Una terrazza sul mare di Bordighera

Anche oggi ci troviamo in Liguria e anche questa volta vi racconterò di una produzione di nicchia: parliamo di Vermentino, Pigato e Rossese. Vi chiederete perché parli di alcuni dei vitigni più coltivati in liguria definendoli come nicchia del territorio. Continuate a leggere e vi prometto che non ne rimarrete delusi.

Bordighera, a pochi chilometri da Sanremo, negli anni Settanta ed Ottanta, era tra le patrie della floricoltura italiana, con aziende che esportavano fiori in tutto il mondo. Una produzione che ha modificato negli anni il panorama di questa parte di costa ligure con serre e vivai visibili dal bagnasciuga.

L’azienda Biancardi di Bordighera, gestita dal signor Aristide, esportava i propri fiori fino in Russia; ma la crisi del mercato floreale spinse la famiglia Biancardi a scelte radicali. E qui inizia la storia di Aris, nipote di Aristide; veterinario di cavalli allergico al pelo del cavallo, Aris, astemio, era incuriosito dal piccolo vigneto di famiglia, qualche filare sulla collina di Selvadolce, che suo padre affitava ad un commerciante del posto. Decise quindi di approfondire questo interesse e di studiare viticoltura e per farlo nel 2004 si recò nelle Langhe dove conobbe due importanti personaggi del panorama vitivinicolo biodinamico internazionale: Xavier Florin e Nicolas Joly. Fu proprio questo primo incontro che gli cambiò la vita: “Tornai a casa con la certezza che avrei prodotto vino biodinamico; avevo paura della reazione di mio padre ma fu proprio lui a trasmetteremi l’entusiasmo”. Decise quindi di condurre personalmente la piccola vigna di famiglia ed è proprio con qualche filare di vermentino che iniziarono le prime esperienze di biodinamica e vinificazione naturale: “Siccome dovevo iniziare decisi di farlo con il biodinamico, ero affascinato da una coltivazione che rispettava la vita in tutte le sue forme, proteggendo le biodiversità E mantenendo l’equilibio del nostro pianeta”. L’attrezzatura era minimalista, vinificando in un’unica barrique di seconda mano (in cui era stato vinificato del vino rosso), qualche damigiana ed una piccola vasca di acciaio; le prime bottiglie riportavano solo una sigla che indicava il tipo di vino, il contenitore della vinificazione e il numero del contenitore. VB1 era la sigla presente sulle bottiglie vermentino provenienti da quell’unica barrique; fu proprio quel vino ad emozionare Nicolas Joly e far nascere in Aris la voglia di vinificare in legno.

Dal 2004 l’azienda Biancardi cambiò volto, vennero dismesse le serre in cui un tempo si coltivavano garofani, ampliando fino agli attuali 7 ettari la superficie totale dell’azienda. Nacque quindi l’azienda vitivinicola Selvadolce: “Il terreno, dopo anni di coltivazione intensiva, sembrava morto, duro, compatto, ma solo dopo due anni di lavorazione biodinamica la vigna è rinata”. A filari alterni, nel periodo autunnale, pianta il sovescio grazie al quale il terreno viene arricchito di humus, garantendo quell’umidità indispensabile per far fronte ai lunghi periodi di siccità che caratterizzano queste zone. Nel 2005 decise inoltre di ampliare la propria produzione acquistando alcuni terrenti terrazzati a 600 m s.l.m. nel comune di Perinaldo, all’interno della storica DOC Rossese di Dolceacqua. Decise però di uscire dalla DOC quando il suo Rossese venne rimandato all’esame di ammissione a causa una ridotta acidià: “Decisi quindi di declassarlo a vino da tavola nonostante i consigli dell’impiegato, convinto che fosse più importante mantenere l’indentità e quindi l’acidità che la natura gli aveva conferito”. Da qui il nome Rosso se… «se… deluso, straziato e infuriato a plebeo vino rosso non l’avessi umiliato, di blasonato Rossese… si sarebbe fregiato». E proprio quell’anno il suo rossese raggiunse la finale dei 3 bicchieri del Gambero Rosso. Dalla sua azienda si gode di una vista mozzafiato sul mare e su ville ed alberghi che incorniciano questo scorcio di Liguria.

Abbiamo degustato per voi:

VB1 da uve vermentino 100% di vigne vecchie risalenti agli anni Settanta del vigneto di Brodighera, a 170 m s.l.m. 2015, 14% alc. Macerazione, fermentazione alcolica spontanea con lieviti autoctoni ed affinamento su fecce fini in piccole botti di legno per 8 mesi, successivo affinamento in bottiglia. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati, cristallino (non esegue filtrazioni né chiarifiche, come tutti i suoi vini). Al naso non si avverte la volatile, permettendo al vino di mostrare con eleganza sentori di timo, salvia, un tocco di salmastro. La fermentazione in piccole barriques dona al vermentino una maggiore struttura affiancandone le sue più caratteristiche durezze. La persistenza e la buona acidità ne fanno un vino che ad ogni sorso richiama la mano allo stelo del calice.

Rucantù da uve pigato 100%, annata 2015, 14% alc; anche questo vitigno trovandosi sulle colline di Bordighera viene sferzato dalla brezza marina nelle giornate di maestrale. Rucantù è una parola Mapuche, una tribù di indios della Patagonia, e significa “Casa del Sole”, come la casa di sua nonna Marita (che egli stesso definisce una “simpatica burlona”). Stessa procedura del vermentino, viene affinato sulle fecce fini per 8 mesi. Giallo paglierino, cristallino, al naso smalto, resine ed un bouquet di erbe aromatiche sovrastano gli altri sentori. Al palato esprime vibranti note sapide ed acide ma ben amalgamate ed equilibrate. Tutto fa pensare ad una grande longevità, quasi a ricordare un Riesling.

Rosso se… da uve rossese 100%, 2015, 14% alc.; fermentazione alcolica e malolattica spontanee con lieviti autoctoni. Affinamento su fecce fini per 10 mesi e successivamente in bottiglia per un anno. Di un bel rosso rubino con riflessi violacei. Un’olfazione elegantissima, speziata, con sentori di resine boschive. Al palato esprime una vena calda, continua, tannini vellutati e piacevoli, un vino sornione che regala una bella persistenza.

Aris ci fa degustare una sorprendente preview di granaccia e ci racconta di una collaborazione con un importante produttore sardo i cui frutti saranno disponibili dall’anno prossimo e noi non mancheremo all’appuntamento.

Come vi accennavo in precedenza, questa azienda è una chicca del territorio perché sono pochissimi i produttori di vino biodinamico in Liguria, tanti da poterli contare sulle dita di una sola mano. Aris ci racconta della difficoltà nel far emergere i vini biodinamici, soprattutto in Liguria: “I giovani sembrano avvicinarsi con curiosità a questo tipo di viticoltura, in particolar modo gli stranieri, più attenti a produzioni naturali, senza l’uso di diserbanti”.

Chiudo come di consueto la recensione parlandovi delle etichette presenti sulle bottiglie: nascono dalla collaborazione con un artista locale, Sergio Lazzaretti. Nessuna scritta, nessun simbolo. Solo colori, i colori che ricordano proprio la terra, il mare e il cielo di queste terre. Il logo di Selvadolce nacque per caso quando Aris, alla ricerca di un simbolo per la propria azienda, vide un bozzetto preparato da Lazzaretti: “un uomo, a braccia aperte, che guarda la propria terra in un momento di estasi… E’ proprio così che mi sento guardando le mie vigne”.

Guardando il mare da Selvadolce ci siamo sentiti proprio come Monet che da Bordighera ha dipinto panorami meravigliosi. Folgorati, come il pino che, sovrastando le vigne, porta il segno di un fulmine sul suo tronco.

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