Thomas Niedermayr: l’ultima frontiera del vino naturale

Oltre il biologico, così sul suo sito web Thomas Niedermayr, giovanissimo produttore altoatesino, schietto e sorridente, spiega in una parola il suo vino. Anzi, PiWi, acronimo tedesco che indica l’ultima frontiera del vino naturale: la ricerca di varietà resistenti a funghi e crittogame in generale.

Lo incontriamo in uno splendido pomeriggio d’agosto. Quando arriviamo al suo maso, Hof Gandberg, capiamo immediatamente che non si tratta della classica cantina sociale. Tutto è molto familiare, immerso in una natura davvero incontaminata e silenziosa, sopra Appiano, subito sotto i porfidi e le dolomie della montagna della Mendola. Siamo poco sopra i 500 metri.

Andiamo subito in vigna ed è qui che ci si rivela un mondo totalmente nuovo, quello degli ibridi, non solo il più conosciuto Bronner, ma una lunga serie di vitigni dai nomi germanofoni.

Questi vitigni nascono dalla sperimentazione dell’Istituto Statale Agrario di Freiburg im Breisgau, Germania, dall’ibridazione di ceppi noti di vitigni locali con vite americana e asiatica.

Produttori da sempre, i Niedermayr hanno deciso, negli anni ’80, di staccarsi dalla locale cantina sociale e di percorrere una strada rivoluzionaria, quella del vino totalmente naturale dove i trattamenti, anche quelli biologici o biodinamici, sono stati eliminati, grazie all’impiego degli ibridi.

Il laboratorio è la vigna stessa dove, con meticolosa attenzione, avviene l’impollinazione incrociata, sono raccolti i vinaccioli e sono, quindi, prodotte le nuove barbatelle, delle quali è testata la resistenza a funghi e altre malattie, prima dell’innesto sul piede americano, nei filari. E così, ormai, del “sangue asiatico e americano” resta ben poco, mentre la resistenza alle malattie e ai funghi è costantemente controllata.

I vitigni, fatta eccezione per la vigna di quarant’anni del tradizionale Pinot Bianco, per la quale si dà zolfo e rame, sono tutti ibridi e, per l’ibrido, non serve trattare. Questa è la grande conquista. Le uve maturano senza nessun apporto e perfino la potatura dei guyot è limitata ad una defoliazione molto superficiale.

Fatto è che, tra il Pinot Bianco “trattato” e gli ibridi non trattati, è subito evidente la totale assenza di qualsiasi tipo di problema sulle foglie. Inoltre, l’uva è buonissima anche al gusto.

Vendemmia anticipata anche per Thomas, quest’anno, di un paio di settimane, come un po’ dappertutto, di questi tempi, ma il vignaiolo non se ne preoccupa troppo: continuerà a sperimentare e a trovare soluzioni.

Cinque ettari di vigne, tutti lavorati esclusivamente a mano, inerbimento obbligatorio tra i filari, raccolta rigorosamente manuale.

La cantina è un lungo corridoio con i tini d’acciaio e alcune botti grandi. Incontriamo la sorella di Thomas intenta alla pulizia dei tini per la prossima vendemmia.

Thomas ci fa assaggiare tutta la sua produzione. Bianchi, soprattutto, ma anche rossi.

Floreale e fresco il Bronner, marcatamente minerale il Weissburgunder (il Pinot Bianco), persistente e complesso l’Abendrot, nato da lunga macerazione sulle bucce di uva Souvignier gris, che tanto ci ricorda i vini sloveni estremi di Movia.

Tappi a vite, ed etichette davvero eleganti, che riportano l’anno di innesto in vigna.

Alla fine, soddisfatti e innamorati di questa natura ecosostenibile, ci domandiamo se non sia questo il futuro del vino e non solo di esso. Un mondo migliore e pulito dove le conoscenze dell’uomo servono per migliorare la qualità della vita in un clima di serenità e trasparenza totali.

Un mondo in cui la sincerità vince ogni menzogna.

 

 

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