Graffiti, una storia millenaria

Non mi dilungherò a raccontare come già nel Paleolitico i Camuni avessero riempito di segni le loro montagne.

La nostra storia comincia molto più tardi, in piena era volgare, anzi, per essere più precisi, in piena fase di sviluppo delle lingue volgari.

La premessa: ho passato un fine settimana in una delle nostre città d’arte d’Italia, Verona. Città antica, splendida in età romana e medievale, densa di riferimenti e vestigia – basti pensare all’Arena o alle opere di Shakespeare – che hanno varcato facilmente le Alpi.

Entrando in una delle belle chiese che Verona offre ai visitatori, San Fermo Maggiore, nello specifico, ho notato ancora una volta il proliferare di incisioni su tutti gli affreschi medievali che ornano le pareti delle navate laterali.

In pratica, era prassi, tra i pellegrini, lasciare questo “ricordino”, incidere il proprio nome sull’affresco.

Scritte antiche, fatte graffiando con una punta, un temperino, un sasso acuminato a seconda dei casi. Nome, anno, città di provenienza. Più di rado altri segni o preghiere. Le più vecchie risalgono ad inizio trecento e proseguono fino all’ottocento quando, probabilmente, i benpensanti dell’epoca hanno ritenuto – giustamente – che la preservazione del patrimonio culturale fosse più importante che non la testimonianza della presenza.

Il fenomeno non è presente solo a Verona. L’avevo notato, anni fa, nelle pareti laterali della Basilica di Superga, sopra Torino.

Le scritte antiche sono straordinariamente belle, quasi opere d’arte e, comunque, testimonianze storiche incredibili, perché riportano toponimi antichi, stili di scrittura e molto altro. Quelle moderne sono più prosaiche e un po’ pietiste.

Girando ancora per Verona poi, mi sono imbattuto in uno degli insiemi di graffiti più strani che abbia mai visto. Si tratta dell’atrio della cosiddetta “Casa di Giulietta”, una delle mete fondamentali per gli innamorati di tutto il pianeta – cortiletto molto kitch, chiuso a destra dal notoriamente posticcio balconcino e a sinistra da un negozio di souvenir mentre, sullo sfondo, campeggiano centinaia di lucchetti stile “Ponte Milvio“.

Ebbene, il breve passaggio coperto per raggiungere il cortile è tutto tappezzato di scritte. Sembra che, originariamente, i graffiti fossero fatti direttamente sul muro e coperti periodicamente dalla calce. Oggi, invece, sono applicate paretine di cartongesso che permettono una “pulizia” rapida, indolore, economica e che, paradossalmente, garantisce un eventuale conservazione dei graffiti asportati.

Ed ecco che viene il bello: consci che il graffito appena fatto potrebe presto sparire, quasi a sancire una “non eternità” dell’Amore ai tempi della società del web e del consumo, i graffitari hanno deciso di piazzare i loro chewing-gum masticati – e firmati – sul portone di marmo, quasi a suggellare la “non cancellabilità” della loro “opera”.

Mi rendo conto che non è molto fine, ma, come dire, lo fanno centinaia di innamorati ogni giorno.

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