Slow Wine 2018: le chicche tra le chiocciole


Tra le varie guide in presentazione in questo mese quella edita da Slow Food si staglia per lo meno per la location che, da qualche anno, accoglie la degustazione: le Terme Tettuccio di Montecatini.

La giornata era splendida, un clima caldo autunnale che ha contribuito senz’altro ad aumentare l’atmosfera fetosa che si respirava.

La presenza dei grandi nomi dell’enologia italiana ci intriga, la voglia di assaggiare la nuova produzione di Tenuta San Guido, l’Annamaria Clementi di Ca’ del Bosco, Mosnel con la nuova annata del’EBB, i grandi Baroli di Vietti, dei vari Conterno e Mascarello Bartolo, i Barbareschi di Gaja, Sottimano e Castello di Neive; il meglio del meglio che un amante del vino di qualità potrebbe trovare tutto a disposizione nello stesso luogo.

Il nostro intento era, però, quello di andare a scoprire qualche chicca più o meno conosciuta, andando a cercare tra le novità, a scovare non per forza nel “mainstream” del vino, per trovare qualcosa che possa darci quelle emozioni che cerchiamo nel vino, quell’insieme unico di piacevolezza sensoriale, di espressione di un territorio, di un incontro con le persone che lo hanno creato. La nostra aspettativa non è stata per niente delusa e vorremmo condividere qualche bella emozioni vissuta tramite questi vini.

Ferrari Perlé Zero Cuvée Zero 10: mosaico dei millesimi 2006, 2008 e 2009 che rimane per 6 anni sui lieviti, una parte affinata in acciaio, una parte in legno e un lungo riposo in vetro. Nuova produzione che stupisce per l’espressività così potente ed elegante al tempo stesso, un perlage di grande livello, esaltato dalla morbidezza dello Chardonnay e una persistenza in bocca invidiabile. Strepitoso

Francesco Poli Naranis 2015: Solaris e Bronner vinificati in bianco e passati in acciaio per esprimere tutte le particolarità di questi due vitigni resistenti. Il vino ne risulta intenso e floreale grazie al Solaris e potente grazie al Bronner. Da provare

Francesco Poli Vin Santo 2004: Nosiola fermentata in acciaio per 2 anni, per dare il tempo alla lenta fermentazione di fare il suo corso, poi legno per tanto tempo. Il risultato è un vino di grande intensità olfattiva con tipici sentori varietali di nocciola e un insieme di profumi e aromi terziari di grandissima espressione senza essere irruenti. Eterno

Cantina Toblino Nosiola 2016: Le cantine sociali in Trentino funzionano e questa ne è un gran bell’esempio ulteriore. La Nosiola di questi 650 produttori riuniti è affinata in acciaio e il risultato sono sentori agrumati, la tipica nocciola, spezie di cardamomo e muschio. Delicato

Milič Bianco Bezga Lune 2015: Vitovska e Malvasia Istriana in un blend che colpisce per eleganza. Note di sambuco, miele, sentori decisi con note balsamiche. In bocca una bella freschezza supportata da una degna trama materica. Elegante

Damijan Podversic Nekaj 2013: tocai friulano di sostanza. Macerazione di 80 giorni e affinamento in botte per quasi due anni; il risultato è un vino vibrante, con sentori di polpa di frutta matura e candita. Pesca, albicocca, ma anche spezie, miele, note leggermente balsamiche e agrumate. Esuberante

Marjan Simčič Pinot Nero Opoka 2013: Pinot Nero da un vigneto considerato un Gran Cru, affinato per 48 mesi in barrique, delle quali il 30% nuove. Il riusultato è preciso, molto dritto e inappuntabile nei sentori di frutta di bosco, di erbe officinali con dei profumi terziari già presenti ed eleganti. Austero

D’Araprì Riserva Nobile 2013: splendida interpretazione del bombino bianco in purezza spumantizzato con sapienza e lasciato riposare 48 mesi sui lieviti. Al naso è intenso ed elegante, con note avvolgenti di pasticceria contornate da note più citriche. In bocca è intenso con un perlage di una bella finezza. Spumeggiante

Florio Aegusa Riserva 1989: Marsala Superiore semi-secco ambra di solo Grillo  fatto sostare per 19 anni anni in antichi carati da 300 litri e da luglio 2008 in bottiglia. Il risultato è un vino di uno di quei colori che non hanno scala nelle schede di degustazione, ricorda un topazio per la sua brillantezza. Senza neanche avvicinarlo al naso i sentori di frutta disidratata, di dattero, di fico, di frutta secca, assieme a note di spezie dolci, incenso e caramello, si mischiano con l’uva passa, la zagara, la buccia d’arancia candita: un mondo antico siciliano nel bicchiere. In bocca è profondo, lungo e di grande intensità, stupisce per l’equilibrio, esalta per la spinta gustativa, entusiasma per la bevibilità così facile nonostante gli anni. Senza tempo

 

Le emozioni che ci portiamo dietro dopo questa esperienza sono tante e la bellezza delle persone incontrate e dei vini assaggiati in un contorno così splendido trascende ogni attesa per gli assaggi, ogni difficoltà nella comunicazione nella calca, ogni dispiacere per essere arrivati tardi ad assaggiarne alcuni. Il mondo del vino regala emozioni dietro l’angolo solo a chi ha voglia di mettersi in marcia per scoprirle.

Terra Thuva Toscana Rosso 2010 – Podere il Leccione


Si presenta di rosso rubino con riflessi granati.
Al naso si apre con una spezia preponderante vaniglia burbon, chiodi di garofano e cardamomo segue un deciso sentore di pout-pourri e frutti di bosco in macerazione.
Si chiude con un piccolo cenno di cipria.
Al palato è caldo e bilanciato da una bella freschezza e da un tannino non proprio dei più eleganti.
Finale lungo con rimandi speziati.

Modena Champagne Experience 2017


L’8 e il 9 Ottobre 2017 a Modena si è svolta una delle più grandi manifestazioni mai realizzate sulle bollicine d’Oltralpe.

Modena Champagne Experience, ha chiamato a sé tutti i più grandi importatori d’Italia, nomi del calibro di: Sagna, Velier, Pellegrini, Banfi, Rinaldi, Balan e tantissimi altri. Il tutto immerso nella cornice dell’incantevole Modena, con i suoi tesori architettonici dichiarati patrimonio UNESCO; posizione strategica ideale per poter permettere a tutti gli appassionati di bollicine del centro-nord Italia di fare un breve viaggio di qualche ora.

Al fine di poter raccontare al meglio questo evento, noi di Wonderland abbiamo scelto di partecipare a tutte e due le giornate, così da poter, per quanto possibile, gustare le nuove annate e assaggiare nuovi produttori.

Per riportare l’esperienza vissuta, abbiamo pensato di scrivere un articolo raccontando le tre bottiglie delle tre aziende che ci hanno colpito di più, seguendo la logica organizzativa dell’evento che ha suddiviso i produttori in: Maison Classiche, Côte de Blanc, Vallée de la Marne, Montagne de Reims e Aube.

Tra le Maison Classiche ci ha particolarmente colpito l’azienda Palmer & Co con il suo Amazone composto da solo vini di riserva e tenuto sui lieviti per circa tredici anni. Un vino di un enorme ventaglio olfattivo, in bocca è intenso e cremoso con una piacevole scia sapida in chiusura.
Altra bottiglia da non perdere è La Grande Année Rosé 2005 di Bollinger, un capolavoro enologico. Questa tipologia venne prodotta solo dopo la morte di Madame Bollinger che non amava i rosé. Matura otto anni sui lieviti. In bocca colpisce per la sua avvolgenza e il suo straordinario equilibrio, sicuramente un vino che meriterebbe più di un assaggio per poterlo descrivere.
L’ultima bottiglia che inseriamo in questa categoria è Princes Blanc de Blanc dell’azienda De Venoge. La bellissima bottiglia richiama la forma del decanter, l’uvaggio è solo Chardonnay che riposa sui lieviti per tre anni. In bocca è immediato, piacevole e con un bel finale agrumato-minerale.
In Côte de Blanc abbiamo potuto apprezzare Les 7 Crus di Agrapart composto con i principali Crus dell’azienda: cinque facenti parte della Côte de Blanc e due della Vallée de la Marne. Quasi tutto Chardonnay con solo un 10% di Pinot Noir. E’ uno Champagne di gusto, che lascia una bocca pulita e lo si può apprezzare come aperitivo o semplicemente da solo.
La seconda bottiglia scelta è quella di Pierre Legras con il suo Blanc de Blanc Grand Cru. Un’azienda con 10 ettari di proprietà nel comune di Chouilly. Champagne di grande finezza, colpisce per la sua eleganza già dal primo sorso e con un finale sapido di lunghissima persistenza.
L’ultima che inseriamo in questa categoria è la Cuvée Blanche de Castille di Colin. Il 60% dei vini di riserva è fatto con il metodo ‘solera’ e solo il 40% con i vini d’annata. Questo Champagne regala un assaggio di grande piacevolezza, si apre al naso con una intensa frutta esotica matura per poi regalare in bocca cremose note di pasticceria.
Per la Vallée de la Marne abbiamo assaggiato tre fuoriclasse assoluti.
Stiamo parlando degli Champagne di Dehours & Fils, in particolare ricordiamo Le Generaux che proviene da un vecchio vigneto piantato nel 1979 a sole uve Meunier e che riposa sui lieviti 72 mesi.
L’Ame de la Terre di Francois Bedel che Matura 96 mesi sui lieviti. Sorprende al naso per le delicate note speziate ed in bocca per il suo meraviglioso equilibrio.
Joseph Desruets con il Sous les Clos Premier Cru 2009; Champagne che riposa sui lieviti per 84 mesi. Grande impatto olfattivo di crosta di pane appena sfornato, al palato colpisce la notevole struttura e la nota torbata di sottofondo.
Per le Montagne de Reims abbiamo selezionato i tre migliori sorsi in: Marguet, Paul Bara e Roger Coulon.
Shaman 13 Grand Cru Extra Brut di Marguet è prodotto con le vecchie vigne provenienti dal villaggio di Ambonnay. Champagne con prevalenza Pinot Noir e con un 20% circa di Chardonnay. L’olfatto è raffinato e complesso, in bocca ha una straordinaria profondità e una ricchezza sapida nel finale.
Il Reserve Grand Cru di Paul Bara si apre con un impatto olfattivo che ricorda la crosta del parmigiano, per poi virare sulla frutta candita e bergamotto, in bocca il perlage è sottile e cremoso con una grande freschezza agrumata appagante.
Infine il Reserve de l’Hommée di Roger Coulon. Champagne incantevole il cui nome “L’Hommée” indicava l’antica misura agraria che si basava su quanta vigna un uomo riusciva a lavorare in una giornata. Elegante la dinamica gustativa, con ritorni di brioche e spezie.
Avremmo voluto dare anche i tre nomi dell’Aube, ma per questa sessione di Modena Champagne Experience non c’è stato il tempo, pertanto, sperando che questi consigli vi saranno utili, attendiamo con ansia il prossimo anno.
Santé!

 

 

 

Il tartufo che non c’è


Alba è, per me, da oltre dieci anni, sinonimo di tartufo. Bianco, certo. La fiera internazionale che si tiene ogni autunno è una galleria di prelibatezze del territorio affacciata sull’affascinante palcoscenico dei tartufai e delle aste. Quest’anno, tuttavia, nonostante la buona volontà della rodata organizzazione, di tartufo ce n’è davvero poco. In asta oggi (14 ottobre) il prezzo è 500 euro per 100 grammi e i cercatori giurano che andrà a salire. La terra di Langa è secca, i cani non riescono a scavare. Quand’anche piovesse, mi spiegano, i tuberi si formano già durante l’estate, quindi, ora c’è ben poco da sperare. E poi ci sono altri spettri, legati soprattutto all’ingresso in Italia di tartufi importati dall’est e perfino dalla Cina, raccolti in terreni ad alto rischio di contaminazione da metalli pesanti. Pochi, piccoli, cari ma pur sempre profumatissimi. Una delizia per il naso prima ancora che per il palato. Per questa volta mi accontento di un tartufino da venti euro, giusto per godere con mia figlia di quei cinque minuti di aromi straordinari che arricchiranno i nostri tajarin domenicali. Per fortuna c’è tutto il contorno che va dai formaggi, ai salumi, alle nocciole (straordinaria la torta fatta senza farina), alle paste fresche e, naturalmente, al vino. Mi soffermo all’enoteca, un po’ caotica, per poi ripiegare sui produttori. Incontro, in particolare, i ragazzi dell’Istituto Enologico Statale Umberto I di Alba, che hanno vigne e cantine proprio in città. Ben riuscito il Barolo Castello 2009, dal territorio di Grinzane. Proseguendo incontro una nostra vecchia conoscenza, Gabriele Baldi, che mi racconta di una vendemmia parca ma di qualità e mi offre il loro sempre piacevole Moscato d’Asti 2016 e la sua versione passita Orocolato.
Soddisfazione parziale, insomma e anche una certa preoccupazione per questo clima impazzito. La qualità e le eccellenze del nostro territorio sopravviveranno, non ho dubbi, ma a quale prezzo?

Appuntamenti con l’arte. Pirma puntata: Joan Miró – La bottiglia di vino


Proprio in questi giorni Palazzo Chiablese a Torino presenta la mostra “Miró! Sogno e Colore” completamente dedicata all’artista catalano. Inauguriamo la rubrica “Appuntamenti con l’arte” parlandovi di una sua opera: La bottiglia di vino.

La bottiglia di vino, dipinta nel 1924, è un perfetto esempio di astrazione surrealista. La bottiglia immersa in un contesto rurale dai tratti fantastici, nel quale si possono riconoscere figure zoomorfe e segni, appare come unico elemento concreto. La bottiglia trasparente sembra fluttuare nello spazio insieme ad un serpente e a un insetto volante. Sull’etichetta è riconoscibile in grande la scritta “VI” dal possibile doppio significato di vino (vin) e vita (vie), dualismo che si sposa perfettamente con l’idea dell’autore di fusione metaforica tra arte e vita, un aspetto chiave del movimento surrealista.

Il tratto di Miró lo si ritrova anche sull’etichetta del 1969 di Château Mouton Rothschild: un grande grappolo rosso campeggia al centro, mentre nell’angolo in alto a sinistra si riconosce il berretto del fantino dai colori della casa Rothschild, giallo e blu, segno della riconoscenza di Miró nei confronti della famiglia.

In ricordo di Domenico Clerico


Lunedì 2 Ottobre, nella sede torinese dell’AIS abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una bella serata in ricordo del Leone di Langa: Domenico Clerico. Non un triste elogio di un uomo che ha fatto molto per la fortuna del Barolo in Italia e nel Mondo, ma un bell’incontro tra amici in un’atmosfera di intimità allargata e di commossa partecipazione, di chi ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona e chi lo ha conosciuto attraverso i suoi vini.

A presentare la serata, accolti dai padroni di casa Fabio Gallo e Mauro Carosso, è venuta Giuliana, compagna di vita e di lavoro di Domenico, Oscar Arrivabene, il giovane, ma competente enologo che da poco più di 5 anni segue l’azienda. Assieme a loro, sono venuti a raccontare anaddoti amici produttori: Chiara Boschis, l’istrionico Guido Fantino ed Eraldo Viberti, il fratello di Giuliana, in rappresentanza di quei Barolo Boys raccontanti nel film da Casalis e Gaia che, insieme a Domenico, hanno cambiato il modo di fare il vino non solo nella Langhe. Hanno raccontato di quegli anni ’80, anni di fermento in tutti i sensi, nei quali questi, all’epoca, giovani produttori si incontravano tra loro portando le proprie bottiglie in assaggio per farsi aiutare a trovare la propria strada enologica. I ricordi di Guido quando avevano deciso di fare un corso d’Inglese e poi finivano nei ristoranti vicino a Gallod’Alba ad aprire bottiglie. Le esperienze di Chiara che raccontava la voglia di trovarsi tra amici oltre il pensiero del vino. La commozione di Eraldo nel ricordo dell’esempio del cognato.

Tutto questo accompagnato da una selezione di vini rappresentativa dell’azienda del loro modo di intendere il vino come prodotto che deve esprimere il legame diretto con la terra. Dai racconti dei suoi amici e dai suoi vini, si percepisce il grande attaccamento di Domenico alle sue Langhe, alla sua Monforte, alle sue vigne.
Allora in degustazione viene portato il Langhe Dolcetto Visadì 2016, vigne di più di 50 anni, tra le prime in azienda che comunque continuano a essere al centro del lavoro aziendale perché ne rappresentano la storia. Poi la Barbera d’Alba Trevigne 2015 e l’assemblaggio Langhe Rosso Arte 2014 (barbera e nebbiolo) che rappresenta quel modernariato (per citare Fabio Gallo) illuminante per l’epoca in cui è stato fatto e ancora interessante. Si arriva al Barolo passando per il classico Barolo 2013, assemblaggio delle partite più pronte al momento dei travasi, per poi arrivare alle Menzioni Geografiche Aggiuntive con una piccola orizzontale tra Pajana 2012 e Ciabot Menitin 2012 e finire con una verticale con Ciabot Mentin 2010 e Ciabot Mentin 2006.

Aiutati da Oscar, questo viaggio nell’anima profonda di Domenico ci ha dato la possibilità di assaporare la precisa intenzione di voler far esprimere il territorio, il terreno, il terroir per tutto quello che ne deriva, dall’apporto dell’annata, all’apporto delle argille di Monforte, al lavoro sapiente con la vite, sottolineando che il 70% della qualità del vino viene creato in vigna.

In questa bella serata di ricordo commosso e gioioso al tempo stesso, il ricavato è stato devuluto all’UGI, Unione Genitori Italiani, associazione che da trent’anni sostiene bambini ammalati e i loro genitori offrendo supporto di vario tipo fino alla disponibilità di Casa UGI dando la possibilità a tutti i genitori di poter star vicino ai propri piccoli in questo periodo di grande scombussolamento che è la malattia.

Il tutto si conclude con una sentita standing ovation per tutto quello che Domenico ha rappresentato e continua a rappresentare per il suo amato territorio e per la viticultura italiana e noi della redazione di Wonderland.Wine ci stringiamo alla sua famiglia e agli amici in segno di gratitudine per aver aiutato a creare questo magnifico mondo del vino che amiamo scoprire un bicchiere alla volta.

Le Bandol e l‘espressionismo del Mourvèdre


‘Ho presunto siccome è la tua ultima sera qui che fosse appropriato aprire una bottiglia extraspeciale, a te la scelta, ‘Bandol’, ‘scelta eccellente, AOC Bandol ’69, un vino che ubriacherebbe anche il più robusto degli uomini, una volta ho visto un castigliano pugile professionista, crollare come un sacco..dopo averne bevuto un solo bicchiere’ (Zio Henry al nipotino Max. Un’ottima annata, Ridley Scott)
Da poco tempo ho deciso di smetterla di preoccuparmi a priori dei dettagli per trovare la giusta ispirazione, d’altronde l’affacciarsi a porte aperte su nuovi sentieri, lasciandocisi trasportare, funziona a meraviglia. Per ultimo ho deciso di percorrerne uno sinuoso, allegro e luminoso, in cui l’aria é la carezza profumata di un cuscino su cui riposare ed osservare i cieli variare nelle tonalità del celeste e della lavanda, svegliandosi languidi e profondi nei toni dell’arancio e dell’indaco. Questo sentiero passa per la Provenza.
Non bastano sicuramente alcune righe per descrivere le tante storie di questi luoghi, ma proverò a raccontarvene una, cercando di darle un’aria un po’ retrò.
Siamo nella metà dell’800 quando un uomo d’affari, tale Marius Michel, ammiraglio di Sanary-sur-mer, scelse le terre paludose della baia du Lazaret, nei pressi di Seyne-sur-Mer, fra Toulon e Marseille, per creare un luogo magico. Il nome non lasciava intendere nulla di buono, ma questa zona collinare circondata da marécages, aveva un grossissimo pregio: era un luogo nascosto, e dove il sole quando sorgeva da dietro il monte di Hyères lasciava i pescatori ‘senza parole’. Qui si parlava poco, il provenzale, e si faticava molto, per coltivare l’ulivo e la vite.
Quest’uomo, che aveva dal canto suo del genio, insignito del titolo di Pascha dal sultano Abdulmecid Primo, ricevette per le sue opere di costruzione sulle coste del mar mediterraneo e del mar nero, una percentuale per ogni imbarcazione di ogni porto dell’impero orientale, compresa Istanbul; accumulò capitali immensi e fra i suoi investimenti decise di comprare tutta la baia in questione, lebbra e malaria comprese, ed iniziarvi un grandioso progetto. Con schiere di ingegneri ed architetti paesaggisti, vennero bonificate le aree paludose, venne creato dal nulla un’itsmo di sabbia per unire la baia del lazzaretto all’isolotto di Sain Mandrier, iniziarono a sorgere ville nei migliori stili allora in voga: moresco, toscano, sorse addirittura un centro di ricerca di biologia marina in una villa araba affacciata sul mare, tutto rigorosamente immerso in un verde tropicale lussureggiante. Il sogno di Michel Pacha era quello di ricreare le atmosfere esotiche del bosforo, le acque della baia lambivano ora la nuova spiaggia, calme e pulite, ed i vascelli vi dormivano pigramente dopo aver condotto turisti da ogni confine, qui non esistevano strade carrozzabili ma collegamenti su piccoli battelli fra una villa e l’altra, fra un party ed una cena, fra Tamaris (il nuovo nome della baia del lazzaretto) e Sablette (la baia creata dal nulla), dove sorgeva il nuovo Casinò.
Divenne uno dei luoghi di svago più chic e stravaganti dell’epoca, un must per gli investitori stranieri, soprattutto Inglesi. Tamaris fu per un po’ il corrispettivo di Long Island nel New York degli anni 20: vi passarono Hugo, Eiffel, i fratelli Lumiere, Renoir, D’annunzio, Jean Cocteau, schiere di paesaggisti ed espressionisti, e molti altri. Un petit endroit, dove gli appassionati potevano godere inoltre delle note rustiche dell’entroterra, della caccia, delle bocce, della pétanque e della presenza di molti buoni vini.
Vennero acquistate le terre, costruite vie di comunicazione approfittando dei nuovi collegamenti ferroviari. I porticcioli vicini, da semplici villaggi di pescatori riuscirono ad attirare l’attenzione verso le loro bellezze e le loro tradizioni, la cucina provenzale veniva apprezzata, e richiesta. Ed è qui, fra queste realtà enogastronomiche, che ne scopriamo una speciale, dove un antico vitigno, il Mourvèdre, trovava una delle sue massime espressioni godendosi l’arsura e il mistral di agosto. Questo terroir é il Bandol, territorio comprendente diversi comuni che oggi regala l’omonima AOC. Qui le colline puntellate di alberelli di vite avanzano verso gli strati carbonatici della Vaucluse ed i paesini nell’intorno perdono la loro storia indietro nel tempo.
La Provenza, spesso accostata al Rosè, qui ritrova la sua antica ricetta! Se provaste a convincere alcuni produttori storici che dire Bandol equivalga a dire Rosè, vi inviterebbero ‘gentilmente’ fuori dalla cantina, per non parlare dei bianchi, che la maggior parte si rifiuta di produrre. Il Bandol è indiscutibilmente la terra del Mourvèdre e di un rosso potente, caldo, adatto alla selvaggina, dai tannini feroci se non addomesticati, dalla lunghissima persistenza e dalla lunghissima vita.
Ma, nonostante la visione conservatrice dei produttori, non me ne vogliano, i Rosè nel Bandol vengono benissimo. Sono carnosi, sensuali e longevi. Si arriva ad apprezzare il 2004, ci si può spingere per determinati casi fino agli anni ‘90.
Fu su queste terre che, attirato dai fasti dell’epoca, un investitore alsaziano, Marcel Ott, Ingénieur diplômé de l’Institut National Agronomique de Paris, approdò nei primi del novecento. Ott era proprietario di un domaine (Château de Selle) a Taradeau, dietro Saint Tropez, dove produceva Syrah e Cabernet Sauvignon per raggiungere il suo intento: produrre ‘il vero rosé’, ed il suo Coeur de Grain fu uno dei primi grandi rosé sul mercato, Ott riuscì con lui a portare il sole di Provenza sulle tavole d’Europa. Incuriosito dalla zona del Bandol e dalle capacità del vitigno Mourvèdre acquistò un domaine presso le Castellet, per i rossi. Qui reimpiantò quanto purtroppo era stato lesionato dall’invasione della peronospera. Riportò in vita uno dei più bei casali con annessa cantina della vallata: Château Romassan, nella valle del Mourvèdre, di proprietà della chiesa fino a quel momento, vi piantarono anche Syrah, Cinsault e Grenache, e iniziarono a produrvi diverse cuvées.
Oggi presso Château Romassan, luogo incantevole, si producono tre cuvées: Rouge, Rosé e Rosé Cuvée Marcel Ott. Le percentuali degli uvaggi variano con il millesimo, ma la prevalenza è sempre per il protagonista, il Mourvèdre: nella Cuvée Rouge 2014 è all’80% e nel Rosé Marcel Ott 2015 al 70%, il resto prevalentemente Cinsault per i rosé, Grenache e Syrah per il Rouge. Il vitigno, quando la percentuale supera il 60%, non permette una veloce messa in commercio, anche per i rosati. Il Rouge necessita di almeno 18 mesi in botte ed un anno di bottiglia in cantina.
Presso la salle de dégustation mi vengono proposte le tre cuvées Bandol attualmente in commercio e una cuvée del domaine de Selle per Cotes de Provence. Su richiesta le annate precedenti.

La prima cuvée: il Rosé 2016. 60% Mourvedre, 26% Cinsault, 11% Grenache, 3% Syrah. Il colore é rosa pallido, satinato. Il naso è delicato dalle note d’agrumi ma soprattutto pesca bianca. Evolve nel bicchiere. In bocca bella freschezza, sapidità, ottima persistenza. Da abbinarsi con la cucina esotica o tradizionale aromatica.
La seconda cuvée: Rosé Marcel 2015, 70% Mourvèdre, 30% Cinsault. Da spendere una nota per il colore, che è rosa oro, di una pelle abbronzata. Mourvèdre al 70%, è un rosato speciale. Al naso prevalenza d’agrumi, complesso dalla buona evoluzione nel bicchiere. In bocca subito la freschezza, rimane la morbidezza in un ottimo equilibrio, satinato ma sostenuto dal sapore nettamente agrumato, è sapido e molto persistente. Pronto, ma da custodirsi in cantina ancora qualche anno per gustarlo al suo meglio. Consigliato per foie gras, piatti di ingresso complessi, pollame.
Il Rouge 2014. Mourvedre 80% Grenache 10% Syrah 10%. Il colore è rosso granato brillante dai riflessi violacei. Il naso è intenso e complesso. Note di frutti rossi e spezie, il Mourvèdre si rivela portando note di cassis macerato, timo e pepe. La bocca è piena, molto fresca, abbastanza morbida, leggermente mentolata. I tannini sono ancora potenti. L’annata degustata è ancora troppo giovane. Non è ancora pronto. La tipologia è ottima, vista l’annata in corso, ci sarà da aspettare il 2017, che si prospetta eccellente. Da tenere in cantina almeno dieci anni. Gli abbinamenti consigliati: carni, piatti ai gusti della tradizione mediterranea.
Il Rouge 2013 Côtes de Provence proveniente dal Domaine de la Salle è Syrah e Cabernet Sauvignon. Colore rubino intenso. Il naso intenso e complesso è forte. Ciliegia sotto spirito, mirtilli, spezie e cioccolato. In bocca rivela una spiccata freschezza, i tannini sono abbastanza smussati. Persistente e setoso. Abbastanza pronto. Anch’esso da lasciare in cantina. Abbinamenti: carni alla brace, formaggi forti a crosta fiorita.
Ott produce le due appellations presso i Domaines: Château de Selle, a Taradeau e Clos Mireille, a La Londe les Maures per Côtes de Provence (assolutamente da provare il Bianco a base di Rolle e Sauvignon), Château Romassan a Castellet, per Bandol. I prezzi variano per tipologie e domaine dai 20 ai 40 euro. Oggi gestiti da Jean-Francois e Christian Ott, la società vinicola, che aveva sede ad Antibes, nel 2004 si congiunge alla Maison de Champagne Louis Roederer. In Italia li distribuisce Sagna, a Revigliasco (Torino), raffinato intenditore.
Un’ultima nota della scrivente riguarda la bottiglia, è sinuosa come il corpo di una sirena.

 

Crotonese, terra di grandi imprese


Crotone, (KR)….. KR? Si, KR. Crotone, provincia greca in terra calabra, Kroton. Terra ricca di storia, ma oggi terra disagiata… ma non del tutto; e se pensate al calcio, in effetti…. Rossoblu in serie A, evento storico, tutti i balconi l’anno scorso erano imbandierati a colorare case dall’intonaco bianco o giallo ocra, spesso scrostato: una grande impresa!
Cirò Marina (KR), mare turchese, lunghe spiagge bianche circondate da colline da cui i saraceni controllavano il territorio e dove commerciavano in un mercato in pietra restituito a noi grazie ad un ottimo intervento di restauro: grande impresa!
Rimaniamo nel comune, perché ė ora di parlare anche di vino… sennò snaturiamo i contenuti del blog. La famiglia Librandi, azienda vitivinicola che produce 2,2 milioni di bottiglie, tutte di buona qualità con alcune eccellenze come il Magno Megonio o il Gravello, ė una impresa grande: ha istituito tre aziende, una per la parte agricola , una per la parte vinicola e una per la distribuzione. Oltre 100 dipendenti, primo merito per una zona dove la disoccupazione è a livelli preoccupanti. Ma l’azienda non ė una industria: ho visto uno dei ragazzi Librandi imbottigliare di persona il metodo charmat in produzione limitata. Il Fondatore ha avuto il merito di rilanciare il vino di qualità in terra non solo Crotonese, ma in tutta la Calabria. E ha istituito, insieme all’università, una zona in cui coltivare e catalogare i vitigni autoctoni calabresi: gaglioppo, magliocco, mantonico, greco, pecorello, arvino … grande impresa!
E, sempre a Cirò, c’è Sergio Arcuri, un piccolo produttore che produce vini biologici di ottima qualità a base gaglioppo: il cirò rosso Aris, gaglioppo di struttura, profumi di fiori secchi e frutta matura, tannini molto presenti che garantiscono longevità; e poi il Marinetto, cirò rosato – sempre a base gaglioppo -, una chicca; profumi intensi di fiori freschi e frutta, in bocca ė equilibrato e persistente. Sergio lavorava a Milano, fidanzata milanese, una vita destinata a stare lontano dalla sua amata terra. E così Sergio ha scelto di lasciare il nord – e la fidanzata milanese – per tornare nella sua amata Cirò e cercare moglie. Il destino ha voluto che la moglie calabrese, insegnante, vincesse un concorso (e già questa è una grande impresa)… a Milano! Ma la passione di Sergio per la viticoltura e l’amore per la moglie e la figlia fanno si che lui riesca a gestire bene la situazione con viaggi frequenti e una grande determinazione. E così piano piano ha acquistato altri appezzamenti che hanno incrementato a circa 4 gli ettari di terreno vitato, a partire da quell’appezzamento in zona Marinetto che suo padre diceva produrre vino molto profumato: parole sante! E ora Sergio ė riuscito ad entrare nella scuderia ‘TripleA’ (Artigiani Agricoltori Artisti), distributore di vini biologici di qualità: una grande impresa!