesini nell’intorno perdono la loro storia indietro nel tempo.
La Provenza, spesso accostata al Rosè, qui ritrova la sua antica ricetta! Se provaste a convincere alcuni produttori storici che dire Bandol equivalga a dire Rosè, vi inviterebbero ‘gentilmente’ fuori dalla cantina, per non parlare dei bianchi, che la maggior parte si rifiuta di produrre. Il Bandol è indiscutibilmente la terra del Mourvèdre e di un rosso potente, caldo, adatto alla selvaggina, dai tannini feroci se non addomesticati, dalla lunghissima persistenza e dalla lunghissima vita.
Ma, nonostante la visione conservatrice dei produttori, non me ne vogliano, i Rosè nel Bandol vengono benissimo. Sono carnosi, sensuali e longevi. Si arriva ad apprezzare il 2004, ci si può spingere per determinati casi fino agli anni ‘90.
Fu su queste terre che, attirato dai fasti dell’epoca, un investitore alsaziano, Marcel Ott, Ingénieur diplômé de l’Institut National Agronomique de Paris, approdò nei primi del novecento. Ott era proprietario di un domaine (Château de Selle) a Taradeau, dietro Saint Tropez, dove produceva Syrah e Cabernet Sauvignon per raggiungere il suo intento: produrre ‘il vero rosé’, ed il suo Coeur de Grain fu uno dei primi grandi rosé sul mercato, Ott riuscì con lui a portare il sole di Provenza sulle tavole d’Europa. Incuriosito dalla zona del Bandol e dalle capacità del vitigno Mourvèdre acquistò un domaine presso le Castellet, per i rossi. Qui reimpiantò quanto purtroppo era stato lesionato dall’invasione della peronospera. Riportò in vita uno dei più bei casali con annessa cantina della vallata: Château Romassan, nella valle del Mourvèdre, di proprietà della chiesa fino a quel momento, vi piantarono anche Syrah, Cinsault e Grenache, e iniziarono a produrvi diverse cuvées.
Oggi presso Château Romassan, luogo incantevole, si producono tre cuvées: Rouge, Rosé e Rosé Cuvée Marcel Ott. Le percentuali degli uvaggi variano con il millesimo, ma la prevalenza è sempre per il protagonista, il Mourvèdre: nella Cuvée Rouge 2014 è all’80% e nel Rosé Marcel Ott 2015 al 70%, il resto prevalentemente Cinsault per i rosé, Grenache e Syrah per il Rouge. Il vitigno, quando la percentuale supera il 60%, non permette una veloce messa in commercio, anche per i rosati. Il Rouge necessita di almeno 18 mesi in botte ed un anno di bottiglia in cantina.
Presso la salle de dégustation mi vengono proposte le tre cuvées Bandol attualmente in commercio e una cuvée del domaine de Selle per Cotes de Provence. Su richiesta le annate precedenti.

La prima cuvée: il Rosé 2016. 60% Mourvedre, 26% Cinsault, 11% Grenache, 3% Syrah. Il colore é rosa pallido, satinato. Il naso è delicato dalle note d’agrumi ma soprattutto pesca bianca. Evolve nel bicchiere. In bocca bella freschezza, sapidità, ottima persistenza. Da abbinarsi con la cucina esotica o tradizionale aromatica.
La seconda cuvée: Rosé Marcel 2015, 70% Mourvèdre, 30% Cinsault. Da spendere una nota per il colore, che è rosa oro, di una pelle abbronzata. Mourvèdre al 70%, è un rosato speciale. Al naso prevalenza d’agrumi, complesso dalla buona evoluzione nel bicchiere. In bocca subito la freschezza, rimane la morbidezza in un ottimo equilibrio, satinato ma sostenuto dal sapore nettamente agrumato, è sapido e molto persistente. Pronto, ma da custodirsi in cantina ancora qualche anno per gustarlo al suo meglio. Consigliato per foie gras, piatti di ingresso complessi, pollame.
Il Rouge 2014. Mourvedre 80% Grenache 10% Syrah 10%. Il colore è rosso granato brillante dai riflessi violacei. Il naso è intenso e complesso. Note di frutti rossi e spezie, il Mourvèdre si rivela portando note di cassis macerato, timo e pepe. La bocca è piena, molto fresca, abbastanza morbida, leggermente mentolata. I tannini sono ancora potenti. L’annata degustata è ancora troppo giovane. Non è ancora pronto. La tipologia è ottima, vista l’annata in corso, ci sarà da aspettare il 2017, che si prospetta eccellente. Da tenere in cantina almeno dieci anni. Gli abbinamenti consigliati: carni, piatti ai gusti della tradizione mediterranea.
Il Rouge 2013 Côtes de Provence proveniente dal Domaine de la Salle è Syrah e Cabernet Sauvignon. Colore rubino intenso. Il naso intenso e complesso è forte. Ciliegia sotto spirito, mirtilli, spezie e cioccolato. In bocca rivela una spiccata freschezza, i tannini sono abbastanza smussati. Persistente e setoso. Abbastanza pronto. Anch’esso da lasciare in cantina. Abbinamenti: carni alla brace, formaggi forti a crosta fiorita.
Ott produce le due appellations presso i Domaines: Château de Selle, a Taradeau e Clos Mireille, a La Londe les Maures per Côtes de Provence (assolutamente da provare il Bianco a base di Rolle e Sauvignon), Château Romassan a Castellet, per Bandol. I prezzi variano per tipologie e domaine dai 20 ai 40 euro. Oggi gestiti da Jean-Francois e Christian Ott, la società vinicola, che aveva sede ad Antibes, nel 2004 si congiunge alla Maison de Champagne Louis Roederer. In Italia li distribuisce Sagna, a Revigliasco (Torino), raffinato intenditore.
Un’ultima nota della scrivente riguarda la bottiglia, è sinuosa come il corpo di una sirena.

 

Tavel e Lirac: le sud de la Côte du Rhône


Tavel è l’Appellation più a sud della Côte du Rhône, famosa per essere la capitale mondiale del rosé: qui le uve vengono solo vinificate in rosa mescolando i vari vitigni prima della fermentazione.
Il paesino si presenta come un tipico borgo francese con tutto quello che ci si possa aspettare nella migliore tradizione: una strada principale, un bel hôtel del ville con la bandiera tricolore francese, la boulangerie e un bar con gli anziani del posto che bevono Pastis. Affascina vedere nei cortili delle case le vigne che partono e che si perdono nella collina dietro la casa o che scendono verso il bosco; il tutto in un’atmosfera immersa nella tranquillità.

Siamo andanti a visitare Le Mas Duclaux (http://www.caveroudilduclaux.fr/), piccolo vigneron indipéndant al limitare del paese, dove ci accoglie Nathalie Duclaux, pronipote di Meusieur Amié Roudil, che nel 1938 si era occupato di definire i confini della denominazione. Azienda alla quarta generazione che produce 40.000 bottiglie con i suoi 12 ettari di vigne nei comuni di Tavel, Lirac, Roquemaure e Pujaut. La produzione si concentra quasi unicamente su Tavel rosato e Lirac in rosso, oltre a una produzione di vin de pays. Grazie al loro lavoro, riescono a vendere tutta la produzione per cui é, purtroppo, impossibile fare degli assaggi verticali.
Nathalie rappresenta la quarta generazione e si occupa, con il marito, dei terreni e dei vari vitigni che hanno in proprietà, essendo dei Propriétaire-Récoltant; hanno Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan, Mourvèdre e Bourboulanc, vitigno a bacca bianca piantato nella vigna davanti a casa, ma ormai sempre più raro perché la maturazione ha bisogno di lentezza, di tempo e queste estati così calde le mettono troppa fretta.
I terreni di proprietà hanno tutte le caratteristiche dei terreni di quelle zone e riescono a coltivare ogni vitino su quello più adatto, dal terreno sabbioso per la Bourboulanc, i terreni con i ciottoli tipici di Tavel (les cailloutis) per Cinsault e Carignan, i ciottoli come a Câteauneuf-Du-Pape (les galets) dove coltivano Grenache e Syrah, ogni terreno tira fuori le migliori caratteristiche per il vitigno e le loro scelte di lavoro in vigna e di vinificazione esprimono l’intenzione precisa di voler fare emergere le caratteristiche dei vitigni utilizzati: la rotondità della Grenache, la grande potenza del Syrah, l’eleganza aromatica del Carignan, la finezza del Cinsault, la freschezza del Mourvèdre, il carattere penetrante della Bourboulanc.


Abbaiamo assaggiato sia il Tavel sia il Lirac nell’ultimo millesimo disponibile 2016.

AOP Lirac comune di Lirac: la lunga macerazione permette di estrarre un colore molto intenso e la vinificazione in solo acciaio fa esprimere tutti i profumi delle uve utilizzate (Grenache, Syrah, Cinsault e Mourvèdre, con maggioranza Grenache almeno 40% come da disciplinare). Al naso colpisce la nota vanigliata, spezie dolci, cassis e mora, in un complesso molto aromatico. In bocca colpisce la freschezza e una nota lievemente mandorlata e i sentori retro-nasali confermano il cassis e la frutta nera.
Interessante nella sua piacevolezza e che non fa sentire i 14 gradi di volume alcolico e spingono a bere un altro bicchiere. Può invecchiare 5/10 anni, provare per credere.

AOP Tavel: macerazione di 48 ore che tira fuori un colore che secondo la terminologia AIS si direbbe chiaretto, ma che si avvicina a molti rossi scarichi. Una lucentezza elegante e una buona consistenza danno già delle informazioni importanti su cosa aspettarsi dal vino. Al naso note intense di pesca matura, di groseille (il ribes rosso francese), di mirtillo e di mandorla fino al confetto. In bocca ha una bella acidità e un buon corpo grazie ai suoi 14 gradi

Il Tavel è a tutti gli effetti un ottimo rosato e il Lirac una bella scoperta; a Le Mas Duclaux credono molto in queste denominazioni e lo si percepisce dai loro vini e da come ti presentano le medaglie vinte ai concorsi di Parigi e di Lione. Vale la pena andare a scoprire questi produttori andando oltre alla ricerca solo del mainstream vitivinicolo: la scoperta è dietro l’angolo.

Le Domaine des Planes – Roquebrune s/ Argens


Come prima cosa c’è da dire che i Francesi sono davvero bravi a preparare le location, quando si imbocca la stradina privata per arrivare al Domaine ci si immerge in un paesaggio quasi fatato con delle vigne ben tenute con i cartelli che indicano il vitigno e anche i fili d’erba sembrano sistemati a dovere.

Azienda certificata bio con circa 30 ettari vitati dove convivono varietà tipiche francesi come Mourvèdre, Syrah, Grenache, Cabernet Sauvignon, Clairette e Semillon; anche il Rollo ligure e una varietà autoctona che è stata ripresa: il Tibouren (che tra l’altro pare sia geneticamente affine al Rossese di Dolceacqua).

All’assaggio i rosati si prendono la scena e si distinguono per una bellissima freschezza e per i sentori fruttati e floreali delicati, ma intensi. I colori sono di grande effetto, eleganti, dati da un contatto breve e rigoroso con le bucce per rilasciare la giusta quantità di colore e far sì che sia l’acidità a farli brillare alla luce della sala di degustazione accogliente e confortevole. Si esprime molto bene il Tibouren con un bel brio e grande piacevelezza, il Cinsault e il Grenache con il Mourvèdre rendono le cuvée degli altri rosé interessanti dal punto di vista aromatico aumentando i gradi di complessità e intensità.

I bianchi sono giocati sugli aromi, il Sémillon dona al vino aroma e una bella rotondità che, assieme all’acidità, rendono i vini di corpo, piacevoli e di buona beva durante pasti soprattutto a base di pesce.

I rossi sono un po’ in ombra rispetto all’eleganza dei rosati, vengono affinati in botti di rovere da 51 hl per 9-18 mesi per rifinire l’aroma e ingentilire i tannini. La triade Mourvèdre, Syrah, e Cabernet Sauvignon si fondono in varie cuvée aiutati dal Grenache, senza spiccare, rendendo la spezia del Mourvèdre e del Syrah, sfruttando il corpo del Cabernet.

Concludono la batteria della cantina un Vin de Pays des Maures con Moscato d’Alessandria vinificato secco di gran profumo e un rosato giovane di Grenache e Carignan. Per le bollicine vengono presentati un brut di Rolle e Ugni blanc e un rosé di Carignan.

La Costa Azzurra si conferma terra di rosati, un luogo dove questo vino trova la sua patria di elezione e dove è piacevole andare in giro a scoprire eccellenze come questa cantina che dal 2009 colleziona medaglie d’oro e d’argento al Concours Général Agricol di Parigi. Merita una visita il Domaine, ma, soprattutto, meritano un assaggio i vini del Domaine, per capire che cosa sia un rosé ottimamente fatto.