Nashik, dove nasce il vino indiano

I quotidiani occidentali adorano parlare dello sviluppo economico dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e del pericolo per le nostre aziende per l’arrivo di nuovi concorrenti, anche nell’ambito del settore vitivinicolo.

Se vi troverete un giorno a Mumbay, non perdetevi una gita a Nashik a sole 3 ore e mezza di treno, per toccare con mano un grappolo d’uva di Shiraz maturato al ventesimo parallelo. (siamo all’altezza del Sudan). Appena fuori dalla città inizia una distesa di vigne capeggiata dall’azienda Sula Vineyards fondata nel 1998 e che detiene il 70% del mercato indiano. Una volta in azienda, notiamo in lontananza tre pullman parcheggiati e nasce la certezza che la visita in cantina sarà affollata.

All’ufficio prenotazioni saldiamo 375 rupie (5€) a testa, ma il prossimo turno è tra un’ora, così nell’attesa visitiamo la vineria del primo piano. Ci sediamo ad un tavolino, siamo gli unici non indiani, ma dopo 20 minuti arrivano 4 occidentali, sentono la nostra conversazione e si avvicinano per un saluto.

Sono italiani, da 3 mesi in India per lavorare alla costruzione di un impianto siderurgico. Le loro parole fanno trasparire una certa nostalgia di casa, ma non solo, esclamano: “Quanto ci manca il vino italiano!”, in seguito capirò perché. L’ora d’attesa passa come un baleno ed è il momento dei saluti, la guida per la visita in cantina si materializza e ci fa cenno di seguirla.

Nel punto di ritrovo si forma un gruppo di 20 persone, adesso il tour può avere inizio. Usciamo dalla struttura per vedere dove l’uva viene diraspata, poi iniziamo un zig zag tra i tini d’acciaio. La guida illustra la fermentazione alcolica e per concludere afferma: “tutti i nostri vini devono fare la fermentazione malolattica”. Un giovane ragazzo lo interrompe affermando che la seconda fermentazione non è obbligatoria, ma una scelta dell’enologo. La guida gli risponde che il consumatore indiano preferisce vini morbidi che vanno verso la dolcezza e l’azienda si adegua.

È il momento di vedere la barricaia situata al piano terra, ci fanno presente di entrare rapidamente e di chiudere la porta, perché fuori ci sono 28 gradi e dentro 16. È molto ampia, la maggior parte delle barrique sono fatte con legni francesi, ma lo stile dei vini segue l’impronta dell’enologo californiano Kerry Damskey.

Si arriva all’imbottigliamento e noto con orgoglio che tutti i macchinari visti fino a qui sono di aziende italiane. Una certa sete si instaura tra gli ospiti, molti si asciugano il sudore dalla fronte e chiedono alla guida un bicchiere d’acqua o di vino bianco! Lui tranquillizza tutti aprendo una porta in fondo al corridoio che da sulla sala degustazione.

Qui ci vengono serviti i seguenti vini:

Brut Tropicale: la descrizione è tratta dal sito ufficiale della cantina Sula, non la traduco perché è un’opera d’arte:

“Our first Blanc de Noirs is a blend of 70% reds and 30% whites, wherein Pinot Noir is major, followed by Syrah and some Chenin and Chardonnay adding to the complexity and richness.
Bottle aged on its lees for 18 months, this beautiful pale-coral bubbly bursts of passion fruit and peachy aromas, with a prolonged finish of red berries on the palate. Serve well chilled”.

Sicuramente sarà un vino molto apprezzato dal mercato indiano, ma per il palato occidentale, vi posso assicurare che non lo dimenticherete mai, ma per altre ragioni. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati; al naso c’è di tutto, ma confuso; il gusto è un brivido, ma non di piacere.

Chenin Blanc Reserve 2016: è il wine of the day, il colore corrisponde al suo parente francese, al naso c’è l’essenziale, in bocca c’è una bella freschezza e sapidità.

Riesling 2016: Questo grande vitigno è famoso per resistere al freddo, qui lo troviamo ambientato al clima tropicale! Il colore è giallo paglierino, al naso si sente un piccolo idrocarburo in lontananza, in bocca la nota zuccherina è dominante, poi si perde.

Rasa Shiraz 2015 e Rasa Cabernet Sauvignon 2015: sono fatti con stile, ma la nota vanigliata che li sovrasta, fa perdere le caratteristiche del vitigno. In bocca risultano morbidi e piacevoli.

Late Harvest Chenin Blanc 2016: è un giallo dorato, al naso è intenso, complesso, abbastanza fine, dominato dalla pesca gialla e dal litchi, il modo migliore per chiudere questa degustazione.

E giunto il momento di lasciare Sula, per visitare l’azienda York e Soma a pochi chilometri di distanza. Ma questa è un’altra storia…

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