Comunicazione del vino e valore della conservazione dei vitigni tradizionali

Sabato scorso, nel Castello Cavour a Santena, l’Ais ha patrocinato la VII Giornata Nazionale della cultura del vino e dell’olio, tra scienza e preservazione dei vitigni tradizionali, con un occhio al presente e al futuro.
Anna Schneider, la maggiore esperta italiana di ampelografia, ci guida alla scoperta dei vitigni e ci invita a non farci travolgere da un mondo in cui dicerie e fake news rischiano di deformare in modo ingiustificato il nostro livello di conoscenza del vino. Un intervento, il suo, di grande spessore, in cui siamo accompagnati alla comprensione ragionata del lavoro degli ampelografi come base per la scoperta e la conservazione dei vitigni, basandosi sui dati scientifici che la genetica molecolare è oggi in grado di offrirci.

L’invito è a prestare sempre maggiore attenzione alle fonti, soprattutto per chi è chiamato a fare comunicazione, noi Sommelier in primo luogo. Sfateremo così falsi miti, come quello del Syrah di Shiraz, un falso legato probabilmente solo all’esotica assonanza, o delle Malvasie di Monemvassia, fenomeno più commerciale che reale per via della notorietà del toponimo.
Un monito, infine, a chi dovrebbe finanziare la ricerca e spesso, invece, latita, alimentando per tutta risposta luoghi comuni, dicerie e finanche una legislazione disattenta e incompleta.
Ciò impatta, fra l’altro, sulla conservazione del patrimonio ampelografico minore, i cosiddetti vitigni autoctoni o, meglio, tradizionali, quelli la cui tipicità e franchezza sono più profondamente legate ai nostri luoghi del vino.
Conservare Avanà, Baratuciat, Moscato nero, Cari, Neretto, Albarossa, Gamba di Pernice, Doux d’Henrie, Ramìe, Slarina, Uvalino, Rossese bianco, Malvasia moscata, Caricalasino… questa sì, è una vera sfida. Ma necessita anche di sperimentazione e di una legislazione più elastica, che consenta di mettere in etichetta i nomi di questi e di altri vitigni.
Fuori ci attendono le bottiglie, una trentina. Vini buoni, ma, a mio avviso, non eccellenti purtroppo e ancora profondamente dipendenti dall’interpretazione che ne dà il singolo produttore.
E così, l’entusiasmo del neofita è un po’ messo a tacere dall’esperienza e mi fa supporre che, se mai si investirà davvero su queste produzioni, si otterranno grandi risultati, come è stato per il Timorasso a Tortona e la Nascetta in Langa, ma, per ora, siamo ancora all’inizio del percorso.

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