Sulla scrittura

Io so di non sapere, anzi, di non saper scrivere.

È, questa, una consapevolezza che mi nasce ogniqualvolta mi manca completamente la vena. Ma c’è dell’altro: a volte, rileggo i racconti scritti in passato e mi domando se abbiano o meno un senso. Non che lo debbano avere a tutti i costi, certo, perché, in fondo, la scrittura è il tentativo di attualizzare sulla carta quello stream of consciousness woolfiano che non necessariamente ha capo e coda.

La completezza di un racconto mi da grande soddisfazione, quasi fosse scritta, in esso, una parola fine. A volte, però, penso a Gabo o a Tolkien e alla loro capacità di creare un’epica nuova, una costruzione, in qualche modo “aperta”, dove ci sia sempre spazio per un nuovo capitolo.

Anche oggi, mettendomi davanti alla tastiera, ho provato la curiosa pulsione ambivalente di commentare e basta piuttosto che creare qualcosa di nuovo, optando ipocritamente per la prima scelta, quasi fossi atterrito dall’ipotesi di iniziare a scrivere cose che non giungeranno a compimento.

Averne di temi, d’altronde, per creare un’epica nuova. Lo desidererei davvero, come si desidera una donna che si nega, con la presunzione dell’irrealizzabilità di ciò che si va cercando.

Provo, quindi, a definire meglio cosa sia un’epica, nella suggestione che ciò possa spianare la mia strada verso la scrittura.

Epica è….

Epica è anzitutto un antefatto. Un antefatto apparentemente banale, a cui fa seguito una evoluzione non banale che, col senno di poi, giustifica la non banalità dell’antefatto.

L’antefatto è, come la “disputa sulla bellezza” di Omero, ciò da cui tutto scaturisce. In fondo è come l’incipit delle soap, come in Beautiful, dove Ridge e Brooke si incontrano per caso in casa Forrester. Anche quella è, seppur in forma profondamente commerciale, una forma di epica.

Una volta trovato un antefatto vagamente soddisfacente, ecco che spunta l’ “anello di Bilbo”, l’elemento determinante, nella sua distruttività, pari al “pomo d’oro”. È un elemento concreto, quindi, un oggetto, per di più.

In Tolkien è addirittura l’oggetto dell’epopea in sé, tanto da costituirne in parte il titolo stesso: l’anello, antefatto, fine e mezzo.

La ricerca una nuova epopea da immortalare in una nuova forma epica è molto difficile, viziata com’è dal costante rischio di plagio, quasi come avviene nella musica cosiddetta colta, ove in molti sostengono che “tutto è stato già scritto”, con il chiaro intento di mettersi al riparo da qualsivoglia potenziale accusa di bassa qualità dell’opera. Ed, in effetti, di qualità dell’opera, dell’opera letteraria o musicale che sia e, in senso ampio, dell’opera d’Arte in genere, di questo stiamo parlando.

Tuttavia, anche in questo ambito, mi convinco della complessità del giudizio: il giudizio artistico è infatti necessariamente “a posteriori”, necessitando esso del contatto con l’opera compiuta, ma per l’artista resta il dilemma della scelta del soggetto, dello stile, del contenuto, del fine dell’opera.

E si badi bene, il fine può essere tanto oggettivo (penso iperbolicamente al naturalismo marxista), ma anche profondamente soggettivo, come nei campi di grano di Van Gogh.

Il valore dell’Arte e, in particolare, della scrittura, è relegato, pertanto, al giudizio del fruitore dell’opera, del lettore, in questo caso.

Commentare che lettore e scrittore si devono poter interscambiare in una liquidità di ruoli è, forse, eccessivo, tuttavia, la partecipazione del lettore al pensiero dell’autore resta essenziale ed è, probabilmente, in tale direzione che chiunque si appresti, oggi, a scrivere, dovrebbe andare.

Gli esperimenti di scrittura partecipativa, che pure non sono mancati, hanno però rivelato non pochi limiti, non essendo riusciti a generare fenomeni letterari eclatanti, verosimilmente per via dell’eterogeneità degli autori.

Diverso era il racconto omerico, frutto di rielaborazioni e sedimentazioni, proprio come le Chansons medievali o i racconti degli Akawati arabi: per questo libri come le mille e una notte, per quanto inverosimili accozzaglie di storie poco credibili, sono tuttora best seller, pur dopo dieci secoli.

Sia chiaro, io amo le mille e una notte, perché sono un genere epico fantastico raramente variegato, una versione epica del Decameron, ove il genere del racconto è, in sostanza, finalizzato alla definizione di un compendio letterario nazionalpopolare, tale da creare una base letteraria per un popolo in un’epoca, tale e quale a ciò che fu la Divina Commedia dantesca per l’Occidente.

Uno scrittore, dunque, chi è? È un Dante, un Manzoni, un Chretien de Troyes, un Omero, un Joyce, un anonimo arabo del medioevo, uno sceneggiatore qualsiasi della nostra televisione? No, non è possibile dare una definizione ultima di “scrittore”, sicuramente quelli citati sono alcuni modelli di scrittore, e non è neppur vero che sappia scrivere chiunque sia in grado di generare emozioni in un pubblico, perché allora troppa pornografia letteraria sarebbe da considerarsi vera arte.

Lo scrittore è, dunque, un autore che, nel fluire di un racconto riesce a enucleare idee profonde, non importa se il linguaggio sia forbito o se lo strumento sia lo sproloquio bukowskiano.

L’ambizione ad essere uno scrittore si trasforma, a questo punto, nell’avventura di ciascuno di noi di universalizzare, attraverso la comunicazione scritta, la peculiarità del pensiero personale. Non è ricerca di audience, no. Si può perfettamente essere un Tomasi di Lampedusa e non aver mai pubblicato un riga in vita.

Oggettivare il pensiero peculiare non comporta necessariamente la comparsa di lettori. I lettori si possono facilmente acquistare, come ci insegnano assai semplicemente i pubblicatori a pagamento nei motori del web, da Google a Facebook. Chi scrive, scrive per sé stesso, quand’anche il fine dell’opera sia pedagogico o anche solo informativo, necessitando quindi, in apparenza, dell’esistenza dei lettori.

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