La lunga marcia dell’Europa dei popoli

Nell’open space in cui presto, attualmente, le mie consulenze ho dei vicini che ogni tanto commentano, stupiti, i fatti del mondo che ci circonda, quelli dell’economia, del gossip e, come nel caso di venerdì scorso, della Storia.

Italiano: Cannoni 105 28 al doss Trento

Image via Wikipedia

Stupiti, sottolineo, perché sembra quasi che non riescano a capacitarsi del perché le cose siano andate in un modo piuttosto che in un’altro

e talvolta, come capita in tutti o quasi gli ambienti di chiacchiera lavorativa, i giudizi pronunciati vorrebbero essere esaustivi ed allo stesso tempo autorevoli.

L’ultimo commento, suffragato dall’uso della Wikipedia, riguardava la Prima Guerra Mondiale e le motivazioni della fucilazione di Cesare Battisti, l’irredentista tridentito condannato per diserzione.

“Come diserzione? Ma non era italiano? Eh, no, era di là, del Trentino, quelli si sa che non hanno niente a che vedere con l’Italia… E allora perché stava con gli italiani?”

Ben mi guardo dal commentare queste grottesche, veramente grottesche, affermazioni che rivelano un’assai poca conoscenza non soltanto della Storia ma anche della geografia antropologica del nostro amato Paese.

Da appassionato di Storia sociale dell’Italia, sarò ben lieto di rispondere su richiesta ai miei lettori. Mi limiterò, qui, a ricordare che non solo Cesare Battisti, ma anche Alcide De Gasperi è stato deputato a Vienna, prima di essere il primo Presidente del Consiglio della nostra Repubblica.

Vorrei, invece, prendere spunto da quest’episodio per commentare quanto siamo ancora lontani dalla visione condivisa di un’Europa dei Popoli.

Come diceva la mia professoressa di filosofia del liceo, un fatto è dato per assunto quado rientra di per sé nella “Filosofia del mercato”, insomma il modo di pensare delle persone semplici, quelle che contrattano patate e carciofi nelle kermesse mattutine delle nostre colorite piazze.

L’Europa è lontana (cantava Antonello Venditti un quarto di secolo fa) e lo è ancora molto, aggiungo, perché la coscienza dei popoli è ancora molto sopita. Sappiamo pochissimo di noi stessi, non sappiamo praticamente nulla dei nostri vicini.

Mia moglie è di Bucarest, la megalopoli dei Balcani centrali, capitale della Romania. Eppure continuano a credere che sia ungherese, sapete, quell’affascinante città sul Danubio, con il ponte con le catene e il neogotico palazzo del Parlamento. Ah… scusate, quella è Budapest, non Bucarest…. Defaillance.

Anche politicamente siamo molto indietro, vittime di un Parlamento Europeo che legifera poco e male, a fronte dell’asse Merkel-Sarkozy che spadroneggia su economia e finanza.

Eppure, due guerre mondiali e tanti regimi autoritari avrebbero dovuto essere, con il loro gravosissimo tributo di sangue, non solo un monito ma anche e soprattutto una base per costruire, ricostruire un senso di appartenenza che invece non c’è ancora.

In un mondo globalizzato, siamo disposti a difendere, anche violentemente, piccole realtà locali con motivazioni molto NIMBY, trascurando colpevolmente l’identità di questa sovranazione che vediamo imposta (poveri De Gasperi e Schuman, se sapessero…) e non formata in modo costruttivo dalle nostre identità regionali.

Come possiamo salvaguardare queste ultime, se non in un quadro di integrazione culturale? Come possiamo uscire dall’impasse di un’economia stagnante vittima di una finanza speculativa? Crediamo davvero che basti coltivare il proprio orticello? Possibile che la nostra miopia non ci permetta di vedere che lì, proprio lì dietro la montagna, dietro questa “Fortezza Bastiani” del XXI secolo, c’è il Deserto dei nuovi Tartari, quella Cina onnipresente?

2 pensieri su “La lunga marcia dell’Europa dei popoli

  1. Recentemente su rai storia hanno dato un film sulla vita di CesareBattisti molto interessante. La pellicola, credo prodotta intorno agli settanta, è una vera e propria lezione di storia anche economica e sociale del trentino. Gran parte delle fiction storiche attuali si concentrano troppo (a mio avviso) sugli aspetti, passatemi il termine “soap”. Non annoiano sicuramente ma non aiutano a conrtribuire a quella “divulgazione Montanelliana” del sapere fondamentale per evitare “confusioni storico geografiche”

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